Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
I MILITARI DEL 26ESIMO REGGIMENTO PARACADUTISTI AVREBBERO CONSUMATO DROGHE E FOTOGRAFATO LE COLLEGHE NUDE NEGLI SPOGLIATOI … I GIORNALI TEDESCHI RIVELANO: “C’ERA UNA CRICCA DI ESTREMA DESTRA E ANTISEMITA”… IL COMANDANTE DELL’UNITÀ SOTTO ACCUSA, IL COLONNELLO OLIVER HENKEL, È STATO RIMOSSO DAL SUO INCARICO
Le forze armate tedesche sono state travolte da uno scandalo per molestie sessuali, estremismo di estrema destra e uso di droghe all’interno di un reggimento d’élite, un caso che rischia di compromettere gli sforzi per rafforzare l’esercito e incentivare il reclutamento.
I procuratori pubblici stanno esaminando oltre una dozzina di accuse che coinvolgono soldati del 26° Reggimento Paracadutisti, un’unità aviotrasportata dell’esercito con base
nella città di Zweibrücken, nel Land sud-occidentale della Renania-Palatinato.
Le indagini hanno riguardato accuse secondo cui alcuni militari dell’unità d’élite indossavano uniformi in stile nazista e facevano uso di droghe. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato di essere “inorridito” dalle rivelazioni, affermando che esse “sono in netto contrasto con i valori fondamentali della Bundeswehr”, le forze armate tedesche.
Lo scandalo ha però gettato un’ombra sul lancio, avvenuto questo mese, di un nuovo programma pensato per attrarre diciottenni verso una nuova forma di servizio militare volontario, mentre la Germania cerca di rafforzare le proprie forze armate alla luce dei timori legati all’aggressività della Russia.
Il caso ha sollevato interrogativi sulla cultura interna all’esercito in un momento in cui la Bundeswehr punta a un ruolo più rilevante sia sul piano interno sia internazionale, con il cancelliere Friedrich Merz che ha promesso di trasformarla nell’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Agnieszka Brugger, deputata dei Verdi e membro della commissione Difesa del Bundestag, ha avvertito che le accuse non macchiano soltanto una singola unità, ma rischiano di offuscare “l’importante servizio svolto da tantissimi soldati”.
Ha aggiunto: «Si tratta di un problema enorme in un momento critico, in cui la Bundeswehr e i nostri politici devono riuscire a reclutare le persone più capaci per il servizio militare».
Il 26° Reggimento Paracadutisti è una delle unità più d’élite delle forze armate tedesche. Composto da circa 1.700 soldati, è stato impiegato in missioni all’estero e in evacuazioni da zone di
guerra in Paesi come Afghanistan, Mali e Sudan.
Le accuse sono emerse pubblicamente per la prima volta in ottobre, quando un giornale locale ha ricevuto una segnalazione anonima secondo cui alcuni militari del reggimento erano sotto indagine per aver fatto saluti hitleriani, fotografato colleghi e colleghe negli spogliatoi e nelle docce, oltre a fare uso di droghe e indossare uniformi di ispirazione nazista.
Successivamente l’esercito ha confermato di aver avviato indagini riservate dopo aver ricevuto, a giugno, denunce da parte di paracadutiste, che rappresentano circa il 5% del reggimento.
È inoltre emerso che il comandante dell’unità, il colonnello Oliver Henkel, è stato rimosso dal suo incarico. Un’emittente locale, che ha ottenuto una copia del suo discorso di commiato, ha riferito che Henkel ha negato qualsiasi collegamento tra il suo avvicendamento e le accuse, affermando: «Ho la coscienza pulita e sono convinto che alla fine prevarranno la verità e la giustizia».
Da allora le accuse si sono moltiplicate. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato la scorsa settimana una lunga e dura inchiesta, citando fonti interne all’esercito che parlano di una “cricca di estrema destra, apertamente antisemita” a Zweibrücken, che utilizzava insulti come “maiale ebreo”. Le donne sarebbero state sottoposte a battute pornografiche, minacce di stupro e a comportamenti osceni da parte di colleghi che si esibivano mostrando i genitali.
Il generale a tre stelle Harald Gante ha dichiarato al quotidiano di essere rimasto “praticamente senza parole” quando ha scoperto quanto stava accadendo a Zweibrücken: «Sia per gli eventi in sé, sia per il modo in cui sono stati gestiti».
La buona condotta e l’adesione ai valori democratici, ha aggiunto Gante, sono ciò che distingue la Bundeswehr “dai soldati russi”, un monito arrivato pochi giorni prima che Merz promettesse un ruolo delle truppe tedesche nella sicurezza di un eventuale cessate il fuoco in Ucraina.
Giovedì la rivista Der Spiegel ha riferito ulteriori accuse, tra cui quella secondo cui un comandante di compagnia avrebbe puntato una pistola parzialmente carica contro il volto di due soldati. Un altro militare, secondo il settimanale, avrebbe avuto bisogno di un intervento chirurgico dopo aver ricevuto “ripetuti colpi ai genitali e alla testa” da parte dei suoi istruttori.
Con l’emergere della reale portata delle accuse, Pistorius è stato criticato da alcuni membri del Bundestag e dalla stampa tedesca per aver atteso fino a dicembre prima di intervenire pubblicamente sulla vicenda.
In totale, la Bundeswehr ha indagato su 55 sospetti, ha riferito al Financial Times un portavoce dell’esercito. Tre soldati sono già stati congedati, mentre altri 19 sono oggetto di procedimenti di espulsione. Sedici casi sono stati trasmessi alla procura per indagini penali, perlopiù legate a reati di droga, ma anche a episodi di incitamento all’odio e uso di simboli estremisti vietati.
Le forze armate hanno inoltre lanciato quello che hanno definito un “piano d’azione per le truppe aviotrasportate”, volto a promuovere una leadership migliore e una più chiara educazione ai valori all’interno dell’esercito.
«Violenza, sessismo ed estremismo non hanno posto nella nostra Bundeswehr», ha dichiarato il portavoce. «Ci aspettiamo che i nostri soldati e dipendenti civili difendano attivamente l’ordine
fondamentale libero e democratico. Dove ciò non avviene, interveniamo con decisione». Non è la prima volta che la Bundeswehr affronta uno scandalo di questo tipo.
Nel 2020, il ministero della Difesa sciolse un’intera unità d’élite delle forze speciali, avvertendo che la sua “leadership tossica” aveva “sviluppato e favorito tendenze estremiste”. Nel 2022, un ex soldato è stato condannato a oltre cinque anni di carcere per aver pianificato l’assassinio di politici mentre si fingeva un rifugiato siriano.
Thomas Röwekamp, deputato e presidente della commissione Difesa, ha definito le accuse “agghiaccianti” e “inaccettabili” in un’intervista alla radio pubblica Deutschlandfunk, sottolineando però che non sono rappresentative dei 180.000 soldati tedeschi.
Uno studio pubblicato lo scorso anno dal Centro di storia militare e scienze sociali delle forze armate ha rilevato che solo lo 0,4% dei soldati mostra atteggiamenti di estrema destra, una percentuale inferiore al tasso superiore al 5% che, secondo gli autori, riguarda la popolazione generale.
Laura Pitel
per www.ft.com
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO FECE CAUSA A LONDRA SOSTENENDO CHE I SERVIZI SEGRETI BRITANNICI FOSSERO “COMPLICI” DELLE TORTURE AMERICANE… LA BBC HA RIVELATO CHE GLI 007 DELL’MI5 E DELL’MI6, IN PASSATO HANNO TRASMESSO AGLI AGENTI AMERICANI LE DOMANDE DA UTILIZZARE DURANTE GLI INTERROGATORI AI PRESUNTI TERRORISTI
Il governo britannico ha pagato un risarcimento “sostanziale” ad Abu Zubaydah, cittadino
palestinese nato in Arabia Saudita, catturato in Pakistan nel 2002 e dal 2006 detenuto dagli americani senza processo nel campo di Guantanamo Bay, a Cuba, dove è stato torturato dalla Cia in base ad accuse senza fondamento di essere un membro di spicco di Al Qaeda, poi ritirate dalle stesse autorità di Washington.
Lo ha rivelato la Bbc, secondo cui i servizi segreti interni e per l’estero del Regno Unito, rispettivamente l’MI5 e l’MI6, in passato avevano trasmesso agli agenti americani le domande da utilizzare durante gli interrogatori di Zubaydah, nonostante fossero a conoscenza dei gravi maltrattamenti subiti e dei metodi brutali usati dai colleghi americani. L’uomo aveva intentato un’azione legale contro lo Stato britannico, sostenendo che i suoi
servizi segreti fossero “complici” delle torture.
“Il risarcimento è importante, significativo, ma insufficiente”, ha dichiarato Helen Duffy, consulente legale internazionale di Zubaydah, esortando il Regno Unito e gli altri governi che “condividono la responsabilità delle sue continue torture e della sua detenzione illegale” ad agire per il rilascio del prigioniero.
E ancora: “Le violazioni dei suoi diritti non riguardano il passato, sono in corso”. Il caso del prigioniero palestinese è stato anche al centro di diversi appelli lanciati dall’Onu e dalle ong a difesa dei diritti umani.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È CHE GLI AGENTI SI SONO PRESENTATI CON UN DOCUMENTO CHE, A DIFFERENZA DI UN MANDATO FIRMATO DA UN GIUDICE, NON AUTORIZZA L’INGRESSO FORZATO IN UNA RESIDENZA PRIVATA
Gli agenti dell’Ice impegnati negli arresti nella regione delle Twin Cities, in Minnesota — già scossa dall’uccisione di Renee
Good — domenica hanno sfondato la porta di un’abitazione e si sono fatti strada all’interno, in quella che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha definito la sua più grande operazione di contrasto di sempre. Gli agenti hanno catturato un uomo in casa pochi minuti dopo aver usato spray al peperoncino contro i manifestanti all’esterno, che si erano scontrati con gli agenti federali pesantemente armati.
Lungo la strada residenziale, i manifestanti hanno suonato i clacson delle auto, battuto su tamburi e suonato fischietti nel tentativo di disturbare l’operazione. Un video dello scontro ripreso dall’Associated Press mostra alcuni agenti che respingono i manifestanti, mentre una donna esce successivamente dalla casa con un documento presentato dagli agenti federali per arrestare l’uomo. Firmato da un funzionario dell’immigrazione, il documento, a differenza di un mandato firmato da un giudice, non autorizza l’ingresso forzato in una residenza privata.
Un mandato firmato da un funzionario dell’immigrazione autorizza l’arresto solo in un luogo pubblico. I gruppi di difesa degli immigrati hanno condotto ampie campagne ‘conosci i tuoi diritti’, esortando le persone a non aprire le porte a meno che gli agenti non abbiano un ordine del tribunale firmato da un giudice. Pochi minuti dopo aver sfondato la porta in un quartiere pieno di case unifamiliari, l’uomo è stato portato via in manette. Oltre 2.000 arresti per immigrazione, ha dichiarato la portavoce della Sicurezza Nazionale Tricia McLaughlin, sono stati effettuati in Minnesota da quando l’operazione è iniziata all’inizio di dicembre.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE CUBANO MIGUEL DIAZ-CANEL REPLICA: “ “CUBA È SOTTO ATTACCO DEGLI STATI UNITI DA 66 ANNI. SIAMO PRONTI A DIFENDERE LA NOSTRA TERRA SINO ALL’ULTIMA GOCCIA DI SANGUE”
Gli effetti della detronizzazione di Nicolas Maduro in America Latina si espandono. Nel mirino
del team Trump c’è soprattutto il regime comunista cubano. Donald Trump ieri ha consegnato al social Truth la conferma che a L’Avana non arriverà più il greggio venezuelano e ha suggerito al Paese guidato da Miguel Diaz-Canel «di fare l’accordo prima che sia tardi». Non ha spiegato in cosa consista l’accordo e nemmeno se sia stato avviato qualche contatto. Il fatto è che a Cuba non arriveranno più «soldi e petrolio».
Diaz-Canel ha replicato. L’America – le sue parole – non ha alcuna autorità morale per spingerci a un accordo. «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci impone cosa fare – ha detto il presidente -. Cuba non attacca, è sotto attacco degli Stati Uniti da 66 anni; Cuba non minaccia. Si prepara, è pronta a difendere la propria terra sino all’ultima goccia di sangue».
Parole che anticipano una grande esercitazione militare in tutto il territorio dell’isola perché – si legge sulle pagine del quotidiano ufficiale Granma – «prepararsi alla difesa è uno sforzo necessario». L’economia cubana dipende dall’import di greggio e carburante. Il maggior fornitore è stato il Venezuela con circa 30mila barili di greggio al giorno, il 50% del fabbisogno dell’isola.
Jorge Piñon, ricercatore presso l’Energy Center dell’Università del Texas, sostiene che la «perdita è catastrofica per Cuba poiché è improbabile che i rifornimenti da Messico e Russia possano colmare il gap». Al momento infatti altri Paesi alleati o vicini a Cuba come Brasile, Angola, Algeria e Colombia non hanno garantito sufficienti consegne al regime.
Il segretario di Stato Marco Rubio – floridiano di origini cubane – ha detto che il regime è indebolito. Venerdì durante l’incontro con i petrolieri alla Casa Bianca, ha dichiarato che «non siamo interessati a destabilizzare Cuba, ma i leader devono fare una scelta: possono avere un Paese reale con un’economia vera dove la gente prospera oppure possono continuare con la fallimentare dittatura che porterà al collasso sistemico e della società».
Caracas e gli Usa stanno invece lavorando a un accordo da 2 miliardi di dollari per 50 milioni di barili di greggio venezuelano. I proventi verrebbero depositati in un conto corrente
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
UN EVENTO ISTITUZIONALE NELL’HOTEL CATANESE DI PROPRIETA’ DELLA FAMIGLIA DELLA NUORA DEL MINISTRO
Una storia di amichettismo che coinvolge ancora una volta Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, quella che lega il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno e la famiglia dell’ex governatore della Sicilia e ministro della Protezione civile e del mare Nello Musumeci. Al centro della vicenda c’è un hotel a 4 stelle alle porte di Catania, una gestione poco trasparente di soldi pubblici e un ‘regalo’ che il presidente dell’Ars ha fatto alla sorella della nuora di Musumeci, Francesca Firetto Carlino, moglie di Salvo Musumeci. Vecchie pratiche di
favoritismo clientelare, dure a morire.
Il 24 dicembre avevamo scritto di un appuntamento istituzionale organizzato da Gaetano Galvagno (Fdi) lo scorso 22 dicembre all’Airone City Hotel, per il consueto scambio di auguri natalizi, ma soprattutto allo scopo di presentare la relazione del terzo anno di presidenza dell’Assemblea regionale siciliana. Nell’invito era ben visibile il logo dell’Ars, a conferma del fatto che l’evento avesse un carattere ufficiale e formale. Ci eravamo chiesti perché quell’incontro non si fosse svolto in un locale pubblico, per esempio in una delle sale di rappresentanza disponibili a Palazzo dei Normanni a Palermo (dove ha sede l’Ars). E ci eravamo anche domandati perché Gaetano Galvagno – già coinvolto in una indagine sui finanziamenti regionali, indagato per corruzione e peculato, oltre che di falso e truffa – avesse optato per quella struttura ricettiva, programmando proprio lì l’allestimento dell’evento istituzionale a Catania, suo bacino elettorale (Galvagno è originario di Paternò).
Il caso dell’evento natalizio organizzato dalla presidenza dell’Ars in un hotel a Catania
Come avevamo ricostruito, la struttura alberghiera si era aggiudicata in data 27 novembre l’affidamento diretto del servizio, cioè la “Locazione spazi e servizi connessi alla presentazione dell’attività svolta dalla presidenza dell’Ars nella XVIII legislatura”, con importo di aggiudicazione di 12.500 euro. Un affidamento diretto, senza gara, per somme di lieve entità è comunque consentito dalla legge. Siamo in presenza di una procedura legittima, visto che il Nuovo Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023) fissa la soglia per l’affidamento diretto
di servizi e forniture a 140mila euro. Sotto questo tetto, le stazioni appaltanti possono procedere senza gara, in modo diretto e autonomo, indicando naturalmente operatori con pregresse esperienze. Non siamo quindi davanti a un fatto illecito, ma siamo nel campo dell’opportunità politica e dell’etica istituzionale.
Il prossimo 21 gennaio l’esponente di Fdi dovrà presentarsi davanti al Gip che deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio, per lui e per altre cinque persone, tra cui la sua ex portavoce, Sabrina De Capitani, l’imprenditrice Marcella Cannariato, moglie del patron di Sicily by car Tommaso Dragotto. Ma avevamo già avuto modo di sottolineare come l’inchiesta su Galvagno non avesse nulla a che vedere con il caso dell’affidamento diretto per l’organizzazione dell’appuntamento natalizio, che diventa problematico non perché presenti profili di illegalità, ma perché denuncia, ancora una volta, una gestione personalistica della cosa pubblica.
Sul caso che avevamo sollevato a Natale, si era espresso anche il parlamentare regionale di Controcorrente, Ismaele La Vardera, annunciando l’intenzione di presentare una richiesta di accesso all’agli atti per verificare le spese della Presidenza dell’Ars.
A nostro avviso l’esponente meloniano avrebbe potuto tranquillamente pagare di tasca propria l’incontro, invece di sprecare soldi dei cittadini siciliani. Ma la scelta del luogo non è stata casuale. L’Airone City Hotel è infatti di proprietà di Raffaello Longo e della moglie, Maria Luigia Firetto Carlino, sorella di Francesca, moglie dell’ex presidente della Regione Musumeci e ministro. In pratica Galvagno, deputato Fdi eletto
presidente dell’Ars nel 2022, ha probabilmente pensato di fare un favore al collega di partito Musumeci, coinvolgendo la famiglia di sua nuora nella gestione dell’evento. Una scelta che di certo è politicamente inopportuna dal punto di vista della trasparenza e del rigore istituzionale.
Anche perché l’attuale moglie del figlio di Nello Musumeci nella struttura di famiglia in passato ci ha anche lavorato, almeno dal 2005 al 2006, come si evince dal suo curriculum vitae, reperibile online: tra le mansioni indicate la gestione del pacchetto clienti, e poi “studio, analisi e sviluppo del mercato per l’implementazione della congressistica, banqueting e ricevimenti”.
Tra l’altro il nome di Francesca Firetto Carlino era già finito sui giornali qualche anno fa, quando Nello Musumeci era ancora governatore. Era apparso già fuori luogo l’ingresso dell’allora compagna di Salvo Musumeci (il matrimonio poi è stato celebrato nel 2022) all’interno dello staff del presidente del Collegio dei questori Giorgio Assenza, deputato di Diventerà Bellissima, movimento dell’ex presidente della Regione. Il caso, che aveva generato polemiche, era stato scoperchiato da LiveSicilia, che aveva dato conto dell’incarico per attività di segreteria da 1.350 euro lordi mensili. Allora il presidente Musumeci aveva minimizzato i fatti: “Non mi sono mai occupato e non mi occupo dei collaboratori scelti dai deputati. Per quanto mi riguarda, so solo che i miei figli sono ancora disoccupati, perché il papà non li ha mai raccomandati”. Magari il ministro di Fratelli d’Italia non avrà mai agevolato le carriere dei figli, ma è pur vero che un piccolo aiutino alla famiglia è
sempre gradito.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
GIUSEPPE CONTE ATTACCA: “I CITTADINI ATTENDONO DA MESI INTERVENTI SULLE BOLLETTE. SU UNA COSA SOLA HANNO FRETTA: DIFENDERE LA CASTA” … NELLA MAGGIORANZA SCOPPIA IL CASO DEI FONDI AL COMITATO DEL “SÌ”: I PARLAMENTARI DI FDI HANNO APERTO I PORTAFOGLI, QUELLI DI FORZA ITALIA NO. IL MALUMORE DEI MELONIANI: “LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON È SEMPRE STATA LA LORO BATTAGLIA?”
Oggi il Consiglio dei ministri deciderà la data del referendum sulla riforma della giustizia. La
premier Giorgia Meloni ha confermato che si terrà il 22-23 marzo. Ma il Comitato cittadini per il No chiede di attendere la fine della raccolta firme, ieri arrivate a oltre 340 mila: il 68% delle 500 mila da raggiungere.
E il leader M5S Giuseppe Conte attacca il governo: «I cittadini attendono da mesi interventi sulle bollette. Su una cosa sola hanno fretta: difendere la casta».
Intanto i comitati si organizzano per la raccolta fondi: GiustodireNo, sostenuto dall’Anm, ieri ha dato il via alla raccolta di donazioni private online, attivando un sito internet. Si moltiplicano piattaforme di crowdfunding. Mentre i partiti scaldano i motori: scatta la fase due. Finora la prima linea della battaglia sono stati i comitati, a cui i partiti hanno fornito sostegno accademico. Ma se il voto sarà il 22 marzo bisognerà correre.
La legge prevede che 45 giorni prima, giovedì 5 febbraio, scatti la par condicio. Ma la commissione di Vigilanza Rai è bloccata da oltre un anno. Se ne discuterà in settimana negli uffici di presidenza di Camera e Senato.
Questione spinosa restano i fondi. C’è malumore in FdI, dove ciascun parlamentare ha aderito alla proposta del Comitato Sì Riforma di contribuire alla campagna. L’hanno fatto anche in Noi moderati-Maie. Ma in Forza Italia no. E così, nel partito di
Meloni, c’è chi si sorprende: «La separazione delle carriere non è sempre stata la loro battaglia?».
Il capogruppo Paolo Barelli minimizza: «Siamo tutti concentrati nella campagna. Non c’è nessuna iniziativa formale. È positiva la nascita spontanea di tanti comitati. Vediamo». Ma è fuori dal Parlamento che infuriano le polemiche più aspre sui finanziamenti. I fautori del Si puntano l’indice contro l’Anm che ha finanziato la campagna del Comitato GiustodireNo nelle grandi Stazioni, sotto Natale.
«Sarà costata almeno 700 mila euro, noi non possiamo permettercela», ripetono. Dall’Anm smentiscono costi così alti. E assicurano che al comitato sono stati trasferiti 200 mila euro, non ancora spesi del tutto. A settembre, la delibera delcomitato direttivo centrale ne aveva autorizzati 500 mila. La giunta, mercoledì scorso, ha disposto di disinvestire gli altri 300 mila. Altri stanziamenti, per ora, non sono stati autorizzati.
Dai comitati per il No invece si invita a guardare ai «lauti finanziamenti pubblici della fondazione Einaudi che ha dato vita al comitato SiSepara». Giuseppe Benedetto presidente della Fondazione si indigna: «Questo comitato ha quattro spicci . I finanziamenti della Fondazione vengono da bandi pubblici. Non ci possono finanziare la campagna per il referendum, sarebbe distrazione di fondi pubblici. Ma, come dice il proverbio, “Il gatto della credenza, quello che fa pensa”».
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
COME PUO’ APPLAUDIRE ALLA SPERANZA DEMOCRATICA IN VENEZUELA E IRAN CHI SOSTIENE L’EROSIONE DELLE LIBERTA’ IN OCCIDENTE? A CHE TITOLO DA’ LEZIONI DI MORALITA’ E DEMOCRAZIA?
Partiamo dalle cose importanti: che niente è più commovente di un popolo che si ribella all’oppressione e all’oscurantismo di un regime totalitario, tanto più se è un popolo giovane e desideroso di libertà come quello iraniano.
E che niente è più giusto e bello di vedere che chi vive in una democrazia, come noi, resta al fianco di un popolo oppresso che si ribella, come in Iran.
Molto meno belle, invece, sono le lezioncine di democrazia che tocca sorbirsi a casa nostra.
L’accusa, nemmeno troppo malcelata, che dall’estrema destra viene rivolta “ai sinistri” – generico appellativo dedicato a chi non si genuflette di fronte a Meloni e Trump – è quella di non gioire abbastanza per la liberazione del popolo venezuelano e di non sostenere abbastanza la ribellione dei giovani iraniani contro
il regime degli ayatollah.
Sgombriamo il campo dagli equivoci, almeno per quanto ci riguarda La speranza del popolo venezuelano per un futuro migliore, dopo il blitz americano e la cattura di Maduro, è una bellissima cosa.
Ma sostenere quella speranza non vuol dire applaudire Trump e la sua allergia al diritto internazionale.
Sostenere quella speranza vuol dire chiedere con forza che la sovranità del Venezuela passi ai venezuelani. Permettere loro di scegliere chi li governerà. E lasciare loro, ad esempio, la scelta su chi debba essere l’acquirente del loro petrolio.
Lo stesso vale per l’Iran.
Sostenere i giovani iraniani, il loro bisogno di libertà e la loro lotta alla teocrazia è buono e giusto.
Ma non equivale a spianare la strada a un intervento militare americano e israeliano, con l’obiettivo di insediare un governo “amico” che rompa le alleanze con Russia e Cina, e abbandoni i palestinesi al loro destino. Vuol dire, di nuovo, augurarsi che il popolo iraniano possa realmente autodeterminarsi, attraverso libere elezioni e libera scelta del proprio spazio geopolitico di riferimento.
Saremo sospettosi noi, ma dietro le lezioncine di democrazia di questi giorni, e dietro il rinnovato entusiasmo per le libertà e i diritti di chi, in Occidente, fa di tutto per comprimerli, vediamo solo il disegno ipocrita di chi, riempiendosi la bocca di belle parole, vuole solo spostare gli equilibri geopolitici in chiave pro-Usa e anti-Cina.
Del resto, i cantori della libertà venezuelana e della ribellione iraniana sono gli stessi che ci dicono che a Gaza non sia in corso nessun massacro. Gli stessi secondo cui Renee Nicole Good a Minneapolis è stata uccisa per legittima difesa. Gli stessi che chiedono meno libertà e meno diritti per le donne o per gli omosessuali. Gli stessi che ci dicono che i decreti sicurezza e la criminalizzazione di chi protesta contro il governo siano cosa buona e giusta. Gli stessi per cui lo spionaggio illegale di giornalisti, imprenditori, collaboratori delle forze di opposizione è roba di poco conto, in una democrazia.
La questione, a ben vedere, va ribaltata: come può applaudire alla speranza democratica in Venezuela e Iran, chi è indifferente, o peggio ancora sostiene l’erosione di democrazia e libertà in Occidente?
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO AMERICANO TRACCIA LA STRATEGIA ESPANSIONISTICA DI TRUMP: “E’ COME PUTIN E NETANYAHU, UNA RICERCA DI POTERE E RICCHEZZA
L’attacco al Venezuela, la minaccia alla Groenlandia, in politica estera, i blitz armati degli 
uomini dell’ICE nelle principali metropoli del paese in politica interna, in questo modo Donald Trump sta cambiando, apparentemente senza possibilità di ritorno, le politiche globali in materia di relazioni internazionali e di sicurezza interna. Un vero e proprio nuovo ordine mondiale, che passa dalla demolizione del diritto, a cominciare da quello internazionale, e per i missili sui territori individuati come preda e i fucili spianati all’interno del paese. Trump sta inaugurando
una nuova dottrina, e quello che è avvenuto con il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro, segna un punto di non ritorno. Ne abbiamo discusso con Michael Hardt, filosofo americano, studioso del trumpismo e dei conflitti globali.
Che impatto ha avuto negli USA l’attacco a Caracas ed il sequestro di Maduro ?
Trump e i suoi consiglieri sono attualmente inebriati dal potere e credono di essere alla guida della macchina dell’ordine globale. Ovviamente, una situazione pericolosa e letale. Le reazioni politiche all’interno degli Stati Uniti sono finora relativamente sommesse. Ciò è dovuto in parte, credo, al fatto che la situazione è ancora poco chiara. Gli Stati Uniti controllano Venezuela o Delcy Rodriguez e le altre forze politiche e militari del governo bolivariano hanno ancora un potere significativo? Trump invaderà presto la Colombia? Una delle tattiche standard di Trump è quella di essere imprevedibile e creare confusione per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Detto questo, credo che le reazioni politiche significative negli Stati Uniti diventeranno chiare solo con il tempo. Una novità della nostra situazione attuale è che le azioni di Trump non necessitano di un’analisi politica approfondita. In passato bisognava svelare gli obiettivi nascosti dietro le belle parole dei presidenti statunitensi: democrazia, libertà, diritti umani. Trump è più trasparente e più onesto. Dice esplicitamente di volere il petrolio del Venezuela e i minerali della Groenlandia.
Quello che è avvenuto in Venezuela sembra la fine del diritto internazionale, in che dimensione si sta proiettando il mondo?
Hai ragione, il diritto internazionale è in crisi, ma l’indebolimento del diritto internazionale era già iniziato molto tempo fa. In un certo senso, Trump sta seguendo lo stesso copione di Putin e Netanyahu: conquista territoriale, esplicita ricerca di potere e ricchezza. Questo comportamento e questa retorica degli Stati Uniti, ovviamente, hanno implicazioni per altri Stati con aspirazioni espansionistiche, tra cui Israele, Russia e Cina. Qualsiasi condanna delle loro violazioni del diritto internazionale ora suona vuota. Ricordiamo anche che gli sforzi del governo Trump contro il diritto internazionale vanno di pari passo con il suo progetto di indebolire la Costituzione degli Stati Uniti, concentrando il potere nelle mani del Presidente. Stiamo vivendo due crisi costituzionali, a livello nazionale e globale.
La Groenlandia è nelle mire dell’amministrazione Trump, eppure la Danimarca fa parte della NATO, il presidente americano può arrivare a mettere in discussione il patto atlantico ?
È certamente possibile che Trump minacci l’esistenza della NATO, ma, come ho detto, l’imprevedibilità è una delle sue tattiche politiche standard per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Un’altra possibilità è che utilizzi la minaccia di minare il patto atlantico come strumento di ricatto per ottenere vantaggi e concessioni dai paesi europei.
Gli alleati di Trump applaudono alla sua politica bellicista e di aggressione, c’è il rischio che in futuro Trump possa mettere nel mirino anche gli interessi di paesi alleati? Quello che accade oggi in Venezuela può accadere a qualunque altro paese ?
Anche in questo caso entra in gioco l’imprevedibilità di Trump. Gustavo Petro deve prendere sul serio la minaccia di Trump di
invadere la Colombia. E anche i leader delle nazioni alleate devono tenere presente questa possibilità. Si tratta di una sorta di governance globale basata sul ricatto perpetuo.
Intanto in politica interna continuano le scorribande dell’ICE, a Minneapolis e’ stata uccisa una persona. Come sta reagendo l’opinione pubblica americana a questa escalation?
Abbiamo già assistito a manifestazioni popolari contro l’omicidio commesso dall’ICE in Minnesota, ma uno degli sviluppi importanti è che politici a diversi livelli di governo, inclusi sindaci e governatori statali, hanno fatto forti dichiarazioni contro l’omicidio. Se si consolidasse una forte fazione all’interno del governo contro non solo questo omicidio, ma anche contro le attività dell’ICE, ciò potrebbe accelerare le proteste popolari e dare loro maggiore peso.
Abbiamo vissuto mesi di mobilitazione internazionale sulla Palestina, ma non si hanno le stesse reazioni davanti all’attacco al Venezuela, c’è un problema di comprensione della portata di quello che stiamo vivendo ?
Potrebbe essere troppo presto per valutare le mobilitazioni internazionali contro l’aggressione statunitense. La situazione potrebbe aver bisogno di tempo per maturare. Ma ciò che serve, a mio parere, non è solo una condanna pubblica degli Stati Uniti e una difesa della sovranità venezuelana. La questione non riguarda solo la solidarietà con gli altri, ma la trasformazione della situazione politica in ciascuno dei nostri paesi. Questo è stato uno degli sviluppi più significativi delle mobilitazioni per la Palestina in Italia lo scorso ottobre: ha svelato un legame tra il movimento globale contro il genocidio in Palestina e una varietà
di fronti politici in Italia. Ciò di cui abbiamo bisogno è la costruzione di un nuovo internazionalismo che colleghi i movimenti di liberazione in diverse parti del mondo e che abbia la potenza di contrastare lo straordinario potere che ci troviamo di fronte. Questo potrebbe sembrarti un compito arduo, e in effetti lo è. Ma è l’unica strada che vedo all’orizzonte.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
ROBERTO SAVIANO RISPONDE A UNA DOMANDA: “IL VENEZUELA E’ UN NARCO-STATO? LA RISPOSTA E’ COMPLESSA: E’ UNO SNODO CENTRALE, MA NON E’ UN PRODUTTORE E LA SUA ECONOMIA, DIPENDE DAL PETROLIO
Cos’è un narco-stato? Questa è la domanda che si fa Roberto Saviano e che serve per raccontare il Venezuela. “Il narco-stato – dice lo scrittore in un video per Fanpage.it – è un’entità che fonda il proprio potere sul narcotraffico. Sottratto il segmento della droga, collassano tutte le infrastrutture. Un narco-stato è l’Afghanistan dei talebani, che si basa sulle eroina; è la Guinea Bissau, sul traffico di coca che arriva dal Sud America; è il Myanmar, la Birmania, fondata sull’oppio”.
Ma il Venezuela? Il Venezuela è un narco-stato?
“Risposta complicata. Il narcotraffico non è un effetto collaterale dei regimi autoritari contemporanei. È diventato in molti casi la loro infrastruttura invisibile. Perché il narcotraffico non finanzia soltanto attività criminali, ma sostiene apparati di sicurezza, compra fedeltà, sostituisce economie collassate, mantiene in vita stati che altrimenti non avrebbero più né risorse né legittimità. E quando la politica smette di produrre legittimità, la droga produce liquidità. E la liquidità produce potere. Il Venezuela è l’esempio più compiuto di questa trasformazione. Perché non è
un classico narco-stato? Perché la sua economia si basa sul petrolio e non è un paese produttore di cocaina, però è uno dei principali snodi logistici del traffico mondiale”.
Il Venezuela e il traffico di droga
Insomma, Saviano sottolinea che il Venezuela non sia affatto “un Paese marginale sulla mappa del narcotraffico”, ma che ci siano delle differenze con le narco-economie classiche. In primis perché non si produce la materia prima, ma viene semplicemente fatta transitare, protetta e coperta.
La Casa Bianca punta il dito contro il Cartel de los Soles: di cosa si tratta
Non è un cartello tradizionale, spiega Saviano: “In realtà non è neanche un cartello: non ha nessuna struttura orizzontale, non compete sul mercato, non si muove ai margini dello Stato. Si tratta di una struttura militare: soldati corrotti e un sistema di copertura che consente al traffico, soprattutto colombiano, di attraversare il territorio venezuelano senza nessun ostacolo, senza che ci siano sequestri o rischi di qualche tipo. Quindi non è un’organizzazione contro lo Stato. Non è neanche forse un’organizzazione, è semplicemente una modalità di funzionamento dello Stato stesso. Ecco perché adesso che sta per iniziare il processo contro Maduro, l’accusa di essere il capo del Cartel de los Soles è decaduta: perché questo non esiste come cartello. È un segmento di militari corrotti che fanno passare la coca”.
Insomma, il Venezuela non può essere definito un narco-stato classico, ma è uno Stato che utilizza la droga come strumento di sopravvivenza del potere.
Il narcotraffico che sostiene il potere
Saviano poi prosegue: “Per anni una parte dell’estrema sinistra di tutto il mondo, anche quella italiana, ha negato l’intreccio tra regimi e narcotraffico. Lo ha negato a Cuba, lo ha negato in Bolivia, lo ha negato in Venezuela, rifugiandosi spesso in un racconto ideologico. Cioè ogni accusa di narcotraffico è propaganda imperialista. Ogni inchiesta è una costruzione ideologica occidentale. Eppure basterebbe leggere un solo dossier per far crollare tutti gli alibi ideologici. Ad esempio, il dossier sui narcosobrinos, cioè i narco-nipoti. Nel 2015 la DEA coglie sul fatto Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores: sono i figli del fratello della moglie di Maduro, i nipoti. Vengono arrestati mentre stanno per spedire 800 chili di coca destinata agli Stati Uniti tramite un passaggio ad Haiti. Non stiamo parlando quindi di trafficanti marginali, non stiamo parlando di due corrotti. Usavano passaporto diplomatico, aerei di Stato. Parliamo di funzionari di un apparato di potere. Durante il processo a New York, quando vengono poi arrestati i narcosobrinos, non emerge soltanto traffico, emerge proprio un metodo di Stato. Nel 2017 vengono condannati a molti anni di carcere, ma nel 2022 vengono liberati. Sapete perché? Perché Maduro decide di vendicarsi arrestando cittadini statunitensi o venezuelani di origine statunitense e usarli come scambio. Decide di sequestrare, arrestare e quindi scambiare con la libertà dei nipoti, innocenti arrestati in Venezuela solo perché cittadini statunitensi. Quindi i narcosobrinos non sono stati assolti, sono stati semplicemente scambiati”.
Saviano poi si interroga sul motivo per cui la caduta del regime di Maduro non sia avvenuta prima, per mano dei cittadini venezuelani: “La risposta, anche qui non è morale, ma strutturale. Moisés Naim, uno dei più importanti e celebri intellettuali venezuelani, dice che le dittature contemporanee non cadono per rivolte popolari. Il potere non si fonda sul consenso, ma su reti, in questi regimi. Quindi, il controllo delle forze armate, il controllo dell’economia illegale, alleanze internazionali, la frammentazione dell’opposizione. Quando lo Stato diventa estrattivo – quindi si basa sull’estrazione del petrolio, l’oro, la coca, dei beni particolarmente preziosi – e clientelare, le società perdono i mezzi per organizzarsi e resistere. La protesta è possibile, ma ha molte poche probabilità di vincere, di realizzarsi. Non c’è più uno spazio istituzionale dove far avvicendare il potere, ci sono solo reti”.
E tutto ciò si lega al fatto che in Venezuela, a differenza di quanto avviene in altri regimi, le elezioni non sono cancellate o vietate. Si celebrano, ma sono svuotate: nessun altro candidato ha davvero possibilità di vincere. Se emergono figure capaci di concentrare su di sé una mole di consenso pericolosa, queste vengono sistematicamente allontanate, viene loro impedito di partecipare.
Cosa vuole Donald Trump
Ma tornando all’intervento statunitense: per quanto il narcotraffico sia la realtà che alimenta il potere di Caracas, quella di Donald Trump non è stata altro che una messa in scena: “Utilizza il narcotraffico come leva per ottenere il consenso da milioni di venezuelani che non ne possono più del regime, come leva per intervenire militarmente laddove invece il Venezuela
doveva essere aiutato a passare a una fase democratica, autonomamente. Trump si è inserito in questo vuoto. Non ha alcun interesse di democratizzare il Venezuela. Trump vuole controllare il Venezuela. Non ragiona mai in termini di coerenza: vuole semplicemente dominare il raccordo e dominare territori”.
Saviano poi prosegue: “In fondo Trump non ha mai combattuto il narcotraffico interno agli Stati Uniti, mai. Non ha mai combattuto l’infrastruttura finanziaria, che è l’unica arma che hai per colpire i cartelli, non soltanto arrestando persone che saranno sostituite. Durante la sua presidenza non è mai stata messa in discussione, per esempio, la funzione di Stati come il Delaware, il Sud Dakota, il Nevada, Florida, Texas, che sono snodi di segretezza societaria cioè sono i luoghi dove negli Stati Uniti si ricicla danaro del narcotraffico. Quindi la sua retorica law and order si è concentrata solo su un arco di strada, solo sui cartelli che sparano, sugli immigrati. Ha evitato completamente il cuore del problema, i trust, le banche, real estate, la fiscalità permissiva, i meccanismi che trasformano il denaro della droga in capitale legale. Trump ha parlato di guerra alla droga, ma n ha mai toccato la filiera finanziaria che la rende possibile. Perché quella filiera non è un’anomalia, è una componente strutturale del capitalismo americano e del capitalismo contemporaneo”.
Cosa può succedere ora
Ma quindi, cosa può succedere ora?
Con la caduta di Maduro il Venezuela non smetterà di essere un hub della cocaina. “Per un po’ cambierà il racconto – conclude Saviano – ma il potere criminale del narcotraffico resterà invariato. Servirà semplicemente nuovi padroni. Certo, senza un
regime militare che lo governerà il Venezuela avrà un miglioramento, delle fasce della società usciranno da una miseria cupa per arrivare a una miseria media, ci sarà la possibilità di un maggior dibattito politico, non verranno arrestati intellettuali e giornalisti, almeno nella prima fase. Qualcosa migliorerà certamente, ma sarà libero il Venezuela? Il Venezuela è stato liberato e quindi sa bene che ha un prezzo da pagare ai liberatori”.
( da Fanpage)
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