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L’UNICO OSTACOLO TRA GIORGIA MELONI E LA TRASFORMAZIONE DELL’ITALIA NELL’UNGHERIA DI ORBAN SI CHIAMA SERGIO MATTARELLA

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

MANCA SOLO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, UNA NUOVA LEGGE ELETTORLE E IL PREMIRATO E SAREMO AL MODELLO DI AUTOCRAZIA ILLEBERALE DI ORBAN

La trasformazione da liberal-democrazia a democrazia illiberale, o autocrazia, succede a causa di una somma di piccole cose, nemmeno troppo piccole.
L’Ungheria di Victor Orban, in qualche modo, è lì a dimostrarcelo, come una specie di prototipo. Vai al governo, occupi i media pubblici e privati, costruisci un capitalismo a misura degli amici, reprimi il dissenso con una legge ad hoc, depotenzi i pezzi dello Stato indipendenti dal governo, prendi il controllo della magistratura, cambi la legge elettorale, cambi la costituzione e voilà, ecco a voi un regime che formalmente è una democrazia, ma che nei fatti è un regime a misura del capo supremo e dell’incontendibilità del suo potere.
Al dunque: a che punto è la notte, in Italia?
I media pubblici e privati sono presi. La Rai è saldamente nelle mani del governo, come nemmeno ai tempi di Berlusconi. Mediaset è il regno dei talk show filo governativi. Libero e il Tempo sono di Angelucci, re delle cliniche private e deputato della Lega. Il socio forte di Verità e Panorama risponde al nome di Federico Vecchioni, alla guida di Bonifiche Ferraresi, colosso dell’agricoltura industriale anch’egli vicino a Giorgia Meloni.
E a proposito di capitalismo a misura degli amici: Messaggero e Mattino sono nelle mani di Francesco Gaetano Caltagirone, sostenuto dal governo nell’operazione Mps-Mediobanca-Generali, così come il suo sodale Leonardo Mario Del Vecchio, che si vuole prendere il Giornale da Angelucci e Berlusconi. Per non parlare dei tanti episodi di amichettismo, conflitti d’interesse e favori economici agli amici degli amici, che abbiamo raccontato anche qui su Fanpage.
In merito alla repressione del dissenso, abbiamo già speso fiumi d’inchiostro sul decreto sicurezza, che sembra più interessato a punire i nemici ideologici della maggioranza – ad esempio, chi scende in piazza a protestare – che a garantire i cittadini dai reati contro persona e patrimonio.
Nel frattempo, quando si parla di mancato rispetto della legge il pensiero corre ai centri per migranti in Albania, o al Ponte sullo Stretto, bloccati per questo dalla Corte dei Conti. Che – a volte le coincidenze – è stata appena depotenziata da una legge che ne limita enormemente i poteri di controllo.
All’alba del 2026, siamo arrivati a questo punto del percorso.
Cosa manca, ancora?
Manca una giustizia inquirente assoggettata all’esecutivo, cosa che molti osservatori assicurano succederà se passerà il
referendum sulla giustizia, che grazie ai media amici del governo sta diventando una consultazione su Garlasco e sulla famiglia nel bosco.
Manca anche una legge elettorale maggioritaria, che, in nome della governabilità, dia un corposo premio di maggioranza a chi vince le elezioni, così da consentire a chi governa di far quel che vuole anche in presenza di un elettorato diviso in due. E anche questo è uno dei grandi obiettivi di Giorgia Meloni per l’anno appena iniziato.
Manca anche un assetto costituzionale che dia più poteri alla Presidenza del Consiglio, levandoli al Parlamento, il cosiddetto premierato, anche questo grande obiettivo della leader di Fratelli d’Italia.
L’unico argine? Un Presidente della Repubblica che legga il disegno complessivo di questa “somma di piccole cose” e decida di mettersi di traverso. E il discorso di fine anno di Mattarella, incentrato sul “carattere democratico indelebile” della nostra Repubblica, a ottant’anni dalla sua nascita, è un messaggio, nemmeno troppo nascosto, alla presidente del Consiglio e alle sue pretese egemoniche.
Ecco perché è così importante, per Meloni, portarsi a casa anche il Quirinale, quando finirà il mandato di Mattarella.
Ma per questa partita, l’ultima battaglia prima della vittoria finale di Giorgia, c’è tempo fino al 2027.
(da Fanpage)

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LE PIAZZE IMBAVAGLIATE: AUMENTANO GLI SCONTRI ALLE MANIFESTAZIONI

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

AUMENTANO GLI OBIETTIVI SENSIBILI DA PROTEGGERE, QUANDO SPESSO BASTEREBBE BUON SENSO E DIALOGO PER EVITARE DISORDINI

Chi si occupa di ordine pubblico lo definisce “contenimento a protezione degli obiettivi sensibili”. Ma i numeri parlano di una stretta di fatto sulle manifestazioni per la Palestina o dove comunque vengano gridati slogan o issati vessili pro Pal e “anti Israele”. Così, alla fine del 2025, il risultato è che le manifestazioni terminate con scontri o “criticità” – come vengono definite dal Viminale – sono cresciute di mezzo punto percentuale, dal 2,5% del 2024 al circa 3%. Nel dettaglio, nel 2024 si parlava di 11.556 manifestazioni con 299 criticità, mentre nei primi 10 mesi del 2025 si è arrivati a 8.647 eventi con 242 “criticità”.
Cresce anche il numero dei poliziotti feriti (anche lievemente) che passa da 260 a 330 operatori che hanno necessitato di cure mediche e giorni di prognosi dopo gli scontri. Anche se proprio ieri Il Giornale parlava di un incremento del 200% degli agenti feriti. I dati sono aggiornati al 10 dicembre e sono stati comunicati dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in risposta a un’interrogazione a risposta immediata presentata dal deputato di Avs, Filiberto Zaratti.
In attesa dei numeri definitivi, non ancora comunicati ufficialmente, quelli attualmente a disposizione vanno letti anche sulla base dell’andamento annuale. Secondo fonti informali del Viminale, infatti, la curva dei dati ha subito un’impennata nella seconda parte del 2025, dall’estate in poi, proprio con il crescere del consenso nei confronti delle istanze pro Palestina e contestualmente all’esito della missione della Global Sumud Flotilla. Alle richieste dei manifestanti di portare le loro proteste nei confronti di luoghi simbolo delle loro istanze (ambasciate, sedi di società strategiche per i rapporti tra Italia e Israele, luoghi di convegni o manifestazioni sportive), via via la risposta è stata sempre più intransigente.
E anche dalle riunioni del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza sono arrivate indicazioni precise di “tutelare ad ogni costo” obiettivi sensibili la cui lista si faceva sempre più ampia. Qualche esempio? Il 7 ottobre a Bologna – dove era presente anche il capo della polizia, Vittorio Pisani – fu rigettata la richiesta di un corteo pacifico e il presidio con migliaia di persone in Piazza del Nettuno sfociò in guerriglia urbana, proprio mentre nella ben più “calda” Torino il corteo fu autorizzato e tutto si svolse in maniera pacifica.
Oppure il caso del sit-in del 24 ottobre a Roma ai Parioli, quando agli stessi organizzatori dei cortei pacifici di settembre fu impedito di sfilare per il quartiere per la vicinanza dell’ambasciata israeliana, con gli idranti della questura a sfollare una manifestazione totalmente pacifica.
Una tensione che finisce per colpire anche le proteste sindacali vere e proprie. È il caso degli operai ex Ilva del 4 dicembre a Genova, organizzato tra gli altri da Fiom Cgil e Usb, finito a cariche e lacrimogeni. O degli ex Gkn, fortemente sensibili alla causa palestinese, all’aeroporto di Firenze il 18 ottobre. In entrambi i casi sono stati esposti vessilli pro Pal.
L’ultima riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza si è tenuto a metà dicembre. E l’indirizzo non sembra cambiato. Anzi, la necessità di una stretta è aumentata, giustificata dal terribile attentato del 15 dicembre a Sidney in occasione della festività ebraica di Hanukkah. D’altronde, che il contenimento dei cosiddetti “antagonisti” sia in cima ai pensieri del governo lo si capisce dalla stessa risposta che il 10 dicembre Piantedosi diede a Zaratti. L’esponente di Avs, infatti, chiedeva conto al ministro di una manifestazione che Forza Nuova voleva svolgere nel quartiere romano multietnico di Tor Pignattara. Il titolare del Viminale però si è concentrato solo su “appartenenti ai vari centri sociali che si connotano come veri e propri professionisti del disordine, capaci di strumentalizzare i temi più divisivi del dibattito pubblico” comeTav, ponte sullo Stretto e “Medio Oriente”. Oltre all’impegno degli agenti nelle “zone rosse”, non mancando di sottolineare che ciò ha permesso di “adottare 891 provvedimenti di allontanamento, di cui 769 a carico di stranieri”.
Sia chiaro: fin qui, a parte in occasioni particolari – come l’anniversario del 7 ottobre e alcune ricorrenze ebraiche – nessuna manifestazione pro Pal è stata vietata dal ministero dell’Interno, come invece accade da tempo in altri paesi europei (tra cui Regno Unito e Francia). Esiste però, come detto, una forte pressione nel limitarli sul campo questi cortei. Di certo non ha aiutato l’autogol degli antagonisti torinesi che il 28 novembre scorso hanno approfittato dello sciopero di categoria dei giornalisti per far irruzione della redazione torinese della Stampa e vandalizzarla. Un attacco grave e ingiustificabile alla libertà d’informazione, in giorni di tensione per l’espulsione comminata da Piantedosi all’imam di Torino, Mohamed Shahin, che nel capoluogo lombardo ha dato nuovo slancio alle “strategie di contenimento”.
In fondo, anche su pressing dei sindacati di polizia, al Viminale non hanno alcuna intenzione di lasciare spazio a chi contesta questa linea dura. E i manifestanti protagonisti degli scontri pagano anche le eventuali lesioni nei confronti dei poliziotti. Come i quattro militanti di Askatasuna indagati a Torino per lesioni personali aggravate in seguito al lancio di oggetti avvenuto il 3 ottobre davanti alla sede di Leonardo: rimasero feriti 6 poliziotti, per contusioni guaribili in 3, 7 e in un caso in 30 giorni.
L’obiettivo del governo dunque resta chiaro: pugno duro nelle manifestazioni, lista degli obiettivi sensibili in aumento, focus di Digos e antiterrorismo su antagonisti e pro Pal. Anche perché crescono le pressioni politiche per far sì che la critica politica a Israele e alle sue politiche militari venga equiparata all’antisemitismo, e dunque a manifestazioni di razzismo etnico e religioso. Su tutte la mai ritirata proposta di legge presentata dal senatore Maurizio Gasparri (Forza Italia) ancora in discussione alla commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama.
(da Il Fatto Quotidiano)

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OPERAZIONE CLAMOROSA DELL’INTELLIGENCE DI KIEV: GLI UOMINI DEL “GUR” DI KYRILO BUDANOV HANNO INSCENATO L’OMICIDIO DI DENIS KAPUSTIN, CAPO DEI VOLONTARI RUSSI AL FIANCO DELL’ESERCITO UCRAINO, E SONO RIUSCITI ANCHE A FARSI CONSEGNARE LA TAGLIA DA MEZZO MILIONE DI DOLLARI CHE PENDEVA SULLA SUA TESTA

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IERI GLI 007 UCRAINI HANNO RIVELATO L’OPERAZIONE: KAPUSTIN ERA STATO DATO PER MORTO A ZAPORIZHZHIA. IN REALTÀ, IL CONTROSPIONAGGIO UCRAINO L’AVEVA SALVATO E SI ERA APPROPRIATO DEI 500MILA DOLLARI

Denis Kapustin, noto come White Rex e comandante del Corpo dei Volontari Russi (RVC), è vivo. A confermarlo è la Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa ucraino, che ha svelato il fallimento di un’operazione dei servizi segreti russi volta alla sua eliminazione.
Secondo Kiev, l’intelligence militare ucraina è riuscita a superare in astuzia i servizi di sicurezza di Mosca, salvando la vita di Kapustin e appropriandosi dei 500.000 dollari che la Russia aveva stanziato per finanziare il suo omicidio. I fondi, riferiscono le autorità ucraine, saranno ora utilizzati per rafforzare le capacità dei droni impiegati contro le forze russe.
Il 27 dicembre erano circolate notizie sulla presunta morte di Kapustin al fronte di Zaporizhzhia. “Rapporti preliminari” indicano che sia stato ucciso in un attacco con drone. “Avremo la nostra vendetta, Denis. La tua eredità vive”, aveva scritto il Rvc
in una nota.
In realtà, l’operazione di controspionaggio ucraina — durata oltre un mese — ha permesso non solo di metterlo in salvo, ma anche di identificare i responsabili e gli esecutori del piano all’interno dei servizi speciali russi.
Kapustin, considerato un nemico personale dal presidente russo Vladimir Putin, si trova attualmente in Ucraina ed è pronto a tornare a guidare il Corpo dei Volontari Russi nelle operazioni contro Mosca
(da agenzie)

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LA PROTESTA CONTRO LA NOMINA DELLA “BACCHETTA NERA” ALLA FENICE CONTINUA! AL CONCERTO DI CAPODANNO NEL TEATRO VENEZIANO MUSICISTI E CANTANTI DEL CORO INDOSSANO UNA SPILLA DORATA CON UNA CHIAVE DI VIOLINO E UN CUORE, DISTRIBUITA ANCHE AL PUBBLICO ALL’ENTRATA

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI VENEZIA, BRUGNARO: “L’OBIETTIVO È RIUSCIRE A TROVARE LA PACE”. MA I MUSICISTI: “FACILE PARLARE DI DIALOGO E POI SOTTRARSI AL PIÙ SEMPLICE SALUTO” (BRUGNARO NON È ANDATO A SALUTARE CORO E ORCHESTRA)

Calore sul palco, gelo dietro le quinte. Dieci minuti di applausi per il Concerto di Capodanno del Teatro La Fenice. Per la prima volta in 23 anni il primo cittadino non è andato però, come da tradizione, a salutare coro e orchestra prima dell’evento, dimostrando quanto regni ancora un clima di tensione.
Da fine settembre coro, orchestra e personale tecnico amministrativo della Fenice chiedono la revoca di Beatrice Venezi da direttrice musicale perché il suo profilo professionale è ritenuto non adeguato al ruolo assegnatole.
«L’obiettivo è riuscire a trovare la pace — ha detto il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, giustificando il mancato saluto con l’incontro con il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi —. Io sono per dare fiducia ai giovani e per dare un’opportunità a Beatrice Venezi. Dobbiamo cercare di riaprire il dialogo».
Intanto però la protesta silenziosa è andata avanti, simboleggiata dalla spilla dorata (come il colore della Fenice) raffigurante una chiave di violino e un cuore all’interno, distribuita al pubblico all’entrata del Teatro. «Facile parlare di dialogo e poi sottrarsi al più semplice saluto — ha detto il musicista Marco Trentin di
Fials Cisal —. La spilla per noi significa unità nel chiedere la revoca di Venezi e le dimissioni del soprintendente Nicola Colabianchi».
Oltre a coro e orchestra, la spilla si è notata sul frac del direttore d’orchestra Michele Mariotti, al suo debutto al Teatro La Fenice, e sul completo di Federico Mollicone (FdI), presidente della Commissione Cultura della Camera.
Mariotti, prima del gran finale Libiam ne’ lieti calici di Giuseppe Verdi, cantato da Rosa Feola e da Jonathan Tetelman, ha augurato buon anno anche da parte dei «magnifici» coro e orchestra.
Insomma, si cerca la pace, ma per ora non la si trova. «L’obiettivo è portare la Fenice sempre più in alto» ha detto il soprintendente Nicola Colabianchi.
Intanto basterebbe almeno ricominciare a parlarsi.
(da Corriere della Sera)

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NON UNA PAROLA, NELLA LUNGA DIRETTA SU RAI1 DEL CONCERTO DELLA FENICE DI VENEZIA, È STATA SPESA PER SPIEGARE LA SPILLA GIALLA SUL FRAC DEI LAVORATORI DEL TEATRO, IN PROTESTA CONTRO LA NOMINA DI BEATRICE VENEZI A DIRETTORE MUSICALE

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IN COMPENSO, RIPRESO SPESSO E VOLENTIERI IL PALCHETTONE CENTRALE, DOVE SEDEVA UN FORMIDABILE TRIO DI INTELLETTUALI COMPOSTO DAL SOTTOSEGRETARIO ALLA CULTURA, GIANMARCO MAZZI, DAL SINDACO DI VENEZIA, LUIGI BRUGNARO, E DAL RESPONSABILE CULTURA DI FDI, FEDERICO MOLLICONE, I TRE MANDARINI TIPO PING PANG E PONG CHE SONO FRA I PRINCIPALI RESPONSABILI DEL DISASTROSO AFFAIRE VENEZI

Altro che Tele Meloni. Se il nuovo anno si vede dal Capodanno, allora ci aspetta un 2026 da cinegiornale Luce. La storia è lunga ma non complicata. Si dà il caso che alla Fenice di Venezia, donde la Rai trasmette il suo concerto di Capodanno autarchico in contrapposizione a quello globalista di Vienna, sia in corso una durissima battaglia contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale, il più clamoroso e indecente caso di amichettismo musicale della storia italiana recente e forse non solo di questa
Contro una scelta che li umilia, i lavoratori della Fenice si stanno battendo da mesi. Avendo però quella dignità che manca alla controparte, hanno deciso di non far saltare il concerto ma di eseguirlo portando sul frac una spilla gialla dove una chiave di violino si intreccia con un cuore
Bene: non una parola, nella lunga diretta del concerto, è stata spesa per spiegare tutto questo e perché, stranamente, ci fosse quel piccolo ma visibilissimo tondo giallo sul nero dei frac. Gli spettatori di Rai 1, che probabilmente al 99,9 per cento non lo sapevano, magari se lo saranno chiesto. Ma da parte del presentatore ignoto, una voce fuori campo, non una parola: silenzio tombale, censura totale.
In compenso il pubblico in sala è esploso in un’ovazione quando Mariotti ha salutato «i magnifici musicisti alle mie spalle», dato che il pubblico della Fenice è compatto nel sostenere i suoi artisti e la dignità del suo teatro.
Poi, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Quindi sembrava un po’ strano che ogni volta che Mariotti faceva alzare una prima parte dell’orchestra dopo un assolo ben riuscito, la regia inquadrasse subito le care salme in platea. E tuttavia è probabile che in questo caso non fosse dolo ma semplice sciatteria.
In compenso, ripreso spesso e volentieri il palchettone centrale, dove sedeva un formidabile trio di intellettuali composto dal sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e dal responsabile Cultura di FdI, Federico Mollicone, i tre mandarini tipo Ping Pang e Pong che sono fra i principali responsabili del disastroso affaire Venezi.
Curioso, però: si spellava le mani chi ha dichiarato che le orchestre italiane sono mediocri (Mazzi) o che la Fenice non è un teatro di prestigio internazionale (Brugnaro, che peraltro ne è il presidente).
(da “La Stampa”)

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COSA È SUCCESSO A CRANS-MONTANA? NELLA DISCOTECA “LE CONSTELLATION” C’È STATO UN COSIDDETTO “FLASHOVER”, UN INCENDIO IN CUI TUTTI I MATERIALI COMBUSTIBILI IN UN LOCALE BRUCIANO ISTANTANEAMENTE E CONTEMPORANEAMENTE

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA COMBUSTIONE INIZIALMENTE È QUASI IMPERCETTIBILE. IL CALORE ACCUMULATO RISCALDA L’AMBIENTE E FA DEGRADARE I MATERIALI COMBUSTIBILI, LIBERANDO GAS INFIAMMABILI CHE SI RACCOLGONO VERSO IL SOFFITTO E AL MINIMO INNESCO POSSONO SCATENARE UNA COMBUSTIONE IMPROVVISA E TOTALE, CHE AVVOLGE TUTTO E NON LASCIA TEMPO NÉ ZONE SICURE DOVE FUGGIRE

Cos’è un flashover?
I video mostrano il locale avvolto in una palla di fuoco e le autorità del Canton Vallese parlano di un flashover. «Si tratta di un termine tecnico. Indica un incendio in cui tutti i materiali combustibili presenti in un locale bruciano istantaneamente e contemporaneamente.
Perché avvenga è necessario che il soffitto raggiunga i 600-650 gradi di temperatura. È una condizione molto particolare, difficile da raggiungere» spiega Giovanni Bellomia, ingegnere e dirigente funzionario dei Vigili del Fuoco a Ragusa, autore di vari manuali di prevenzione antincendio.
Cosa potrebbe averlo innescato?
«Non sempre la combustione produce fiamme visibili: la sigaretta ne è un esempio», spiega Valeria Di Sarli, dirigente di ricerca dell’Istituto di Scienze e Tecnologie per l’Energia e la Mobilità Sostenibili del Cnr.
«Una piccola sorgente di calore, come una candelina scintillante, può innescare una combustione che inizialmente è quasi impercettibile. Il calore accumulato riscalda l’ambiente e fa degradare i materiali combustibili, liberando gas infiammabili.
Questi gas, soprattutto in locali chiusi senza ricambio d’aria, si raccolgono verso il soffitto e al minimo innesco possono scatenare una combustione improvvisa e totale, che avvolge tutto e non lascia tempo né zone sicure dove fuggire: è il flashover. Diversamente da un’esplosione, può produrre fiammate violente, temperature estreme e rompere i vetri per l’eccessivo caloreQuali sono queste precauzioni?
«Arredi, tende, divani. Ogni oggetto deve rispondere a norme precise» spiega l’ingegnere dei Vigili del Fuoco. «Al cinema per esempio ci sediamo su poltrone progettate per non essere incendiabili.
Lo stesso vale per i materassi degli alberghi. Se ci cade una sigaretta, si forma un buco ma non vanno a fuoco. Non ci facciamo attenzione, ma nei locali di pubblico spettacolo si fa molta prevenzione. Spesso a fare la differenza fra un incendio senza vittime e una tragedia è la gestione dell’evacuazione e delle uscite di sicurezza».
La ricostruzione: La scintilla partita dalle candele sulle bottiglie usate per il brindisi
C’è un video, fra i tanti, che racconta quegli istanti: il soffitto prende fuoco come fosse di carta mentre le luci strobo della discoteca continuano a girare, in un assurdo contrasto tra vita e morte.
Anna, Giulia, Alessia e Andrea non riescono a staccare gli occhi dallo smartphone: «Potevamo esserci noi», pensano. Solo che Andrea, dopo aver contattato la proprietaria del locale qualche giorno fa, alla fine ha deciso di organizzare una festa in casa sua.
E allora niente Le Constellation. Non l’altra notte, non per l’ultimo dell’anno. Sono arrivati quando il fuoco aveva già divorato il pub su due piani, col biliardo e le freccette nel seminterrato, il bancone al centro, le pareti in legno, le vetrate all’ingresso. «Non capiamo come sia potuto succedere»
Raccontano, questi ragazzi italiani di 17 anni, che quel «numero» lo avevano già visto la sera prima.
Il 30 dicembre erano stati al bar e anche quella volta due camerieri avevano fatto il loro show: uno sulle spalle dell’altro, e sulle bottiglie di champagne delle candele speciali che brillavano nel buio come fuochi d’artificio.
Sono state queste candele scintillanti a scatenare il fuoco, a incenerire il soffitto di legno e trasformare un luogo di festa di una trappola per ragazzi neppure ventenni? Le autorità svizzere non confermano una versione così netta.
Di certo, però, l’incendio è scoppiato nel piano sotterraneo dal bar e si è esteso in una dinamica da “flashover”, ossia il passaggio repentino da un rogo localizzato a uno generalizzato, con il calore che si accumula sotto il soffitto, i gas di combustione che si diffondono nello spazio e la temperatura che sale molto rapidamente.
Le domande senza risposta sono tante. Così come i punti da chiarire, anche sulla sicurezza. Una «scala angusta», per esempio, era l’unica via d’uscita dal seminterrato del locale, come dichiara in conferenza stampa a Sion il comandante della
polizia vallese, Frederic Gisler.
Le piccole dimensioni dell’uscita hanno contribuito alla gravità del bilancio della tragedia, sottolinea Gisler. «Sono stata anche io in quel locale e posso confermare che la scala che portava nel seminterrato era angusta», ma «le indagini verificheranno se sono stati rispettati gli standard di sicurezza», le parole della procuratrice.
Gabriele, un ragazzo che di recente ha frequentato il bar – come tutti gli adolescenti qui a Crans Montana – dice che al piano di sotto un’uscita d’emergenza c’era ma non era segnalata: «L’abbiamo vista una volta, quando una mia mica si è sentita male ed è stata fatta uscire da lì». Se c’era, nella notte di Capodanno era come se non ci fosse, almeno a giudicare dalle parole degli inquirenti.
(da agenzie)

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ZHORAN MAMDANI GIURA SUL CORANO COME SINDACO DI NEW YORK: “DIMOSTREREMO AL MONDO CHE LA SINISTRA SA GOVERNARE”

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

L’’INSEDIAMENTO DAVANTI A MIGLIAIA DI SOSTENITORI ENTUSIASTI

«Molti ci osserveranno. Vogliono sapere se la sinistra è in grado di governare. Vogliono sapere se i problemi che li affliggono possono essere risolti. Daremo l’esempio al mondo».
Lo ha detto Zohran Mamdani parlando di fronte ad una folla esultante di migliaia di persone in occasione del suo insediamento come nuovo sindaco di New York. Mamdani ha prestato giuramento sulla scalinata del municipio nelle mani del
senatore Bernie Sanders. Presente anche l’altra “star” della sinistra democratica Usa, la deputata Alexandria Ocasio Cortez. «A partire da oggi, governeremo in modo ampio e audace. Potremmo non sempre avere successo, ma non saremo mai accusati di mancare del coraggio di provarci», ha proseguito Mamdani, che al suo arrivo con la moglie Rama è stato accolto come una star, con una lunga standing ovation.
«A coloro che insistono sul fatto che l’era del grande governo sia finita, ascoltatemi bene: il Comune non esiterà più a usare il suo potere per migliorare la vita dei newyorkesi», ha promesso.
Il giuramento sul Corano e il luogo simbolo
Mamdani, eletto con una netta quanto sorprendente maggioranza nel voto dello scorso 4 novembre, entra oggi di fatto nella storia da diversi punti di vista: primo sindaco musulmano e di origine sud-asiatica di New York, è anche il primo a prestare giuramento sul Corano nella città che ospita la più grande comunità ebraica del mondo fuori da Israele.
Già poco dopo la mezzanotte di Capodanno, in realtà, Mamdani aveva prestato giuramento in un luogo quanto mai atipico e simbolico, una fermata della metropolitana abbandonata sotto il Municipio. Simbolici anche il funzionario e la location scelti per il rito privato, cui ha partecipato solo una ventina di persone, tra cui la moglie Rama Duwaji e i genitori: la procuratrice generale di Ny, Letitia James, nota antagonista di Donald Trump, e una stazione della metropolitana in stile Beaux-Arts, abbandonata ma di grande impatto estetico, «a testimonianza dell’importanza del trasporto pubblico per la vitalità, la salute e l’eredità della nostra città».
Migliaia di persone, invece, hanno assistito al giuramento «ufficiale» del pomeriggio sui gradini di City Hall.
(da agenzie)

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ANNO NUOVO, NUOVE STANGATE

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

DIESEL, PEDAGGI E SIGARETTE, UN SALASSO DA UN MILIARDO DI EURO

Quasi un miliardo di euro. È questo il conto dei nuovi rincari che si abbattono sul 2026 e che, secondo le stime di Assoutenti, valgono 900 milioni di euro complessivi, frutto di una somma di aumenti su carburanti, tabacchi, pedaggi e servizi. La voce più pesante riguarda il gasolio, con 552 milioni di maggiori entrate attese per lo Stato nel corso dell’anno, seguita dai rincari su sigarette e prodotti da fumo, stimati in altri 213 milioni. Una stangata che apre l’anno che si è appena concluso con un impatto diretto sui bilanci familiari e che riaccende l’allarme sul potere d’acquisto, a fronte di stipendi stagnanti.
Dal primo gennaio è entrata in vigore una raffica di rialzi che attraversa settori diversi e che in parte discende dalle misudella legge di Bilancio. Il capitolo più immediato è quello dei carburanti. Con il riallineamento delle accise deciso dal governo il gasolio diventa più caro di 4,05 centesimi al litro, mentre la benzina beneficia di una riduzione equivalente.
Considerando anche l’Iva, l’effetto finale è di circa cinque centesimi al litro, con il prezzo del diesel che sale a 1,784 euro e quello della benzina che si attesta intorno a 1,73 euro. Secondo le stime, l’operazione garantirà allo Stato 552 milioni di euro nel corso del 2026. Un aumento che, come segnala il Codacons, non riguarda solo chi fa rifornimento ma rischia di riflettersi sui costi di trasporto e, a cascata, sui prezzi finali di molti beni
I pedaggi autostradaliA crescere sono anche i pedaggi autostradali, con un adeguamento medio all’inflazione dell’1,5 per cento applicato alla quasi totalità delle concessioni. Restano escluse alcune tratte, come la A10 e la A12 del Tirreno, la A5 e la A21 di Ivrea-Torino-Piacenza e le autostrade A24 e A25 di Strada dei Parchi. Su altre arterie l’aumento è più marcato: l’1,925 per cento sulla Salerno-Pompei-Napoli e l’1,46 per cento sull’Autostrada del Brennero, la cui concessione è scaduta ed è in corso il riaffidamento. Un ritocco che rende più costosi gli spostamenti quotidiani e i viaggi di lavoro.
Le sigarette
Il nuovo anno porta con sé anche sigarette più care. La manovra introduce un aumento progressivo delle accise nel triennio 2026-2028 su sigarette, sigaretti (cigarillos) e tabacco trinciato. Per il 2026 l’incremento medio è di circa 15 centesimi a pacchetto, destinato a crescere negli anni successivi. L’impatto stimato da Assoutenti è di 213 milioni di euro solo per quest’anno. Gli aumenti riguardano anche le sigarette elettroniche, ampliando la platea dei consumatori coinvolti.
Rischi sugli acquisti online
Non si fermano qui i rincari, come ricordato dal Codacons. I Comuni potranno aumentare l’imposta di soggiorno fino a 2 euro a notte, mentre nei territori della Lombardia e del Veneto entro 30 chilometri dalle sedi dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sarà possibile introdurre o incrementare la tassa fino a 5 euro. Sale al 12,5 per cento l’aliquota sulle polizze accessorie per l’infortunio del conducente e l’assistenza stradale, mentre scatta il contributo di 2 euro sulle spedizioni sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra Ue.
Una misura che colpisce in particolare gli acquisti online effettuati tramite piattaforme di e-commerce asiatiche, come Temu, Shein e JD, e che rischia di tradursi in ulteriori aumenti dei prezzi finali per i consumatori. Che negli ultimi due anni hanno incrementato in modo significativo i consumi attraverso questi canali. Spesso grazie a una massiccia campagna pubblicitaria delle piattaforme stesse sui social media con TikTok e Instagram.
Novità anche su altri fronti. Come quello della Tobin Tax, che raddoppia. Da gennaio l’aliquota dell’imposta sulle transazioni finanziarie passa dallo 0,1% allo 0,2% se la cessione avviene su mercati regolamentati e dallo 0,2% allo 0,4% negli altri casi. Allo stesso tempo, sale dallo 0,02% allo 0,04% l’aliquota sulle negoziazioni ad alta frequenza, sempre più utilizzate dalle principali case d’affari nazionali e non.
Accanto agli aumenti, ci sono alcuni rincari evitati. Per tutto il 2026 resta sospeso l’aggiornamento biennale delle multe stradali previsto dal Codice della strada. Inoltre, negli aeroporti di
Rimini, Forlì e Parma viene prorogata l’esenzione dall’addizionale comunale sui diritti d’imbarco. Ancora, sono rinviate al primo gennaio 2027 anche la sugar tax sulle bevande edulcorate e la plastic tax sulla plastica monouso.
Il quadro complessivo resta quello di un avvio d’anno segnato da nuovi balzelli. Una somma di interventi che, messi insieme, rischia di comprimere ulteriormente il potere d’acquisto, dopo una fase già segnata da inflazione e costi energetici elevati. E che, con i salari fermi come spesso riconosciuto dall’Ocse, può limitare i consumi degli italiani in una fase storica di crescita fragile e disomogenea.
(da agenzie)

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ABBATTERE I POTENTI, L’ULTIMA UTOPIA

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

SENZA SPERANZA NON CI PUO’ ESSERE FUTURO

Il nuovo anno non si affaccia con i colori della speranza: la guerra tra Russia e Ucraina continua sempre più accanitamente, e Putin non sembra voler accettare nessuna ipotesi di una pace giusta, mentre cresce il numero delle vittime da ambo le parti. Sul fronte mediorientale la tregua non ferma i morti a Gaza
mentre la violenza di coloni ed esercito cresce nella Cisgiordania occupata. 25 Ong hanno avuto il divieto di operare a Gaza, una misura che colpisce tutte quelle che avevano finora alleviato almeno in parte le sofferenze dei palestinesi di Gaza, Medici senza frontiere ma anche Caritas Jerusalem. Il patriarcato di Gerusalemme ha protestato, ma il governo israeliano continua senza fermarsi in questa sua battaglia volta, in realtà, a colpire tutte le organizzazioni internazionali e a mettere sempre più in discussione lo stesso diritto internazionale. Per ora, a farne le spese è la popolazione di Gaza, priva di cibo, case, strutture sanitarie. Ma in prospettiva a farne le spese saremo tutti noi, con la delegittimazione delle istituzioni internazionali nate dopo il 1945 per evitare nuovi orrori.
Putin minaccia l’Europa, mentre Trump continua ad impazzare, e non mette in discussione il suo appoggio a Netanyahu. In Europa, la nostra risposta è ancora insufficiente, tanto da far dubitare anche i più convinti europeisti fra noi del nostro ruolo in questo marasma. I potenti della terra continuano così a imperversare, usando sempre più arrogantemente il diritto del più forte. «Rovesceremo i potenti della terra», ha detto il Papa citando la superba espressione del Magnificat. Lo speriamo, ma quando? Dopo quanti morti, dopo quante ingiustizie?§In mezzo a tutto ciò, appaiono tuttavia alcune aperture: in Iran, i commercianti si sono uniti alla rivolta degli studenti guidati, pare, da una ragazza. Che questa inedita alleanza possa infine portare alla rivoluzione che tutti si augurano? E ancora, in Israele la Corte Suprema ha impedito che Netanyahu creasse una commissione di inchiesta sul 7 ottobre fatta apposta per§scagionarlo. Una vittoria del diritto sulla forza, questo diritto tanto calpestato ovunque.
Ma non solo morti e guerre. Crescono le disuguaglianze, invece di attenuarsi anche grazie agli incredibili progressi tecnologici. Cresce l’accettazione sociale a queste disuguaglianze, i poveri sono definiti “sfigati”, la ricchezza è diventata l’unico metro di giudizio sul valore delle persone. Il sapere perde sempre più prestigio. Eppure, anche qui ci sono sprazzi di speranza. Le generazioni più giovani appaiono diverse da quelle che le precedono, i ragazzi nelle scuole sono attenti a quello che succede nel mondo intorno a loro, riaffiorano parole dimenticate, “responsabilità”, “empatia”, “amicizia”. Dobbiamo passare la staffetta.
I più giovani fra i palestinesi accolti nei nostri ospedali non chiedono vendetta, ma di andare a scuola, di studiare. Non meditano di unirsi al terrorismo, ma di fare i medici, gli ingegneri per ricostruire la loro terra. Ascoltiamo le loro speranze. Nel suo discorso di fine anno, il presidente Mattarella si è affidato proprio ai giovani, ricordando loro la necessità del coraggio e l’esempio della storia della nostra Repubblica, dalla Costituente in avanti. Parole di speranza, perché senza speranza non ci può essere futuro. E nelle nostre speranze c’è la pace, ovunque. Paci giuste, senza prepotenze e conquiste. Paci senza razzismi e discriminazioni, fondate sul rispetto e l’accoglienza. Anche qui da noi, nelle nostre “democrazie”, non solo dove infuria la ferocia della guerra
Utopie, in un mondo dove infuria il diritto del più forte? Forse, ma ricordiamo il valore dell’utopia, non la terribile utopia messianica di chi si fa strumento di una supposta volontà divina per distruggere il mondo, ma l’utopia fattiva di chi insiste a battersi, anche nelle circostanze più avverse, un’utopia fatta dagli esseri umani. Sono loro che rovesceranno i potenti della terra, speriamo presto. Buon 2026.
(da agenzie)

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