Marzo 5th, 2019 Riccardo Fucile
CONTE FA FINTA DI FARE IL MEDIATORE
“Per quanto riguarda la Tav, siamo in dirittura d’arrivo, nel percorso finale, quello politico. Oggi c’è stata la prima riunione politica, abbiamo iniziato l’analisi costi benefici. Domani sera alle 8,30, riunione con i tecnici a oltranza. Credo una scelta entro venerdì”. Giuseppe Conte racconta così l’esito del vertice mattutino con Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Danilo Toninelli sulla Tav.
Il premier smentisce che sulla questione dell’opera ferroviaria si possa innescare una crisi di governo: “Siccome prenderemo la scelta migliore per i cittadini, ovviamente il governo non rischia. Mi batterò perchè non sia trascurato alcun aspetto per una decisione corretta”, spiega. E aggiunge: ” “Posso garantire che prenderemo una decisione per tutelare l’interesse nazionale”. L’incontro soddisfa comunque il leader della Lega: ” “Stiamo lavorando, sono contento del vertice”.
Conte cerca anche di minimizzare lo scontro fra grillini e leghisti sulla Tav e si ritaglia un ruolo di mediatore. “”Rispetto le posizioni della Lega e del M5S – dice – ma sarò garante che queste posizioni pregiudiziali non pesino sul tavolo. Partiremo dall’analisi costi-benefici”.
Ma sono solo i leghisti a riconoscere il ruolo del premier: “Stiamo lavorando per la soluzione migliore partendo da dati oggettivi. La soluzione è nelle mani del presidente conte, le posizioni di partenza sono note. Siamo fiduciosi che si risolverà tutto per il meglio”, dice il capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari.
Il presidente del Consiglio spiega anche oggi non era possibile prendere una decisione sul bandi Telt che dovranno essere emanati entro l’11 marzo. “Pensiamo di decidere prima di lunedì”, dice Conte. Il premier però aggiunge che in questi giorni “non è prevista alcuna interlocuzione con la Francia” e che al momento il governo non può discutere di un aumento dei fondi europei per la Tav.
“Non possiamo chiederlo ora perchè significherebbe essere per il sì alla Tav ed eventualmente chiedere di scontare il prezzo, quindi parliamo già di una fase successiva alla scelta”, dice.
Dunque il presidente del Consiglio cerca di smorzare i toni e cercare un punto di equilibrio fra leghisti e grillini.
Ma i grillini non sembrano intenzionati a deporre le armi. ”Escludo la crisi di governo sulla Tav”, dice il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, dando corpo e sostanza alle parole del capogruppo Molinari.
” Io non mi occupo di trovare il compromesso sulla Tav – risponde però il sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni . – Detto ciò, se bisogna andare a casa perchè noi non vogliamo buttare soldi per opere vecchie, io non vedo il problema”.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2019 Riccardo Fucile
IL RICHELIEU DELLA LEGA INCIAMPA SULL’INGLESE NEGLI USA E RIMEDIA UNA BRUTTA FIGURA
Se volessi, finalmente, un giorno prendere possesso delle lingue straniere, e, segnatamente, di
quella inglese, certamente, sia detto senza sarcasmo e neppure sufficienza – giuro – mi affiderei a Giancarlo Giorgetti, alla sua fantasia, alle sue invidiabili capacità di improvvisazione lessicale, cosa non da tutti, cose che riescono solitamente ai duttili, ai veri talenti, ai veri italiani.
Di Giancarlo Giorgetti, sappiamo le doti da tessitore, un signore che conosce la ponderazione: sa cosa, insomma, va detto e perfino cosa non va detto nella labirintica comunicazione e, ancor prima, nella praxis politica.
Mentre Salvini sta lì, in piazza a mostrarsi opportunamente, a far bottino di consensi grossolani come un “descamisado”, Giorgetti, nel frattempo, nel suo soffuso altrove ministeriale, nel silenzio delle boiserie, lavora, opera di fino, tesse, fa, in breve, il politico, di più, egli è il Politico, presumibilmente assai di più di quell’altro, cui invece tutti, solitamente, per definizione, attribuiscono fiuto insuperabile, proprio come un certo tonno.
Nella quiete secondaria del suo blazer ordinario, la montatura di occhiali anonima, la camicia bianca, colletto di taglio semifrancese, un accenno di frezza nel medesimo punto là dove, un tempo, fiammeggiava quella di Aldo Moro, Giorgetti, appunto, dispone, studia, costruisce ciò che pretende tempo e, si è detto, va avanti con tessiture, per tempi lunghi, producendo atti ufficiali certamente più estesi e complessi dei tweet altrui.
C’è ancora da immaginarlo anche a suggerire prudenza, sempre così a Salvini, se non, talvolta, a dirli direttamente, implicitamente o anche esplicitamente: …ma che ceppa stai dicendo, Matteo? Non siamo più a Ponte di Legno!
Mettendosi così negli stessi severi e paternalistici panni di un Lenin che – perdonare lo sfoggio di cultura storica – rivolto al nostro Umberto Terracini, durante un Congresso dell’Internazionale comunista a Mosca, poggiandogli una mano sulla spalla e sorridendo, pronunciò: “Plus de souplesse, camarade Terracini, plus de souplesse”. Leggi: flessibilità .
Giancarlo Giorgetti, d’altronde, occupa un incarico adeguato alle incombenze che spettano a un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nell’attuale esecutivo dell’invisibile Giuseppe Conte; egli è, in breve, il Richelieu-Gianni Letta della Lega di Governo, partito che lo ha perfino visto segretario nazionale.
Tuttavia, ormai, nell’aldilà del tempo dei raduni tra le balle di fieno, sarebbe davvero irrilevante rammentarlo con Calderoli, Bossi e Cota, camicia verde, negli antichi, ancora rustici, entusiasmi secessionistici.
Giorgetti è ormai innanzitutto figura, blazer di Stato, ossia, custodisce, o almeno dovrebbe, il dovere di conoscere la quotidiana realpolitik, il realismo, l’obbligo di dissentire, almeno a fronte di ogni eventuale cazzata pronunciata o commessa persino dai suoi, indicare quale debba essere la navigazione, la rotta esatta, quali le parole proprie da pronunciare, in che lingua esprimersi correttamente.
Senza, s’intende, nulla togliere ai bizantinismi, quando questi appaino necessari alla sopravvivenza nelle comunque gratificanti istituzioni, nel Palazzo.
Giorgetti, talvolta, in obbligo del suo ruolo, è addirittura costretto a mettere in tasca il passaporto e viaggiare, affacciarsi così all’estero, come, ad esempio, giorni fa, al Council on Foreign Relations, tra i più significativi laboratori di politica estera degli Usa.
Proprio lì per mostrare innanzitutto, per esempio, l’affidabilità nostra agli occhi dell’amministrazione Trump, eccolo pronto nella sede newyorkese del Cfr, ed è proprio lì che comincia l’assai perdonabile sventura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti…
Nell’assenza di un video che ce lo mostri, facciamo affidamento a chi in quella sala c’era e ha raccontato la scena.
Pare infatti che, giunto sulla tribuna della Harold Pratt House, sulla 68esima Strada, tra la quadreria delle storiche èlite geopolitiche e le boiserie ottocentesche, abbia pronunciato un testo incomprensibile sia agli americani, sia agli stessi suoi conterranei.
Sembra, dicono, che leggesse in “una lingua a lui quasi sconosciuta, inventata perfino la pronuncia”, così davvero riportano.
La sventura ha proseguito anche quando Giancarlo si è ostinato a rispondere a braccio, ancora nel suo inglese improbabile, magicamente rielaborato. Interrogato sulla posizione del Governo riguardo alla crisi in Libia, pare abbia detto, letteralmente: “French out” e “Better a dictator”, e qui finisce la sventura…
Ma inizia anche, sia detto senza ironie possibili, la nostra difesa pervicace della persona, fosse anche lontanamente attendibile l’idea che il suo possesso delle lingue straniere giunga dalle assai domestiche dispense, con incluso disco, de “L’inglese giocando”, gli stessi che giravano sul piatto quando Giancarlo era piccino.
Insomma, avvertono i polemici, i dogmatici, un inglese, il suo, del tutto inadeguato, un intervento altrettanto azzardato, perfino quando si è trattato di rispondere, appunto, sulla questione delicata della Libia, ma non sottilizziamo, dai, non diciamo neppure per amore di luogo comune che l’inadeguatezza italica riferita alle lingue straniere, segnatamente dell’inglese, rimanda al proverbiale “Noio… volevam… volevà n savoir… l’indiriss…ja…”.
Ci piace semmai, fuori d’ogni sovranismo, ma per semplice adesione al primato del fantastico, dell’osceno, così come lo spiegava Carmelo Bene, apprezzare l’estro messo in pratica da Giorgetti, dall’uomo di Stato, il guizzo dell’invenzione, lo stesso che consentiva, metti, a Dario Fo di porgere al mondo il grammelot, portando nei teatri nelle piazze perfino meridionali uno spettacolo, “Mistero buffo”, di cui la maggior parte degli astanti, creature estranee alla koinè padana, nulla comprendeva, eppure seguiva, con ammirazione, le pupille accostate a ogni singola parola.
D’altro canto al pari di Giorgetti possiamo ricordare l’inglese cadenzato e maccheronico di Francesco Rutelli che richiamava i turisti in Italia con il suo “Pliz, visit auar cauntri”, oppure quello arrangiato e fantasioso di Matteo Renzi, con il suo shish più volte canzonato.
Onore, insomma, all’estro di Giorgetti, al suo amor proprio, all’iper-valutazione che la persona offre di sè, al suo aver detto, sempre a se stesso, incurante d’ogni severità delle barbe vittoriane ritratte tutt’intorno: sai che ti dico? Io mi butto, glielo spiego io…
E importa davvero poco, nulla, che l’uomo non sia mai passato da via Lucullo (a Roma, città del Palazzo, tale strada è sinonimo di lingua anglosassone, fa risuonare addirittura: “L’inglese si impara in via Lucullo”), nel suo caso, parafrasando Benedetto Croce, con il suo “non possiamo non dirci cristiani”, allo stesso modo tutti noi non possiamo in questo caso non dirci Giorgetti, la generosità , verso se stesso, e, per simpatia, verso tutti noi, gli stessi che in certe circostanze proprio grazie all’iperbole, poco importa quanto comprensibile, comunque pronta ad approssimarsi al vero, al concetto, all’immagine, ci siamo sentiti in grado di passare il mare, come recita il detto: chi ha lingua…
Un’estensione ulteriore dell’immaginazione italiana, è un po’ come se il nostro sottosegretario alla Presidenza, l’altra sera, a New York City, al di là d’ogni obbligo ufficiale, geopolitico, planetario, avesse nuovamente inventato la pizza, di più, l’hamburger.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2019 Riccardo Fucile
BLITZ A TRAPANI, 25 ARRESTI…”FAVORI IN CAMBIO DI VOTI”… ASSALTO DEI BOSS A FAVIGNANA
L’ultima indagine sulla mafia dei fedelissimi di Matteo Messina Denaro porta un risvolto a sorpresa: i carabinieri del nucleo Investigativo hanno arrestato un esponente del Pd siciliano, Paolo Ruggirello, ex deputato regionale e candidato (non eletto) alle ultime elezioni per il Senato.
Un ras del voto arrivato quattro anni fa nelle fila dei renziani dopo una militanza nel movimento per le autonomie e nel centrodestra.
Adesso, è accusato di associazione mafiosa, questa la contestazione pesante che gli viene mossa dalla procura distrettuale antimafia di Palermo nell’indagine che all’alba ha portato in carcere 25 persone, fra colonnelli e gregari del clan di Trapani.
Intercettazioni e pedinamenti dicono che Ruggirello sarebbe stato a disposizione della “famiglia”, favorendo affari e assunzioni, avrebbe anche inserito persone segnalate dei boss nelle liste per alcune consultazioni elettorali locali; in cambio avrebbe ricevuto sostegno elettorale.
In manette è finita anche l’ex assessore comunale di Trapani Ivana Inferrera, che nel 2017 fu candidata alle Regionali con l’Udc: è accusata di voto di scambio politico mafioso. Stessa contestazione per il marito, Ninni D’Aguanno, arrestato pure lui. Il blitz porta in carcere un terzo politico locale, l’ex consigliere comunale di Erice Ninni Maltese, è ritenuto componente della famiglia mafiosa dei Virga
L’inchiesta decapita il nuovo vertice di Cosa nostra trapanese, composto dai figli del vecchio capomafia Vincenzo Virga, Francesco e Pietro, che dopo essere stati scarcerati avevano lanciato la riorganizzazione della cosca. Puntando soprattutto sull’edilizia, sullo smaltimento dei rifiuti e sugli investimenti nel settore del turismo, il clan aveva nominato un referente sull’isola di Favignana per gestire il Grand hotel Florio e altri interessi economici. Adesso, è scattato un sequestro per la struttura alberghiera e per altri beni, valore 10 milioni di euro.
Questo racconta l’indagine coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Gianluca De Leo e Claudio Camilleri.
E’ la conferma che la filiale trapanese di Cosa nostra, diretta dal latitante (ormai dal 1993) Matteo Messina Denaro, è il vero laboratorio della nuova mafia siciliana, che prova a ridarsi un volto rispettabile. Con una mission: abbandonare le attività criminali tradizionali sul territorio per dedicarsi ai grandi affari, grazie ad alcune complicità insospettabili.
La settimana scorsa, un’altra operazione aveva portato in carcere il re delle scommesse on line della provincia, accusato di aver finanziato la famiglia Messina Denaro e di aver sostenuto l’elezione del deputato regionale di Forza Italia Stefano Pellegrino, componente della commissione antimafia, indagato per corruzione elettorale.
Trapani zona grigia. Diceva il boss Pietro Virga: “Mi sto giocando tutte le carte per questi politici”. Ora, un curioso destino accomuna i due esponenti delle famiglie più importanti della città , Paolo Ruggirello e Antonino D’Alì, l’ex sottosegretario all’Interno del governo Berlusconi. Entrambi indagati per rapporti con la mafia. D’Alì è imputato in appello, per concorso esterno.
Paolo Ruggirello è cresciuto all’ombra del padre, il ragioniere di contrada Guarrato che negli anni ’60 e ’70 fu protagonista di una sorprendente scalata imprenditoriale: diventò monopolista degli appalti per le strade della provincia, proprietario della Banca Industriale e patron del Trapani calcio. E qualche sospetto di mafia raggiunse anche lui quando si trasferì a Roma.
Nel 1995, Ruggirello senior muore all’improvviso e gli affari di famiglia vengono presi in mano dalla figlia Bice, Paolo si lancia invece in politica.
Inizialmente, al fianco del socialista Bartolo Pellegrino, l’assessore della giunta di Totò Cuffaro costretto alle dimissioni perchè intercettato mentre parlava con un mafioso degli “sbirri”. Subito dopo, Ruggirello prende il volo nella politica siciliana, diventando presto uno dei ras del voto.
Negli ultimi tredici anni è passato dal movimento autonomista di Raffaele Lombardo alla lista di centrodestra guidata da Nello Musumeci.
Tre legislature da deputato regionale. Nel 2015, Ruggirello ha fatto il suo ingresso nel Partito Democratico, col sostegno del luogotenente di Matteo Renzi in Sicilia, il sottosegretario Davide Faraone. Le polemiche furono tante, soprattutto perchè la proposta più importante di Ruggirello prima di entrare nel Pd aveva riguardato una maxi sanatoria sulle coste siciliane.
Nel marzo scorso, la corsa al Senato va a vuoto. Il segnale che Paolo Ruggirello era ormai diventato ingombrante per il Pd. E gli è stata bloccata anche la strada verso le cariche nazionali del partito. Ma lui continuava a tessere la sua trama di alleanze, anche verso altri gruppi, probabilmente in vista di un nuovo cambio di casacca.
“Io sono un uomo che ha sempre cercato l’incontro e mai lo scontro”, continuava a ripeteva nelle sue interviste. “In quasi dieci anni di attività politica sono stato al servizio del territorio”. Un servizio a tutto campo, dice ora l’indagine che ha portato Ruggirello in manette.
(da agenzie)
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