Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SENZA STRUMENTI DI CONTROLLO DIFFICILE CAPIRE CHI E’ UNA PERSONA PER BENE E CHI NO
L’arresto per corruzione di Marcello De Vito “dimostra che senza una gerarchia e senza strumenti di controllo, a livello territoriale e nazionale, capiremo con sempre maggiori difficoltà chi può essere una persona poco per bene, chi non c’entra nulla con noi, chi non sa gestire la pressione o dà di matto se le cose non vanno come vuole lui”.
Lo afferma Massimo Bugani, M5S di Bologna e vicecapo della segreteria particolare di Luigi Di Maio, in un colloquio con la Stampa in cui sottolinea la necessità di “riformare profondamente” il M5S. Ormai il tempo è “quasi finito, bisogna fare in fretta”, sottolinea il braccio destro di Casaleggio, “altrimenti moriremo”.
“Il Movimento deve cambiare”, ribadisce Bugani, anche se “le resistenze dei parlamentari e della base, nei territori, saranno forti. Non vorranno avere qualcuno che li coordini e che ne valuti l’operato, ma devono capire che è necessario per poter crescere ancora”.
Su Rousseau la discussione degli iscritti per formulare le proposte di riforma è partita la settimana scorsa, ma “non tutti capiscono il motivo per cui abbiamo deciso di muoverci in questa direzione”. C’è chi propone di eliminare il vincolo del doppio mandato per i consiglieri comunali, senza permettergli di approdare in Parlamento, e “non ha senso. La volontà di togliere il vincolo è dettata dalla necessità di costruire nei territori una classe dirigente e poi portarla in Regione, in Parlamento o a Bruxelles. Non di farla marcire lì”, spiega.
“I primi veri effetti di questa riforma del Movimento si vedranno nel 2020”, e nel frattempo, riflette Bugani, “se non possiamo vincere, forse non dovremmo presentarci. Poteva avere un senso inserire dei consiglieri regionali di rottura, come facevamo un tempo. Ma adesso è diverso, siamo al governo, e presentarci solo per partecipare non ha più senso”.
(da agenzie)
argomento: Costume | Commenta »
Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
I NOMI DI DONNARUMMA E LANZALONE NELLE TELEFONATE PARNASI-MEZZACAPO SUL BUSINESS PARK
Dopo Luca Alfredo Lanzalone, ex presidente di Acea in quota 5 Stelle, trema un altro super
dirigente della Multiutility Capitolina.
Si tratta dell’amministratore delegato, Stefano Donnarumma, che — dopo essere stato perquisito nei giorni scorsi — ora sarà iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di corruzione.
La stessa contestazione per la quale tre giorni fa è finito in manette l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina, Marcello De Vito.
Ed era stato proprio l’ormai ex grillino a caldeggiare la nomina di Donnarumma in Acea.
L’inchiesta è quella dei carabinieri del Nucleo Investigativo, coordinata dalla procura, sul nuovo stadio della Roma calcio. In particolare – secondo quanto filtra da ambienti investigativi – l’indagine riguarderebbe il progetto di spostamento della sede di Acea dalla storica struttura di via Ostiense al «Business Park», adiacente al futuro stadio, tanto voluto dal costruttore romano, Luca Parnasi.
Ed era stato proprio l’imprenditore, arrestato lo scorso 13 giugno, a definire in una chat con l’avvocato, Camillo Mezzacapo, il «Business Park» come: l’affare «più grande».
Proprio nei messaggi WhatsApp, tra il costruttore e Mezzacapo, spunta fuori il nome di Donnarumma definito: «un caro amico». I due, subito dopo, si accordano per «una cena insieme», utile per dialogare sull’affare «Acea». Parnasi e Mezzacapo, intercettati dai carabinieri nel marzo 2018, gongolano.
«La cosa più importante è il progetto Acea – spiega il costruttore – da quello che dice Lanzalone, e anche Donnarumma…». «C’è un consenso, c’è un consenso!» aggiunge Mezzacapo. E Parnasi: «Allora qui… lo stadio. Bisogna farlo molto bene! Acea diventa il trader principale del progetto, e diventa una società che ha importanza. Però su questo tema è importante che venga coinvolta anche la sindaca». Ma, ben più della Raggi, l’avvocato Mezzacapo coinvolge De Vito.
«Abbiamo chiamato il nostro amico per farlo intervenire con forza», dice al telefono rassicurando Parnasi sull’intervento dell’ormai ex presidente del Consiglio Comunale. In merito Acea fa sapere che «mai un Consiglio di amministrazione ha esaminato o discusso di un qualsivoglia documento o piano per spostare la direzione generale sui terreni di Parnasi». Intanto De Vito, in carcere da tre giorni, farà ricorso al tribunale della Libertà .
«Faremo ricorso al Riesame. E solamente successivamente il mio cliente chiederà di essere ascoltato dai magistrati», spiega il legale di De Vito, l’avvocato Angelo Di Lorenzo.
«De Vito sta bene — aggiunge — e non vede l’ora di chiarire la sua posizione». Le indagini dei carabinieri, coordinate dall’aggiunto Paolo Ielo e dai pm Luigia Spinelli e Barbara Zuin, intanto vanno avanti.
Ieri fino a tarda sera sono state ascoltate come persone informate sui fatti due consigliere dei 5 Stelle: si tratta della presidente della Commissione Urbanistica, Donatella Iorio, e quella della Commissione Lavori Pubblici, Alessandra Agnello. Le audizioni sono legate al fatto che le Commissioni si sono occupate di alcuni progetti al centro della indagine, tra cui proprio il nuovo stadio della Roma. In base a quanto si apprende, inoltre, è stata interrogata anche Gabriella Raggi, indagata nel procedimento, e capo segreteria dell’assessorato capitolino all’Urbanistica.
(da “La Stampa”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SI APRIRA’ IL 19 GIUGNO, RISCHIA DA 1000 A 5000 EURO DI MULTA
Si aprirà il 19 giugno il processo a Torino per il leader leghista, Matteo Salvini, accusato di vilipendio all’ordine giudiziario. Il vicepremier e ministro dell’Interno nel febbraio 2016, durante un comizio a Collegno, aveva pronunciato frasi ritenute offensive nei confronti della magistratura italiana. L’udienza è stata fissata alle ore 13.30 nell’aula 85: il pm titolare dell’inchiesta, Emilio Gatti, ha ottenuto dal tribunale la data per l’udienza preliminare.
La storia dell’indagine nei confronti di Matteo Salvini va raccontata: l’allora procuratore di Torino Armando Spataro aveva chiesto a gran voce l’autorizzazione a procedere che serve per questo tipo di reati al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dopo aver rivelato di averla sollecitata anche al suo predecessore Andrea Orlando che però non aveva mai risposto alle richieste.
Bonafede aveva dato l’ok ai procedimenti nei confronti di Salvini e di Vittorio Di Battista, padre di Alessandro.
Nei confronti di Salvini si parla delle frasi pronunciate dal segretario della Lega Nord nel febbraio 2016: «Qualcuno usa gli stronzi che mal amministrano la giustizia. Se so che qualcuno, nella Lega, sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel c… e a sbatterlo fuori — aveva detto Salvini -. Ma Edoardo Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana che è un cancro da estirpare. Si preoccupi piuttosto della mafia e della camorra, che sono arrivate fino al Nord”.
Salvini si riferiva all’indagine sulla Rimborsopoli ligure che vedeva l’allora l’assessore del Carroccio, che oggi è sottosegretario ai Trasporti, tra i rinviati a giudizio.
Il reato è previsto dall’articolo 290 del codice penale. Il reato è punito con una multa che varia tra i mille e i 5mila euro. Il PM Emilio Gatti ha notificato qualche mese fa a Salvini l’avviso di conclusione indagini, che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
Spiegò all’epoca La Stampa che per la citazione diretta in giudizio c’era bisogno dell’autorizzazione rilasciata dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede comunicata agli uffici giudiziari di Torino il 9 ottobre 2018 in ossequio all’articolo 313 del codice penale, senza la quale le accuse sarebbero andate incontro a un’inevitabile — nel senso di obbligatoria — archiviazione.
A questo proposito c’è da ricordare che il precedente ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nonostante tre sollecitazioni, non abbia mai risposto ad Armando Spataro. Nel frattempo sono passati due anni.
Salvini rischia ora la condanna al pagamento di una multa da mille a 5 mila euro. Alla citazione diretta in giudizio che la procura dovrebbe emettere a breve potrebbe seguire la fissazione di udienza in Sesta Sezione Penale.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL “MANETTARO” SUI SOCIAL AVEVA DEFINITO UN’EX ATTIVISTA M5S “DONNA DI SCARSA MORALITA’”
E adesso si faccia processare, si rimangi il gesto delle manette e ripensi alla sua parabola
politica, da militante della Rete e ammiratore di Caponnetto a grillino che sostiene un governo reazionario che infierisce suoi più deboli, nega quasi sempre la protezione umanitaria e non si fa processare quando la magistratura accusa gli abusi di potere
Nonostante la richiesta di archiviazione del Pm, il Gip del Tribunale di Catania, Giuseppina Montuori, ha disposto l’imputazione coatta per il senatore M5S Mario Michele Giarrusso, denunciato per diffamazione da una ex attivista grillina, Debora Borgese di Valverde
La donna, redattrice, blogger e speaker radiofonica, aveva denunciato il senatore grillino – reso celebre anche dal gesto delle manette verso i senatori dem che lo stavano contestando fuori dell’Aula della Giunta per le Immunità a Sant’Ivo alla Sapienza- per alcuni post su Facebook nei quali Giarrusso, secondo Borsese, aveva usato espressioni diffamanti, tra queste la definizione di ‘madame Pompadour’, pur senza mai mettere nero sul bianco il cognome della donna, ma ciononostante, secondo la blogger, facilmente riconducibili alla sua persona.
E proprio per l’assenza delle generalità della donna, il pm aveva avanzato richiesta di archiviazione.
Ma per il Gip, si legge nelle carte, “le numerose espressioni utilizzate da Giarrusso nei vari post pubblicati, sia lette singolarmente che nel loro insieme, conducono inevitabilmente alla identificazione certa del bersaglio, trattandosi tra l’altro di personaggio dotato di una certa rilevanza mediatica in quanto con connotazioni politiche e funzioni amministrative, tanto che siffatti post sono stati commentati da terzi che hanno perfettamente compreso l’identità della Borgese; in secondo luogo, esse sono certamente offensive e diffamatorie in quanto descrivono Borgese come soggetto dalla scarsa moralità e da cui necessita per vari motivi stare lontani. A ciò si aggiunge – rimarca ancora il Gip – che trattasi di soggetti di rilievo pubblico, con tanti seguaci social di varia natura e i cui post hanno quindi una notevole diffusione e rilevanza”.
Con queste motivazioni, il Gip ha dunque disposto l’imputazione coatta per Giarrusso per il reato di diffamazione.
(da Globalist)
argomento: Giustizia | Commenta »
Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA CONFERENZA SULLE DIFFERENZE DI GENERE SI TRASFORMA IN UN RING, SALA MEZZA VUOTA, MA VIENE IMPEDITO AI CITTADINI CONTRARI DI ENTRARE, ARRIVA IL REPARTO MOBILE IN ASSETTO ANTISOMMOSSA
Fin da un’ora prima della conferenza «Donne e Uomini, solo stereotipi di genere o bellezza della differenza?», nello spazio di fronte al palazzo della Provincia arrivano diversi cittadini. Ci sono anche Paolo Ghezzi e il segretario Cgil Franco Ianeselli, venuto per coordinare la manifestazione alla soppressione dei corsi per l’educazione alle differenze di genere e poi decisosi a entrare per seguire la conferenza.
Una partecipazione insolita a un evento dal titolo provocatorio e un finale imprevisto, che ha avuto come protagonisti i cittadini e le forze dell’ordine in uno scontro acceso. Cinque i feriti e severe le critiche dei cittadini.
La regione Friuli ha dato il patrocinio al Congresso delle Famiglie di Verona. E il presidente Massimiliano Fedriga ha già detto che parteciperà .
La Provincia di Trento per ora non ha preso una decisione. «Il programma del congresso rispecchia la nostra visione – commenta Fugatti –. Ma ancora non abbiamo discusso sul patrocinio. È molto probabile che partecipi, ma definiremo presto anche questo dettaglio».
Intanto, la politica provinciale non sembra certo prendere le distanze dal messaggio che verrà veicolato nella manifestazione veronese. Lo sforzo del Congresso di Verona di schierarsi dalla parte della famiglia naturale va a braccetto con la tematica no-gender su cui si sono confrontati ieri in Piazza Dante Emiliano Lambiase, Maria Cristina del Poggetto e Maristella Paiar. Un confronto voluto dagli assessori Bisesti e Segnana.
La sala prenotata per l’evento aveva una capienza di 60 posti, di cui 20 riservati ai consiglieri provinciali. Nella piazza, però, ce ne sono già un’ottantina che chiedono di entrare.
A ridosso dell’inizio della conferenza, vengono fatte entrare una trentina di persone. Il sospetto che ci fossero dei contestatori ha creato scompiglio. La sala non si riempie del tutto, ma fuori viene dato l’ordine di non fare entrare più nessuno.
«Non pensavamo che questo appuntamento avrebbe riscosso così tanto successo», si giustifica Bisesti. Ma per qualcuno è una scusa. È da questa decisione che scatta la protesta. Una quarantina di cittadini rimasti fuori tenta di entrare dall’ingresso sul retro. Arrivano nel corridoio e chiedono di passare per assistere alla conferenza. I cittadini vengono bloccati dalle forze dell’ordine, pochi per contenere una situazione che probabilmente non si aspettavano.
Comincia quindi la contestazione, a cui si aggiungono altre persone uscite dalla sala (lasciando nei propri posti messaggi di critica). Slogan, qualche cartello di protesta, lamentele contro la soppressione dei corsi sulle differenze di genere e critica nei confronti di Bisesti e Segnana.
Nell’assembramento ci sono studenti, universitari, docenti, insegnanti, lavoratori, cittadini. Un insieme di persone che poco dopo gli scontri il consigliere Claudio Cia definirà su Facebook «democratici di merda». Un’espressione che fa infuriare Ghezzi e Ianeselli.
Mentre la conferenza continua, arrivano i rinforzi per garantire sicurezza, con l’arma dei carabinieri, alcuni in tenuta anti sommossa, la polizia di stato e la guardia di finanza. Le urla di protesta rimbombano, ma i relatori continuano a parlare. «È un evento pubblico, abbiamo diritto di entrare»
gridano. Arriva l’ordine di evacuare. Una ventina di membri delle forze dell’ordine comincia a spingere con forza la folla. Le prime file non si arrendono alla pressione e cercano di restare nel corridoio. Qualcuno cade, altri vengono strattonati per essere condotti verso l’uscita. Nelle facce di chi è riuscito a sfilarsi dal gruppo c’è un senso di incredulità misto a rabbia. Molti sono stati strattonati, pressati dalla calca, finiti contro un muro. Cinque feriti, seppur lievemente.
C’è subito chi indica l’episodio come un affronto alla democrazia. «Caricare è stato un pretesto. Volevamo partecipare ad una conferenza in uno spazio pubblico. Invece è bastato protestare per vedere usare i manganelli», dice indignata Cristina, insegnante. I contestatori vengono forzati a lasciare l’edificio. Una cinquantina aspettano l’uscita degli assessori.
Mentre Segnana e gli ospiti optano per la porta sul retro, Bisesti sceglie di uscire su Piazza Dante, accompagnato da una schiera di forze dell’ordine.
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
DOPO UNA FEROCE BATTAGLIA, CADE L’ULTIMA ROCCAFORTE DELLO STATO ISLAMICO IN SIRIA
Dopo Kobane, Raqqa e adesso Baghouz.
I combattenti curdo-siriani delle Ypg e Ypj – odiati e bombardati da Erdogan – hanno annunciato di aver liberato la roccaforte di Baghouz, l’ultima area del Paese che era rimasta sotto il controllo dell’Isis. Mustafa Bali, portavoce della milizia, ha twittato che “Baghouz è libera e abbiamo ottenuto la vittoria militare contro il Califfato”.
Bali ha quindi sottolineato che l’Isis, che era riuscito a espandersi negli anni scorsi fino a conquistare buona parte del Paese e del confinante Iraq, è ora completamente sradicato.
Le Forze democratiche siriane, però, continueranno “a combattere contro i rimasugli dei gruppi estremisti finchè anche questi non saranno completamente eliminati”
“In questo giorno particolare – ha concluso il portavoce – commemoriamo le migliaia di martiri i cui sforzi hanno reso possibile la vittoria”. Le forze a guida curda hanno già issato bandiere gialle a Baghuz per celebrare la vittoria.
Ma lo Stato Islamico non è stato del tutto sconfitto. E’ pronto a tornare sotto altre vesti, a cominciare dal terrorismo
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile
SI E’ APPARTATO TRE ORE CON LUI IN UNA SALETTA RISERVATA… VERDINI E’ IL PRESIDENTE DEL RAMO EDITORIA DI TOSINVEST, LA SOCIETA’ CHE EDITA LIBERO, IL TEMPO, IL CORRIERE DELL’UMBRIA, DI SIENA, DI AREZZO, DI VITERBO E DI RIETI
Si è preso una legislatura sabbatica, sta collezionando condanne pesanti in primo e secondo grado, ma non smette di sedere a tavola con chi comanda.
Denis Verdini continua a essere una sorta di attrazione per chi arriva al vertice del potere: lo è stato per Silvio Berlusconi, poi per Matteo Renzi.
Ora che è fuori dal Parlamento, ha catturato l’interesse di Matteo Salvini. Il leader della Lega è stato avvistato nei giorni scorsi al ristorante PaStation, in piazza di Campo Marzio a Roma, praticamente a due passi da Montecitorio.
Nell’ultima settimana ci è tornato tre volte: l’ultima mercoledì 20 marzo, cioè il giorno in cui al Senato si votava sull’autorizzazione a procedere per il caso Diciotti. Dopo aver parlato a Palazzo Madama, il ministro accusato di sequestro di persona ha deciso di andare a mangiare un piatto di pasta, specialità del ristorante in Campo Marzio.
Quello, però, non è solo un posto comodo da raggiungere a piedi perchè nel cuore della Capitale. È soprattutto il locale che ha tra i suoi proprietari — tra gli altri — Tommaso Verdini, figlio di Denis. Molto alla moda, specializzato in primo piatti, il primo esperimento di PaStation Verdini junior lo fa nella sua Firenze in società Aldo Gucci, rampollo della famiglia leader nel mondo della moda.
Gli affari devono essere andati bene ed ecco che il ristorante ha aperto una sede anche a Roma.
Dove si fa vedere spesso anche il padre del proprietario: Denis Verdini. È con lui che Salvini si è appartato per oltre tre ore nella saletta riservata.
A tavola anche Francesca Verdini, figlia dell’inventore del Patto del Nazareno e sorella del padrone del ristorante. Secondo il Corriere della Sera Francesca aveva espresso da tempo al padre il desiderio di conoscere di persona il leader leghista.
Per Dagospia, invece, il legame tra la figlia di Verdini e Salvini sarebbe già più stretto: tra i due ci sarebbe una relazione sentimentale. Non è un caso che la ragazza è tra le appena 47 persone seguite su Instagram dal leader del Carroccio.
Gossip a parte, però, una è la domanda che si fanno nella Capitale: di che parlano Salvini e Verdini, inteso come Denis?
Di sicuro, a tavola con il massimo esponente delle Larghe Intese l’alleato del M5s ha parlato di politica. Ma non solo. Sul tavolo anche un altro argomento caro a Verdini e Salvini: i giornali.
Dopo la fine della sua carriera da tessitore occulto di tele e alleanze politiche a Palazzo Madama, l’ex senatore è stato nominato dall’amico Antonio Angelucci presidente del ramo editoria della finanziaria Tosinvest, l’azienda di famiglia che edita Libero, Il Tempo, il Corriere dell’Umbria, di Siena, di Arezzo, di Viterbo e di Rieti. “Vede a me non piacciono nè gioco nè donne, mi piace la puzza del giornale e la sera non mi addormento senza leggere la Nazione”, raccontava l’ex senatore al suo avvocato.
Una confidenza che il legale ha ripetuto in un’aula di tribunale durante il processo sul Giornale della Toscana. Un’avventura finita con una condanna in primo grado a 5 anni e mezzo di reclusione per la bancarotta fraudolenta della Società toscana di Edizioni. Solo l’ultima tegola giudiziaria per l’ex leader di Ala che lo scorso luglio è stato condannato in appello a 6 anni e 10 mesi per il crack della banca Credito cooperativo fiorentino.
Chissà che a tavola non si sia parlato anche di giustizia. D’altra parte Salvini non ha mai smesso di essere alleato di Silvio Berlusconi. Che di Verdini non ha mai smesso di essere il dominus. O meglio “il Cesare“, come lo chiamavano gli indagati dell’inchiesta sulla P3. Dove Verdini è stato assolto.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume | Commenta »
Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LE PROTESTE DEI VIGILI DEL FUOCO LO AVEVANO FATTO DESISTERE, MA IN BASILICATA IL TRAVESTITO PIU’ NOTO D’ITALIA TORNA SUL PALCOSCENICO
Aveva detto, meno di quindici giorni fa, che non avrebbe indossato la divisa dei Vigili del
Fuoco, perchè altrimenti «gli rompevano le palle».
Matteo Salvini lo aveva detto in occasione dell’ottantesimo anniversario dei pompieri. Oggi, però, in tour elettorale in Basilicata, non ha resistito al richiamo del caschetto.
Lo ha indossato entrando nella zona rossa di Pomarico, in provincia di Matera, paese colpito da una frana devastante che ha distrutto diverse abitazioni.
Matteo Salvini ha indossato il casco dei Vigili del Fuoco, perchè è stato accompagnato nella zona rossa proprio da alcuni rappresentanti di questo corpo speciale.
Tuttavia, gli altri politici che erano insieme a lui — tra questi anche il sindaco della cittadina — hanno indossato un semplice casco giallo o bianco, di quelli che si usano normalmente nei cantieri.
Soltanto Salvini ha fatto eccezione e ha indossato il casco dei Vigili del Fuoco.
Scelta non insolita, dunque, ma azzardata: soltanto qualche giorno fa, alcuni rappresentanti del sindacato dei Vigili del Fuoco si erano resi protagonisti di una protesta clamorosa. Costantino Saporito (segretario dell’Usb Vigili del Fuoco), che aveva denunciato Matteo Salvini per l’utilizzo delle divise della polizia, dei vigili del fuoco e di altri corpi speciali, aveva occupato il Viminale in segno di dissenso rispetto all’operato del ministro dell’Interno.
Ora, la scelta di Matteo Salvini — come al solito documentata ampiamente sui social network — è destinata a scatenare altre polemiche sul tema.
Dopo la denuncia di Costantino Saporito, infatti, Salvini aveva fatto un uso molto più moderato delle divise. Qualcuno aveva addirittura parlato della metamorfosi dell’abbigliamento del ministro dell’Interno, che ultimamente ha preferito giacca e cravatta alle tradizionali felpe e divise.
(da TPI”)
argomento: Costume | Commenta »
Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile
NIENTE GARA SOTTO I 350.000 EURO, TOLTO IL LIMITE PER IL SUBAPPALTO, ELIMINATA LA NORMA CHE IMPEDIVA IL CARTELLO DI IMPRESE, ABOLIZIONE DELL’ALBO DEL DIRETTORE DEI LAVORI
Silvio Berlusconi ha un giudizio troppo severo nei confronti del governo Lega-MoVimento 5 Stelle: non solo per il condono edilizio mascherato che ancora non è legge, ma anche per una serie di norme contenute nel provvedimento che somigliano pericolosamente a quelle dei governi di Lega e Forza Italia.
Giorgio Meletti sul Fatto le ha elencate oggi, partendo da quella che elimina l’obbligo di gara per lavori al di sotto della soglia dei 350mila euro. C’è da dire che in preparazione si parlava di limite di 5 milioni, ma anche così non è male.
Poi c’è la questione del subappalto. Si parlava dell’eliminazione del tetto del 30% sull’importo dei valori, che poi è caduta dall’impianto generale ma vale ancora per i consorzi:
Il codice 2016 vietava di subappaltare lavori oltre il 30% ad aziende che partecipavano al consorzio vincitore della gara.
Limite che ora viene tolto, dando così mano libera alle aziende più forti per contrattare sconti sui lavori (manodopera e materiali) con le imprese più deboli purchè inserite nei consorzi.
Viene eliminata anche una norma pensata per evitare i cartelli tra imprese: chi perde una gara potrà di nuovo ottenere lavori in subappalto dal vincitore, con il rischio concreto che le gare vengano di fatto falsate da un meccanismo che permette poi di spartirsi la torta a valle.
C’è poi l’incentivazione del criterio del massimo ribasso, istituito con la legge Merloni nel 1994: per gli appalti fino a 5 milioni di euro il criterio viene privilegiato rispetto a quello dell’Offerta Economicamente più Vantaggiosa istituito per evitare le varianti che fanno lievitare i costi.
Il più grande passo indietro è però l’abolizione dell’albo dei direttori dei lavori e dei collaudatori.
Si torna così ai tempi della Legge Obiettivo del governo Berlusconi, definita “criminogena” da Raffaele Cantone, in cui il general contractor, affidatario dell’opera, si sceglie queste figure eliminando le barriere tra controllori e controllati.
Dulcis in fundo, il decreto istituisce dei super commissari con l’obiettivo di sveltirei lavori. La Lega ne vuole solo uno per tutte le opere; M5S è contrario perchè di fatto esautorerebbe il ministro Danilo Toninelli.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »