Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile
“SONO GLI UOMINI DI ALMASRI E TREBELSI A GESTIRE IL TRAFFICO DI MIGRANTI SULLA ROTTA DI SABRATHA. PIANTEDOSI PARLI CON LORO QUANDO LI INCONTRA E CIO’ ACCADE SPESSO”
Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, ha replicato così a
Piantedosi: “Non prendiamo lezioni sul soccorso in mare, la legalità e la lotta ai trafficanti di esseri umani da Piantedosi e da chiunque abbia liberato un criminale contro l’umanità come Almasri o sostenga la cosiddetta guardia costiera libica che spara contro le navi umanitarie”. “Innanzitutto perché è il ministro che ha sempre rifiutato la cooperazione e il coordinamento in mare per le operazioni di soccorso: sorvegliare e punire chi salva vite umane non significa coordinare”
“Secondo – prosegue Marmorale -: Piantedosi dovrebbe riconoscere il valore del soccorso civile in mare e smetterla con sanzioni e assegnazioni di pos punitivi. Terzo: la rotta di Sabratha di cui parla è certamente una delle più pericolose, ma sono gli uomini di Almasri e Trebelsi a gestirla. Il ministro parli con loro quando li incontra, e ciò accade spesso.”
“Noi chiediamo la verità, anche giudiziaria, sulle ‘collaborazioni’ di questi anni. Aver ‘acquistato’ i servizi dei trafficanti e avergli consegnato la Libia, questo è il problema, non le ong o i migranti, vittime innocenti di politiche disumane”.
(da Fanpage)
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Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA UE CHIEDE SPIEGAZIONI, LA PROCURA DI SIRACUSA APRE UN FASCICOLO PER TENTATO OMICIDIO E IL GOVERNO TACE… ECCO CHI SONO I SOVRANISTI PER CHI AVESSE ANCORA QUALCHE DUBBIO
Una delegazione del Pd questa mattina è salita sulla nave Mediterranea, ferma per decisione del governo al porto di Trapani, per aver “disobbedito” alle indicazioni del Viminale, sbarcando i migranti che aveva soccorso in mare nel porto siciliano, per motivi di sicurezza, invece di proseguire il viaggio verso Genova, porto assegnato dalle autorità. La priorità per l’Ong era quella di assicurare ai naufraghi le cure necessarie.
“Vogliamo mandare un messaggio al governo Meloni che ha fatto della propaganda sull’immigrazione la propria bandiera. Due anni e mezzo di proclami e nessuna politica seria e concreta per l’immigrazione e soprattutto per l’accoglienza diffusa nel nostro paese”, ha dichiarato la deputata nazionale del Pd Giovanna Iacono che insieme al deputato regionale dem Dario Safina, a Cleo Li Calzi, responsabile regionale Pd donne, Valeria Battaglia, segretaria provinciale del partito e Valentina
Villabuona presidente dell’Assemblea provinciale dem, oggi ha fatto visita alla nave, in segno di solidarietà.
Esposto di Mediterranea contro la Guardia costiera libica
Negli ultimi giorni lo scontro tra governo e ong si è riacutizzato, e l’annuncio del fermo amministrativo (il provvedimento formale non è ancora arrivato mentre scriviamo quest’articolo) nei confronti di Mediterranea ne è la prova. Mediterranea Saving Humans ora rischia di pagare 10mila euro di multa.
L’organizzazione, assistita dagli avvocati Serena Romano e Fabio Lanfranca del Foro di Palermo, ha depositato, a firma del comandante Paval Botica e del capomissione Beppe Caccia, un esposto penale alla Procura della Repubblica di Trapani: “L’esposto – spiega la ong – ricostruisce i fatti verificatisi durante la missione di ricerca e soccorso appena conclusa, a partire dalle intimidazioni ricevute dalle milizie libiche che avevano circondato la nave in acque internazionali nella mattina di lunedì 18 agosto, fino all’evento della notte tra mercoledì e giovedì 21, quando un gommone militare, sicuramente appartenente alle stesse milizie, aveva scaraventato con violenza in acqua le dieci persone poi soccorse in mare da Mediterranea. All’Autorità Giudiziaria si chiede di indagare su questi episodi, di individuare le responsabilità dei gravi reati commessi da miliziani e trafficanti libici e le complicità italiane nella collaborazione e nel sostegno a questi gruppi criminali”.
Oltre alla nave Mediterranea, anche la Trotamar III della CompassCollective è stata sottoposta ieri ad un fermo amministrativo a Lampedusa, con l’accusa all’equipaggio di non aver informato la Guardia costiera libica dopo aver effettuato un soccorso.
Dopo gli spari contro la nave Ocean Viking, partiti da una motodevedetta libica, un dono dell’Italia a Tripoli, l’Unione europea ha reagito chiedendo immediatamente chiarimenti alla Libia. E contemporaneamente la procura di Siracusa aperto un’indagine per tentato omicidio a carico di ignoti per fare luce sull’attacco subito dall’ong Sos Mediterranee.
Ma il governo italiano, invece di prendere le difese della nave umanitaria, il cui equipaggio ha rischiato di rimanere ucciso dai colpi d’arma da fuoco, insieme ai migranti che si trovavano a bordo, ha alzato il livello dello scontro con le navi umanitarie.
In un tweet il ministro Piantedosi ieri ha messo in chiaro che “È lo Stato che contrasta i trafficanti di esseri umani e gestisce e coordina i soccorsi in mare. Non le Ong”, pubblicando anche una foto della nave di Mediterranea, con la notizia del fermo dell’imbarcazione.
Nulla di diverso dalla posizione che anche oggi la presidente del Consiglio ha espresso durante il suo intervento al Meeting di Rimini, la quale non ha detto una parola sugli attacchi e le minacce partite dalla cosiddetta Guardia Costiera libica verso le navi da soccorso, ma ha utilizzato il tema immigrazione per aprire una nuova schermaglia con la magistratura: “Ogni tentativo che sarà fatto per impedirci di governare questo fenomeno” dell’immigrazione illegale “sarà respinto al mittente, non c’è giudice, politico o burocrate che ci impedirà di far rispettare la legge, di combattere gli schiavisti del terzo millennio e di salvare vite umane”, ha detto la premier alludendo ai provvedimenti dei giudici che hanno bloccato l’operatività dei centri per migranti in Albania.
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Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI DANESE, LARS LOKKE RASMUSSEN: “QUALSIASI TENTATIVO DI INTERFERIRE NEGLI AFFARI INTERNI DEL REGNO SARÀ INACCETTABILE”
La Danimarca si è stancata di essere «cauta» con Donald Trump. Con un’improvvisa
e inattesa presa di posizione, mercoledì il governo di Copenaghen ha convocato il più alto diplomatico statunitense nel Paese per chiedere spiegazioni circa le presunte operazioni segrete condotte dal alcuni cittadini americani in Groenlandia per promuovere la secessione dell’isola artica dalla Danimarca.
La protesta giunge dopo le rivelazioni della Tv di stato danese secondo cui almeno tre individui, appartenenti alla cerchia ristretta del presidente Donald Trump, stanno conducendo operazioni per indebolire i rapporti fra lo Stato danese e la Groenlandia. Nel suo rapporto, l’emittente pubblica DR cita fonti governative e di sicurezza, secondo cui le «spie» americane avrebbero cercato di infiltrarsi nella società groenlandese con «vari tipi di campagne di influenza».
Il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha affermato che «qualsiasi tentativo di interferire negli affari interni del Regno sarà ovviamente inaccettabile», e per questo motivo è stato convocato l’incaricato d’affari degli Stati Uniti.
Il rapporto di DR ha citato in particolare la visita di un americano a Nuuk, capitale della Groenlandia, affermando che stava cercando di compilare un elenco di groenlandesi che
sostenevano i tentativi degli Stati Uniti di conquistare l’isola, per reclutarli in un movimento secessionista. Ricostruzione già avanzata lo scorso maggio da un articolo del Wall Street Journal. L’intelligence Usa non negò le indiscrezioni ma accusò il quotidiano di «infrangere la legge e minare la sicurezza e la democrazia della nostra nazione».
Il servizio di sicurezza e intelligence danese PET ha affermato nella sua valutazione che le campagne di infiltrazione avrebbero avuto come obiettivo «creare discordia nei rapporti tra Danimarca e Groenlandia», sfruttando «disaccordi esistenti o inventati» con «agenti tradizionali o tramite la disinformazione».
Le minacce di Trump: «L’avremo, se necessario con la forza»
La Groenlandia è un territorio semi-autonomo la cui politica estera e di difesa è gestita dal governo di Copenaghen. Fin dal suo primo mandato, Trump ha avanzato pretese territoriali sull’isola che si sono fatte via via più aggressive durante l’attuale presidenza. Il leader Usa ha più volte affermato la volontà di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti per ragioni di sicurezza e per le sue terre rare, senza escludere l’uso della forza.
La Danimarca, alleata degli Stati Uniti nella Nato, e la Groenlandia hanno più volte riaffermato che l’isola non è in vendita e Copenaghen ha di recente stanziato 14,6 miliardi di corone (circa 1,95 miliardi di euro) per rafforzare la presenza militare nelle regioni artiche e nordatlantiche.In questo contesto sempre più teso fra due alleati Nato, si inserisce il dietrofront dell’Amministrazione Trump nella costruzione di un grande parco eolico al largo della costa del Rhode Island, del valore di 1,5 miliardi di dollari, di proprietà della multinazionale danese Orsted.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO FONTI DI VIA DELLA SCROFA, IL RITORNO DI “LOLLO” DÀ LA MISURA DELLA PREOCCUPAZIONE DI MELONI: SENTE CHE IL PARTITO “È LASCIATO SGUARNITO”
L’unico sole, dentro Fratelli d’Italia, è Giorgia Meloni. Colloquialmente «Giorgia» per tutti quelli che parlano di lei con una confidenza spesso più millantata che vera. In realtà, chi può dire di avere davvero un rapporto stretto con la leader del primo partito italiano si conta sulle dita di una mano.
A vantare una strada privilegiata per parlare con lei sono i vecchi compagni delle giovanili e dell’ormai mitico congresso di Viterbo del 2004. Gli altri le gravitano intorno, sperano di attirare la sua attenzione e la citano con ossequio, ma infine eseguiranno qualsiasi decisione presa da via della Scrofa.
Eppure, negli ultimi mesi, la ruota della fortuna dentro Fratelli d’Italia ha ricominciato a girare. Un moto perpetuo tipico della politica e in fondo fisiologico, ma che ha movimentato internamente il partito, facendo sorridere alcuni e storcere la bocca ad altri.
Un dirigente di peso spiega che, per un partito strutturato come FdI, è sbagliato ragionare in termini di chi scende e chi sale nel gradimento: «Immaginatelo più come una serie di anelli concentrici, con in centro Giorgia. C’è chi si abbronza al sole e basta, i dirigenti di peso invece passano da un anello all’altro,
con alterne fortune». Accogliendo la similitudine, partiamo dal primo anello più vicino alla premier.
Nel primo cerchio ci sono i dioscuri. Uno a presidio di palazzo Chigi e uno del parlamento europeo. Sono il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, e l’eurodeputato e copresidente di Ecr, Nicola Procaccini.
Il primo – messinese di nascita ma cresciuto e formatosi politicamente a Roma – tiene le redini della comunicazione (che ogni tanto gli scappano con clamorose fughe di notizie) ed è il consigliere più ascoltato. Il secondo – cresciuto tra Roma e Terracina, di cui è stato sindaco – è la spalla su cui fare affidamento nel complicato mondo di Bruxelles, l’unico titolato a dare la linea.
In posizione «altra», tutti collocano Arianna Meloni: sorella, confidente, braccio destro a prescindere da ogni errore politico (a Roma tutti ricordano ancora la scelta sciagurata di Enrico Michetti come candidato sindaco).
A seguire il trio di numi tutelari, persone delle quali la premier si fida ma che sono generazionalmente lontane da lei, ci sono coloro che rispondono a un criterio di fedeltà meno viscerale e più cerebrale.
Il primo è il presidente del Senato Ignazio La Russa. Un’altra generazione rispetto a Meloni, rappresenta il legame con la storia del Movimento sociale, veterano del parlamento e uomo forte tra Lombardia e Sicilia, è sufficientemente spregiudicato da mantenere un suo spazio politico anche dallo scranno super partes a palazzo Madama.
A lui la leader ha perdonato qualche scivolone comunicativo che aveva infastidito il Quirinale, e si fida dei suoi consigli strategici, pur ben consapevole che alcuni suoi legami – primo tra tutti
quello con la ministra Daniela Santanchè – sono un rischio.
Ci sono poi Tommaso Foti, spigoloso ex capogruppo alla Camera ora promosso ministro, considerato fedele esecutore dei disegni di Meloni, e il commissario europeo Raffaele Fitto. Il primo è quello più in ascesa, il secondo è forse l’uomo che lei più stima – non a caso gli ha affidato il ruolo di pontiere con la Commissione di Ursula von der Leyen – nonostante pesi la distanza di formazione politica che li separa: democristiano lui, missina lei.
Subito dietro c’è il trittico della Camera. Sara Kelany, Francesco Filini e Luca Sbardella. Tratti in comune: origini laziali, stessa generazione, attitudine pragmatica. Kelany, avvocata con padre egiziano e madre di Formia, presidia i temi dei diritti e dell’immigrazione. Filini quelli dei media e dell’economia, come responsabile del programma di FdI. Sbardella, invece, è il Mr. Wolf: risolve problemi. È quello con la formazione politica più variegata: romano, portaborse dell’ex onorevole di An Pietro Armani, ne ha ereditato il collegio elettorale in Lombardia, dove ha ottenuto anche l’appoggio di un altro big come La Russa.
Quel che gli manca in doti oratorie lo compensa con la capacità organizzativa, tanto da essere spedito in Sicilia come commissario per resettare il partito dilaniato da faide interne.
Divide et impera Allargando il cerchio ecco arrivare i due eterni rivali nel Lazio: l’ex cognato Francesco Lollobrigida e l’ex mentore Fabio Rampelli. Dopo quasi un anno di damnatio memoriae legato alla separazione da Arianna Meloni, il primo è tornato a intervenire nelle vicende politiche e la sua intervista sul Foglio contro il ministro Orazio Schillaci (tecnico ma espresso da FdI) ha fatto alzare le antenne a tutti nel partito: è stato il segnale che qualcosa si è sbloccato. Secondo fonti di via della
Scrofa, «il ritorno di “Lollo” dà la misura della preoccupazione di Meloni. Lei è tutta impegnata sul fronte internazionale e sente che il partito è lasciato sguarnito».
Così ecco rispuntare il ministro dell’Agricoltura, che in questi mesi ai margini ha rafforzato – e non era scontato – la sua presa interna sui parlamentari (tutti ricordano il suo controllo capillare quando era capogruppo) e ha dimostrato di saper aspettare che Meloni avesse di nuovo bisogno della sua esperienza. E così è stato.
Opposto e alternativo, Fabio Rampelli. Ritornato in auge quando la stella di Lollobrigida si è offuscata, anche nella polemica Schillaci gli ha fatto il controcanto, difendendo il ministro. I due si sono sempre mal sopportati, ed è cosa nota che negli ultimi mesi proprio Rampelli, la cui ambizione è tentare la corsa al Campidoglio, sia tornato ad avvicinarsi alla sua ex discepola.
«Lei ha provato a uccidere politicamente suo padre, nel momento del bisogno però lo ha ritrovato come fedele consigliere. Lui ha incassato tutto, anche di essere stato l’unico a non venir promosso quando FdI è andata al governo», è la mitologia interna.
Ora i due si ritrovano testa a testa a contendersi lo spazio accanto a Meloni, e a lei, tutto sommato, non dispiace averli riavvicinati entrambi: ognuno con la sua funzione nell’organigramma interno e comunque a debita distanza.
Gli esecutori Infine, a condividere il cerchio più lontano ma comunque sempre nell’orbita di Meloni, c’è la schiera degli ex giovani del Fronte della gioventù. Tutti legati da una conoscenza trentennale con la premier e dunque fidati, ma tutti nati fuori dal Gra: sono il responsabile dell’organizzazione, il toscano Giovanni Donzelli, il sottosegretario alla Giustizia, il piemontese Andrea Delmastro, e il capogruppo alla Camera, l’emiliano Galeazzo Bignami. Tutti hanno avuto alti e bassi nell’ultimo anno, e rapporti più o meno distesi anche tra di loro.
Donzelli è stato, nei fatti, il responsabile della condanna di Delmastro per il caso Cospito.
Delmastro invece ha messo in imbarazzo il partito con la vicenda della sparatoria di Capodanno. Bignami non ha convinto del tutto nella gestione del gruppo parlamentare come successore di Foti.
Eppure rimangono gli esecutori più diretti della linea della premier. Donzelli in particolare «può sembrare in calo ma ha un know how che per Giorgia è inestimabile. È l’uomo macchina che conosce le beghe di ogni sezione di FdI e, bene o male, è lui a gestirle», viene ammesso anche da chi, nel partito, non lo stima.
Infatti rimane la voce del partito sulla stampa quando Meloni non può esporsi ed è molto temuto a livello locale. «Se lo decide, saltano le teste», spiega un dirigente del Nord.
Alcuni sgomitano per crescere di più (vedi Marcello Gemmato e Carlo Fidanza), altri per riavvicinarsi (vedi Edmondo Cirielli e Chiara Colosimo), altri ancora sono spariti (vedi Adolfo Urso e Nello Musumeci).
(da Il Foglio)
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