Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
HA SUBITO DALLA FOGNA SOVRANISTA ATTACCHI VERGOGNOSI, ORA TUTTI HANNO CAPITO CHE AVEVA RAGIONE LEI
Errare è umano, perseverare è diabolico. Specie quando, di fronte all’evidenza, si continua a distorcere la realtà. Era chiaro a tutti meno che al governo, d’altra parte, che il Protocollo Italia-Albania facesse acqua da tutte le parti. Ma non sono bastati la normativa europea, le sentenze della magistratura e gli allarmi dei costituzionalisti a fermare i giureconsulti dell’esecutivo.
Implacabili pure di fronte al verdetto della Corte Ue che ieri ha messo la pietra tombale sull’esperimento albanese costato quasi un miliardo di euro dei contribuenti italiani.
Soldi sprecati, a conti fatti, per alimentare la vorace macchina della propaganda sovranista. I giudici europei non hanno fatto che ribadire le conclusioni dei colleghi italiani. E cioè che la designazione di un Paese di origine “sicuro” deve poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo.
La Corte non esclude affatto che l’elenco dei Paesi sicuri possa essere redatto dal governo con un atto legislativo nazionale. Ma stabilisce che in questo elenco non possono essere ricompresi gli Stati che non assicurino una protezione sufficiente a tutta la popolazione. E questa verifica, su ricorso dell’interessato, non
può che essere demandata alla giurisdizione.
Se così non fosse, peraltro, nulla impedirebbe per assurdo ad un esecutivo di inserire nella lista dei Paesi sicuri, l’Ucraina o la Palestina – dove piovono bombe ogni giorno – sulla base di una discrezionalità politica che, qualora insindacabile, priverebbe il richiedente asilo di ogni tutela contro il potere amministrativo dello Stato.
Un’ovvietà che il nostro governo si rifiuta di accettare perfino ora che la Corte Ue l’ha ribadita. Finché le regole saranno quelle vigenti, i centri oltre Adriatico non “fun-zio-ne-ran-no”, a dispetto degli impegni presi da Meloni.
Era stata la giudice Apostolico a sconfessare per prima il modello Albania. Il trattamento riservatole dalle destre è cronaca di quei giorni. Ma c’è da scommettere che nessuno dal governo sentirà il bisogno di scusarsi per gli attacchi che le furono rivolti. Solo per aver fatto il suo lavoro. Un ottimo lavoro, a leggere la sentenza della Corte Ue.
(da lanotiziagiornale.it)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LE SPESE PER IL FESTIVAL E BUONA STAMPA DI GUIDO CASTELLI, NOMINATO DA MELONI… LA RICOSTRUZIONE NON SI VEDE
Un milione duecentosettantamila settecentottantaquattro. Lungo come un tram,
l’abbrivio narrativo del commissario alla ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del 2016 supera in agilità il milione in affidamenti diretti e sviluppa nel 2025 l’enorme tesoro della comunicazione pubblica per far fronte all’urgenza del momento.
Comunicare le cose non fatte da altri, le altre da chi ora è all’opera, le tante da fare ancora insieme ai successi e ai dolori, alle sconfitte e alle speranze di questo lungo cammino della ricostruzione nel quadrilatero dell’Italia centrale in quel prezioso tessuto urbano e rurale toccato dalla natura quasi dieci anni fa che cuce l’Abruzzo con il Lazio e le Marche con l’Umbria.
Guido Castelli, già sindaco di Ascoli Piceno e ora senatore di Fratelli d’Italia, quindi – per volere di Giorgia Meloni – capo della task force che deve riabilitare agli occhi della Nazione
l’area colpita dal sisma, ha deciso, dopo un avvio delle proprie attività in una relativa sordina, di darci dentro con la narrazione e ha prodotto, solo in quest’anno, un primo obiettivo: destinare 972 mila euro di propri fondi alla vasta prateria in cui si esercitano le relazioni pubbliche.
Oltre all’impegno di cassa di altri 297.800 euro a valere sui fondi del Dipartimento delle politiche giovanili di palazzo Chigi. Tutto concentrato, un po’ stipato ma, diciamolo, egregiamente misurato seguendo con pedante ossequio i dettami dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, su trasparenza e sviluppo orizzontale delle risorse: mai dare senza gara più di 140 mila euro a ciascuno, professionista o impresa.
Castelli, superando da questo punto di vista in scioltezza il budget di Matteo Ricci, il candidato del centrosinistra alla Regione chiamato a rendere conto dell’attività di comunicazione (troppo personalizzata, secondo l’accusa) al tempo in cui era sindaco di Pesaro, ha tenuto conto dei principi assoluti e ha affidato direttamente piccole somme, tutte non superiori ai 140 mila euro, il tetto oltre il quale è necessaria la gara. Così si è sviluppato un giro piuttosto armonioso di attività di uffici stampa (EtvMarche, tv privata, 70mila euro), giornali (su Il Giornale campagna per 60mila euro) siti web (Affari Italiani, solo 10mila), agenzie di stampa (25mila ciascuna a Italpress e AdnKronos, 18mila all’Ansa) per uno sviluppo editoriale di comunicazione integrata (sic!).
Più interessante e più ricca la versione poetico-letteraria della comunicazione commissariale. Il “Festival della restanza” che, lo
dice la parola stessa, è un richiamo a restare piuttosto che fuggire. Alla, ehm, coop Hobbit una prima volta 10.500 euro, una seconda volta 158 mila, Iva inclusa, una terza volta a Metaphora 139.800 euro.
Il commissario delle quattro regioni terremotate ha scelto solo le Marche per concentrare gli appuntamenti festivalieri, cosicché, per una sorprendente coincidenza, il tasso di effervescenza preelettorale si è coniugata a una sovrabbondante presenza di rappresentanti del governo, e tra questi, i Fratelli d’Italia maggiormente in vista, intenti anche a dare una mano all’amico di partito e presidente uscente della Regione Francesco Acquaroli, che le cronache politiche descrivono in ambasce per l’esito dello scontro elettorale. Cosicchè le elezioni regionali marchigiane sono state la pietanza appetitosa, sottofondo ridondante, della kermesse poetico-letteraria dell’attività ricostruttiva.
A oggi risultano 34.148 le domande di ricostruzione presentate, 22.483 approvate e finanziamenti in corso per 10 miliardi e 700 milioni con un sostanzioso avanzamento delle opere che però ancora scontano problemi locali per aggregazioni urbane indivise e case senza titoli legittimi di proprietà, quando i lavori sono stati sospesi per via di ditte fallite. Il costo finale, che le stime ritengono vicino ai 24 miliardi, è un esercizio a volte dentro il circuito fantasioso dell’immaginazione.
Lunedi prossimo, quando Giorgia Meloni sarà ad Amatrice ad inaugurare una bretella stradale, verificherà il vuoto tecnico di un paese che manca ancora di 4mila abitazioni pur contando
all’anagrafe solo 2.100 residenti (ma prima del sisma in estate si arrivava a 20mila presenze). Un paese svuotato, devitalizzato, ricco di seconde e terze case, ricchissimo di un fondo di 1 miliardo e 200 milioni che invece di farlo andare spedito lo tiene fermo, ingobbito sotto la montagna di soldi. Arquata (923 residenti che in estate arrivavano a 1.200) ha avuto ristori per 632 milioni e Camerino (5.962 abitanti) gode di un budget di 900 milioni. La ricostruzione allargata, enfatica, ha prodotto esigenze suppletive (ad Amatrice hanno affettato le croste rocciose, le pieghe delle montagne per fare spazio al cemento) creando così nuovi bisogni.
Con tanti soldi dunque fare tante cose, anche fuori scala, anche oltre le necessità. E così, mentre la gente lascia quei posti perché la ricostruzione langue, vi si edificano magnifiche realtà prossime alla fantascienza. Per mano di Stefano Boeri, noto per i grattacieli di Milano, la fondazione don Minozzi, struttura cattolica privata dedita all’accoglienza, ha ottenuto dallo Stato fondi per 54 milioni per edificare Casa Futuro: quattro enormi corti (civica, dell’accoglienza, delle arti, del silenzio) occuperanno 18mila metri quadrati dentro un bosco orizzontale urbano. Un’astronave – temiamo – così inutilmente grande da ottenere presto la classica dicitura di Cattedrale nel deserto. Amen.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
A MILANO SI INDAGA SULL’URBANISTICA CHE VA IN CIELO, IN SICILIA SU QUELLA CHE NON SI MUOVE
Se della bufera giudiziaria a Milano restano i grattacieli, la hybris dello skyline, quella in Sicilia – terremotando la politica – lascia le briciole unte del kebab. Sul sedile di un’auto blu presidenziale, manco a dirlo. I reati, sulla carta, si assomigliano: corruzione impropria, peculato d’uso e truffa. E’ l’ambizione che cambia. Non è infatti una questione penale. E nemmeno politica. Qui il problema è antropologico.
A Milano i magistrati indagano su assessori, immobiliaristi, planimetrie, metri cubi e skyline. La corruzione, se c’è stata, era finalizzata a costruire. A fare qualcosa.
L’indagine siciliana invece coinvolge sette persone, tra cui il presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno, con accuse che vanno dal peculato alla corruzione impropria. Il cuore del caso sono eventi come “Un Magico Natale”, “La Sicilia per le donne” e “Donna, economia e potere”, per i quali sarebbero stati promessi posti e incarichi retribuiti in cambio di contributi pubblici. Il tutto arricchito da sessanta viaggi con l’Audi A6 di servizio del presidente Galvagno per usi privati: spese, spostamenti per amici, parenti, collaboratori e snack interculturali – il kebab, appunto – con patatine fritte.
A voler essere maligni – o solo concreti – sarebbe stato quasi rassicurante se l’inchiesta siciliana avesse riguardato la corruzione per aver posato, che so, un pilone del Ponte sullo Stretto. Sempre un reato, ma almeno con un volume, un peso specifico, un tentativo di futuro. Invece niente: solo viaggi, eventi, inutili consulenze e spuntini sovvenzionati. Il paesaggio siciliano, nel frattempo, è bloccato su un’inquadratura fissa
Come se qualcuno avesse messo in pausa l’isola negli anni Ottanta e poi perso il telecomando. L’autostrada per Gela è l’unica al mondo che porta il nome di una città nella quale non arriva. Un’infrastruttura con la vocazione teatrale dell’incompiuto: parte, ma non conclude. Al punto che l’inchiesta di Palermo, a oggi, con i sessanta viaggi dell’Audi A6 del presidente dell’Assemblea regionale, di fatto ha prodotto uno dei pochi itinerari viabili della regione. Il resto non si muove neanche sotto indagine. Il centro direzionale di Catania è lì da vent’anni, vandalizzato e immobile, come una Pompei senza eruzione. Le terme di Sciacca stanno chiuse in attesa di un restauro che somiglia a una mummificazione idrica._
E insomma a Milano il possibile reato è verticale: grattacieli, skyline, planimetrie che si allungano come le ombre al tramonto. A Palermo è orizzontale: patatine fritte, sorelle da accompagnare, fondazioni che si autocelebrano in convegni con titoli da convention motivazionale. Sicché, come ben si capisce, tra il caso milanese e quello palermitano, la differenza più che penale è antropologica.
Beppe Sala siede con le gambe accavallate, circondato da piante tropicali, calzini arcobaleno e riviste di architettura. Galvagno ha il nodo della cravatta largo come un panino da Autogrill, lo smartphone sempre in mano, la portavoce che in un’intercettazione inaugura lo stile con un disinvolto: “Amore, iniziamo a fare lobby”. A Milano si discute con Boeri. A Palermo con il dj. Lì si manovra su cubicoli e volumetrie, qui su rimborsi e missioni. L’urbanistica lombarda sale verso il cielo,quella siciliana gira in tondo.
(da ilfoglio.it)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PER PAGARE I DIPENDENTI IN CONGEDO, COMPRESI I TFR E LE COMPENSAZIONI PER EVITARE SPESE LEGALI, L’OPERAZIONE È COSTATA PIÙ DI 20 MILIARDI DI DOLLARI. FACEVANO PRIMA A FARLI LAVORARE
Il governo sta pagando più di 154.000 dipendenti federali per non lavorare, nell’ambito
del programma di “dimissioni differite” dell’amministrazione Trump, secondo quanto riferito da due funzionari governativi.
La cifra, finora mai rivelata, riguarda lavoratori di decine di agenzie che hanno accettato, entro giugno, l’offerta del governo di continuare a ricevere lo stipendio fino al 30 settembre — fine
dell’anno fiscale — o fino alla fine del 2025, per poi lasciare volontariamente il posto, riducendo in modo significativo la dimensione di numerose agenzie, secondo quanto riportato da due funzionari dell’Office of Personnel Management (OPM) in condizione di anonimato.
Secondo questi funzionari, le buonuscite hanno accelerato in modo inedito il processo di riduzione del personale federale. Tuttavia, i critici sostengono che queste tattiche siano uno spreco, poiché i contribuenti stanno pagando decine di migliaia di dipendenti per non lavorare per mesi.
I due funzionari non hanno potuto indicare l’ammontare totale delle spese salariali per i dipendenti che si stanno dimettendo. I tempi delle buonuscite variano da agenzia ad agenzia; i lavoratori restano a libro paga finché sono in congedo e alcuni hanno ricevuto anche altri pagamenti attraverso programmi pensionistici. Nemmeno le previsioni sui risparmi futuri sono state fornite.
I dipendenti che si sono dimessi rappresentano circa il 6,7% della forza lavoro civile del governo, composta da 2,3 milioni di persone.
Secondo un rapporto diffuso giovedì dai Democratici del Sottocomitato Permanente d’Indagine del Senato, guidato dal senatore Richard Blumenthal (Connecticut), il governo avrebbe speso miliardi di dollari per pagare lavoratori in congedo, sia nell’ambito del programma di uscita volontaria sia per controversie legali legate a licenziamenti di massa. Blumenthal stima che l’operazione abbia avuto un costo complessivo di 21,7
miliardi di dollari.
I Democratici hanno chiesto agli ispettori generali delle agenzie di indagare sulle spese legate ai tagli promossi dal Dipartimento del Governo Esecutivo (DOGE), comprese quelle per i dipendenti rimasti inattivi.
Sebbene alcune agenzie abbiano divulgato i numeri dei dimissionari, la portata effettiva delle buonuscite è rimasta finora poco chiara. Un’inchiesta del Washington Post ha rilevato che 14 agenzie hanno perso oltre 105.000 dipendenti tramite uscite anticipate, ma i dati ufficiali dell’amministrazione indicano un numero ancora più elevato.
L’amministrazione e i Repubblicani che puntano a ridurre l’apparato statale sostengono che le agenzie siano gonfiate e necessitino di una cura dimagrante. Secondo loro, una volta che i lavoratori saranno ufficialmente fuori dai libri paga, i risparmi saranno significativi. Tuttavia, gli stipendi costituiscono solo una piccola parte del bilancio federale di quasi 7.000 miliardi di dollari, che va soprattutto in sanità e pensioni.
Secondo l’indagine di Blumenthal, il governo ha speso 14,7 miliardi per i lavoratori che hanno accettato le buonuscite (calcolando uno stipendio medio moltiplicato per circa 200.000 dimissionari) e altri 6,1 miliardi per chi è stato posto in congedo durante le cause legali. Altri 611 milioni sarebbero stati spesi per dipendenti del Dipartimento dell’Istruzione, CFPB, USAID e USAGM, coinvolti in vertenze legali prolungate.
“Questo rapporto è una condanna feroce delle false promesse del DOGE,” ha dichiarato Blumenthal. “Mentre l’amministrazione Trump taglia sanità, aiuti alimentari e servizi di emergenza in nome dell’efficienza, consente al DOGE di sprecare almeno 21,7 miliardi di dollari.
La nostra inchiesta ha dimostrato che il DOGE non è mai stato pensato per il risparmio. Chiedo agli ispettori generali di avviare una revisione approfondita delle azioni sconsiderate del DOGE.”
“Perché mi alzo dal letto?”
Alcuni dipendenti sono in congedo amministrativo sin dai primi giorni dell’amministrazione Trump.
Una donna sulla cinquantina, impiegata al Dipartimento dell’Istruzione da quasi 30 anni, ha detto che essere posta in congedo — senza possibilità di lavorare, ma continuando a essere pagata — è stato devastante: “Il mio lavoro è tutta la mia identità.”
Nonostante lo stipendio e l’assicurazione sanitaria federale ancora attiva, si sente persa e depressa: “A volte mi sveglio e penso: perché dovrei alzarmi oggi?” Il suo stipendio annuo supera i 130.000 dollari, e da quando è in congedo ha già maturato tre settimane di ferie
Altri, invece, sono felici della situazione.
Brian Griffin, ex esperto di marketing al Dipartimento dell’Agricoltura, avrebbe dovuto andare in pensione a dicembre. Ma quando l’amministrazione ha iniziato a minacciare licenziamenti e il ritorno in ufficio, ha accettato l’offerta di dimissioni differite. Da maggio è in congedo e continua a ricevere 132.000 dollari l’anno: “Solo uno sciocco avrebbe detto di no.”
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL CAPO DELL’INTELLIGENCE DEL PAESE OCEANICO, MIKE BURGESS, HA DEFINITO MOSCA UNA “MINACCIA SPIONISTICA AGGRESSIVA”, METTENDO IN GUARDIA DALLA CRESCENTE MINACCIA RAPPRESENTATA DALLE SPIE DI PUTIN E DA QUELLE CINESI
Il capo dell’intelligence australiana, Mike Burgess, ha definito la Russia una “minaccia spionistica aggressiva”, affermando che diversi ufficiali dell’intelligence legati a Mosca sono stati catturati ed espulsi negli ultimi anni.
In un discorso tenuto ieri sera Burgess ha messo in guardia dalla crescente minaccia rappresentata da Paesi stranieri come Russia e Cina. Il capo degli 007 australiani ha affermato che dal 2022 sono state smantellate 24 importanti operazioni di spionaggio, più di quelle degli otto anni precedenti messi insieme.
“Una nuova iterazione di competizione tra grandi potenze sta alimentando una fame insaziabile di vantaggio strategico e un appetito insaziabile di informazioni riservate”, ha affermato.
“La Russia rimane una minaccia spionistica persistente e aggressiva”, ha aggiunto Burgess, direttore generale dell’Australian Security Intelligence Organisation. Senza fornire dettagli, Burgess ha affermato che diverse spie russe sono state espulse dall’Australia negli ultimi anni.
Ha anche menzionato Cina e Iran come nazioni che cercano attivamente di rubare informazioni classificate. Ribadendo un allarme lanciato all’inizio di quest’anno, Burgess ha affermato che attori stranieri stavano prendendo di mira il nascente programma australiano che prevede di schierare sottomarini nucleari stealth nell’ambito di un patto con Stati Uniti e Gran Bretagna, noto come Aukus.
(da agenzie)
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