Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
GLI UNICI CONSUMI CHE CRESCERANNO SONO QUELLI DI NECESSITÀ (BOLLETTE, CARBURANTE, SALUTE E CIBO) – I LEADER PIÙ AMATI? SANCHEZ, STARMER E IL DITTATORE CINESE XI JINPING
Preoccupazione, è la prima parola scelta da oltre un terzo degli italiani per definire
l’anno che verrà, e viaggia di pari passo con l’insicurezza. Più gli italiani guardano allo scenario nazionale e internazionale, più la tensione sale e ammanta di negatività le aspettative.
Secondo il Rapporto Coop 2025, questo cattivo umore orienta negativamente anche le previsioni sull’andamento dei mercati finanziari, e non invoglia a mettere nella lista dei desideri un figlio (solo il 12% fra i 18-44enni lo fa).
Previsioni pessimistiche anche sulle prospettive economiche. Gli intervistati prevedono nel 2026 una crescita del Pil prossima allo zero. «In un simile contesto – si legge nel rapporto – difficile ipotizzare un qualche dinamismo dei consumi».
La minima crescita dei consumi è legata quasi esclusivamente ai consumi di necessità. Si pensa di dover spendere di più in bollette (32%), carburante (22%), salute (21%) e cibo (20%).
I maggiori tagli avverranno alla voce “viaggi fuori dall’Europa” (-30%) e “pranzi e cene al ristorante” (-30%), ma si taglierà anche negli acquisti per l’abbigliamento (26%).
Sulla lista dei risparmi anche gli elettrodomestici e gli smartphone. Migliora invece il proposito di acquistare un’auto nuova nel 2026: dal 19% del 2025 si passa al 23%.
Trasferirsi all’estero, cambiare lavoro, dedicarsi di più alla propria formazione rimangono anche nel 2026 nel cassetto dei sogni. Proprio per quel che concerne il mercato del lavoro si vede nero: il 43% degli intervistati non ha fiducia.
Il campione preso in considerazione da Coop vede nel premier spagnolo e segretario del partito socialista Pedro Sánchez il leader mondiale che si distingue in modo più positivo.
Sánchez ha ottenuto il 65% dei giudizi positivi staccando di 8 punti percentuale il premier laburista britannico Keir Starmer (47%) e a sorpresa sul podio spunta il presidente cinese Xi Jinping (43%).
I leader mondiali più detestati, quanto a giudizi negativi, sono Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Vladimir Putin. Ma il popolo di Coop non ha ama neanche il premier ucraino Volodymyr Zelensky(
(da La Stampa)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
A SPEDIRE 816MILA A LETTO NELL’ULTIMA SETTIMANA È LA VARIANTE “K” CHE, NEI CASI PIÙ GRAVI, SFOCIA IN POLMONITE IMPEGNATIVA, SOPRATTUTTO TRA I GIOVANI
La variante K del virus A H3N, che domina la stagione influenzale in corso, sta colpendo duro gli italiani, trasformandosi in diversi casi in polmoniti pesanti, che investono sempre più i giovani. “L’epidemia è in crescita in tutta Italia e il picco è atteso nelle prossime settimane, entro la prima metà di gennaio”, conferma l’epidemiologo Giovanni Rezza, professore di Igiene all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, già direttore generale Prevenzione del ministero della Salute e direttore del Dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.
Il dato che impensierisce gli esperti è questo: a fine dicembre il sistema di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità ha registrato oltre 816mila casi di sindromi respiratorie acute, quasi 100mila in più rispetto alla settimana precedente. E oltre il 40% delle infezioni sono riconducibili a virus influenzali.
Tra questi, in più della metà dei casi si tratta del nuovo ceppo K del virus A/H3N2, ormai dominante.
In questo quadro, i bambini al di sotto dei 4 anni rappresentano la classe di età più colpita: se nella popolazione generale si è osservata un’incidenza di 14,7 casi ogni mille abitanti, nei più piccoli la quota è tripla (42 casi per mille).
Qui si inserisce la voce di Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova, che definisce la tendenza “preoccupante”. “Aumentano i casi di polmonite impegnativa, che colpisce anche fasce d’età più giovani – conferma –. I sintomi si manifestano inizialmente con febbre alta persistente per diversi giorni, accompagnata da spossatezza e dolori muscolari diffusi”
“L’influenza è una malattia tutt’altro che banale. Se non trova sulla sua strada gli anticorpi, in un bambino o ragazzino il virus può arrivare nei polmoni e causare una polmonite interstiziale grave, simile allo scenario che avveniva con il Covid”, dice il medico analizzando la situazione dopo il caso della morte, avvenuta a Padova, di una bambina di 12 anni, ricoverata per una brutta influenza e deceduta per una polmonite fulminante prima di Capodanno.
Va detto che normalmente, se non ci sono complicanze per persone non anziane, non è necessario ricorrere alle cure del Pronto soccorso. Ma la cosa cambia se ci si trova di fronte a tosse e dolori al torace rilevanti. “In presenza di questo quadro si deve andare subito al pronto soccorso perché c’è la necessità della rianimazione, intubazione e in casi particolari dell’Ecmo – conclude Bassetti -. È una situazione molto complessa”.
Ma quali sono i sintomi dell’influenza da variante K? E quanto dura? Sul piano clinico i sintomi da aspettarsi sono quelli tipici dell’influenza stagionale: febbre, brividi, malessere marcato, dolori muscolari/articolari, cefalea, tosse, mal di gola, talvolta raffreddore, e nei bambini possono comparire anche disturbi gastrointestinali.
Per quanto concerne la durata, dopo il contagio, l’incubazione è di solito di 1-4 giorni. La fase di contagiosità può iniziare un giorno prima dei sintomi e proseguire 5-7 giorni dopo l’esordio. Nei bambini e nelle persone con immunodepressione può durare più a lungo. Quanto alla durata complessiva dei disturbi, nella maggioranza dei casi la risoluzione avviene in 7-10 giorni, anche se una parte dei sintomi può trascinarsi oltre.
Nel frattempo si fanno sentire anche i medici di famiglia (Fimmg). Con un consiglio: “Torniamo a mettere le mascherine. Questo vale per chi ha sintomi, per evitare di contagiare le altre persone più fragili, e di igienizzarsi le mani”.
(da Repubblica)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
LO STUDIO DI EUROPA RADICALE: NEL 2925 SETTE CONVOGLI SU DIECI DI TRENITALIA SONO ARRIVARTI IN RITARDO… LA TRATTA PEGGIORE E’ LA LECCE-MILANO
Nella sua crudezza, il dato è oggettivamente impressionante: le Frecce che hanno
attraversato il Paese negli ultimi dodici mesi hanno accumulato un ritardo complessivo di quasi due anni (676 giorni per l’esattezza, pari a un anno e dieci mesi). Numero che, applicato agli oltre 90 mila treni presi in considerazione fra Frecciarossa, argento e bianca, cioè tutti quelli di Trenitalia che percorrono le linee ad alta velocità, si traduce in una media di dieci minuti in più per ogni convoglio rispetto all’orario previsto per l’arrivo. Lo studio, a cura di Claudia Calore, porta la firma di Europa Radicale, s’intitola allusivamente “Altra velocità” e offre una panoramica estesa del tempo perduto nel trasporto viaggiatori in Italia: «Ciò che emerge è che la nostra rete ferroviaria non regge e che e che vi sono settori che di frequente collassano letteralmente», spiega Igor Boni. E non è solo
questione di disagi per i passeggeri, comunque notevoli, c’è anche un risvolto economico negativo per l’azienda: «Il danno alle casse di Trenitalia è potenzialmente rilevante – aggiunge Boni -. Si stimano oltre 90 milioni di euro, tra rimborsi per ritardi e cancellazioni».
Sfogliando il dossier – basato sull’esame dei dati rilevati dal portale ufficiale di Trenitalia «Viaggiatreno», che fotografa la situazione dei convogli in circolazione con annessi orari – balza agli occhi la percentuale di treni in ritardo: il 66% del totale, quasi sette su dieci. Gli autori della ricerca evidenziano anche come, a differenza delle Frecce, per i convogli del concorrente non sia possibile avere informazioni: «Italo non consente di accedere ad alcun dato affidabile». Tornando ai numeri disponibili, la percentuale dei treni in ritardo, che comunque nell’arco dell’anno non scende mai sotto il 50%, tocca il suo picco a luglio, giugno e settembre (in quest’ordine) superando il 70%. Il mese a più alto tasso di puntualità è agosto, col 47%, «ma questo miglioramento può derivare da una forte rimodulazione degli orari dovuta ai lavori sulla linea, con un allungamento dei tempi di percorrenza che ha aumentato artificialmente i margini di rispetto dell’orario», osservano i responsabili dello studio. Quanto ai giorni della settimana, in quelli feriali i treni in ritardo oscillano fra il 66,8% del lunedì e il 68,9% del venerdì. Di sabato si scende al 60% e la domenica al 58%. I mezzi più penalizzati risultano i Frecciabianca, con una media annua del 73% di convogli in ritardo, seguiti dai Frecciargento (71%) e dai Frecciarossa (65%).
La classifica delle tratte peggiori
Europa Radicale ha anche stilato la classifica delle tratte peggiori: in testa la Lecce-Milano con ritardi medi di quasi mezz’ora, una corsa su tre con almeno trenta minuti di ritardo e una su dieci con almeno sessanta. La puntualità è merce rarissima, riguardando solo il 5% dei convogli. Detiene anche il record dell’arrivo fuori orario, con quasi sei ore in più (351 minuti) registrate il 6 settembre scorso. Chiude la sfortunata graduatoria riportata nel grafico, al decimo posto, la Napoli-Venezia: ritardo medio 22 minuti, puntualità del 2% ed extra-time di 278 minuti.
Nella mappa delle criticità nazionali, svetta la linea principale, la Milano-Napoli, insieme alla Verona-Padova-Venezia, alla Genova-Pisa e alla Salerno-Reggio Calabria. Non mancano i ritardi-monstre, come i 521 minuti del 13 novembre sulla Paola-Salerno – 183 chilometri – o le quasi otto ore del 16 agosto sulla Roma-Caserta, ma sono casi eccezionali.
(da La Stampa)
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