Febbraio 16th, 2022 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA A UNA MAMMA
Nella tarda serata di ieri la Corte costituzionale ha giudicato inammissibile il quesito da
sottoporre a referendum che proponeva l’”Abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente)”.
La decisione è arrivata perché i giudici hanno ritenuto che, a seguito dell’abrogazione “non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.
“Il cammino verso la legalizzazione dell’eutanasia non si ferma”, ha commentato dopo il pronunciamento dei giudici l’Associazione Luca Coscioni. “La cancellazione dello strumento referendario da parte della Corte costituzionale renderà il cammino più lungo e tortuoso, per molte persone ciò significherà un carico aggiuntivo di sofferenza. Ma la strada è segnata”.
Parole che possono rappresentare un parziale conforto per chi sperava nell’esito positivo della consultazione popolare per chiedere una fine dignitosa alla propria vita avvolta ormai da gravi sofferenze o per auspicarla ai propri cari.
È il caso – tra tantissimi – di Sabrina Bassi, mamma di due uomini malati di Sla fin da piccoli.
“Chi ha preso questa decisione non deve avere idea di che cosa sia la sofferenza, quella vera”, dice in un’intervista al Corriere della Sera. Carlo e Marco, 38 e 34 anni, hanno già dato disposizioni anticipate sulle loro intenzioni nell’eventualità di un ulteriore aggravamento delle loro condizioni: “Non vogliono la tracheotomia. Non vogliono in alcun modo venire attaccati ad una macchina per vivere come dei vegetali. Quando sarà il momento rifiuteranno la macchina e moriranno o per soffocamento o, mi auguro, dopo una sedazione”.
“Mi dispiace davvero molto – prosegue la donna – perché sono sempre più convinta che chi ha scritto questa sentenza non ha idea di cosa siano le persone deboli e vulnerabili che non hanno più una vita degna di essere vissuta. Vorrei capire se su quindici giudici almeno uno si è opposto a questo giudizio”. E ancora: “Vorrei che qualche giudice della Consulta venisse a casa mia a vedere come si vive”.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2022 Riccardo Fucile
“PER IPOCRISIA SI CONTINUERA’ PROCURARE SOFFERENZE”
L’amarezza per una battaglia persa, la consapevolezza di una guerra ancora lunga da combattere. Dopo la dichiarazione di inammissibilità del referendum da parte della Consulta Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, non nasconde la delusione.
Per lui che ha accompagnato Fabiano Antonini a morire in Svizzera, che è stato processato per aiuto al suicidio e assolto «perché il fatto non sussiste», è un duro colpo. La vigilia aleggiavano pensieri foschi – «ho letto i retroscena, sono in allarme» – la decisione dei giudici è pesante.
«Questa per noi è una brutta notizia. È una brutta notizia per coloro che subiscono e dovranno subire sofferenze ancora più a lungo. Una brutta notizia per la democrazia», afferma. «Il cammino sulla legalizzazione dell’eutanasia non si ferma, proseguiremo su strade diverse, abbiamo altri strumenti a disposizione. Come con Piergiorgio Welby e Dj Fabio. Andremo avanti con la disobbedienza civile, faremo ricorsi. Eutanasia legale contro eutanasia clandestina».
Cosa sarebbe cambiato con il referendum?
«Oggi in Italia si possono compiere alcune scelte in materia di fine vita: interrompere terapie, fare testamento biologico, ricorre alla morte volontaria nell’ambito delle condizioni previste dalla Corte costituzionale. Come nel caso di Mario, marchigiano, tetraplegico immobilizzato da dieci anni, che è la prima persona ad aver ricevuto il via libera al suicidio assistito nel nostro Paese.
La sentenza 242/2019 della Consulta sulla vicenda di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, pur aprendo a determinate condizioni a una procedura lecita nell’ambito del suicidio assistito, permette a una persona di procurarsi la morte assistita solo in modo autonomo. Ma se il malato non vuole procedere da solo o non può, a causa di una malattia totalmente inabilitante, resta escluso da questo diritto.
Obiettivo del referendum era dare alle persone la libertà di potere scegliere fino alla fine e quindi anche di non dovere subire condizioni di sofferenza insopportabile. Invece, al contrario di ciò che avviene in Spagna, Olanda, Belgio e Lussemburgo, per morire in Italia non si può essere aiutati da un’altra persona: l’omicidio del consenziente prevede condanne fino a quindici anni di carcere».
Altro punto centrale della consultazione popolare era l’eliminazione delle disparità tra malati sul fine vita.
«I malati oncologici terminali, per esempio, ne sono esclusi. Il referendum avrebbe superato questa discriminazione, che è il risultato dell’inerzia del parlamento perché con la trasmissione degli atti da parte della Corte d’Assise di Milano nel 2018 la Corte costituzionale ha potuto esprimersi solo su quali pazienti possano essere aiutati a morire.La materia era pertinenza della politica, ma nonostante le numerose sollecitazioni da parte della Consulta non è stato fatto nulla».
Quante firme avete raccolto?
«Un milione e 240 mila. Non solo: dai sondaggi degli ultimi anni emerge la necessità di una regolamentazione dell’eutanasia. Una mobilitazione massiccia che non sarebbe stata possibile se ormai nella società italiana il tema non fosse cosi presente e radicato, perché fa parte del vissuto delle persone. Nei nostri incontri non dovevamo nemmeno spiegare i motivi del referendum, chi ci ascoltava già conosceva i tormenti di un malato senza speranza».
In quanti vi chiedono aiuto?
«Solo alla nostra associazione due o tre malati al giorno, me ne faccio carico personalmente per non creare problemi legali a nessun altro. Ma è solo la punta dell’iceberg».
(da il Messaggero)
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Febbraio 16th, 2022 Riccardo Fucile
L’EUTANASIA VIENE PRATICATA CON NOTEVOLE FREQUENZA NELL’OSCURITÀ DELLE CORSIE DEGLI OSPEDALI, NELLA RISERVATEZZA DELLE CAMERE DA LETTO E NEL CLIMA EQUIVOCO E COMPLICE DELLE RESIDENZE PER ANZIANI
La sentenza della Corte Costituzionale, per la vecchia e immarcescibile “eterogenesi dei
fini” certamente non voluta dai membri della Consulta, produrrà, pressoché fatalmente, l’effetto di incentivare l’eutanasia clandestina, quella assai diffusa nella “zona grigia” tra pietà umana e interessi inconfessabili, tra atteggiamento compassionevole e abbandono terapeutico.
Perché questa è la realtà molto spesso taciuta o rimossa: l’eutanasia viene praticata con notevole frequenza nell’oscurità delle corsie degli ospedali, nella riservatezza delle camere da letto e nel clima equivoco e complice delle residenze per anziani.
E può manifestarsi nel gesto doloroso di un uomo, pur dotato di risorse e privilegi, come Mario Monicelli, che si lascia cadere da una finestra del quinto piano di una clinica romana; o nell’atto notturno di chi priva del sostegno vitale un malato terminale.
E, invece, l’eventuale esito positivo del referendum avrebbe potuto sortire l’effetto di indurre, infine, a legiferare: a normare, cioè, la materia del fine vita, fissando limiti e vincoli, condizioni e deroghe. Oltretutto, la pronuncia di inammissibilità offrirà un potente pretesto, quasi ne avesse bisogno, a un ceto politico pusillanime per rinviare, differire e procrastinare.
Il risultato è la conferma di un vuoto legislativo, nel quale si riprodurranno illegalità e sofferenza, insensata ostinazione terapeutica e crudele prolungamento artificiale di vite ormai svuotate di significato e di dignità. Va detto, inoltre, che la Corte Costituzionale, nel mentre è chiamata a formulare un giudizio sulla ammissibilità del referendum, sembra entrare pienamente nel merito dello stesso, come si deduce dalla lettura del suo comunicato.
Vi si afferma, infatti, che in caso di abrogazione, anche parziale, dell’articolo 579 del codice penale, “non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”. Qui si possono sollevare due dubbi. Il primo è che, se pure così fosse, quello sarebbe eventualmente la conseguenza di un referendum che ottenesse la maggioranza dei consensi.
Ma la Corte è chiamata a valutare se siano state rispettate le condizioni che rendono il referendum ammissibile, e non a sindacare presunti vizi di incostituzionalità della futura normativa di risulta.
E l’articolo 75 indica tre soli motivi espliciti di esclusione, che qui non ricorrono in alcun modo. Certo, nel corso degli anni la giurisprudenza della Consulta ha aggiunto limitazioni legate a criteri di omogeneità e semplicità, ragionevolezza e idoneità a conseguire il fine perseguito.
Requisiti rispettati dal quesito sull’omicidio del consenziente, ma che si prestano a interpretazioni più ampie e discrezionali, alle quali evidentemente i giudici della Consulta hanno fatto ricorso per decretarne l’inammissibilità. Ed ecco il secondo, e ancora più robusto, dubbio.
Il quesito e l’eventuale sua approvazione non avrebbero in alcun modo cancellato e nemmeno intaccato o incrinato quel comma tre dello stesso articolo 579 del codice penale che considera comunque omicidio quello attuato nei confronti del consenziente che sia “persona minore degli anni diciotto, inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti”.
O, ancora, l’omicidio di persona il cui consenso sia stato “estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno”. Come si vede, anche nel caso di vittoria del sì, quelle “persone deboli e vulnerabili” di cui parla il comunicato della Consulta sarebbero state tutelate e sottratte a una fine non voluta. Mentre, dopo la sentenza della Corte, non siamo affatto sicuri che, nel perpetuarsi di una colpevole carenza legislativa e nell’impossibilità di ricorrere al voto popolare, quelle stesse persone fragili saranno, d’ora in poi, maggiormente protette.
(da “la Stampa”)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VARA LA RIFORMA DELLE CONCESSIONI IN UN SETTORE DOVE DUE TERZI FRODANO IL FISCO PUR PAGANDO CANONI IRRISORI… IL TESTO E’ TROPPO VAGO,,, LA PALLA DELLE MULTINAZIONALI STRANIERE CHE VOGLIONO SPECULARE SULLE NOSTRE SPIAGGE (MAI QUANTO GLI SPECULATORI ITALIANI HANNO FATTO FINO AD OGGI)
La riforma delle concessioni balneari, unico punto all’ordine del giorno del consiglio dei ministri, riceve il via libera all’unanimità. La riunione però non è stata priva di momenti di tensioni: iniziata alle 17.20, è stata interrotta per circa tre quarti d’ora: una sospensione tecnica per permettere ai partiti di valutare il testo. Poco prima delle ore 19 è arrivato l’ok da parte di tutti i ministri agli emendamenti al ddl concorrenza che introducono la riforma, prevedendo la messa a gara dal primo gennaio 2024.
Dopo il via libera del Cdm, è intervenuto il senatore Gian Marco Centinaio, sottosegretario Mipaaf e capo dipartimento Turismo e Agricoltura del Carroccio: ” “Il testo è migliorato rispetto alla proposta iniziale, grazie all’accoglimento di alcune nostre proposte. Ora siamo già al lavoro, anche con le associazioni del settore, per cambiare e migliorare il testo in Parlamento
M5s: “Siamo soddisfatti, stop ai privilegi”
Tra chi aveva chiesto la sospensione della riunione c’è stato anche il Movimento 5 Stelle, secondo cui l’impianto complessivo è “soddisfacente” perché le gare sarebbero “formalmente” sbloccate. Importante, è il ragionamento, aver tutelato le aziende familiari e aver inserito la clausola occupazionale.
“Ci siamo battuti per un principio sacrosanto: le spiagge e gli arenili sono beni pubblici e come tali vanno trattati. Per questo siamo soddisfatti per il testo uscito oggi dal Consiglio dei ministri”, scrivono in una nota le deputate e i deputati del Movimento 5 stelle in commissione Politiche Ue.
“A schierarsi contro qualsiasi principio costituzionale e a tale sentenza, non può che esserci una destra pronta a flirtare con le lobby e a tutelare i privilegi dei pochi a scapito dei cittadini e degli imprenditori onesti. Ma adesso basta propaganda e si lavori subito sui decreti attuativi”, sottolineano i deputati M5s.
Pd: “Sintesi ragionevole tra interessi differenti”
“Positivo l’equilibrio individuato dal governo sulle concessioni balneari, che sarà oggetto di valutazione da parte del Parlamento”, commenta Piero De Luca, vicecapogruppo del Pd alla Camera. “Come da noi sostenuto da tempo, è il momento di aprire una fase nuova di riorganizzazione del settore. L’accordo raggiunto dal governo realizza dunque, a nostro avviso, una sintesi ragionevole tra i differenti, legittimi, interessi in campo. Adesso spetta al Parlamento dare il proprio contributo con serietà e senso di responsabilità, senza più bandierine ideologiche, per dare certezza ad un comparto così importante per il Paese”, conclude De Luca.
“Lascia perplessi e genera sgomento l’atteggiamento di chi, fino a ieri, si professava contrario alla direttiva Bolkestein e oggi, invece, si accoda a questa assurda decisone dell’esecutivo”, dichiara il responsabile nazionale Dipartimento Turismo di FdI, Gianluca Caramanna, con un chiaro riferimento alla Lega.
La reazione delle associazioni
“Con questo atteggiamento non è l’Europa che ci dice di fare qualcosa, ma è il governo italiano che ci sta mandando in pasto all’Europa e sta aprendo le porte agli investitori stranieri” attacca Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari Italia aderente a Federturismo Confindustria. “Il governo ha fatto delle proposte emendative senza averle condivise e ragionate con noi associazioni di categoria, un modo di fare del tutto singolare tenuto nella segretezza e questo è già significativo di come vengano trattate le questioni in questo esecutivo. Siamo stati chiamati a partecipare a tre riunioni che sono state dei monologhi in cui abbiamo spiegato perché non si deve applicare la normativa in Italia ma risposte non ce ne sono state date“, aggiunge Licordari
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL NOME SARA’ EXIT
Simone Di Stefano lascia CasaPound e fonda un suo movimento che si chiamerà “Exit”. La
rottura è stata ufficializzata alcuni giorni fa.
Prima un tweet del diretto interessato che recitava: “Per libera e sofferta scelta, il mio percorso politico con CasaPound Italia termina oggi. Non tornerò mai più sull’argomento e non c’è necessità di discutere le motivazioni, che sono pochissime ed esclusivamente di natura politica”.
Poi la replica durissima di CasaPound, che accusa Di Stefano di opportunismo e di inseguire solo interessi personali: “Il nostro obiettivo non sarà mai quello di scendere a compromessi e rinunciare a ciò che abbiamo scelto di essere per riuscire ad accedere a poltrone di un Parlamento dove non passa più nessuna decisione strategica per la nostra nazione, al solo scopo di conquistare degli scranni da dove esercitare una minuscola porzione di potere che ci verrebbe concessa barattando il nostro spirito rivoluzionario.Queste sono le uniche motivazioni politiche che hanno portato alcuni ad abbandonare il nostro movimento e percorrere altre strade”.
A ottobre era invece arrivata la notizia dell’espulsione di Davide Di Stefano, fratello di Simone e anche lui storico dirigente della sigla di estrema destra.
Da mesi i rapporti tra il volto più noto al pubblico del movimento e il presidente e capo carismatico Gianluca Iannone erano in crisi, come in crisi appariva da tempo CasaPound dopo le batoste elettorali e il ban da Facebook .
E l’ultimo scontro – ora reso evidente dall’epilogo – nella guerra fratricida nel più importante movimento neofascista italiano, è stato sul posizionamento rispetto alle piazze no green pass e no vax.
Da una parte chi voleva candidarsi a rappresentare quelle piazze convinto della necessità di starci dentro a pieno (Simone Di Stefano), dall’altra il gruppo di Iannone che ha scelto di privilegiare il profilo soggettivo e identitario, senza mischiarsi con le magmatiche piazze no vax e no green pass, ma soprattutto senza prendere una posizione netta sul tema dei vaccini.
Insomma non a tutti è piaciuto vedere i cugini e concorrenti di Forza Nuova conquistarsi la scena dopo anni di oblio.
Dalla sua Iannone ha la cassa economica del gruppo e i suoi fedelissimi nelle posizioni chiave, oltre all’aurea del capo carismatico, dentro un’organizzazione che non ammette dialettica interna tanto meno congressi in cui confrontarsi con il voto degli iscritti.
Dopo mesi di emarginazione la strada per Di Stefano era solo una: andarsene. Che continuasse a fare politica non era però scontato, ma oggi è arrivato l’annuncio del lancio di Exit, il suo movimento su posizioni chiaramente no vax e no green pass. Ecco la prima uscita pubblica su Twitter: “Giorno della Vergogna oggi, ma anche giorno dell’orgoglio. L’orgoglio di milioni di italiani che disprezzano questa infamia. Anche i vaccinati sotto ricatto e i vaccinati con convinzione che odiano il GreenPass, oggi sono uniti al fianco dei non vaccinati esclusi dal lavoro”.
(da Fanpage)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
”POI LO SCHIAFFO DEI MANCATI RISTORI”
I medici dicono basta: “Carichi di lavoro insostenibili, mancanza di tutele, burocrazia aberrante e non ultimo il mancato indennizzo alle famiglie dei colleghi deceduti per Covid”.
Con queste motivazioni le organizzazioni sindacali Smi e Simet hanno indetto lo sciopero per tutti i medici dell’area convenzionata, con la chiusura degli ambulatori l’1 e 2 marzo e hanno convocato una manifestazione a Roma il 2 marzo dalle ore 9 al ministero della Salute.
Una protesta che arriva dopo due anni di pandemia, durante i quali i medici hanno combattuto il Covid in prima linea, ma hanno anche denunciato i turni massacranti, la mancanza di personale e le altre carenze strutturali della sanità pubblica.
Al termine della quarta ondata, nulla è cambiato: “Il malessere della categoria è palpabile – spiega la nota dei sindacati – il nostro sciopero, in definitiva, ha lo scopo di salvare i medici per salvare il Servizio Sanitario Pubblico“.
Al malessere per le condizioni di lavoro si sono aggiunte la rabbia e la frustrazione per la mancata approvazione da parte del Senato del provvedimento che prevedeva i ristori per le famiglie dei 369 medici morti di Covid. “Uno schiaffo, da parte dello Stato, soprattutto agli orfani di quei medici”, commentano i sindacati.
“Scioperiamo – continuano le due sigle – perché rivendichiamo, come tutti gli altri lavoratori, tutele concrete quali ferie, maternità, malattia“.
Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, a fine 2021 il personale attivo in area medica aveva accumulato oltre 5 milioni di giornate di ferie arretrate e 10 milioni di straordinario, stando a un sondaggio realizzato da Anaao-Assomed. Inoltre, “reclamiamo tutele certe in materie di sostegno ad handicap e sostituzioni per poter fruire del meritato riposo, nonché politiche serie sulle pari opportunità“.
Un punto su cui Smi (sindacato medici italiani) e Simet (sindacato italiano medici del territorio) si soffermano: “In questa pandemia, che ha travolto il mondo – scrivono – sono le donne medico che hanno pagato il prezzo più alto. Il diritto al lavoro si deve coniugare al diritto alla vita familiare e personale“.
Come medici, si legge ancora nella nota, “vogliamo riappropriarci del nostro ruolo e della nostra dignità professionale per poter curare al meglio i pazienti che a noi si sono affidati. In questo senso siamo impegnati a garantire a tutti i cittadini parità di accesso e immediate risposte in rapporto ad uguali bisogni di salute”.
“Scioperiamo – prosegue il comunicato – perché vi è la necessità che vi siano più medici sul territorio: ad oggi nel nostro Paese sono più di tre milioni i cittadini senza medico di famiglia“. È uno di quei fronti che erano emersi già durante la prima ondata, quando – come denunciato da ilfattoquotidiano.it – il Covid aveva travolto quella che doveva essere la prima trincea contro la diffusione del contagio. Prima isolata e impoverita, poi invocata per arginare future tragedie, la medicina territoriale non ha funzionato perché i medici di famiglia sono stati lasciati soli senza protezioni e con pochi poteri, così come gli operatori dell’assistenza domiciliare.
La carenza di personale, come denunciano ancora i sindacati, è diffusa: “Le postazioni di guardia medica o vengono chiuse o accorpate“, mentre “le ambulanze del 118 sono senza medico a bordo”. “Vogliamo che i giovani medici siano attratti da questa professione, che oggi disertano al pari dei vecchi che si prepensionano – scrivono le due sigle – È ormai ineludibile l’istituzione di un corso di specializzazione in medicina generale“. Sono gli effetti di un modello che – soprattutto in alcune Regioni – ha messo al centro le eccellenze degli ospedali, aperto ai privati sullo stesso piano del pubblico. “Vogliamo dire basta alla strisciante privatizzazione della medicina generale. Il nostro sciopero, in definitiva, ha lo scopo di salvare i medici per salvare il Servizio Sanitario Pubblico. Chiediamo ai cittadini di essere al nostro fianco“, concludono i sindacati.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“HO PERSO ENTRAMBI I GENITORI E MIO SUOCERO PER IL COVID, VERGOGNOSO PARLARE DI MONTATURA“… MOLTI PARENTI HANNO QUERELATO IL GIORNALISTA DI LIBERO
“In quelle bare che il signor Montesano dice che sono finte c’era su la mia mamma. Quel
dolore unico e infinito ce l’ha chi ha patito quella situazione, non purtroppo chi l’ha vista da fuori”.
Così uno dei famigliari delle vittime del Covid della Bergamasca risponde a Tommaso Montesano, il giornalista di “Libero” (ora sospeso) e figlio dell’attore no-vax Enrico che la scorsa settimana ha pubblicato un tweet negazionista equiparando le immagini dei camion dell’Esercito carichi di bare nel marzo 2020 a un finto comunicato delle Brigate rosse relativo al sequestro Moro.
“Purtroppo non era una sceneggiata, in una di quelle tantissime bare c’era mia mamma – dice a Fanpage.it Diego Federici -. Sembra che ci siamo inventati tutto, che non è successo niente, che è tutto passato e quello che si è visto due anni fa era tutta una montatura per tenerci a casa. Purtroppo per chi l’ha vissuto, in quelle scene c’erano pezzi di cuore”.
I “pezzi di cuore” di cui parla Diego sono la madre Ida e il padre Renato, entrambi di Martinengo, e il papà della sua ragazza Sara, Armando Invernizzi. Quest’ultimo è stato tra le prime vittime del Covid nella Bergamasca, mentre i genitori di Diego sono morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra. “Il 18 marzo hanno cominciato a stare male, sono arrivate prima un’autoambulanza e poi l’altra. Quel giorno lì è stato l’ultima volta che li ho visti che ho sentito la loro voce e ho potuto stare con loro”. Il papà di Diego è morto il 21 marzo, la madre la sera del 25.
“Dopo che la mamma è morta abbiamo avuto le onoranze funebri che hanno seguito la sua salma fino a Bologna, dove l’han portata i camion militari e dove è stata cremata”, racconta Diego, che spiega di non aver potuto nemmeno fare il riconoscimento della salma e ricorda così quei giorni di marzo 2020, il momento più drammatico della prima ondata del Coronavirus: “Era una cosa allucinante: nel silenzio totale si sentivano soltanto ambulanze e campane da morto. Certi paesi hanno smesso di suonare le campane da morto perché era troppo straziante”.
“Le bare di Bergamo stanno al Covid19 come il lago della Duchessa sta al sequestro Moro”, recitava il tweet di Montesano. Parole che hanno suscitato un’indignazione pressoché unanime e trasversale: “È stato un tweet denotato e connotato dalla totale mancanza di rispetto delle vittime e dei famigliari che hanno subìto lutti strazianti”, dice a Fanpage.it Consuelo Locati, avvocato che rappresenta alcuni famigliari delle vittime di Coronavirus della Bergamasca.
“Sono indignata, non a caso ho depositato una querela per diffamazione aggravata della memoria delle persone che non ci sono più. Mio padre era su uno di quei camion dell’Esercito”. Anche il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, subito dopo il tweet ha annunciato una querela per conto del Comune.
“Un tweet di questo tipo è stato un atto che ha tolto un’altra volta dignità a quei corpi accatastati a cui già era stata negata la dignità di una sepoltura”, prosegue l’avvocato Locati. Tra quei corpi c’era anche quello di suo padre Vincenzo, morto il 27 marzo 2020 e la cui salma è stata trasportata al forno crematorio di Firenze con uno dei camion dell’Esercito, guidato con grande dignità dai militari. La circostanza di non aver potuto salutare per l’ultima volta i propri cari provoca ulteriore dolore ai famigliari delle vittime: “Il fatto di non averli più visti è un dolore che avremo per sempre”, spiega Diego, che sulla vicenda del tweet negazionista conclude così: “Non si scherza e non si gioca col dolore altrui, mai, in nessun caso. Far passare la nostra tragedia – e per nostra intendo non solo quella mia personale, ma nazionale e mondiale – per qualcosa di inventato penso sia qualcosa di meschino e molto molto stupido”.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
I PM LO ACCUSANO DI ESSERSI INTASCATO 120MILA EURO CHE ERANO NELLE CASSE DEL CENTRO BENESSERE CHE E’ SOTTOPOSTA A PROCEDURA DI FALLIMENTO DA PARTE DEL TRIBUNALE
È incappato in nuovi guai con la giustizia Hermes Ferrari, il 51enne di Scandiano, Reggio Emilia, titolari di due locali, uno a Reggio e il secondo a Modena, conosciuto anche come lo «sciamano» di Montecitorio per il cappello da bufalo da Jake Angeli, complottista di QAnon, e la faccia pitturata da tricolore, con cui aveva partecipato a Roma alle prime proteste dei ristoratori contro le chiusure imposte dal governo per contenere la pandemia
A suo carico ora c’è un procedimento per bancarotta aperto dalla procura di Modena che lo accusa di aver distratto, di aver fatto suoi, 120mila euro che erano nelle casse del centro benessere della città, che ha gestito per circa cinque anni prima di darsi al mondo della ristorazione. Un’attività, quella del centro benessere, naufragata, sottoposta a procedura di fallimento da parte del tribunale.
Ferrari aveva già fatto parlare di sé all’epoca delle protese a Montecitorio, quindi, a giugno dell’anno scorso, quando al Fidenza Village (Parma) nel corso di un’accesa discussione con una guardia giurata sull’uso della mascherina e l’obbligo di indossarla all’aperto, aveva aggredito con una testata un cliente del fashion district con il quale aveva avuto un diverbio.
Allora si era guadagnato una denuncia per l’aggressione e per il mancato rispetto delle disposizioni anti Covid e pure un foglio di via della durata di tre anni che gli impedisce di rimettere piede a Fidenza per il periodo stabilito. A ottobre scorso invece era stato «salvato» dalla prescrizione al termine di un processo che lo vedeva sul banco degli imputati per una rissa che si era verificata dieci anni prima all’ufficio postale di Sassuolo (Modena).
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2022 Riccardo Fucile
DA POLITICO A VIROLOGO E PURE AD EMATOLOGO
Figuraccia di fronte allo studio e ai telespettatori di Agorà per Lucio Malan, senatore di
Fratelli d’Italia che nella puntata di questa mattina, oltre che virologo, ha provato ad improvvisarsi anche ematologo.
Dopo aver litigato con la giornalista Claudia Fusani, colpevole – secondo il parlamentare – di averlo interrotto, la conduttrice Luisella Costamagna gli ha concesso finalmente la parola. Occasione che lui ha sfruttato per fare un collegamento totalmente antiscientifico che ha fatto sobbalzare tutti i presenti: “Mi danno del bugiardo, quando interrompono hanno ragione loro, quando interrompiamo noi siamo brutti e cattivi. Stavo dicendo, questo Green Pass che impedisce alle persone di lavorare per le loro scelte mediche è talmente razionale che tutte queste persone non possono salire sull’autobus, sul treno, entrare in un negozio, lavorare – articolo 1 della Costituzione italiana – ma il loro sangue è ritenuto perfettamente idoneo per fare una trasfusione a qualunque dei presenti, che immagino siano tutti vaccinati”.
Per criticare la misura entrata in vigore da oggi, che introduce l’obbligo di Super Green Pass (e non del Green Pass semplice, come dice Malan) per tutti i lavoratori over 50, il senatore di Fratelli d’Italia tira in ballo la purezza del sangue.
“Non mi tiri fuori la questione delle trasfusioni col sangue dei non vaccinati, per cortesia”, lo ammonisce immediatamente la conduttrice riferendosi alla vicenda che ha visto protagonista una coppia di no vax che per le trasfusioni durante l’operazione del figlio all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna aveva chiesto soltanto “sangue di persone non vaccinate”.
“No io non parlo di chi vuole il sangue dei non vaccinati – risponde Malan – io dico che il Ministero della Salute ha chiarito che i non vaccinati possono tranquillamente donare il sangue, non per buttarlo via ma per usarlo”.
A questo punto lo studio sobbalza, Matteo Bassetti si porta le mani al volto per la rassegnazione, mentre il direttore di Libero Alessandro Sallusti ride per non piangere: “Il sangue, ma cosa c’entra il sangue”.
“Visto che l’Aids si trasmette per via sessuale…”, prova a imbastire un nuovo discorso Malan, che però si rende conto di essere deriso da tutti e desiste: “Capisco che ho toccato un tema problematico, siete in cinque e continuate a interrompermi, bravi, quanto siete democratici. La verità però è più forte”.
(da NetQuotidiano)
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