Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA LASCIA PERPLESSI FRANCIA E SPAGNA… CON I DETENUTI EUROPEI DI CUI SI TRATTA LA LIBERAZIONE ERA IL CASO DI FARE UNA PROPOSTA DA BULLI?
L’Iran ha convocato l’ambasciatrice italiana al ministero degli Esteri, Paola Amadei. La
decisione arriva dopo quelle che Teheran definisce «dichiarazioni irresponsabili» del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulle Guardie della rivoluzione. Lo riporta Iran International, che cita i media di Stato iraniani. Tajani ha annunciato che giovedì, durante il Consiglio Affari Esteri dell’Ue, l’Italia proporrà l’inserimento dei Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, in coordinamento con i partner europei. «Oltre 30 mila morti: se i dati sono confermati, siamo ai livelli di Gaza», ha dichiarato Tajani ai microfoni di Rai Radio 1. «L’Italia – ha concluso – sosterrà sanzioni contro i responsabili di questo massacro». Ali Reza Yousefi, direttore generale del ministero degli Esteri iraniano per l’Europa occidentale, ha messo in guardia dalle «conseguenze dannose» che potrebbero derivare da una decisione di questo tipo, invitando l’Italia a riconsiderare quello che ha bollato come un atteggiamento «avventato» e «poco ponderato» nei confronti dell’Iran.
Chi ha già inserito i Pasdaran nella lista dei gruppi terroristici
Nel 2019 gli Stati Uniti, durante la presidenza Trump, hanno inserito i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, seguiti da Australia e Canada. La proposta avanzata da Tajani richiede però l’unanimità per essere approvata a Bruxelles, ma Francia e Spagna hanno espresso perplessità, temendo che la misura possa interrompere i pochi canali di dialogo ancora aperti con la Repubblica Islamica e compromettere sia possibili nuovi negoziati sul nucleare sia il rilascio di cittadini detenuti nelle carceri iraniane.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
UNA TRAGEDIA SHAKESPEARIANA DEL RE PAZZO CIRCONDATO DA CORTIGIANI OSSEQUIENTI
C’è poco da stupirsi se Giorgia Meloni, nella sua più recente presa di posizione ufficiale quale nostra presidente del consiglio in carica, si augurava di poter candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, quando si tratta della stessa persona che all’inizio della carriera ministeriale certificava in Parlamento con il proprio voto che la marocchina Ruby Rubacuori era senza alcun dubbio la nipote del premier egiziano Mubarak.
Dunque, sempre di spudorata acquiescenza si tratta (che la narrazione corrente accredita come abilità manovriera e forza comunicativa), di un personaggio politico che persegue la sua scalata blandendo il potente di turno e accondiscendendo ai suoi grotteschi capricci. Indubbiamente risibile, nella misura in cui è rivelatrice di un abito morale inadeguato per guidare un Paese che si presume civile. Specie nelle traversie da affrontare in questi tempi.
Minacce in non trascurabile misura prodotte dalla transizione sistemica ad opera di un ciclopico distruttore a piede libero, quale il destinatario delle servili ruffianate di Meloni. Ma c’è qualcuno che si stupisce se l’attuale presidente degli Stati Uniti, dopo aver tentato il colpo di Stato alla fine del suo primo mandato, autorizza i suoi squadroni della morte, reclutati tra gli assalitori di Capitol Hill e altre nefandezze, di abbattere pacifici cittadini come prede venatorie di una feroce caccia all’uomo. Come le due vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Jeffrey Pretti; quale avvertimento a quanti ritengono diritto democratico dissentire dal potere. Un nemico che minaccia gli equilibri vigenti da eliminare.
E se la violenza cieca si scatena contro gli stessi compatrioti, perché stupirsi se il furore devastatore si rivolge contro l’intero orbe terracqueo, a partire proprio dai tradizionali alleati?
Di certo la tempesta che si è abbattuta sul mondo diventa inarrestabile perché quelle che il premier canadese Mark Carney chiama “le potenze di mezzo” – in particolare i leader europei e il club di Bruxelles di cui frequentano i salotti – hanno solamente saputo abbassare il capo nella speranza di sopravvivere al passaggio dell’uragano. Sorde all’invito del collega – giunto dai Grandi Laghi del Nord America al Forum di Davos 2026 – di “agire insieme perché il mondo assuma una piegatura diversa, verso il progresso e la giustizia”.
Ma per fare questa radicale inversione di marcia occorre capire di cosa si alimenta la furia trumpiana, diventata virale nell’acquiescenza di chi poteva/doveva contrastarla: la convinzione egemonica che la società mondiale – e l’Occidente in particolare – si divide drasticamente tra chi ha e chi non ha. E chi ha deve sentirsi consapevole della propria superiorità intellettuale e morale, che lo autorizza a qualunque pretesa; anche la più abietta. In particolare combattere con la forza e il terrore chi osa contrastare questo presunto stato di fatto. Per diritto divino o per l’ordine naturale delle cose.
Un pensiero che riemerge in tutta la sua virulenza da secoli di tentato addomesticamento, da parte di una didattica umanitaria e cosmopolitica che si presentava illuminata dalla luce della benevolenza e della solidarietà. Nei secoli in cui la stanchezza e l’orrore di massacri e stermini hanno dato credito al pensiero della luce. Con il prevalere della lezione di Erasmo da Rotterdam su quella di Machiavelli.
Infine – nel Novecento – la catastrofica guerra civile dell’intero Occidente, che ha sancito il collasso dell’Europa come centro del sistema-mondo, ha dato vita a istituzioni internazionali che si ritenevano capaci di intercettare la luce.
Ma dall’ultimo quarto del secolo scorso l’oscurantismo è tornato ad avanzare con gli stivali delle sette leghe. Inesorabilmente. Un’ideologia di stampo anglosassone nata (secondo Michel Foucault) dalla sublimazione in lotta di classe della guerra di razze dopo la conquista normanna dell’Inghilterra (Hastings 1066) e l’asservimento dei sassoni, proseguita nella dottrina di stampo calvinista e puritano del successo come segno della grazia divina; fino all’avanzata a ovest dei colonizzatori “di un continente assegnato dalla provvidenza”, spinta dall’eccezionalismo messianico americano.
Quel concentrato di aggressività e prevaricazione che riemerge come credenza salvifica dell’impero morente. Mentre il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti. E non sai quale di questi personaggi sia il più indegno: magari i cardinali di curia alla Paolo Mieli, che invitano a sopire e troncare i distinguo; a non esagerare con le critiche. I veri giullari dei nostri giorni.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA NUOVA FORMULAZIONE DEL REATO E ‘UN GROSSO PASSO INDIETRO PER LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA
Consenso e dissenso. La differenza c’è ed è tanta. Nel primo caso è abbastanza chiaro:
solo “sì è sì”. Altrimenti, è stupro. Nel secondo caso invece si chiede alla
vittima di dimostrare di aver opposto resistenza, di aver detto no ed eventualmente, di chiarire perché non l’ha fatto. A precisare la differenza tra i due termini è l’avvocata penalista Elena Biaggioni, già vicepresidente di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che ha spiegato a Fanpage.it cosa cambia con la nuova legge sugli stupri proposta dal centrodestra e perché è un enorme passo indietro, non solo rispetto al testo approvato inizialmente Camera, ma anche alla normativa vigente.
Partiamo con un primo chiarimento generale. Nella riformulazione presentata dal centrodestra la parola “consenso” è stata cancellata e sostituita con “dissenso”. Qual è la differenza tra i due termini e cosa cambia in concreto rispetto alla versione che era stata approvata all’unanimità alla Camera?
La riformulazione passa dal concetto di consenso a quello di “volontà contraria”. Si passa da una proposta si legge che si concentra sulla necessità di provare un consenso libero e attuale, quindi un sì netto e chiaro, a una proposta che si concentra sul dissenso espresso. Nel primo caso si chiede di provare che ci fosse un sì, e la prova si cerca e forma, sul esistenza del consenso. Se non ho detto sì, è no. Nel secondo caso la prova si sposta sul dissenso, quindi sul fatto che chi subisce la violenza abbia espresso il proprio dissenso. A questo spostamento consegue che la vittima avrà l’onere di manifestare un dissenso espresso, quell’onere di resistenza che ci illudevamo fosse superato. Si indagherà su cosa ha fatto per non essere stuprata, perchè non si è difesa, perchè non ha detto no, come ha detto di no, perchè non è scappata. Non è un caso che la Convenzione di Istanbul abbia adottato una definizione basata sul consenso, così come la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani e che la stragrande maggioranza dei Paesi che hanno aggiornato le proprie legislazioni in materia di violenza sessuale abbiano optato per il modello consensualistico: il modello “solo sì è sì”. Perchè è rispettoso della libertà e autodeterminazione sessuale. Perché limita forme di vittimizzazione secondaria, evitando che le donne siano costrette a provare di aver resistito alla violenza e si concentra sull’azione violenta.
La relatrice e avvocata Bongiorno ha parlato di un passo avanti rispetto alla normativa attuale perché nel testo da lei formulato viene comunque “valorizzata” la volontà delle donne. È così? Sarebbe una legge migliorativa rispetto a quella in vigore
La proposta presentata è di gran lunga peggiorativa non solo rispetto alla legge approvata all’unanimità alla Camera che introduceva il consenso nell’art. 609 bis, la violenza sessuale, è peggiorativa anche rispetto all’esistente. La Corte di Cassazione già interpreta la violenza sessuale alla luce delle disposizioni della Convenzione di Istanbul e in linea con la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani. È bene ricordare che il GREVIO, gruppo di esperti sull’applicazione della Convenzione di Istanbul, nel rapporto pubblicato a dicembre 2025 ha affermato “il GREVIO rileva con soddisfazione che la Corte Suprema di Cassazione si è chiaramente allineata ai requisiti della Convenzione di Istanbul, applicando nelle sue decisioni una concezione di questo reato basata sul consenso”. La proposta dalla sen. Bongiorno è un enorme passo indietro. Sinceramente non vedo come la volontà delle donne possa dirsi “valorizzata”.
Facciamo un esempio e prendiamo il caso di una donna che resta immobile, pietrificata dal terrore, davanti a un uomo che abusa di lei. Se questa legge venisse approvata sarebbe più difficile dimostrare a processo che si è trattato di uno stupro? Cosa rischiano le vittime?
Si rischia un aumento della vittimizzazione secondaria. Che l’accertamento del reato significhi un processo alla vittima. Accertare perché non ha resistito, perché non ha detto no. Perché non poteva farlo. è vero che il testo proposto dalla sen. Bongiorno inserisce nel secondo comma l’ipotesi dell’impossibilità della persona di esprimere il dissenso, ma resta l’onere di provare quell’impossibilità. Insomma, perché non potevo dire di no, anziché concentrarsi sul fatto che in quel momento non ero in grado di dire di sì. Il tutto sulla base di un contesto che aprirà scenari di incomprensioni, un fiorire di non aver capito: alibi per gli aggressori, banalizzazione della violenza, inversione delle responsabilità.
Secondo il centrodestra, introdurre il consenso per legge porrebbe un problema a livello processuale, ovvero l’inversione dell’onere della prova, che finirebbe a carico dell’imputato violando la presunzione d’innocenza garantita dalla Costituzione. È vero? Può spiegarci meglio?
Non è vero. Si tratta di una mistificazione che trova le sue radici in pregiudizi e miti dello stupro. Il terrore che sia la parola della persona offesa (la donna) contro quella dell’imputato. Non è così. Le indagini partono dalla denuncia della vittima per poi cercare riscontri e analizzare il contesto. Teniamo presente che è già così! Abbiamo detto che la Cassazione è già orientata in senso consensualistico. Il punto è che le indagini devono focalizzarsi sulla condotta dell’indagato e non su quella della vittima. Sulla violenza denunciata, non sulla condotta della vittima.
Perché questa ritrosia nei confronti del consenso secondo lei? D’altronde, come diceva, è un principio che la Corte di Cassazione ha già formalizzato in sentenze passate…
Abbiamo un serio problema nella comprensione della violenza contro le donne. Provano a convincerci che la violenza sessuale sia una questione di incomprensione, di non capire i segnali, ma lo sappiamo benissimo che la violenza è esercizio di potere, una forma di oppressione e controllo, un modo per silenziare le donne. Una legge che sposta l’attenzione sulla vittima anziché sull’autore della violenza e sull’azione violenta è un altro modo di ostacolare l’accesso delle donne alla giustizia. Con questo approccio si vogliono silenziare le donne, che già denunciano pochissimo (solo il 10,5% delle violenze viene denunciato, ce lo dice l’ISTAT).
(da Fanpage)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
SILENZIO ASSOLUTO DI MELONI E SALVINI SULLE VIOLENZE DELL’ICE, A QUESTO PUNTO IL SILENZIO DIVENTA ASSENSO
Silenzio sull’omicidio di Renee Nicole Good. Silenzio su quello di Alex Pretti. Silenzio su Liam Conejo Ramos, il bambino di cinque anni rapito e usato per fare da esca e arrestare il padre assieme a lui. Silenzio su una bambina di due anni deportata. Silenzio su una mamma e una figlia rapite. Silenzio su tutte le violenze, documentate, rivendicate, difese dall’ICE e dall’amministrazione Trump.
Silenzio. Di Giorgia Meloni. Di Matteo Salvini. Di tutti quelli che in questi mesi, anni, si sono sperticati in lodi per Donald Trump, che ci hanno spiegati che era comunque il leader del mondo libero, che ci voleva anche da noi uno così, che il vero problema era l’immigrazione, la cancel culture, l’ideologia woke. E non il disegno imperialista di chi si sveglia e vuole la Groenlandia, e il giorno dopo il Canada. E non il disegno repressivo di chi decide che anche nell’Occidente libero e
bello le proteste e le resistenze vadano represse col sangue. E che la colpa è sempre di chi si oppone.
E quando il silenzio si rompe, quando qualcuno parla, finisci per rimpiangere il silenzio. Lo rimpiangi quando Salvini dice che i dazi sono un’opportunità per le imprese italiane, quando Meloni si augura il Nobel per la pace a Trump, quando il ministro degli esteri Antonio Tajani dice, testuale, che “Ci sia una consapevolezza anche nella Casa Bianca che certi eccessi non vadano bene” proprio nel giorno in cui Trump invia lo zar dei confini Tom Homan in Minnesota a dare manforte al cosplayer delle SS Greg Bovino. Quello stesso Tom Homan che nel 2014 – sì, sotto la presidenza Obama: chi è senza peccato… – aveva teorizzato e praticato la separazione tra i migranti e i loro figli per dissuaderli dal partire. Nel giorno in cui il candidato repubblicano a governatore del Minnesota si è ritirato dalla corsa perché “Non posso sostenere la ritorsione dichiarata dei repubblicani a livello nazionale verso i cittadini del nostro stato, né posso considerarmi un membro di un partito che lo farebbe”.
Ecco: queste sono le parole che vorremmo sentire. Quelle di uomini e donne di destra che si dissociano dall’autoritarismo repressivo e violento di Trump e delle sue milizie, dalle bugie ripetute senza sprezzo del ridicolo per coprire quelle violenze, da un modo di gestire la questione migratoria che non ha giustificazioni morali, prima ancora che politiche. Quel che abbiamo visto in Italia, finora, è solo un assordante e insopportabile silenzio, mentre i media amici giustificano e sostengono Trump.
Un silenzio che dura ormai da troppo tempo, per non pensare che sia assenso
(da Fanpage)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
L’IRRESISTIBILE ATTRAZIONE PER LA MENZOGNA E PER LA FORZA
Si legge di tutto, in questo periodo, per cercare di capire che cosa sta succedendo negli
Stati Uniti. “Valori della Nazione sotto attacco” (Obama), “terrore di Stato” (M.Gessen), “guerra civile” (Percival Everett). E sugli uomini dell’Ice: squadracce, pretoriani, sgherri, gestapo, pasdaran, polizia politica.
Non si trova la parola giusta per dire di Trump, “populismo” è generico, “fascismo” è novecentesco, “tecno-plutocrazia” è tecnicamente corretto ma sfiora appena
l’enormità di un odio ideologico implacabile e omicida per tutto ciò che è diritti civili, femminismo, antirazzismo, inclusività. Per tutto ciò che non è bianco, maschio, tradizionalista, per tutto ciò che puzza di mondo e di umanità, per tutto ciò che non ha un prezzo e non si compera. Terribile. Ma è ciò che ci sta di fronte.
Forse basterebbe solo dire: Trump, trumpismo. Passerà alla storia così, con il suo nome, il suo marchio di miliardi, di prepotenza e di menzogna. I suoi servi interni ed esterni, in fin dei conti ammirati proprio da ciò che disgusta noi altri, ovvero l’esercizio del potere in libertà assoluta, senza regole, remore, dubbi, senza l’insopportabile culto della complessità, e della relatività, che ha generato la democrazia.
Dice bene Vittorio Lingiardi: “rinunciare alla fragilità della complessità in nome della semplificazione prepotente, vedi alla voce Trump”. Questo è. Pensate all’irresistibile attrazione della menzogna e della forza, quando ammazzano ogni dubbio, ogni contraddizione. Levare di mezzo tutto ciò che non ti obbedisce e non ti favorisce: il massimo della semplificazione. La semplicità come arma finale, come colpo mortale all’intelligenza, che se ci pensate bene è un bell’impiccio
(da repubblica.it)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
OCCORRONO INTERVENTI MIRATI
Interventi mirati, l’impiego in lavori di rigenerazione di maestranze, professionisti, tecnici, giovani potrebbero, forse, diventare una possibile via per contrastare lo spopolamento, per rendere vivibili i luoghi, per proteggerli da calamità che, come sappiamo, saranno sempre più frequenti e devastantIl ciclone Harry, con accumuli di acqua tra i 500 e i 600 mm in appena 72 ore in alcune zone della Sicilia orientale, della Calabria ionica e della Sardegna centro-orientale (valori che normalmente si raggiungono nell’arco di un anno intero, danni ingenti e difficili da calcolare, oltre un miliardo e mezzo di euro solo in Sicilia), per fortuna nessuna vittima, tanti “silenzi” (a riprova di come il Sud ormai, salvo rare eccezioni, sia stato cancellato dai media e dal dibattito nazionale) e tante sterili retoriche e lamentele del giorno dopo.
L’opera di previsione della Protezione civile sembra avere funzionato, ma si fatica a prendere atto che siamo dinnanzi a fenomeni estremi e a calamità che hanno una storia di lunga durata nel Mediterraneo, di cui non si conserva memoria.
Anno 1951
Il 1951 è stato un anno di piogge, straripamenti, inondazioni, frane, che si sono susseguiti con una cadenza impressionante dal Nord al Sud. Agli inizi di ottobre un afflusso d’aria fredda dall’Atlantico interessò la Sardegna, la Sicilia, la Calabria.
Molti paesi della provincia di Nuoro e Cagliari conobbero morti e danni ingenti. Poi fu la volta della Sicilia, in totale i comuni siciliani interessati furono ventitré, trecento le case crollate, millecinquecento i senzatetto, trentacinque i morti e 450 casi di tifo, di cui tre letali.
Poche ore dopo aver flagellato la Sicilia, la perturbazione colpì anche la Calabria e in particolare le province di Reggio e Catanzaro. In tre giorni, tra il 16 e il 17 ottobre, sul versante ionico e sul massiccio occidentale dell’Aspromonte si
registrarono 1770 mm. di pioggia. Le tremende alluvioni provocano l’abbandono definitivo o parziale, l’inizio di un irreversibile spopolamento di paesi montani e collinari dell’Aspromonte e delle Serre. L’immagine e quella di un bollettino di guerra: 104 comuni colpiti, 790 le case crollate, 900 quelle danneggiate, 5.000 i senzatetto e 78 i morti. Poi sarebbe stata la volta del Piemonte, del Veneto, e infine del Polesine, dove l’alluvione interessò 290.000 persone, con una quarantina di comuni, migliaia le case distrutte, un centinaio di vittime.
Amitav Gosh parla per queste alluvioni, che uniscono Nord, Sud, isole, del 1951, descrivendole come una manifestazione di crisi climatica. Restano memorie orali, cronache locali, testi di famosi scrittori. I governanti dell’epoca che giunsero nei paesi sconvolti da questo “terremoto”, invitavano le persone a fuggire lontano, nel Nord Italia e, apprendendo le lingue, nel Nord Europa. Popolazioni, che volevano resistere, restare, ricostruire in loco, furono cacciate, espulse, esiliate.
La denuncia di Alvaro
Corrado Alvaro, il più grande scrittore antropologo, prima di Pier Paolo Pasolini, fa descrizioni e riflessioni, che sembrano copiate da studiosi, associazioni, territorialisti di oggi. Alvaro nel 1954 (Paese d’acque, in Almanacco calabrese) racconta come «nel sottofondo della memoria di questi abitanti della costiera e dei paesi sulle pendici dell’Aspromonte, c’è l’urlo del torrente…continuo, come un cane invocante tra squilli di campane».
Lo scrittore è duro nei confronti delle élite politiche ed economiche: «Sulle catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti. Per dare lavoro ai disoccupati, si sono spiantati boschi che poi costano la vita a interi villaggi. […] Lo Stato interviene spendendo somme ingenti a fortificare i paesi pericolanti, e a distanza di pochi anni le crepe segnano i bastioni che trattengono la terra».
La storia delle opere pubbliche diventa così un palliativo alla disoccupazione, con la regione che dava sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione. Opere pubbliche che appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi. Costano molto allo stato e non lasciano margine alle opere fondamentali.
Invertire la rotta
Dai tempi di Alvaro le calamità naturali si sono succedute periodicamente (Soverato, Crotone, Pizzo), gli interventi sono stati sempre parziali e inefficaci, il Bel Paese è stato distrutto, devastato, cementificato, il suolo consumato in maniera inconsulta, i fiumi nascosti, le coste occultate alla vista delle persone, con abitazioni e complessi turistici sorti come moderne palafitte piantate nell’acqua, con pilastri e ponti incompiuti che volano nell’aria, con imprenditori che si eccitano appena viene annunciata una catastrofe.
Molti paesi sono deserti, in chiusura e chi governa, adesso, non può imputare tutto alla natura, o alla mancanza di conoscenze, cercare alibi, nascondersi, dopo ogni catastrofe annunciata, con un «noi non sapevamo», che diventa un «non accadrà mai più», a cui ormai nessuno più crede.
Basterebbe immaginare un progetto organico di messa in sicurezza del paesaggio e dei paesi, rinunciare alla cementificazione, mettere in sicurezza un territorio fragile. Basterebbe affermare una nuova cultura ecologica e ambientale, fare i conti con la storia e con la crisi climatica. Ci sono grandi problemi strettamente legati che si chiamano crisi demografica, spopolamento, fuga dei paesi, chiusura delle scuole, degli uffici, dei negozi, degli ospedali, dei centri culturali.
Interventi mirati, l’impiego in lavori di rigenerazione di maestranze, professionisti, tecnici, giovani potrebbero, forse, diventare una possibile via per contrastare lo spopolamento, per rendere vivibili i luoghi, per proteggerli da calamità che, come sappiamo, saranno sempre più frequenti e devastanti? Se la politica e la “scienza” non riescono a invertire questo cupo dissolvi del “più bel paese del mondo”, dobbiamo forse aspettare che le persone di oggi, come i contadini del 1951 che almeno avevano memoria dei rischi, tornino con i loro santi per portarli in processione e bagnarli, implorandoli, nelle acque del mare e dei fiumi?
(da ditorialedomani.it)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
NON SONO CONTRARI ALLE ESPULSIONI, MA ALLE VIOLENZE INDISCRIMINATE DELL’ICE, LE SQUADRACCE CHE A MINNEAPOLIS HANNO UCCISO DUE PERSONE SCATENANDO IL TERRORE… IL PARTITO REPUBBLICANO SI RIVOLTA, E IL TYCOON FA PIPPA E SCEGLIE LA LINEA PIÙ “MORBIDA” DELLO ZAR TOM HOMAN, CHE INSISTE SUI RAID MIRATI
La maggioranza degli americani boccia Donald Trump sull’immigrazione. Secondo un
sondaggio di Reuters-Ipsos, il 53% degli interpellati non approva la politica del presidente Usa sui migranti a fronte di 39% che lo promuove, in calo rispetto al 41% di un mese fa. Il sondaggio è stato condotto fra il 23 e il 25 gennaio.
Trump per la prima volta solleva l’ipotesi di un ripensamento, di una difficoltà. La difficoltà politica viene dalle crepe sempre più grandi che si stanno aprendo nel mondo repubblicano sulla gestione del violento assedio di Minneapolis. Non a caso, a stretto giro di posta, arriva la notizia di una possibile riduzione del numero degli agenti Ice in Minnesota.
È il governatore dello Stato, Tim Walz, ad annunciarlo, dopo una telefonata con lo stesso presidente: «Trump ha accettato di valutare la riduzione del numero di agenti federali in Minnesota e si è impegnato a parlare con il Dipartimento per la Sicurezza interna per garantire che i funzionari statali possano indagare sulla sparatoria di sabato». Quella in cui Alex Pretti, 37 anni, è stato freddato in mezzo alla strada.
«Penso che la morte di americani stia causando profonde preoccupazioni sulle tattiche dei federali e sulle loro responsabilità», ha dichiarato il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, che presiede l’associazione dei governatori repubblicani.«Agli americani non piace quello che stanno vedendo in questo momento», ha concluso. Alla domanda se gli agenti federali debbano essere ritirati dal Minnesota, Stitt ha risposto: «Penso che il presidente debba rispondere a questa domanda, e in questo momento è mal consigliato».
Non è certo il solo repubblicano a disagio. Il deputato James Comer ha suggerito, seppure con cautela, che gli agenti federali dovrebbero lasciare Minneapolis, e la senatrice Susan Collins, che sta supervisionando la discussione sul rifinanziamento
dell’Ice, ha dichiarato che la sparatoria «deve essere indagata in modo approfondito e trasparente». Il senatore Pete Ricketts del Nebraska ha definito la situazione «terrificante» e ha chiesto una «indagine urgente e trasparente».
L’amministrazione è attraversata da una battaglia tra due visioni sulle operazioni dell’Ice. Da una parte c’è Tom Homan, il cosiddetto “zar” dei confini, che ha sempre sostenuto operazioni mirate concentrate sui criminali più pericolosi. Dall’altra c’è Kristi Noem, segretaria della Sicurezza nazionale, che ha spinto per enormi operazioni a strascico alla caccia di clandestini, con sfoggio totale di forza.
Il dispiegamento di tremila agenti federali a Minneapolis è stato concepito come dimostrazione di potenza, non come operazione chirurgica, ma l’assedio ha preso una piega tragica e Trump non è felice della gestione del caso. Per questo ieri il presidente ha inviato sul posto Homan, che è «duro duro ma giusto, e riferirà direttamente a me». Noem ha subito segnalato gratitudine per l’iniziativa, ma il messaggio di sfiducia è chiaro: la segretaria ha perso il controllo e Trump sta cercando di riprenderlo.
I democratici hanno avviato un processo di impeachment contro Noem per abuso di potere e violazione della sovranità statale. Ma la vera battaglia si gioca sul bilancio. Al Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza minima, diversi senatori moderati potrebbero non votare per autorizzare l’aumento del bilancio dell’Ice.
Collins e Murkowski hanno già espresso riserve, ma anche senatori in stati competitivi come Tillis e Johnson stanno valutando la loro posizione. Senza quei voti, l’amministrazione rischia un altro shutdown del governo federale. Trump si troverebbe costretto a spiegare perché sta chiudendo i servizi del governo per finanziare un’operazione che ha ucciso due cittadini americani.
Per i senatori più moderati fra i repubblicani, difendere quello che sta succedendo a Minneapolis significa giustificare quello che è accaduto a Renee Good e Alex Pretti, uccisi da agenti federali.
Un tribunale federale a Minneapolis dovrà esprimersi sulla legalità del dispiegamento di migliaia di agenti. L’avvocatura dello stato ha presentato una petizione, sostenendo che l’operazione viola le prerogative dello stato ed è incostituzionale. Il caso si basa sul Decimo emendamento: il governo federale ha autorità sull’immigrazione, ma non può militarizzare un’intera città.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
NEL “BIG BEATUFIL BILL”, IL TYCOON HA AGGIUNTO 75 MILIARDI DI DOLLARI PER RAFFORZARE L’ICE, CHE SI SOMMANO AI 10 DEL BUDGET STANDARD. TUTTO QUESTO MENTRE LA MAGGIOR PARTE DEGLI AMERICANI, IL 55% SECONDO I SONDAGGI, SI DICE SCONTENTA DALLA POLITICA ECONOMICA DI TRUMP
La rabbia è diretta soprattutto verso gli agenti federali, ma c’è anche una frustrazione economica che si somma all’indignazione per le uccisioni di Alex Pretti e Renée Good.
Basti pensare ad alcuni cartelli visti a San Francisco: «Workers over billionaires», ovvero i lavoratori prima dei miliardari. Ma anche all’appello fatto dal sindacato degli infermieri National Nurses United: «Chiediamo al Congresso di abolire l’Ice e di investire nella sanità».
La categoria s’è sentita chiamata in causa anche perché Pretti era egli stesso un infermiere, ma il messaggio riassume una saldatura fra due temi nel fronte anti-Trump: il risentimento per la brutalità dei raid anti-immigrazione e il malcontento per la situazione economica.
Del resto, Ice è la forza dell’ordine che riceve più fondi, grazie al «Big, Beautiful Bill», con cui l’amministrazione ha aggiunto 75 miliardi di dollari, che si sommano ai 10 che l’agenzia riceve nel suo budget standard.
Tutto questo mentre la maggior parte degli americani — il 55% secondo un recente sondaggio della Cnn — si dice scontenta della politica economica di Trump. La Casa Bianca ha inoltre licenziato migliaia di impiegati pubblici. I finanziamenti record a Ice tra l’altro rischiano di scadere il 31 gennaio se non saranno approvati dal Congresso.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
HOMAN FU ACCUSATO DI PRENDERE MAZZETTE … CHE FINE FARA’ QUEL CALABRO-LESO DI GREG BOVINO? “CONTINUERÀ IL SUO LAVORO ALTROVE”
Alcuni repubblicani al Congresso hanno subito accolto con favore la notizia che lo «Zar
del Confine» Tom Homan, 64 anni, sostituirà la ministra della Sicurezza Interna Kristi Noem in Minnesota alla guida delle operazioni contro gli immigrati illegali, sperando che questo possa portare a una de-escalation.
Anche alcuni funzionari del dipartimento della Sicurezza interna — secondo i media americani — hanno espresso (anonimamente) sollievo, perché non tutti vedono con favore le tattiche pesanti usate dal capo della Polizia di Frontiera Gregory Bovino e appoggiate da Noem, ex governatrice del South Dakota diventata celebre per i selfie davanti agli immigrati tatuati e a torso nudo chiusi in cella. Nel dare la notizia su Truth Trump ha scritto ieri che Homan è un «duro ma giusto».
Si dice che abbia una visione diversa dei raid anti-immigrati e che li voglia più mirati (ma se ci sono altri immigrati illegali «collaterali» sul posto vengono arrestati comunque) e che sia più abile nei rapporti con le forze dell’ordine locali. La Casa Bianca nega ogni rivalità interna, ma il sito Axios scriveva a dicembre che il rapporto tra Homan e Noem è così teso che quasi non si parlano. L’approccioultra-aggressivo di Noem ha portato anche alle dimissioni del
commissario per la Polizia di frontiera Rodney Scott, secondo il sito di destra Washington Examiner.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha mostrato ieri ai giornalisti un articolo di 9 anni fa del Washington Post intitolato «Incontrate l’uomo che la Casa Bianca ha premiato per aver deportato gli immigrati illegali»: nel 2015 Homan ha ricevuto la Presidential Rank Award, sotto Obama. Alle prime righe del pezzo si legge che «deporta le persone, ed è molto bravo a farlo».
Lui è stato accusato di prendere mazzette (ma prosciolto) e di conflitto di interesse. Tanti funzionari dell’immigrazione sono fedeli a Homan: è nel settore da 30 anni. E ci sono lamentele che Noem sia troppo influenzata da Corey Lewandowski, ex consigliere di Trump che ha molti nemici nell’entourage del presidente.
Un falco per placare l’incendio di Minneapolis. Donald Trump ieri ha deciso d’inviare sul campo Tom Homan, classe 1961, già capo a interim dell’Ice fino al 2018 e grande sostenitore delle politiche di “tolleranza zero”. Lo stesso che nel gennaio 2017 suggerì la separazione dei figli degli immigrati dai genitori per scoraggiarne l’ingresso in America. Il programma venne sospeso 18 mesi dopo, quando emerse un audio sconvolgente, “rubato” in Texas da un volontario e recapitato ai giornalisti investigativi di ProPubblica, dove si sentivano decine di piccini, rinchiusi in celle simili a gabbie, piangere in maniera straziante invocando le mamme e i papà.
E la carriera di Homan ne fu devastata: incapace di ottenere la conferma del Senato per il ruolo di direttore dell’agenzia di cui era reggente, divenne membro di quell’Heritage Foundation che ha scritto l’estremista Project 2025, “per rimodellare il governo federale” che Trump sta usando come base delle sue politiche. Per loro, Homan ha curato la parte dove si teorizzavano arresti di massa, detenzioni e deportazioni di immigrati illegali in tutta la nazione ed è dunque in parte responsabile di quanto sta accadendo.
Ex poliziotto, ex agente di frontiera, è però un uomo di legge che finora non ha mai provato a spingersi oltre le regole scritte. Un conservatore che nel 2013 l’allora presidente Barack Obama scelse per il ruolo di direttore esecutivo delle operazioni dell’Ice e ne gradì così tanto il lavoro da insignirlo nel 2015 con la prestigiosa onorificenza Presidential Rank Award, proprio per il record di rimpatri.
L’arrivo di Homan fa presupporre che, almeno per ora, sia la sua fazione a prevalere. La pensa infatti in maniera opposta a chi ha gestito la situazione fin qui, convinto che sia necessario focalizzare le operazioni su chi ha precedenti penali gravi ed è nel Paese senza status legale.
«Il ruolo di Homan sarà quello di dialogare con le autorità locali e statali e coordinarle con i federali», ha spiegato ieri la solita Leavitt. Assicurando pure che il suo arrivo non significa che «Gregory Bovino uscirà di scena. È un grande professionista, continuerà il suo lavoro altrove». Non è detto che lo zar calmerà le tensioni: il suo carattere è ostico e l’ha mostrato più volte.
(da Corriere della Sera)
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