Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE DEL RIESAME DI GENOVA NON POTEVA DECIDERE DIVERSAMENTE PER ESIGENZE ISTRUTTORIE
La richiesta di riesame degli arresti domiciliari inflitti a Giovanni Toti è stata respinta dal Tribunale del Riesame di Genova. Non poteva essere diversamente perché le esigenze istruttorie e l’elevata possibilità che l’indagato, una volta restituito alle sue funzioni, possa inquinare le prove formano una diga nei confronti delle memorie difensive del “governatore” che definiremmo “poetiche”, nel senso indicato da Pietro Metastasio che “del poeta il fin è la meraviglia”.
Il riferimento alla “meraviglia” riguarda il parere, presumibilmente pro veritate, redatto dal professor Cassese e accluso alle difese.
Lo si è già sottolineato sul Fatto: secondo il noto docente, da un lato vi sono cittadini di serie A che, in virtù dell’investitura popolare, non vanno disturbati dai Pm e tanto meno ristretti in vinculis perché ciò contrasterebbe con la volontà degli elettori e non assicurerebbe buon andamento e continuità delle funzioni loro affidate e, dall’altro, cittadini di serie B, per i quali non valgono quelle esenzioni perché privi dell’investitura popolare e di elevate mansioni amministrative. La verità è che questa fantasiosa concezione, una via di mezzo tra la bieca reazione ante Rivoluzione francese e un populismo ossequioso verso il potente di turno, è stata suffragata da argomenti assolutamente inconsistenti.
Due sono le sentenze della Corte costituzionale richiamate dall’ex giudice dell’alto consesso per confortare le asserzioni sulla irragionevolezza della misura cautelare: la n. 230/2021 e la n. 183/1981. Nessuna di queste si adattava alle tesi prospettate. La pronuncia n. 230/2021 nega profili d’incostituzionalità di alcune disposizioni della legge Severino relative alla sospensione di diritto per amministratori locali condannati non in via definitiva per reati inerenti l’esercizio della funzione. La fattispecie non è in linea con la situazione processuale d’indagato del presidente Toti, a meno che non si intenda affermare che, mancando la condanna seppur non definitiva, all’ordinamento sarebbe impedito di frapporre impedimenti all’esercizio delle funzioni dell’amministratore indagato. Il che sarebbe francamente troppo anche per i giocolieri e fantasisti del diritto penale che compongono la maggioranza. La sentenza non poteva riferirsi al diverso caso dell’indagato, ma il principio ivi affermato era comunque assolutamente coerente con quanto ritenuto dal Gip genovese: per non far venir meno l’esigenza di tutela oggettiva dell’ente territoriale, si sottolinea la tutela “solo in misura limitata… alla protezione del rapporto di fiducia tra eletti ed elettori”. I profili di buon andamento e legalità, secondo quella decisione, vanno perciò valutati in concreto tenendo conto dei fatti oggetto d’imputazione e nel primario interesse dell’amministrazione a non subire attività contrarie alla legalità e alla liceità come quelle corruttive.
Assolutamente conforme è la sentenza n. 183/1981 che enuncia due principi perfettamente contrari a quelli invocati nel parere. Il primo è il doveroso richiamo al “principio di eguale soggezione di tutti i cittadini alla giurisdizione penale” (sul quale Cassese farebbe bene a meditare), il secondo conferma l’esigenza di mantenere una misura cautelare “quando sussistano specificate, inderogabili esigenze istruttorie o sia necessario impedire che il reato venga portato a conseguenze ulteriori”. Si aggiunge che, in quella sentenza, si riconosce la facoltà di misura cautelare nei confronti di un assessore regionale, cioè di un membro della Giunta, quindi anche di Toti. Resta il problema: due sentenze della Corte costituzionale, assolutamente univoche nel confermare la legittimità degli arresti domiciliari di Toti per esigenze istruttorie e per evitare inquinamenti delle prove, sono state presentate da un ex giudice costituzionale come recanti principi di segno opposto! Si tralasciano altri riferimenti difensivi o perché palesemente inconferenti come gli articoli 48 c. 3 (sul diritto di voto) e 51 c. 3 Cost. (sul diritto al mantenimento del posto di lavoro) o perché fondati su categorie astratte come il principio di non colpevolezza, di natura processuale, che va inverato nella vicenda concreta. I media “moderati” si scioglieranno in geremiadi per l’innocentissimo Toti, costretto a uno strano smart working, senza rilevare l’assoluta carenza di senso istituzionale dimostrata da quel soggetto: da due mesi l’innocentissimo tiene in scacco l’intera Regione per non distaccarsi dall’amata poltrona. Il che induce un’amara riflessione: solo in un Paese nel quale sta spegnendosi la visione democratica questo poteva accadere
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
CANCELLATE TREMILA CONDANNE DEFINITIVE, ANCHE QUELLE CHE COINVOLGONO I BOSS
Per capire la dannosità della cosiddetta riforma della giustizia vergata da Carlo
Nordio, il “magistrato-ministro” che pasteggia a champagne, bisogna fare un passo indietro. Bisogna andare a Salerno, in Campania, e raccontare una storia che chiarisce un dato: l’abolizione dell’abuso d’ufficio, bandiera del provvedimento, è un piacere ai colletti bianchi e un danno irreparabile per i senza potere, per chi non ha santi in paradiso. Non solo. Spiega anche altro, l’abuso d’ufficio non è reato spia, ma un elemento cardine di quel sistema di illegalità che diventa impalcatura su cui si edifica il crimine organizzato.
LA BOMBA E LA CASA
Al tribunale di Salerno è in corso un processo che mette sotto accusa l’impero monopolistico delle coop di Fiorenza Zoccola. I pm contestano affidamenti e proroghe per mantenere in vita le cooperative e costruire «il consenso per il consenso» nel regno di Vincenzo De Luca. Il presidente è uscito intonso dal procedimento penale. Chi invece è imputato è un consigliere regionale amico, si chiama Giovanni Savastano, detto Nino.
Cosa c’entra l’abuso d’ufficio in tutto questo? Bisogna tornare indietro nel tempo a un’altra vicenda giudiziaria. L’ascesa inarrestabile di Savastano inizia nel 2002, quando si inaugura l’eldorado delle coop e il tramonto di una politica locale, coraggiosa e stimata: Rosa Masullo, detta Rosellina.
Davanti all’ufficio di Masullo era stato piazzato un ordigno. Da assessora alla Casa aveva respinto intimidazioni e minacce e ordinato lo sgombero del boss D’Agostino che occupava una casa popolare senza averne i titoli. I collaboratori di giustizia che parlano con gli inquirenti riferiscono di un boss furioso che voleva colpire il figlio dell’assessora o incendiarle l’auto.
Poi decide per l’ordigno che per fortuna resta inesploso. Per quell’intimidazione viene condannato. In aula c’è solo Masullo, per un errore tecnico il comune di Salerno non si era costituito parte civile. Masullo viene presto accompagnata alla porta della politica che conta, al suo posto con la delega alle politiche sociali e all’emergenza abitativa arriva Nino Savastano. E la sua stella inizia a brillare.
Savastano aveva un’amicizia pesante proprio con D’Agostino, il boss sgomberato da Rosellina. Troppo amico, tanto da finire indagato, processato e poi assolto per il reato di concorso esterno in associazione camorristica. Chi lo ha assolto descrive di quei rapporti, i voti, i favori che però non provano la connivenza perché i D’Agostino erano «camorristi, ma anche i compagni di infanzia del Savastano cresciuto nel Rione Petrosino», scrive la giudice Dolores Zarone nella sentenza del 2008.
In realtà Savastano viene condannato, ma solo per il reato d’abuso d’ufficio. Proprio quello che viene cancellato dal ministro-magistrato Nordio con la menzogna che non serva a niente e niente abbia da spartire con i sistemi criminali mafiosi. La ragione della condanna è chiara e serve a spegnere la propaganda: Savastano (poi riabilitato) aveva fatto ottenere un alloggio popolare alla moglie di D’Agostino, il mandante dell’ordigno. Masullo fuori, Savastano dentro e il camorrista torna a casa. Questo è successo.
Se questa storia fosse avvenuta oggi, non ci sarebbe stata alcuna sanzione penale grazie al “libera tutti” di Nordio. Il ministro, mentre vergava il pasticcio giuridico, ha introdotto, per volere dell’Europa, un nuovo reato, una toppa peggiore del buco.
La norma sull’abuso d’ufficio prevedeva quattro condotte diverse, solo una è stata reintrodotta attraverso il peculato per distrazione, ma era quella meno ricorrente. Il caso in esame non sarebbe più punibile, anche perché la nuova fattispecie si riferisce unicamente ai beni mobili e non agli immobili, come denunciano diversi giuristi.
Questa riforma genera sacche di impunità, azzera la domanda di giustizia, un cittadino vittima dovrebbe rivolgersi al Tar con enorme dispendio di denaro, e cancella le 3.600 condanne già inflitte, si salveranno solo le pochissime rientranti nel peculato per distrazione. I casi di impuniti, però, non si fermano solo alle case restituite ai boss.
AMICI MIEI
Con l’abolizione dell’abuso d’ufficio si legalizzano i concorsi truccati, visto che la Suprema corte ha stabilito che in questi casi non si applica la turbativa d’asta, ma si lascia impunita anche l’assegnazione di posti ad amici e famigliari, con buona pace dello sbandierato merito.
Anno 2002, in provincia di Caserta, un ex sindaco è stato condannato in via definitiva per abuso d’ufficio. Cosa aveva fatto? Aveva assunto 75 persone, amiche di amici e di rappresentanti della pubblica amministrazione locale, senza rispettare le liste di collocamento e neanche le graduatorie, e senza nemmeno pretendere la presentazione della domanda di assunzione da parte degli aspiranti impiegati.
Un eldorado purtroppo rovinato dalla condanna. Oggi potrebbe farlo liberamente senza l’ansia dell’indagine penale. È la giustizia del ministro Nordio, il ministro che pasteggia a champagne e impunità.
(da editorialedomani.it)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
DALLA MALPENSA A PALERMO, POI NON LAMENTIAMOCI SE ALL’ESTERO CI CHIAMANO ANCORA MAFIOSI
Si potrà volare dall’aeroporto Silvio Berlusconi all’aeroporto Falcone e Borsellino. Da Milano Malpensa a Palermo si percorrerà quindi la distanza siderale che c’è tra chi ha sacrificato la vita per combattere la mafia e chi l’ha pagata per migliorare la propria.
L’aeroporto di Milano Malpensa è ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi. A stabilirlo è l’ordinanza di Enac, che ha effetto immediato, e che è stata commentata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini come una “grande soddisfazione”, con buona pace del suo antiberlusconismo dei suoi anni ruggenti. Il ministro è pronto a cambiare idea su tutto per la sua sopravvivenza politica.
A felicitarsi per l’aeroporto milanese intitolato a un pregiudicato (con condanna definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale) è stata anche la ministra al Turismo Daniela Santanchè, la stessa che disse “Silvio vede le donne solo orizzontali”.
Ora Silvio ha preso il volo. Salvini e Santanchè sono gli stessi che strepitano da anni contro il sindaco di Milano Beppe Sala perché “non si occupa delle priorità di Milano”.
Ora Milano è sistemata, quindi possiamo tutti volare tranquilli. Il berlusconiano Miccichè a suo tempo contestò l’intitolazione dell’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino perché, diceva, “così ci ricorderanno la mafia”. Ora ce la ricorda anche l’aeroporto di Milano. E la timidezza del Pd negli scorsi anni è stata il favoreggiamento culturale alla normalizzazione.
(da lanotiziagiornale.it)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
“NON ERA LA PIÙ FORTE MA HA SEMPRE AVUTO UNA DETERMINAZIONE UNICA”… I PRIMI ALLENAMENTI A BAGNI DI LUCCA, LA SVOLTA CON IL PASSAGGIO AL TENNIS CLUB FORTE DEI MARMI, LO STESSO DOVE È ISCRITTO SINNER, E LA MAMMA JACQUELINE, POLACCA DI ORIGINI GHANESI
Ore 17:30, dopo tre ore di gioco e dopo una partita in rimonta e di sofferenza,
Jasmine Paolini è la prima tennista italiana ad approdare alla finale di Wimbledon. Un’impresa storica, ancora più gigantesca se si considera che arriva a poco più di un mese dalla finale conquistata sulla terra rossa del Roland Garros a Parigi.
Jasmine ha sconfitto al terzo set- 6-2, 4-6, 7-6 – Donna Vekic, croata che non ha mollato fino all’ultimo scambio disponibile. Ma la caparbietà, la tenacia, la mentalità della ventottenne nata a Castelnuovo Garfagnana e cresciuta a Bagni di Lucca, hanno fatto la differenza. Del resto nella partita del centrale londinese c’è stato tutto il carattere di una bambina cresciuta con l’obiettivo di vincere un grande slam: «Roberto, io devo vincere Wimbledon», diceva una piccola Jasmine nel 2005 a Roberto Ragghianti, sparring partner dei talenti locali di Bagni di Lucca e del tennis club Mirafiume, il primo campetto della Paolini.
Da un lato i consigli dei maestri Marco Picchi, compianto, e Ivano Pieri, dall’altro la famiglia con babbo Ugo, lo zio Adriano che l’hanno avvicinata al tennis e mamma Jacqueline, polacca di origini ghanesi che ha sempre assecondato i suoi obiettivi sportivi. […] Il resto è stata passione e voglia: «Jas non era la più forte delle compagne che si allenavano con lei – ha raccontato Ragghianti a Repubblica qualche mese fa – ma ha sempre avuto una grande forza mentale, una determinazione unica». La stessa che le ha consentito di tenere la barra dritta quando la Vekic stava scappando nel terzo set, rimanendo aggrappata alla partita poi svoltata e vinta in quasi tre ore di gioco.
Riservata alla Sinner nella vita privata, del resto del suo tempo libero in Lucchesia si conosce il quartier generale extracampo, il bar Italia in piazza Ponte a Serraglio, lì dove Jasmine è cresciuta, assieme al fratellino William. Poi solo e soltanto tennis: dopo gli anni del Mirafiume la svolta è avvenuta con il passaggio al tennis club Forte Dei Marmi – lo stesso dove è iscritto Sinner- e con l’incontro con Renzo Furlan, ex grande tennista italiano, suo tecnico dapprima part time poi full time.
Adesso la speranza è di andare oltre la beffa di Parigi e la sconfitta con la Swiatek di qualche mese fa e di brindare con il trionfo. A sostenerla sabato pomeriggio ci sarà la sua cittadina di cinquemila abitanti e lo striscione a lei dedicato sul quel campo di terra rossa al Mirafiume dove tutto è iniziato: «Congratulazioni alla nostra Jasmine Paolini cresciuta su questi campi», recita la scritta. Giusto per rendere vera quella profezia del 2005 e dimostrare che sì, si può partire dai campi della provincia e si può vincere a Wimbledon.
(da La Repubblica)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
POTRA’ ARRIVARE FINO A 10 EURO A PERSONA
Dal prossimo anno, l’entrata a Venezia non costerà più soltanto 5 euro fissi, come previsto nel corso della fase sperimentale attuale. Il contributo sarà raddoppiato, con una tariffa di base intorno ai 3 euro per coloro che prenotano con anticipo, mentre potrà arrivare fino a 10 euro nei giorni di maggiore affluenza. Questa nuova regolamentazione mira a controllare e gestire il flusso turistico, spiega Michele Zuin, assessore al bilancio della città.
«È così che contiamo di scoraggiare gli arrivi. In questi primi giorni di sperimentazione grandi effetti disincentivanti non ci sono stati, è vero, ma non ce li aspettavamo nemmeno», commenta l’assessore. Ma con l’introduzione della tariffa massima da 10 euro nei giorni critici, l’amministrazione confida che i visitatori riflettano sui costi complessivi della loro visita a Venezia, comprensivi di trasporti e spese cittadine, e considerino di scegliere date meno affollate. «Bisogna mettere nella testa della gente che deve adeguare le sue disponibilità a quella dei luoghi: non vengo a Venezia quando ho le ferie, ma mi prendo le ferie quando è possibile venire a Venezia», chiosa Zuin a Il Gazzettino.
Come è andata la sperimentazione dei 5 euro
Per quanto riguarda gli introiti incassati finora nella fase sperimentale attuale, l’amministrazione comunale ha già rilevato un certo successo, con 425.270 visitatori paganti in soli 27 giorni, superando di gran lunga le previsioni di bilancio. «I paganti sono stati superiori alle aspettative. Una sorpresa positiva. Non tanto per il milione in più o in meno di incassi, ma perché è su questi numeri che contiamo di incidere con il ticket dal prossimo anno», osserva Zuin. La fase di sperimentazione attuale, stando a quanto riporta Zuin, ha anche confermato l’efficacia dei controlli e del sistema informatico, senza segnalazioni di problemi significativi. Il prossimo passo critico sarà stabilire questa soglia di presenze, al di sopra della quale scattare il contributo massimo. «Attualmente il massimo è fissato dalla legge e per aumentarlo servirebbe una modifica normativa specifica», precisa l’assessore. Tuttavia, nei prossimi mesi, l’amministrazione utilizzerà i dati raccolti per studiare più nel dettaglio questa soglia e finalizzare i preparativi entro la fine dell’anno.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
“INCAPACI DI VEICOLARE LE LORO IDEE IN MODO PACIFICO”, SONO 29 GLI INDAGATI
La polizia di Verona ha emesso sette misure cautelari per gli arresti domiciliari
nell’ambito di un’ampia attività di indagine che vede coinvolte, per diversi episodi di violenza, 29 persone che gravitano in ambienti di estrema destra.
Ai 29 indagati sono contestati, a vario titolo, i reati di lesioni, violenza privata, minacce, danneggiamento pluriaggravati e porto di oggetti atti ad offendere. Delle sette persone finite ai domiciliari, sei sono veronesi e uno è trentino. Tutti hanno tra i 19 e i 27 anni.
Tra gli episodi più significativi del filone d’indagine c’è l’aggressione in via Mazzini ai danni di un giovane, nel contesto della «lotta alle baby gang». Ma anche le violenze commesse ai danni di alcuni tifosi marocchini nelle fasi finali dei Mondiali di calcio in Qatar.
L’aggravante dell’odio razziale
Per alcune delle azioni finite nel mirino degli inquirenti, come l’episodio contro i tifosi del Marocco, il giudice ha riconosciuto l’aggravante della finalità d’odio e della discriminazione razziale. In quell’episodio, risalente al 2022, rimasero feriti diversi giovani marocchini. Un altro fatto contestato dalla procura è quanto accaduto nell’estate 2023 a margine della Festa in Rosso di Quinzano.
Fu fatta esplodere una bomba rudimentale e alcuni partecipanti furono aggrediti con bastoni e bottiglie di vetro. Dalle evidenze investigative acquisite dagli uomini della Digos, gli indagati sono stati ritenuti «incapaci di contenere i propri impulsi e veicolare le proprie idee in modo pacifico».
L’identificazione in Germania
Stando a quanto scrive l’agenzia Adnkronos, due delle persone finite agli arresti domiciliari erano state recentemente identificate tra i 67 tifosi italiani che lo scorso 15 giugno stavano per aggredire un gruppo di tifosi albanesi a Dortmund, in Germania, durante gli Europei di calcio. Le autorità tedesche rinvennero numerosi passamontagna, bombe carta e materiale atto ad offendere. Oltre alla militanza nell’estrema destra scaligera, molti degli indagati gravitano anche nel gruppo ultras «North Side» del Chievo Verona.
E i fatti in esame sono stati commessi nonostante alcuni degli indagati fossero già destinatari di misure di limitazione della libertà personale.
(da Open)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’UNITA’ MIGRANTI STAVA RIENTRANDO A CASA IN BICICLETTA: “MI HANNO COLPITO CON UNA SPRANGA E URLATO DI TORNARE NEL MIO PAESE”
“Questa non è la mia Pisa”. Ibrahima Dieng, originario del Senegal, da oltre 20 anni in Italia, è dispiaciuto e impaurito. È stato “minacciato, offeso con frasi razziste, schiaffeggiato”. È successo verso le 19:45 di martedì sera in via di Putignano a Pisa. “Avevo appena finito di lavorare”, racconta Ibra, 46 anni, biciclettaio storico del negozio Papini sul lungarno e presidente dell’Unità migranti di Pisa. Stava rientrando a casa proprio sulla sua due ruote.
“Avevo terminato, come sempre, intorno alle 19:30. Mio figlio non mi vedeva da una settimana perché era fuori. Così mi è venuto incontro. Mi sono fermato a salutarlo”. Succede tutto in un attimo.
“Ho sentito una botta sulla ruota della mia bici mentre io ero ancora in sella, mio figlio si trovava in piedi. Mi sono così girato e ho visto una macchina nera con un signore alla guida e una donna accanto”. D’istinto, Ibrahima chiede: “Ma che fai? Mi vuoi passare sopra?”. L’altro risponde di sì. “Mi ha detto – prosegue Ibrahima – ‘Certo non potete stare in mezzo alla strada, imbecille’. Quindi ha accelerato, a quel punto mi sono spostato e allontanato ribattendo ‘ma sei scemo? Mi vuoi ammazzare?’”. Ibrahima è già sconvolto, non gli è mai capitato niente di simile. L’uomo “è sceso dalla macchina e mi dato uno schiaffo urlando ‘nero di m…, venite a casa mia e rompete i c…’”.
Qualche vicino, però, sente le grida, si affaccia e capisce. In molti conoscono la famiglia Dieng. Ibra lavora da moltissimi anni a Pisa e, proprio grazie ai Papini, è riuscito a diventare regolare e ad avere un impiego fisso. Ora il suo obiettivo è sostenere il suo paese di origine inviando aiuti sanitari e non solo.
Il quartiere reagisce. Qualcuno comincia a riprendere la scena e proprio in uno dei video, ora in mano alla questura, si vede che l’uomo ha tra le dita una specie di bastone. “Era un pezzo di ferro – aggiunge il presidente dell’Unità migranti – Mi voleva picchiare, mi ha detto che mi avrebbe ritrovato e fatto del male, ma io ho chiamato la polizia”.
I vicini proseguono nelle riprese e urlano anche loro nel frattempo. Anche i parenti di Ibra sono colpiti e in ansia per quanto successo. “Hanno paura”. “L’uomo ha pure inveito contro la donna che aveva accanto, l’ha spinta e buttata a terra perché lei cercava di bloccarlo”. “In 23 anni che sono in Italia non ho mai vissuto una situazione del genere. Questa non è l’immagine di Pisa che conosco”, riflette il 46enne con tristezza. Ibrahima ha presentato denuncia alla polizia.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
NON SOLO TRAVAGLIO E LUCARELLI, E’ IL SEGRETARIO DEL SINDACATO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA IL TERZO SOGGETTO DA “FAR TACERE”
La terza persona che Chico Forti avrebbe chiesto di far “silenziare” tramite un
detenuto legato alla ‘ndrangheta, insieme a Marco Travaglio e Selvaggia Lucarelli, sarebbe Aldo Di Giacomo, il segretario generale dell’Spp (il sindacato della Polizia Penitenziaria). Il sindacalista nei mesi scorsi era più volte intervenuto sulla vicenda, lamentando il trattamento di favore ricevuto da Forti, un trattamento che avrebbe creato forti malumori tra gli stessi detenuti. “Io non sono mai stato contattato dalla procura di Verona – spiega Di Giacomo a Today.it – né formalmente, né informalmente. Il giornalista mi ha assicurato che la sua è una fonte certa ma non posso confermare”.
Ritiene però verosimile che il terzo nome possa essere il suo?
“Potrebbe anche essere, dato che ho scritto un sacco di cose contro Chico Forti, non perché ce l’abbia con lui, ma perché pensavo delle cose sul suo caso e le ho dette. Non sono state molte le persone che hanno detto e scritto contro di lui, io sono una di quelle. Voglio però aggiungere una cosa: se domani Chico Forti dovesse uscire dal carcere nessuno potrebbe gridare troppo allo scandalo perché in Italia, chi commette omicidi, solitamente dopo 26 anni esce, perché il sistema giudiziario italiano prevede questo. Per me lui è l’omicida per molte ragioni e lo dico con cognizione di causa perché mi sono letto tutte le carte. È uno che mistifica la realtà e ha più volte mentito, anche questo si legge dagli atti. Gli informatori della polizia americana sono dei professionisti e sono ritenuti attendibili. E uno di questi dice chiaramente che Forti gli chiese, previo pagamento, di trovare un sicario per uccidere l’avvocato. Questo è agli atti del processo, non lo dico io. La sua difesa si può riassumere con ‘ha detto bugie perché aveva paura’ e secondo me non è verosimile perché non ci sono elementi oggettivi che possano scagionarlo”.
È preoccupato?
“Assolutamente no. Non è quello il luogo in cui un detenuto può incontrare persone che in qualche modo possono creare problemi all’esterno. L’area in cui si trova è quella in cui ci sono gli “articoli 21″, quelli in cui l’amministrazione penitenziaria si adopera per assicurare ai detenuti un lavoro fuori o dentro gli istituti. Se mi avessero detto che aveva parlato con un detenuto al 41 bis… beh, lì mi sarei preoccupato un po’ di più. È come se uno va al giornalaio a chiedere se gli trova qualcuno perché vuole uccidere la moglie, lascia il tempo per trova. Quando mi hanno detto che forse ero io il terzo mi sono andato a informare, il carcerato in questione è condannato per truffa, non è mai stato accertato che abbia rapporti con alte sfere della mafia. Fosse stata una persona pericolosa, non lo avrebbe mai detto a nessuno; magari avrebbe dato un cazzotto a Chico Forti ma non avrebbe parlato. Nel carcere vigono regole ben precise e si sa bene chi è pericoloso e chi comanda”.
Lei ha più volte lamentato il trattamento di favore ricevuto da Chico Forti rispetto agli altri detenuti. Può spiegare cosa intende?
“Noi abbiamo 2.424 italiani detenuti all’estero, di cui 200 con pena lunga, dove per lunga si intende più di 10 anni. Lei ha mai sentito di un governo che si è mobilitato per uno di loro? Lei ha mai visto un presidente del Consiglio che va a prendere un detenuto che ha una condanna definitiva per omicidio non in un Paese qualsiasi, ma in Usa che – ci piaccia o no – è uno degli Stati più civili al mondo? Chico forti è condannato per omicidio e io penso che Giorgia Meloni non si sia neanche letta le carte, ma sarebbe ora che qualcuno le leggesse”.
“La premier lo ha accolto in aeroporto – spiega ancora Di Giacomo – dopodiché lo hanno portato a Verona dove è stato prima nel reparto infermeria, dove va chi sta male o chi ha commesso reati gravi come l’infanticidio ed è in attesa di una sistemazione, poi dove stanno gli “articoli 21″, che in sostanza è il luogo dove si arriva alla fine della carcerazione e ci sono i detenuti che in carcere vanno solo a dormire perché durante la giornata lavorano fuori; è l’anticamera della scarcerazione. E ancora: dopo due giorni gli è stata concessa un’intervista con Bruno Vespa, quando un detenuto normale deve attendere almeno quattro mesi per un’autorizzazione che non è detto che arrivi. Quando ancora non era arrivato in Italia, già era stata inoltrata la richiesta – subito accettata – per farlo andare a incontrare la madre: di media un detenuto che ha gravi problemi – ovvero un parente stretto che sta per morire – deve attendere 3 giorni in caso di decesso, altrimenti la media è 18 giorni. Lui l’ha ottenuta in due”.
“A Chico Forti è stata concessa un’intervista a Bruno Vespa in due giorni, mentre un normale detenuto può aspettare anche 4 mesi e non è detto che ottenga l’autorizzazione. Ha potuto vedere subito la madre, mentre l’attesa media, in caso di morte imminente o decesso del parente stretto, va dai 3 ai 18 giorni”
Così Aldo Di Giacomo, segretario generale dell’Spp, a Today.i
Insomma, pensa che Chico Forti uscirà presto dal carcere?
“In Italia chi è condannato per omicidio resta in carcere non meno di 22 anni, lui in Usa – dove non ha mai creato problemi per cattiva condotta – si è già fatto 25 anni. Quindi lui è sicuro di poter uscire presto, come tutti gli altri detenuti per reati analoghi. E non è assolutamente vero che l’Italia debba attenersi alle applicazioni degli altri Stati: in Italia si applica solo la legge italiana e lui ora è sotto la competenza del magistrato di sorveglianza, che potrebbe farlo uscire senza difficoltà. Quindi ribadisco: non ci sarà nulla di anomalo se Chico Forti uscirà dal carcere a breve, ma è fastidioso quello che è successo prima”.
(da Today.it)
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Luglio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE EUROPEA PARLA DELLA PATACCA SOVRANISTA COME SOLO ALLO STADIO DI “STUDIO/IDEA”
La Commissione europea “non è ancora a conoscenza di una decisione definitiva” da parte dell’Italia “per il ponte” sullo stretto di Messina, dunque “le mappe del regolamento Ten-t rivisto mostrano attualmente il progetto allo stadio di studio/idea”. Lo afferma la commissaria europea responsabile per i Trasporti, Adina Valean che spiega come solo la parte ferroviaria del ponte di Messina sarebbe ammissibile al cofinanziamento da parte Ue.
Ponte di Messina, tutto fermo. Dall’Italia non arrivano indicazioni, e la Commissione attende che il Paese sciolga riserve e faccia sapere come intende procedere. Bruxelles è pronta, per quello che può, a sostenere il progetto, al momento quasi senza risorse europee.
Allo stato attuale, spiega la commissaria uscente per i Trasporti, Adina Valean, l’esecutivo comunitario «non è ancora a conoscenza di una decisione definitiva per il ponte», e di conseguenza l’opera non è considerata né nella lista delle infrastrutture né all’interno delle mappe Ten-T, la grande rete strategica europea per mobilità e trasporti.
Quando si parla di Ponte sullo stretto di Messina, a oggi, questo risulta «stadio di “studio/idea”». Al netto di annunci e proclami si muove poco in Italia, troppo poco perché a livello comunitario si possa dare un contributo. La Commissione può cofinanziare studi utili a capire la fattibilità di opere ed, eventualmente, prepararne la costruzione.
Una disponibilità già offerta al governo, che potrebbe beneficiare di un contributo pari al 50% dei costi totali ammissibili per gli studi. Però, allo stato attuale, specifica ancora Valean, «solo la parte ferroviaria del ponte di Messina sarebbe ammissibile al cofinanziamento dell’Ue», e niente di più. Anche perché i fondi strutturali, destinati alle regioni attraverso le politiche per la coesione, sono già destinati per altro
A tutto questo si aggiunge un altro aspetto, tutto giuridico, su cui Valean vuole porre l’accento. L’accordo di partenariato 2021-2027 tra Italia e Unione europea individua come prioritari gli investimenti per la mobilità sostenibile in infrastrutture ferroviarie e limita gli investimenti in infrastrutture stradali alla riqualificazione selettiva delle strade di tipo secondario che collegano le aree interne.
In sintesi: priorità diverse da quelle sbandierate in Italia, fondi europei per le regioni non destinati al ponte, e un Paese che non scioglie le riserve. Tutti ostacoli a un ponte, quello di Messina, che resta sospeso.
(da La Stampa)
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