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QUALI SONO LE CRITICITA’ DEL PIANO DI PACE DI TRUMP: INTERVISTA A GIUSEPPE DENTICE, ESPERTO ANALISTA DELL’OSMED: “PER I PALESTINESI E’ UN CALICE AVVELENATO”

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“FORTEMENTE SBILANCIATO A FAVORE DI ISRAELE, NON RISOLVE LE CAUSE STRUTTURALI DEL CONFLITTO”… “NESSUN REALE MECCANISMO DI GARANZIA INTERNAZIONALE”

Un piano fortemente sbilanciato a favore di Israele, lacunoso in molti passaggi essenziali, che non tiene conto delle richieste dei palestinesi e non risolve le cause profonde del conflitto.
Il progetto presentato ieri sera da Donald Trump alla Casa Bianca – teoricamente volto a riportare stabilità e “pace” in tutto il Medio Oriente – si articola in 21 punti e promette una progressiva normalizzazione dell’area. Fin dalla sua diffusione, però, il cosiddetto “piano di pace” ha sollevato numerosi interrogativi ed è stato accolto con non poco scetticismo.
Il piano prevede la smilitarizzazione completa della Striscia, sviluppo economico, ricostruzione delle infrastrutture e l’istituzione di una nuova governance attraverso un “board di pace” internazionale guidato dallo stesso Trump e dall’ex premier inglese Tony Blair. Sulla carta, si tratta di obiettivi ambiziosi e apparentemente condivisibili.
Nella pratica, però, il documento lascia irrisolti nodi cruciali: chi gestirà concretamente il territorio? Quando le Forze di Difesa israeliane lasceranno Gaza? Quale futuro attende Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese? Come si garantirà che le annessioni in Cisgiordania non proseguiranno?
Per fare chiarezza su un’iniziativa che rischia di rivelarsi più un ricatto ai palestinesi che una soluzione giusta e sostenibile, abbiamo intervistato Giuseppe Dentice, analista esperto di Medio Oriente dell’Osservatorio sul Mediterraneo dell’Istituto di
Studi Politici “San Pio V”. Dentice ha esaminato attentamente il piano Trump, individuandone soprattutto le criticità strutturali che potrebbero condannarlo al fallimento.
Dalla questione della smilitarizzazione di Hamas all’esclusione strategica di Marwan Barghouti, dall’ambiguo ruolo dei Paesi arabi alle responsabilità storiche di Israele nel far naufragare precedenti accordi, ecco perché il “piano di pace” della Casa Bianca rischia di rivelarsi l’ennesimo flop.
Dottor Dentice, partiamo dal quadro generale. Ha avuto modo di esaminare il cosiddetto “piano di pace” proposto da Donald Trump ai palestinesi? Qual è la sua prima impressione?
Sì, ho avuto modo di leggere i venti punti del piano, e devo dire che la mia prima impressione è che si tratti più di un diktat che di un vero e proprio piano di pace. È come se ai palestinesi venisse presentato un “calice avvelenato”: apparentemente ci sono elementi positivi – sviluppo economico, ricostruzione della Striscia, riforme di governance – ma mancano completamente tempi, modalità e strumenti concreti per attuarli. Si chiede, ad esempio, la smilitarizzazione di Gaza, la ricostruzione economica e l’introduzione di un nuovo assetto amministrativo, ma non si specifica come e quando ciò dovrebbe avvenire. Sono lacune enormi, che rendono l’intero piano poco credibile sul piano operativo.
Uno degli aspetti più discussi è proprio quello della smilitarizzazione di Hamas e della Striscia di Gaza. Come viene affrontato nel piano?
Si afferma che Hamas deve essere smilitarizzato e che Gaza deve diventare una zona “pacificata” sotto una sorta di
supervisione internazionale, ma non si dice con quali strumenti, né in quali tempi. Inoltre, non è chiaro quando e in che modo le forze armate israeliane dovrebbero ritirarsi dalla Striscia. Si parla di un “board di pace” internazionale, gestito direttamente da Trump insieme ad attori terzi non ancora ben definiti, tra i quali ci sarebbe anche Tony Blair, una figura che nel mondo arabo non gode certo di particolare fiducia per la sua esperienza passata. Questa vaghezza alimenta sospetti: sembra un piano costruito per mettere Hamas di fronte a un aut-aut e, di conseguenza, scaricare su di loro ogni responsabilità di un eventuale fallimento.
E che ruolo è previsto per Hamas e per l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in questo processo?
Qui emergono altre grandi ambiguità. Per Hamas si ipotizza una sorta di “amnistia” o salvacondotto per i leader, ma non è affatto chiaro quale ruolo politico possano avere in futuro. Per l’ANP non c’è chiarezza se verrà coinvolta fin dall’inizio o se entrerà in scena solo in una fase successiva.
Secondo lei, è realistico pensare che Hamas possa accettare una completa smilitarizzazione? I palestinesi possono rinunciare alla resistenza armata?
No, francamente non lo ritengo realistico. Alla luce della storia recente e dell’attuale contesto, è impensabile che Hamas rinunci alla propria ala militare.
Allo stesso modo, è difficile immaginare che Israele sia disposto ad abbandonare completamente Gaza, soprattutto dopo gli sviluppi degli ultimi anni e il progetto – mai archiviato – della cosiddetta “Riviera di Gaza”. Israele ha investito molto nel
controllo strategico dell’area e difficilmente lascerà campo libero. In più, il piano non affronta questioni fondamentali come le annessioni in Cisgiordania: un punto che per i Paesi arabi è una condizione imprescindibile.
Il piano prevede anche la liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Si parla spesso di Marwan Barghouti. Che ruolo potrebbe avere?
Barghouti è una figura centrale. È probabilmente l’unico leader palestinese in grado di godere di una legittimità trasversale, sia tra i sostenitori di Fatah sia tra la popolazione più vicina ad Hamas. Tuttavia, il suo nome non compare tra quelli dei prigionieri che potrebbero essere liberati. Israele continua a negargli qualsiasi possibilità di riabilitazione politica, e anche Hamas e l’ANP lo vedono come un potenziale rivale pericoloso nei loro equilibri interni.
Il piano di Trump prevede la liberazione di 250 ergastolani e circa 1.700 civili detenuti senza processo, ma la questione Barghouti resta completamente irrisolta. Ed è un punto non secondario, perché la sua esclusione indebolisce la credibilità del piano agli occhi dei palestinesi.
Anche molti Paesi arabi hanno approvato il “piano di pace” di Trump. Come mai?
Trump ha presentato il piano come se fosse appoggiato da molti Paesi arabo-musulmani, ma la realtà è più sfumata. Molti governi arabi – penso a Qatar, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati, Turchia, Pakistan – hanno riconosciuto l’accordo solo perché riprende, in larga parte, la proposta avanzata dalla Lega Araba durante il vertice straordinario del Cairo di marzo. Dal
loro punto di vista, è già un successo diplomatico: riescono a riportare la questione palestinese al centro dell’agenda e a lanciare un messaggio chiaro a Israele e agli Stati Uniti. Tuttavia, questi Paesi pretendono garanzie serie: ribadiscono la necessità di uno Stato palestinese con confini riconosciuti su Gaza e Cisgiordania. L’annessione di questi territori rappresenta per loro una linea rossa invalicabile.
E Hamas, come pensa che potrebbe replicare a questo piano?
Immagino che Hamas voglia leggere specificatamente ogni singolo elemento di questo piano, che dovrà essere presentato dai mediatori egiziani e qatarini. Non credo però che il partito armato palestinese voglia tirare troppo la corda. Anche per loro ci sarebbe un vantaggio nell’accettare l’intesa: ogni volta che Hamas ha accettato un accordo ha ributtato la palla nel campo israeliano, e quindi ogni responsabilità ricadeva su Israele. In questo caso vedo difficile che Hamas possa accettare per intero l’impianto proposto da Trump, proprio perché vengono meno tanti elementi che riguardano la stessa identità di Hamas: la sua ala armata, la resistenza, l’impossibilità di gestire nel presente e nel futuro quote di potere dentro un presunto stato palestinese, ma anche dentro la stessa striscia di Gaza.
Quindi prevede una controproposta?
Immagino che Hamas possa replicare accettando magari con alcune riserve il piano e proponendo ai mediatori qualcosa che cerchi di garantire un po’ di più le loro prerogative. Da questo punto di vista, anche gli stessi Paesi arabi potrebbero venire incontro ad Hamas. È innegabile che dopo l’attacco di Israele a Doha, quasi tutti gli stati della regione sono molto scontenti
dell’atteggiamento israeliano e non condividono l’appiattimento statunitense nei confronti di Tel Aviv.
In conclusione, qual è il suo giudizio complessivo su questo piano?
Direi che si tratta di un piano ambizioso nelle intenzioni ma profondamente carente nella sostanza. Mancano i passaggi concreti per costruire una roadmap credibile. Non ci sono strumenti chiari, né tempistiche, né un reale meccanismo di garanzia internazionale. E soprattutto, non si affrontano le questioni strutturali che alimentano il conflitto da decenni. È un’operazione che, più che favorire la pace, sembra voler congelare la situazione a vantaggio di Israele e scaricare su Hamas l’onere di un eventuale rifiuto. Per parlare davvero di pace servirebbe ripartire da basi solide, ristabilire un minimo di fiducia reciproca e coinvolgere realmente tutte le parti. Al momento, purtroppo, questi elementi mancano del tutto.

(da Fanpage)

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“E’ UN REGALO AI CRIMINALI DI GUERRA”: PIANO TRUMP PER GAZA, LA VOCE DEI PALESTINESI

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

NESSUN RIFERIMENTO AI CRIMINI COMMESSI, NESSUNA POSSIBILITA’ PER I PALESTINESI DI GOVERNARE LA LORO TERRA, LA CISGIORDANIA FUORI DALLA PROPOSTA

Il piano presentato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ed accettato dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu ha più di qualche punto critico. Viene chiesto il rilascio di tutti gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas entro 72 ore dall’entrata in vigore dell’accordo, l’espulsione di tutti i membri e i guerriglieri di Hamas dalla Striscia, a cui verrebbe assicurato un corridoio verso paesi terzi, ma soprattutto verrebbe affidato il governo della Striscia di Gaza ad un comitato tecnico apolitico, presieduto dallo stesso Trump, che sarà affiancato da altri diplomatici internazionali tra cui l’ex primo ministro inglese Tony Blair.
Sarà questo stesso comitato a gestire tutti i finanziamenti della ricostruzione, ed il piano di investimenti e sviluppo per la Striscia sarà stilato da Trump in persona.
Insomma un piano che prevede una Gaza senza i palestinesi. Uno scenario non troppo distante da quel video postato dal presidente Usa qualche mese fa, che poteva sembrare distopico, in cui con l’intelligenza artificiale si vedeva una Gaza con casinò e resort, dollari che piovevano e Trump e Netanyahu a bordo piscina a sorseggiare drink.
I leader di Stati Uniti ed Israele hanno passato la palla ad Hamas che dovrà ora decidere se accettare o no il piano, che sembra una resa senza condizioni. O meglio l’accettazione della propria fine inesorabile. Ma al di là di quello che deciderà il partito islamico, nel mondo politico palestinese da subito è emerso un coro di no al piano di Trump e Netanyahu. Fanpage.it ha raccolto le voci di diversi esponenti politici palestinesi chiedendogli di commentare il piano di Usa e Israele.
Mustafa Barghouti, leader di Al Mubadara
“Un piano pieno di mine che possono esplodere in ogni momento”
Mustafa Barghouti è il leader di Iniziativa Nazionale (Al Mubadara), partito politico palestinese, da sempre lontano dalla lotta armata. Molto conosciuto e stimato in Europa, Barghouti, che è anche medico e da sempre attivo nelle organizzazioni umanitarie, arrivò secondo alle ultime elezioni presidenziali palestinesi che furono concesse da Usa e Israele, nel lontano 2005.
“Israele ha fallito nel condurre la pulizia etnica di Gaza, ma l’ha distrutta completamente. Avrebbero dovuto essere costretti a pagare risarcimenti per la distruzione disumana che hanno causato” spiega Barghouti a Fanpage.it. Di certo il genocidio in atto rischia di causare la scomparsa di tutti i palestinesi dalle Striscia di Gaza, guardando al livello di violenza a cui è giunta la pulizia etnica delle forze armate israeliane a Gaza. Per questo la decisione rispetto al piano non potrà non tenere conto anche delle minacce già esplicitate da Trump e Netanyahu, ovvero: se Hamas non accetterà il piano, gli Usa sosterranno l’annientamento di Hamas.
Che tradotto sul campo significa il via libera ad ulteriori massacri di civili. “È importante fermare la guerra genocida e alleviare le sofferenze umanitarie, ma il piano di Trump ha ignorato i palestinesi e la causa principale del conflitto, ovvero l’occupazione israeliana e l’apartheid. Il piano è pieno di mine che possono far esplodere l’intera situazione. Non ci sono garanzie che Netanyahu non riattivi la sua guerra genocida dopo aver recuperato i prigionieri israeliani. Le truppe israeliane rimarranno a Gaza a lungo e non ci sono garanzie di un ritiro completo” sottolinea il leader di Al Mubadara. Ed il punto focale sembra essere davvero questo. Il piano non prende assolutamente in esame la questione palestinese nella sua interezza, a cominciare dalle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, dalle politiche di apartheid in Cisgiordania, dalla violenza delle politiche di occupazione con detenzioni arbitrarie, demolizioni di case, scomparsa di interi villaggi.
Insomma tutto resta nel recinto di Gaza, come se non esistesse null’altro. E soprattutto esclude completamente i palestinesi dal governo della propria terra. “La mina peggiore è l’imposizione di un governo straniero sui palestinesi di Gaza, che separerà la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania e minerà qualsiasi potenziale di uno stato palestinese indipendente” conclude Barghouti.
Issa Amro, fondatore di Youth Against Settlments
“È un regalo ai criminali di guerra”
Issa Amro è il fondatore di Youth Against Settlements, vive ad Hebron completamente circondato dai coloni più violenti legati al partito di Itamar Ben Gvir, Otzma Yeudith (Potere Ebraico). La sua organizzazione è tra quelle che denunciano maggiormente il legame tra le azioni violente dei coloni e i leader politici del governo di estrema destra di Israele. “Non si tratta di un piano di pace, ma piuttosto di un tentativo di imporre
realtà politiche ai palestinesi senza affrontare le cause profonde del conflitto. Non offre soluzioni sostenibili per la pace, perché ignora il diritto internazionale, l’autodeterminazione palestinese e il diritto al ritorno dei rifugiati” ci dice Amro. E proprio il tema del diritto internazionale viene completamente cancellato dal piano Trump. Nonostante il mandato di arresto della Corte Internazionale di Giustizia nei confronti di Netanyahu proprio per ciò che è successo a Gaza, nonostante i rapporti di Francesca Albanese, e solo in tempi più recenti, della commissione diritti umani dell’Onu, che definiscono come genocidio quello che è accaduto a Gaza. Insomma il piano Trump è un colpo di spugna sull’orrore di questi due anni, che tutto il mondo ha visto, e la cancellazione del diritto internazionale. “Il piano riduce i diritti dei palestinesi a incentivi economici e enclave frammentate, legittimando al contempo il controllo israeliano su territorio, confini e risorse. Nega ai palestinesi anche i loro diritti minimi di sovranità, dignità e libertà. La vera pace non può essere costruita sulla disuguaglianza e sulle concessioni forzate, ma solo attraverso la giustizia, la libertà e il riconoscimento reciproco. Il piano è un regalo ai criminali di guerra e all’occupazione” spiega Amro.
Mohammed Hureini, Youth of Sumud
La Cisgiordania fuori dalla proposta di accordo: “Così Trump legittima l’annessione”
Oltre a non considerare affatto tutto ciò che è accaduto negli ultimi due anni, il piano di Trump ignora completamente l’altra parte dei territori palestinesi, quella più estesa, ovvero la Cisgiordania. Lo scorso 14 agosto il Ministro delle Finanza,
Bezalel Smotrich, ha presentato il piano E1, successivamente approvato dalla Knesset, il parlamento israeliano. Si tratta della costruzione di una nuova colonia tra gli ultimi quartieri a est di Gerusalemme, attualmente abitati da coloni e l’insediamento illegale di Ma’ale Adummim. Un nuovo insediamento che spazzerà via circa 14 comunità palestinesi e cancellerà l’unica strada disponibile che collega Hebron, Betlemme, con Gerusalemme, Ramallah, Jenin e Jericho. Praticamente la divisione in due della Cisgiordania che impedirà ogni collegamento tra Nord e Sud per i palestinesi.
Come hanno espressamente dichiarato diversi ministri israeliani, è l’avvio dell’annessione a Israele dei territori palestinesi occupati. “Gaza non è separata da ciò che sta accadendo in Cisgiordania. Ignorandoci qui, sta apertamente sostenendo le politiche di annessione di Israele, come il piano E1, che mira a tagliare a metà la Cisgiordania e a rendere impossibile un futuro Stato palestinese” spiega a Fanpage.it Mohammed Hureini di Youth of Sumud, organizzazione non violenta della regione della Massafer Yatta, quella più a Sud della Cisgiordania, che negli ultimi mesi è completamente in ostaggio della violenza dei coloni. “È fondamentalmente un via libera a Israele per continuare con i suoi crimini, le demolizioni, l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica. È un piano di annessione che legittima l’apartheid e aggrava la nostra espropriazione” sottolinea Hureini. Tenendo fuori i territori della Cisgiordania dall’accordo, Trump non fa altro che dare il via libera alla proposta del Ministro Smotrich di arrivare all’annessione dell’82% dei territori palestinesi in Cisgiordania. In un futuro
scenario si avrebbe quindi la Striscia di Gaza nelle mani di Trump e dal comitato tecnico da lui proposto, che gestirebbe tutto, dalla ricostruzione al governo del territorio, dall’altro lato la possibilità per Israele di annettere la stragrande maggioranza dei territori palestinesi in Cisgiordania. In buona sostanza la possibilità di uno Stato palestinese sarebbe impossibile. Ma non solo. In questo quadro l’esistenza stessa dei palestinesi sarebbe relegata a delle piccole enclave all’intero di Israele. “Considero il cosiddetto “piano” di Trump per Gaza come un altro tentativo di cancellarci dalla nostra terra e dal nostro futuro. Non è un piano di pace, ma la continuazione delle stesse politiche che ci negano dignità, libertà e autodeterminazione” conclude Hureini.
(da Fanpage)

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ALTRO CHE ASSALTO ALLA DILIGENZA IN VISTA DELLA MANOVRA: LA PRIORITÀ DI GIORGETTI È PORTARE IL DEFICIT VERSO IL 3%, AL DI SOTTO DELLA SOGLIA MASSIMA IMPOSTA DA BRUXELLES

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

IL GOVERNO PREVEDE UNA CRESCITA DEL PIL DELLO 0,8% NEL 2026, MA L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO È PIÙ CAUTO E INDICA UN +0,5%… PER LA NUOVA ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE ESATTORIALI LE COPERTURE NON CI SONO. E IL NUOVO CONCORDATO PREVENTIVO DELLE PARTITE IVA, CHE DOVEVA PORTARE SOLDI IN CASSA, SI ANNUNCIA UN FLOP

Al ministero dell’Economia si stanno ancora elaborando i dati in vista del Consiglio dei ministri di giovedì quando sul tavolo ci sarà il Dpfp, il documento programmatico di finanza pubblica che ha preso il posto della Nadef, però il quadro sembra ormai consolidato.
Da qui alla riunione di Palazzo Chigi […] sono ancora possibili modifiche marginali, a partire dal livello di deficit di quest’anno, che sarà su valori prossimi al 3% del Pil. In questo caso però un decimale può fare una grossa differenza perché se il disavanzo si attestasse davvero al 3,0% l’Italia sarebbe fuori con un anno di anticipo dalla procedura per deficit eccessivo, a differenza del percorso concordato con la Commissione europea che prevedeva il 3,3% nel 2025 e il 2,8% nel 2026.
Fonti della maggioranza fanno comunque trapelare ottimismo sul fatto che il deficit torni già quest’anno al di sotto della soglia del parametro Ue.
La crescita tendenziale del 2025 è già acquisita allo 0,5% grazie ai risultati del secondo trimestre, perciò il governo potrebbe confermare la previsione di aprile che era dello 0,6%. Per quel che riguarda il 2026, il Pil tendenziale – ovvero a legislazio
vigente – arriverebbe allo 0,7% mentre il programmatico – con l’effetto delle misure contenute in legge di bilancio – potrebbe alzare l’asticella allo 0,8%.
Anche in questo caso si avrebbe dunque una conferma della dinamica del prodotto interno lordo immaginato dal governo in primavera, peraltro ribadito a giugno dall’Istat: 0,6% nel 2025 e 0,8% nel 2026. Più prudente l’Upb, l’authority sui conti pubblici, che ad agosto ha tagliato le stime del Pil allo 0,5% sia nel 2025 sia nel 2026.
Il Dpfp dovrebbe dettagliare anche alcune misure che saranno inserite nella manovra con i relativi costi, quindi c’è attesa di capire come sarà costruita la rottamazione light delle cartelle che dovrebbe valere tre miliardi in tre anni, e come funzionerà il taglio di due punti dello scaglione Irpef al 35% per i redditi tra 28 mila e 50 mila euro
Allargare la base a 60 mila euro sembra ormai escluso per i costi del provvedimento. Sul contributo da chiedere alle banche Matteo Salvini vede «a portata di mano una soluzione di buon senso, non imposta ma condivisa». Una dichiarazione che appare come una parziale retromarcia rispetto alla richiesta della Lega di tassare gli extraprofitti degli istituti bancari di 5 miliardi di euro.
Tra le fonti di finanziamento della manovra dovrebbe esserci anche il concordato preventivo, l’accordo che le Partite Iva soggette agli Isa possono stipulare con il Fisco accettando la proposta dell’Agenzia delle entrate di far emergere parte del reddito non dichiarato e mettendosi così al riparo dai controlli per due anni.
La finestra per aderire alla seconda edizione del concordato scade oggi e il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo chiarisce che non ci saranno proroghe. Lo scorso anno aveva aderito una platea non ampia, 600 mila persone su 4,6 milioni di aventi diritto, con una raccolta da 1,6 miliardi, ma stavolta la partecipazione dei contribuenti sembra essere deludente.
«La sensazione è che le adesioni saranno parecchio inferiori in questa edizione», spiega il presidente dell’Associazione nazionale commercialisti, Marco Cuchel, sottolineando che per dare una vera svolta al concordato bisognerebbe svincolarlo dagli Isa, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale, provando ad intercettare altre platee di contribuenti.
(da agenzie)

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PER IL MADE IN ITALY L’INCUBO TRUMPIANO È DIVENTATO REALTÀ: I DATI DELLE ESPORTAZIONI DI AGOSTO, IL PRIMO MESE CON I DAZI AMERICANI IN VIGORE, SEGNANO UN CALO DEL 21,2% DELLE SPEDIZIONI NEGLI USA

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

LE IMPRESE DENUNCIANO IL GROVIGLIO BUROCRATICO CAUSATO DALLA GUERRA COMMERCIALE DELL’AMICO DI GIORGIA MELONI: LA DOPPIA TARIFFA SU CENTINAIA DI PRODOTTI CONTENENTI PARTI DI ALLUMINIO E ACCIAIO E LA NECESSITÀ DI CERTIFICARE LA PROVENIENZA DELLE MATERIE PRIME PER CALCOLARE L’IMPORTO DELL’IMPOSTA

Arrivano i primi dati sugli effetti dei dazi statunitensi, ma dicono solo in parte come stanno reagendo le aziende italiane, che da mesi convivono con la guerra commerciale. Ieri l’Istat ha pubblicato i numeri delle esportazioni di agosto, il primo mese con le tariffe in vigore.
Sono segnati da un calo del 21,2% delle spedizioni negli Stati Uniti e dell’8,1% rispetto a luglio sulle merci verso i Paesi al di fuori dell’Unione europea. Il dato risente anche dell’accelerazione dei due mesi precedenti, che hanno visto anticipare l’export nel timore che i negoziati non andassero a buon fine
A trascinare verso il basso le vendite extra Ue sono stati soprattutto macchinari e impianti industriali, crollati del 16,7%. I dati Istat sono aggregati, ma, nota Federmacchine, negli ultimi due mesi sono cambiati a seconda dei comparti (i settori sono 12 solo per l’area delle macchine).
«Basti pensare che l’industria del packaging esporta 1,2 miliardi negli Stati Uniti, mentre le macchine per i settori tessili volumi minimi», spiega il presidente Bruno Bettelli.
Comune a tutti è la complessità normativa, con ancora il rischio del doppio dazio su centinaia di prodotti contenenti parti di alluminio e acciaio (fino al 50%, sommato al sovrapprezzo di base), e la necessità di certificare la provenienza delle materie prime per calcolare l’importo dell’imposta. «La burocrazia sta appesantendo il lavoro delle nostre aziende».
Se gli americani sono responsabili di una grossa fetta del crollo , anche la Turchia ha tagliato drasticamente le importazioni (-26,1%). Alcune luci arrivano dal Regno Unito, dove le vendite sono cresciute del 5%, e dalla Svizzera (+4,7%). Troppo poco per compensare le perdite.
Vanno male anche i beni di consumo: dalle automobili agli elettrodomestici, dai prodotti alimentari all’abbigliamento, le vendite all’estero sono calate quasi del 10%. Crescono energia (+6%) e beni intermedi (+2,2%).
Rispetto ad agosto 2024, quando l’export viaggiava a ritmi del +9,9%, quest’anno si registra un arretramento del 7,7%. I settori più colpiti sono i beni di consumo durevoli, che hanno perso oltre un quarto del loro valore (-26,3%), seguiti dai prodotti alimentari, tessili e di abbigliamento (-13,2%)
Per l’Unione italiana vini (Uiv), le previsioni di attutire il sovrapprezzo facendolo pagare all’importatore si stanno rivelando fallimentari. Secondo i dati raccolti, a luglio il prezzo medio del vino diretto negli Usa dalle cantine italiane è sceso del 20,5% sullo stesso mese del 2024.
Questo in parte perché, secondo Uiv, i produttori stanno continuando a sacrificare i loro margini pur di garantirsi i clienti americani. Emergenza rientrata per Grana Padano e Parmigiano Reggiano, che hanno rischiato di subire un doppio dazio (base e sull’export fuori quota), salvo poi risolvere il disallineamento con l’intervento del governo italiano.
Dall’alimentare ai macchinari, il problema più grosso resta il caos delle regole. «Ogni settimana è rimesso in discussione quello che sembrava non più negoziabile – dice Bettelli – questo crea un’instabilità che paralizza chi fa investimenti». Il saldo commerciale è positivo per 1,8 miliardi di euro, in calo sui 2,8 miliardi di agosto 2024.
(da agenzie)

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IL PREMIER PEDRO SANCHEZ VIETA AGLI STATI UNITI DI FAR TRANSITARE SUL TERRITORIO SPAGNOLO GLI ARMAMENTI DIRETTI ALLO STATO EBRAICO

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

TRUMP, QUINDI, NON POTRA’ SPEDIRE GLI AIUTI MILITARI A ISRAELE ATTRAVERSO LE DUE BASI DI ROTA E DI MORÓN DE LA FRONTERA (CHE MADRID HA DATO IN USO AGLI AMERICANI) … PER PARTECIPARE ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, A NEW YORK, IL VELIVOLO DI NETANYAHU HA DOVUTO DRIBBLARE LO SPAZIO AEREO DI SPAGNA E FRANCIA, I DUE STATI CHE ARRESTEREBBERO “BIBI” (SU CUI PENDE UN MANDATO DEL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE)

Fiducia reciproca tra alleati. Così delle «fonti» consultate dal País hanno sintetizzato il criterio in base al quale si presume che gli Stati Uniti rispetteranno il veto posto dalla Spagna al transito sul proprio territorio, nelle proprie acque territoriali e nel proprio spazio aereo — nonché attraverso le basi di Rota e di Morón de la Frontera (spagnole, ma «in uso» agli americani da decenni) — di materiale bellico destinato a Israele, direttamente o con tappe intermedie.
In base alle procedure operative del 2011 che precisano l’Accordo bilaterale con Madrid del 1988, gli Stati Uniti devono chiedere una speciale autorizzazione per i voli che trasportano merci «problematiche» per la Spagna. E sanno che, per il governo spagnolo, le armi dirette verso Israele lo sono eccome.
E, in effetti, a marzo e ad aprile sei F-35 americani destinati a Israele hanno fatto scalo alle Azzorre, che sono portoghesi, per poi seguire la stessa rotta poi usata dall’aereo di Netanyahu per recarsi a New York, un percorso che evita Spagna e Francia, che riconoscono come valido l’ordine di arresto spiccato dal Tribunale penale internazionale contro il premier israeliano.
Quello del socialista Pedro Sánchez è da tempo uno dei governi europei più critici verso lo Stato ebraico: e pochi giorni fa, al termine di un percorso di «disconnessione da Israele» iniziato mesi fa, ha vietato l’esportazione verso Israele non solo delle armi ma anche di ogni altra tecnologia che possa avere un uso militare
(da agenzie)

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AD ANDARE DIETRO AGLI SCEMI SI DIVENTA SCEMI: IN GRAN BRETAGNA IL GOVERNO LABURISTA DI KEIR STARMER ANNUNCIA UNA STRETTA SULL’IMMIGRAZIONE REGOLARE, PER CONTRASTARE L’ASCESA DELLA DESTRA POPULISTA DI FARAGE

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

LA NUOVA MINISTRA DELL’INTERNO, SHABANA MAHMOOD (FIGLIA DI IMMIGRATI PACHISTANI): “BISOGNERÀ GUADAGNARSI IL DIRITTO DI VIVERE NEL REGNO UNITO” … PER OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO PERMANENTE BISOGNERÀ DIMOSTRARE DI DARE UN CONTRIBUTO ALL’ECONOMIA, AVERE UNA FEDINA PENALE IMMACOLATA, CONOSCERE L’INGLESE A UN LIVELLO AVANZATO E FARE OPERA DI VOLONTARIATO

Una severa stretta sull’immigrazione regolare per contrastare l’ascesa della destra populista di Nigel Farage: è quanto ha annunciato ieri il governo laburista britannico, per bocca della nuova ministra dell’Interno, Shabana Mahmood (lei stessa figlia di immigrati pachistani).
Bisognerà «guadagnarsi il diritto di vivere» in Gran Bretagna: dunque per ottenere il permesso di soggiorno permanente bisognerà dimostrare di dare un contributo all’economia, avere una fedina penale immacolata, conoscere l’inglese a un livello avanzato e perfino fare opera di volontariato.
Finora bastavano cinque anni di residenza e il permesso di soggiorno permanente veniva accordato pressoché automaticamente: adesso il periodo di attesa sarà allungato a dieci anni e sarà basato su un sistema a punti. Quelli che non soddisfano i requisiti, pur essendo entrati legalmente in Gran
Bretagna, potrebbero finire deportati.
Si tratta di un giro di vite pensato per togliere il terreno sotto i piedi a Farage, che di recente aveva proposto di revocare la residenza permanente a tutti gli immigrati regolari (tranne gli europei, protetti da un Trattato internazionale) e costringerli a chiedere un visto limitato e sottoposto a stringenti condizioni: una politica che potrebbe tradursi nella deportazione di centinaia di migliaia di persone che vivono da anni in Gran Bretagna e che il primo ministro Keir Starmer ha bollato come «razzista e immorale».
(da agenzie)

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A VENEZIA MANIFESTAZIONE PER FERMARE IL CARGO “MSC MELANI III”, CHE FA SPOLA OGNI DUE SETTIMANE TRA ISRAELE E ITALIA

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“FUORI GUERRA E GENOCIDIO DAL PORTO DI VENEZIA”…NAVE DIRETTA IN ISRAELE DA VENEZIA IL BLITZ PRO PAL: «BLOCCO IN LAGUNA»

Doveva arrivare al porto commerciale di Venezia nel pomeriggio, poi il suo ingresso è stato posticipato con ormeggio previsto in banchina Tiv alle 23.
Ma, come già accaduto prima a Ravenna e, tra giovedì e venerdì, a Trieste in città la voce dell’arrivo di una nave «israeliana» ha iniziato a circolare e, di pari passo, è montata la protesta con un appello a mobilitarsi «contro guerra e genocidio» lanciato sui suoi canali social dal centro sociale Morion di Venezia, protagonista del blocco all’accesso del porto commerciale di Marghera il 22 settembre e, il 30 agosto, della manifestazione alla Mostra del cinema del Lido.
«Blocchiamo la nave Msc Melani III: fuori guerra e genocidio dal porto di Venezia», il primissimo lancio di un’iniziativa che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe dovuta proseguire, in mare, nel pomeriggio di oggi.
La Msc Melani III (la compagnia è svizzera, la nave batte bandiera liberiana) è stata accusata, a Ravenna e Trieste, di trasportare armi. Accusa ribadita ieri a Venezia.
Si tratta di un cargo merci — trasporta cioè container — e fa spola ogni due settimane tra Israele e Italia: passa da Haifa e Ashdod, a quaranta chilometri da Tel Aviv, e quindi transita nuovamente dai tre porti italiani dell’Alto Adriatico per riprendere la rotta verso il Medio Oriente.
Arrivata in rada, al largo del Lido, già domenica poco prima delle 15 il suo ingresso al porto commerciale di Marghera era inizialmente fissato per le 16, con inizio dell’entrata in laguna a partire dalle 14. Poi, i piani sono evidentemente cambiati, forse nel timore di manifestazioni di protesta come era stato pochi giorni fa a Trieste dove il sindacato di base Usb ha organizzato un presidio dalle 6 di mattina. E in effetti l’area portuale, per tutta la giornata di ieri, è stata vigilata dalle forze dell’ordine.
I pro Pal, però, hanno deciso di entrare in azione nel pomeriggio con una chiamata alla mobilitazione via social che «rientra nel percorso che ha portato alle mobilitazioni con migliaia di partecipanti al Lido e a Marghera», sottolineano gli attivisti che si sono dati appuntamento a Punta Fusina oggi alle 16 per «bloccare via mare» la Msc e per questo ai partecipanti si chiede: «Vieni con la tua barca».
«Gaza sta bruciando, Israele sta ha avviato la fase finale del suo progetto coloniale di sterminio mentre, nel frattempo, la Global Sumud Flotilla naviga verso le acque palestinesi — prosegue il centro sociale Morion —. Dobbiamo continuare ad agire per bloccare la macchina del genocidio che parte anche da casa nostra: blocchiamo la Msc Melani III». Intorno alle 21 di ieri sera, l‘imbarcazione ha iniziato le operazioni di uscita dalla rada per entrare in porto: oggi la mobilitazione pro Pal.
(da Corriere della Sera)

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A LIVORNO È SCOPPIATA LA RIVOLTA DEI PORTUALI CONTRO LA NAVE ISRAELIANA “ZIM VIRGINIA”

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

GIÀ NEI GIORNI SCORSI AI PORTI DI GENOVA E RAVENNA ERANO STATE BLOCCATE IMBARCAZIONI DELLO STESSO ARMATORE DELLO STATO EBRAICO CHE TRASPORTAVANO ARMI (NON COME NEL CASO DI LIVORNO)

Dalla banchina si intravede in lontananza, immobile nella rada di Livorno. Sui siti di geolocalizzazione, invece, è un puntino giallo nell’azzurro del Tirreno. Lunga quasi 300 metri e larga trenta, la Zim Virginia dopo aver toccato Israele, Egitto e Grecia ieri ha aspettato a lungo di entrare nel porto toscano con il suo carico di container.
Ma i rimorchiatori non si sono mossi e le gru della banchina hanno lavorato su altre imbarcazioni. «Potremo dire di avercela fatta solo quando nell’immagine online vedremo la prua puntata dalla parte opposta, verso ovest. Se si muove anche, significa che abbiamo vinto», dice Luca.
È portuale da trent’anni, ha Che Guevara tatuato sulla spalla sinistra e le idee chiare: la nave dell’armatore israeliano non deve entrare nello scalo livornese. Il lavoratore è insieme ad altre centinaia di manifestanti all’ingresso della Darsena Toscana per un presidio che sposta la protesta dei porti a un nuovo livello.
Fino ad oggi, a Ravenna prima e più di recente a Genova, erano state bloccate navi sempre della Zim ma che, almeno secondo i manifestanti, scaricavano o caricavano armi. Mentre a Taranto è stata fermata la nave da rifornimento per l’esercito israeliano di un altro armatore. Qui no, questa portacontainer ha merci standard, non di tipo militare.
Il fronte dei porti è sempre più caldo nel nostro Paese ed è all’ordine del giorno negli incontri dedicati alle manifestazioni Propal tra il ministro degli Interni Matteo Piantedosi e i prefetti. I lavoratori guardano al viaggio della Sumud Flotilla e minacciano nuove azioni di boicottaggio nel caso di problemi alla spedizione che cerca di raggiungere Gaza.
Non solo, a Genova il sindacato Usb ha organizzato un confronto con i rappresentanti dei lavoratori di mezza Europa (Francia, Grecia, Paesi Baschi, Cipro, Slovenia, Germani) dal titolo “I portuali non lavorano per la guerra”.
Zim è il nono armatore a livello mondiale per container spostati
e il leader in Israele. «Ci stiamo sostituendo al governo, assoggettato agli Usa e a Netanyahu. All’esecutivo spetterebbe l’embargo ma non lo fa, allora tocca a noi. Facciamo quello che è nelle nostre possibilità, applichiamo delle sanzioni dal basso».
Si accalora Giuseppe Guicciardo della Filg-Cgil, sindacato che ha proclamato uno sciopero mirato, nel senso che invita i portuali a non lavorare per la nave israeliana che dovrebbe entrare nel porto di Livorno. A manifestare sulla darsena c’è anche l’Usb, il sindacato che rappresenta praticamente tutti i lavoratori “articolo 17”, cioè a chiamata.
La sigla ha condotto la prima protesta andata a segno in città. Lunedì scorso, dopo la manifestazione per la Palestina, ha organizzato un presidio dentro al porto per bloccare l’arrivo di una nave con materiale militare (jeep, caterpillar e altro) destinato alla base Usa di Camp Darby, nel Pisano.
Dopo quattro giorni, prefettura, Comune e sindacati hanno convinto i militari americani a far attraccare l’imbarcazione altrove per evitare problemi, ma ancora non è stato trovato uno scalo.
(da “la Repubblica”)

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I GIURISTI SPIEGANO PERCHE’ LA MISSIONE DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA E’ LEGALE E ISRAELE NON PUO’ FERMARLA

Settembre 30th, 2025 Riccardo Fucile

“LE MINACCE ISRAELIANE SONO ILLEGITTIME, LA MISSIONE UMANITARIA E’ LEGALE E IL GOVERNO ITALIANO HA L’OBBLIGO DI PROTEGGERNE LA TRAVERSATA”

Mentre le navi della Global Sumud Flotilla cercano di aprire un corridoio umanitario verso Gaza, nonostante la massiccia e costante presenza di droni, la musica che interrompe le trasmissioni radio per innescare panico e gli attacchi che hanno costretto alcune delle imbarcazioni a fermarsi, il dibattito politico rischia di perdere di vista il diritto internazionale. Quasi tutte le dichiarazioni, dalle più polemiche alle più empatiche, da Giorgia Meloni a Sergio Mattarella, sembrano infatti basarsi sulla realpolitik, e quindi sull’accettazione rassegnata che il più potente abbia ragione a prescindere. Così, tra un insulto e un invito alla mediazione, la legge del più forte diventa la norma.
Sullo sfondo resta, ignorato, il diritto internazionale. Anche per questo ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), i Giuristi Democratici e Comma2 – Lavoro è dignità, tre realtà di giuristi impegnate nella difesa dei diritti fondamentali, hanno pubblicato una lettera per spiegare perché il comportamento della Global Sumud Flotilla è legale, “soprattutto alla luce – scrivono – di una serie di affermazioni contrarie al diritto internazionale espresse anche da esponenti del Governo italiano”.
Dalla terra al mare: l’inefficacia giuridica degli atti illeciti
La prima obiezione sollevata riguarda le acque israeliane, che israeliane non sono (checché sostenga il ministro Crosetto in parlamento). I giuristi segnalano infatti un principio di diritto di base: non si possono riconoscere effetti giuridici ad annessioni territoriali illecite. Di conseguenza, concludono, “è illecito qualsiasi riconoscimento di sovranità territoriale israeliana sul mare antistante Gaza”.
Il riconoscimento dell’illiceità dell’occupazione israeliana, e dunque anche delle pretese di sovranità sulle acque territoriali palestinesi, è stato di recente ribadito anche dalla Corte Internazionale di Giustizia, oltre che dall’Assemblea generale
delle Nazioni Unite. La prima, il 19 luglio 2024, ha ribadito la presenza illecita israeliana nei territori occupati e ha sottolineato l’obbligo degli Stati (tra cui anche l’Italia) di “vigilare affinché sia posto fine a ogni ostacolo all’esercizio del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione derivante dalla presenza illecita di Israele nel Territorio palestinese occupato”. La seconda, con la risoluzione del 13 settembre 2024, ha imposto a Israele un anno (ormai scaduto) per porre fine all’occupazione, vietando nel contempo agli altri Stati di riconoscere effetti giuridici a questo atto illegale.
A prescindere dall’occupazione, che riguarda le acque territoriali, la tutela dei membri della Global Sumud Flotilla deve essere garantita a maggior ragione nelle acque internazionali, dove vige il principio inderogabile della libertà di navigazione. Questo non è solo un principio pattizio, ma un vero e proprio cardine del diritto consuetudinario del mare, codificato dall’UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare). L’UNCLOS, sottoscritta tanto dall’Italia quanto dallo Stato di Palestina, vincola in larga parte anche Israele: le sue disposizioni fondamentali (come quelle sulla libertà di navigazione) hanno natura cogente, cioè si applicano indipendentemente dalla ratifica, essendo parte del diritto internazionale consuetudinario. Israele, peraltro, aveva già ratificato a Ginevra, nel 1958, il nucleo di quelle norme, potendo sottrarsi soltanto alle ulteriori previsioni introdotte con la Convenzione del 1982.
Il diritto umanitario contro il genocidio: dalle convenzioni di Ginevra alle ordinanze della Corte Internazionale di Giustiz§
Se anche si volessero ignorare le questioni sulla sovranità e sull’occupazione, e si considerasse quindi lecito il blocco navale israeliano, questo non potrebbe comunque impedire l’accesso a convogli umanitari. Più forte della sovranità, e valido pure in guerra, è infatti il diritto umanitario.
In particolare, con la Quarta Convenzione di Ginevra, agli articoli 23 e 55, si stabilisce l’obbligo per le parti in conflitto di garantire il passaggio di viveri e medicinali ai civili nei territori occupati. Per questo un blocco che abbia come finalità, o anche solo come effetto, quello di affamare la popolazione è non solo illegittimo, ma integra un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità
A confermarlo sono anche le ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia emesse nel 2024. Nelle decisioni del 26 gennaio, 28 marzo e 24 maggio, la Corte ha imposto a Israele di assicurare l’arrivo di beni di prima necessità alla popolazione di Gaza come misura urgente di prevenzione del genocidio.
In questo quadro, i giuristi ribadiscono che ogni attacco contro le navi della Global Sumud Flotilla costituisce un atto illecito di uso della forza. Al contrario, sarebbe legittimo (e doveroso) l’intervento di protezione da parte di navi militari italiane, chiamate a garantire la sicurezza di persone che, trovandosi su imbarcazioni battenti bandiera italiana, rientrano sotto la giurisdizione dello Stato. Al diritto della popolazione civile di ricevere viveri e medicinali e al diritto degli attivisti alla sicurezza corrisponde infatti l’obbligo degli Stati di garantire e tutelare questi diritti, anche mediante interventi di protezione quando necessari.
L’eccezione e la regola: una disobbedienza che non disobbedisce
La lettera di ASGI, Giuristi Democratici e Comma 2 ha il merito di dare una risposta giuridica autorevole alle obiezioni politiche. E questa risposta permette di osservare un paradosso di questa missione umanitaria: coloro che sembrano ribelli, pronti a sfidare l’autorità, sono in realtà i soli a comportarsi secondo le regole del diritto internazionale
Nella storia civile, la disobbedienza è stata spesso il gesto necessario per ribaltare norme ingiuste: dall’esempio della tragedia greca, con Antigone che rivendica un dovere più profondo delle leggi della polis, a Rosa Parks che rifiuta di alzarsi dal posto sull’autobus negli Stati Uniti segregazionisti. Quando la legge è ingiusta, l’etica si oppone frontalmente all’ordinamento
Oggi però la situazione si capovolge: le leggi giuste esistono già (codificate nelle convenzioni internazionali, ribadite dai tribunali) ma vengono sistematicamente ignorate o sospese di fronte alla forza. Così, la vera disobbedienza civile consiste non tanto nel violare la legge, ma nel continuare ad applicarla quando i governi la tradiscono
Nel 2025, in mare, la disobbedienza non disobbedisce. E chi, all’asciutto, osserva la lecita traversata della Global Sumud Flotilla verso un popolo vittima di crimini contro l’umanità, dovrebbe ricordare l’ammonimento di Brecht, all’inizio del suo L’eccezione e la regola:
E — vi preghiamo — quello che succede ogni giorno
non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: è naturale in questo tempo di anarchia e di sangue, di ordinato disordine, di meditato arbitrio, di umanità disumanata, così che nulla valga come cosa immutabile.

(da fanpage)

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