Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA PONE CONDIZIONI PER IL RIENTRO A BERNA DELL’AMBASCIATORE, NOI CHE ABBIAMO RIPORTATO A CASA UN VIOLENTATORE DI BAMBINI CON UN VOLO DI STATO: FATE RIDERE
Si alzano i toni in Parlamento in Svizzera contro l’Italia, dopo le polemiche sollevate
da Roma per la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario del locale Le Constellation, dove un incendio ha causato la morte di 40 persone. Il coro critico verso i politici italiani è bipartisan, dai sovranisti ai Verdi, fino ai liberali e ai democristiani.
Ma a far crescere la tensione sono soprattutto le condizioni imposte da Palazzo Chigi per il rientro a Berna dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, richiamato nei giorni scorsi a Roma. Tra queste, la richiesta di avviare una collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Stati e di costituire immediatamente una squadra investigativa congiunta per accertare le responsabilità della strage «senza ulteriori ritardi».
Da queste condizioni, erano subito emerse perplessità, come quelle di Nicolas Mattenberger, avvocato di alcune famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana. Nonostante critichi la gestione svizzera, Mattenberger ieri ha dichiarato: «Il codice di procedura penale svizzero non consente che l’Italia sia parte civile nel procedimento né che possa seguire l’inchiesta. Questo i magistrati non possono farlo».
Le reazioni dei politici svizzeri
La politica svizzera non ha risparmiato critiche a Roma. Simonetta Sommaruga del Partito Socialista ha definito «inaccettabili i toni di Roma», mentre la collega socialista Jessica Jaccoud del Canton Vaud ha parlato di «minacce verso uno Stato di diritto, degne di una politica da western». Dal fronte democristiano, Vincent Maitre ha contestato la risposta, a suo dire troppo debole, del Dipartimento degli Esteri, che avrebbe invece dovuto «picchiare i pugni sul tavolo». Anche Mauro Poggia, sovranista di Ginevra di origini italiane, è sul piede di guerra. «Far credere che la giustizia svizzera sia male amministrata e che abbia bisogno dell’aiuto dell’Italia è insultante», ha affermato.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
E INTENDE RICANDIDARSI NEL 2028 ANCHE SE LA LEGGE LO VIETA
«Dobbiamo vincere le elezioni Midterm. Se le perdiamo, perderete così tante delle cose di cui stiamo parlando, così tante delle risorse di cui stiamo parlando, così tanti dei tagli fiscali di cui stiamo parlando — e questo porterebbe a cose molto brutte». Mentre la retromarcia su Minneapolis diventa sempre più palpabile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto la campagna elettorale per il voto in Iowa con le minacce. «Sono qui perché amo l’Iowa, ma sono qui perché stiamo iniziando la campagna per vincere le elezioni di medio termine. Dobbiamo vincere le elezioni di medio termine», ha detto Trump nel suo intervento.
La minaccia di Trump
Il presidente ha definito i manifestanti anti-Ice a Minneapolis «insurrezionalisti pagati» e «agitatori pagati». Dopo essere stato interrotto da alcuni manifestanti, il tycoon ha insistito: «Li pagano. Sono tutti agitatori pagati, e niente altro. Vengono pagati per andarci — e nemmeno sanno il perché quando li intervisti. “Perché sei qui? Non lo so”. Non ne hanno idea. Sono insurrezionalisti pagati, davvero, in alcuni casi. Sono dei malati», ha rincarato. Poi ha ringraziato lo Stato per aver votato per lui nel 2024. «Forse lo faremo una quarta volta», ha detto, alludendo a un’ulteriore candidatura alla presidenza che è costituzionalmente vietata.
I centri commerciali
E ha parlato di migranti che potrebbero «far esplodere i nostri centri commerciali, far esplodere le nostre fattorie, uccidere persone». Trump ha descritto falsamente la grande maggioranza di coloro che sono stati arrestati dall’Ice in Minnesota e altrove come criminali incalliti. Affermando che una volta che queste persone fossero state allontanate la criminalità sarebbe stata quasi eliminata. «È un affare molto
semplice: il 2% della popolazione causa il 90% della criminalità. Quindi quando inizi a decimare quel 2%, boom», ha detto il presidente Usa.
Intanto rischia il posto la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem. I senatori repubblicani Thom Tillis e Lisa Murkowski hanno detto apertamente che Noem dovrebbe andarsene o essere licenziata, dopo che il presidente le ha rinnovato la fiducia. Oltre a Noem, Tillis ha criticato anche il vice chief of staff della Casa Bianca, Stephen Miller, per aver attaccato Alex Pretti subito dopo la sua uccisione da parte di agenti federali: «Quelle due persone hanno detto al presidente, prima ancora di avere qualsiasi rapporto sull’incidente, che la persona morta era un terrorista. Voglio dire, questa è improvvisazione al peggior livello». Il leader della maggioranza al Senato John Thune ha rifiutato invece di dire se avesse fiducia in Noem. «Questa è una decisione che spetta al presidente», ha detto ai giornalisti Thune, che è del South Dakota come Noem.
Lo scaricabarile alla Casa Bianca
Ma alla Casa Bianca è anche cominciato lo scaricabarile sulle accuse ad Alex Pretti. Che secondo il presidente avrebbe cercato di «massacrare gli agenti federali» che lo hanno ucciso a Minneapolis. La frase di Noem ha scatenato la caccia interna. Secondo un retroscena di Axios alcuni funzionari della Casa Bianca stanno ora attribuendo la responsabilità al Customs and Border Protection (Cbp) per aver fornito informazioni inesatte, mentre altri puntano il dito contro Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e principale consigliere di Trump. L’episodio, secondo Axios, illustra la confusione che ha travolto l’amministrazione dopo l’uccisione sabato del manifestante e mostra l’influenza di Miller, stretto e più longevo consigliere politico di Trump, il cui potere alla Casa Bianca va ben oltre il suo titolo ufficiale.
Noem e Miller
Il potere di Miller si estende di fatto anche alla supervisione di Noem, sebbene lei sia una segretaria di Gabinetto che tecnicamente lo sovrasta in grado. «Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto su indicazione del presidente e di Stephen», avrebbe detto Noem a una persona che ha riferito le sue parole ad Axios. «Qualsiasi commento iniziale è stato basato su informazioni inviate alla Casa Bianca tramite la Cbp», ha detto Miller rispondendo a chi lo ha incolpato per l’uso del termine “massacro“. Il Dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) ha pubblicato il comunicato alle 12:31 su X. Alcuni funzionari della Casa Bianca avevano approvato il testo, ma altri no.
Il comunicato del Dhs
«Altri all’interno della Casa Bianca hanno cercato di correggere il comunicato del Dhs prima che venisse diffuso, ma era già stato pubblicato», ha detto un’altra fonte a conoscenza dell’episodio. Secondo due fonti, Trump è stato tenuto informato del comunicato da Miller e dal principale consigliere di Noem, Corey Lewandowski, uno degli ex responsabili della sua campagna elettorale nel 2016. Pochi minuti dopo il comunicato del Dhs, Miller ha definito su X Pretti un assassino, affermazione che, secondo una fonte, si basava anch’essa su un rapporto preliminare della Cbp. Noem ha successivamente usato lo stesso linguaggio durante una conferenza stampa, così come il comandante della Border Patrol che allora supervisionava le operazioni nelle Twin Cities, Greg Bovino.
La pistola di Pretti
In tutto ciò il presidente è tornato addirittura a criticare Pretti perché «non avrebbe dovuto portare una pistola o caricatori pieni di carica». Ovvero quello che fanno normalmente tutti gli americani che possiedono un’arma. Alla domanda se fosse d’accordo con i funzionari dell’amministrazione che descrivevano Pretti come un terrorista interno, Trump ha risposto: «Non l’ho sentito, ma certamente non avrebbe dovuto portare un’arma». Poi, parlando ai giornalisti in un ristorante dell’Iowa, ha poi aggiunto: «Aveva una pistola. Non mi piace. Aveva due caricatori pieni di carica. Sono molte cose brutte. E nonostante ciò, direi che è stato molto sfortunato».
(da Open)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LE PERPLESSITA’ GIURIDICHE SONO TANTE
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato lo scudo penale per la
legittima difesa. Nel pacchetto sicurezza che verrà licenziato dal consiglio dei ministri ai primi di febbraio è previsto che chi agisce nell’adempimento del dovere o nell’uso legittimo delle armi non venga iscritto automaticamente e nell’immediato nel registro degli indagati. La misura punta a superare il meccanismo dell’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto. In particolare per coloro che garantiscono la sicurezza dei cittadini ma anche per tutti quei cittadini che
invochino una causa di giustificazione. Ma, spiega oggi Marco Travaglio sul Fatto, può diventare un autogol proprio nei confronti di chi vuole tutelare.
Lo scudo penale
Nell’articolo 11 della bozza del ddl è previsto che «per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le forze di polizia, il pubblico ministero non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro». Così com’è scritta, è una misura di carattere generale, che riguarda tutti i cittadini. L’obiettivo dichiarato è rafforzare le tutele complessive della cittadinanza, non creare un salvacondotto per una particolare categoria. Senza sottrarre o limitare le attività del magistrato, ma evitando automatismi.
Il problema
Ma c’è un problema. E lo spiega Travaglio sul suo editoriale. L’iscrizione nel registro infatti costituisce una garanzia per l’indagato. Fa scattare i termini delle indagini e l’assistenza di un avvocato. In più, quando sarà interrogato potrà avvalersi della facoltà di non rispondere.
Con lo scudo penale cosa cambierebbe? In primo luogo le indagini resterebbero contro ignoti. Chi ha sparato, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, verrebbe interrogato come testimone. Avendo quindi l’obbligo di dire la verità.
Se tacesse (come sarebbe suo diritto fare da indagato, in base al principio universale in base a cui nessuno può essere obbligato ad autoaccusarsi) o mentisse (cosa che in Italia per gli indagati è lecita, diversamente dagli Usa dove possono solo tacere), rischierebbe di venire processato per reticenza e/o false dichiarazioni al pm.
L’ulteriore paradosso
E c’è un ulteriore paradosso. Nel caso di una sparatoria con feriti, ma senza morti, tra uomini delle forze dell’ordine e gruppi di criminali, i primi – non potendo essere indagati – dovrebbero rispondere e dire la verità anche contro se stessi. Mentre i secondi verrebbero indagati e assistiti da un avvocato, cioè potrebbero tacere o mentire. Per fortuna, conclude Travaglio, è una legge ordinaria. E verrà quindi cancellata dalla Corte Costituzionale. L’articolo dice espressamente che le garanzie
per gli indagati rimangono. Ma anche questo rischia di costituire un paradosso. Come esercitarle, se un “testimone” non può nominare un avvocato difensore
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“IN QUESTO MODO HA FATTO UN FAVORE ALLA SINISTRA”
Dopo il gelo creato dal nuovo logo «Futuro Nazionale» depositato dal generale Roberto Vannacci, Nazione Futura prende le distanze dalle somiglianze su più fronti. «A Fronte delle numerosissime segnalazioni ricevute dopo il lancio del
marchio di Vannacci con cui ci è stata evidenziata la somiglianza sia con il nome “Nazione Futura” sia con il nostro logo (un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e bandiera tricolore stilizzata) facciamo presente che l’Associazione Nazione Futura e l’omonima rivista nulla hanno a che fare con il nuovo soggetto lanciato», si legge in un comunicato firmato dal presidente Francesco Giubilei, il vicepresidente Ferrante De Benedictis e il direttivo nazionale. L’associazione esprime «sorpresa» per la scelta di un nome e di un logo «anche a prima vista simile al nostro», sottolineando che Vannacci, prima di scendere in politica, «aveva partecipato come ospite a eventi organizzati dalla stessa Nazione Futura».
«Ha fatto un favore alla sinistra»
Nazione Futura prende le distanze «da iniziative di cui non eravamo a conoscenza che possono generare confusione sulla nostra attività per la somiglianza di nome e logo. Alla luce di tutto ciò stiamo valutando la possibilità di tutelarci». L’associazione si lascia andare anche a un commento finale: «Cogliamo l’occasione per sottolineare che il collocamento di Nazione Futura è sempre stato fin dalla sua nascita e sempre sarà all’interno dell’area politico-culturale del centrodestra ritenendo qualsiasi iniziativa che nasce al di fuori dell’attuale coalizione di governo un favore alla sinistra», chiosa.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI PREOCCUPATA CHE L’EX GENERALE POSSA INFLUIRE SULLE ELEZIONI POLITICHE… LA FRONDA A DESTRA CHE GIORGIA NON VUOLE E L’INAZIONE DI SALVINI
«Se Salvini non se ne occupa, saremo costretti a occuparcene noi». Con questa frase
rivolta al suo partito Giorgia Meloni ha puntato il dito su Roberto Vannacci. E sul pericolo che l’ex generale possa influire sulle elezioni politiche. Il militare in pensione ha depositato il marchio Futuro Nazionale. E aveva deciso che domenica primo febbraio avrebbe lanciato il suo partito. Ma per ora è tutto in standby. Perché nel frattempo è arrivata la chiamata del Capitano. E l’operazione si è bloccata in attesa di un incontro tra i due. Ma se la premier è lieta dell’attrazione tra Azione e Forza Italia perché così spodesterebbe il Campo Largo, un’iniziativa a destra la vede come il fumo negli occhi.
E incolpa il leader della Lega per l’inazione sul suo vicesegretario ed europarlamentare da mezzo milione di preferenze. Il simbolo del nuovo soggetto di Vannacci del resto sarà una specie di fiamma tricolore con il nome con caratteri in stile Ventennio. L’operazione partito – una sorta di Afd italiana, ultradestra senza compromessi, non come la Lega o come FdI, il sottinteso — è in rodaggio da tempo, dice oggi Repubblica. Ci sono l’associazione Mondo al contrario, il centro studi Rinascimento nazionale e i contatti con altre realtà. Come quella con Indipendenza di Gianni Alemanno o con Caio Mussolini, anche lui vicino al mondo dei paracadutisti.
«Lo spazio iniziale è del 5 per cento», assicura Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, storico esponente della destra radicale lombarda, un passato tra Msi, An, Lega e FdI. Per questo, spiega il Foglio, dalle parti di Meloni c’è paura. Soprattutto, la premier pensa che Salvini sia «inadatto» a negoziare con Vannacci. La tattica di ignorarlo non la convince. Anche se secondo il Capitano se Vannacci «abbandona la Lega rischia di rifare l’ApE di Domenico Comino», l’ex ministro del primo governo Berlusconi.
Edoardo Ziello, deputato vicino all’ex generale, dice che l’incontro tra i due è previsto per il fine settimana. Poi attacca: «Gli italiani sanno chi è Vannacci. Lui è coerente. Ma la Lega cosa sta diventando? Mi chiedo: la linea è quella di Zaia, della Pascale o è quella di Salvini, che la pensava un tempo come Vannacci? In un partito si può fare tutto: abbiamo cambiato linea più volte, ma un segretario ha il dovere di spiegare qual è adesso la rotta».
Futuro Nazionale
E sul partito Futuro Nazionale dice: «Al momento siamo qui. L’idea che Vannacci si possa fermare non esiste. E’ uno che ha fatto la guerra, andrà avanti come un panzer». FdI è preoccupata di Salvini negoziatore, “inadatto”: «Siamo sicuri che Salvini sia il migliore a parlarci?». Ma soprattutto: se Vannacci dovesse uscire della Lega, Salvini è nelle condizioni di poter dire: «Non voglio Vannacci in coalizione?». Anche perché, è il ragionamento di FdI, Vannacci avrebbe come obiettivo far perdere il governo di destra, un governo pro Ucraina e favorire il disordine che piace a Putin. In più Vannacci esclude la possibilità di avere Calenda. Con una sola mossa il centrodestra perderebbe un due per cento di Vannacci e un tre per cento di Calenda, conclude il quotidiano.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DA TAJANI UN’AMMISSIONE INVOLONTARIA CHE LE SS NELL’ICE CI SONO E SONO QUELLE “CHE STANNO IN STRADA COI MITRA E LA FACCIA COPERTA”
Prima l’imbarazzo, con tanto di arrampicata sugli specchi. Ora l’excusatio, a decisione già presa (da Washington) e subita senza fiatare. Nel tentativo maldestro di far apparire come normale una vicenda che non lo è per niente. Ossia, la presenza (confermata) a Milano per le Olimpiadi degli agenti dell’Ice, le squadracce di Trump a volto coperto e mano armata, che stanno seminando il panico negli Usa con due morti sulla coscienza (Renée Good e Alex Pretti) lasciati sulle strade del Minnesota.
Si occuperanno, assicurano dagli Usa, del “servizio di sicurezza diplomatica del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, così come il Paese ospitante, per valutare e mitigare i rischi legati alle organizzazioni criminali transnazionali”. Il dado è tratto, l’Italia si limita a prenderne atto. Nel governo degli Yesman, del resto, basta rileggere le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per capire che aria tira quando l’ordine arriva dall’alleato – pardon, dal padrone – americano. “Uno sa di cosa si parla o diventa una cosa emotiva, ma non è che sono quelli che stanno in strada a Minneapolis…”, “non è che stanno per arrivare le SS”, “non è che arrivano quelli coi mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari che sono di un reparto. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo”.
Un’ammissione involontaria che le SS nell’Ice ci sono, e sono quelle “che stanno in strada”, “coi mitra” e “la faccia coperta”. Da noi però verranno i loro colleghi, della stessa truppa, quelli bravi, magari pure a volto scoperto. Tutto bene, insomma, per il ministro. Un po’ meno per i milanesi. Almeno a sentire il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, che dice di temere dimostrazioni di piazza. Mentre la petizione su change.org contro gli sgherri di Trump ha già raccolto in appena due
giorni oltre 15mila firme. Segnali che dalle parti di Palazzo Chigi fingono di non vedere. Ma più passa il tempo e più gli italiani si stanno rendendo conto che non è solo il diritto internazionale – calpestabile alla bisogna per gli amici, vedi Trump in Venezuela e Netanyahu in Palestina – ma l’intero governo che conta “fino a un certo punto”. Tajani docet.
(da lanotiziagiornale.it)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LE COMPARSATE IN TUTA MIMETICA SUPERADERENTE DI UN’ALTRA PSICOPATICA
Le sue comparsate in tenuta mimetica superaderente fra gli agenti dell’Immigration
and Customs Enforcement, le hanno procurato il nomignolo di “Ice Barbie:” gioco di parole fra la sigla della polizia antimigranti e lo sguardo di ghiaccio ostentato. Che Kristi Noem — l’ex governatrice del Sud Dakota che in pieno Covid si distinse per le posizioni no-mask, così fedele da essere scelta alla guida dell’Homeland Security — sia una donna di ghiaccio, è il mito da lei stessa nutrito: non solo con foto d’impatto come quella in cui posa davanti a una gabbia piena di detenuti seminudi.
Ma col racconto di come uccise a sangue freddo il suo cucciolo di pointer Cricket, troppo «irrequieto», e pure una capretta «troppo brutta» nella sua autobiografia. Aneddoti scelti per sottolineare la sua capacità di intraprendere scelte dure e portare a termine, se necessario, «lavori raccapriccianti».
Quei racconti, all’epoca, indignarono così tanto i compagni di partito da farle perdere la chance di fare la vicepresidente. Anche a Minneapolis la responsabilità del lavoro sporco è sua. Ameno per ora, l’amico Trump gliel’ha fatta passare liscia.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
QUANTO SONO TASSATI DAVVERO GLI AUMENTI DI STIPENDIO?
Quanto sono tassati davvero i nostri aumenti di stipendio? È la domanda che ogni lavoratore si pone nel momento in cui il contratto viene rinnovato. Il motivo è che tra lordo e netto, aliquote ordinarie, bonus che non concorrono alla formazione del reddito imponibile e detrazioni che invece riducono l’imposta da pagare, capire quanto ci rimarrà in tasca è tutt’altro che immediato.
Che le imposte sugli aumenti siano elevate, e non solo quando i soldi in più comportano il passaggio a uno scaglione Irpef superiore, lo dimostra una misura contenuta nella Legge di Bilancio 2026. Per aumentare il netto in busta paga, il governo Meloni ha deciso di applicare un’aliquota agevolata del 5% agli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali del settore privato sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33 mila euro lordi annui (qui).
Perché il governo interviene sugli aumenti
Per comprendere i motivi della scelta, e se è davvero risolutiva, è necessario comprendere come funziona oggi la tassazione ordinaria sugli aumenti di stipendio. Una risposta arriva dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) che, nell’audizione sulla Finanziaria 2026, mette in evidenza un dato significativo: «Un aumento di stipendio del 5% costa al lavoratore quasi il 30% in più di tasse». Facciamo due conti utilizzando proprio i dati riportati nel documento dell’Upb (qui da pag. 70).
Reddito da 20 mila euro
Prendiamo un lavoratore con un reddito imponibile di 20 mila euro annui. Si colloca interamente nel primo scaglione Irpef, fino a 28 mila euro, dove l’aliquota di legge è del 23%. Ma l’imposta lorda non coincide con quella effettivamente pagata.
Con un reddito di 20.000 euro, la formula prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi (articolo 13, comma 1-b qui) riconosce detrazioni da lavoro dipendente per 2.642,3 euro, a cui si aggiunge il bonus da 960 euro introdotto dalla Legge di Bilancio 2025 (qui art. 1 comma 4 c). In termini concreti, a fronte di un’imposta lorda teorica di 4.600 euro, il lavoratore paga in realtà solo 998 euro di Irpef, oltre quattro volte in meno.
Cosa succede quando arriva l’aumento
Arriva ora un aumento di stipendio del 5%, pari a 1.000 euro. Il reddito sale a 21 mila euro. Se l’aumento fosse tassato con la stessa aliquota media effettiva del reddito precedente, le imposte crescerebbero di poco, arrivando a 1.050 euro. Ma non è quello che accade. Su quei 1.000 euro in più scattano due meccanismi.
Il primo è immediato: sull’aumento si applica l’aliquota Irpef prevista per lo scaglione di riferimento, il 23%. Questo significa 230 euro di imposta aggiuntiva che fa salire l’imposta lorda complessiva da 4.600 a 4.830 euro.
Il secondo meccanismo è più complesso. Con l’aumento del reddito cambiano anche le detrazioni da lavoro dipendente. Il bonus Meloni da 960 euro non è più riconosciuto e viene sostituito, secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2025, da una diversa detrazione pari a 1.000 euro (qui art. 1 comma 6 a). La formula per il calcolo delle detrazioni da lavoro dipendente produce un risultato diverso (art. 13 comma 1b qui). In questo caso lo sconto fiscale ammonterà complessivamente a 3.550,8 euro: sono 51 euro in meno rispetto agli sconti fiscali di 3.602,3 euro per il reddito di 20.000 euro. Sottraendo 3.550,8 euro dall’imposta lorda di 4.830 euro, l’imposta netta sale a 1.279,2 euro.
La differenza, come evidenziato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, è di 281 euro di imposte in più (28%), a fronte di un aumento di stipendio di 1.000 euro (5%). L’effetto non dipende dal passaggio di scaglione, ma dalla sovrapposizione di detrazioni e bonus che riducono progressivamente i benefici fiscali al crescere del reddito, anche di poco, creando al contempo evidenti distorsioni che fanno rabbrividire chi si occupa di finanza pubblica.
Gli altri redditi
Le detrazioni da lavoro dipendente si applicano al reddito complessivo e l’aumento di stipendio è ciò che fa scattare il ricalcolo dell’imposta. Con l’aumentare del reddito, le detrazioni riconosciute si riducono e l’effetto del ricalcolo diventa
progressivamente meno rilevante. Vediamo, allora, cosa succede con gli altri redditi e quanto cresce in percentuale l’imposta totale.
Scaglione Irpef al 33%. Su un reddito di 30.000 euro, un aumento di stipendio del 5% fa crescere l’imposta complessiva di circa il 15%. A fronte di 1.500 euro di aumento lordo, le imposte passano da circa 4.300 a circa 4.924 euro.
Scaglione Irpef al 43%. Su un reddito di 50.000 euro, un aumento di stipendio del 5% determina un incremento dell’imposta complessiva pari a circa l’8%. Su 2.500 euro di aumento lordo, le imposte salgono da 13.700 a 14.775 euro.
Quanto resta davvero in busta paga
Alla fine, tutto si può tradurre nel netto che resta in busta paga. Quanto valgono, allora, davvero gli aumenti di stipendio?
Su 20.000 euro di imponibile, un aumento di 1.000 euro vale in realtà 719 euro netti.
Su 30.000 euro, 1.500 euro di aumento diventano 875 euro netti.
Su 50.000 euro, 2.500 euro di aumento si traducono in 1.425 euro netti.
Cosa fa il governo con la Finanziaria 2026
Con la Legge di Bilancio 2026 il governo interviene sugli aumenti di stipendio riducendo il prelievo fiscale. Abbiamo visto che gli incrementi salariali derivanti dai rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i lavoratori con redditi fino a 33.000 euro, saranno tassati al 5% invece che con le aliquote Irpef ordinarie.
La misura riguarda oltre 2 milioni di lavoratori del settore privato. Restano esclusi i 3,3 milioni di dipendenti pubblici, così come i lavoratori i cui contratti vengono rinnovati fuori da quel periodo temporale.
Si tratta inoltre di una misura temporanea. Dal 2027, gli aumenti contrattuali entreranno a regime nella busta paga e saranno assoggettati alle aliquote ordinarie. Il meccanismo che oggi riduce il valore netto degli aumenti tornerà quindi a operare integralmente.
L’intervento alleggerisce il prelievo nel momento della contrattazione, ma non modifica la struttura dell’Irpef. Il problema viene rinviato di un anno, non risolto.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
I TRUMPIANI VOGLIONO LA VETRINA MONDIALE, I SOVRANISTI ITALICI RIDOTTI A MAGGIORDOMI
L’ultimo tentativo di frenare l’operazione “Ice in Italia” lo porta avanti Matteo
Piantedosi, il ministro reduce da smentite, rettifiche, ritrattazioni e imbarazzi. Niente da fare, comunque: nonostante l’incontro tra il titolare del Viminale e l’ambasciatore americano a Roma, gli agenti appartenenti alla contestata agenzia federale faranno parte del sistema di sicurezza per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E d’altra parte, è esattamente quello che la Casa Bianca vuole fin dall’inizio, come ammettono fonti italiane di massimo livello a conoscenza del dossier: mostrare al mondo che l’Ice è corpo di fiducia dell’amministrazione, gode a pieno titolo di una vetrina internazionale e che, soprattutto, non finirà in panchina per un veto alleato. Un approccio ruvido, molto trumpiano. Una scelta vissuta nell’esecutivo come uno sgarbo. Consapevole, insensibile all’imbarazzo di un Paese amico. Se ne ragiona da 48 ore a Palazzo Chigi, al Viminale, alla Farnesina. Sottovoce, perché nessuno arriva apertamente a opporsi. Il tentativo, semmai, è contenere il danno. Ricevendo però una, due, tre porte in faccia.
L’effetto assume venature paradossali. Ancora ieri, per dire, il governo si esprimeva in modo dissonante. Tesi diverse pronunciate negli stessi minuti e nello stesso luogo
da due ministri. Reduce dalla Giornata della memoria al Colle, Piantedosi nega addirittura la presenza dell’Ice: «Che ruolo avranno? Nessuno, perché non ci saranno». Ci sarà però, aggiunge, una squadra dell’Homeland security investigations, che dipende proprio dall’Ice. Si allontana intanto dal Colle anche Antonio Tajani, confermando invece l’unica cosa vera di questa storia, per di più già ufficializzata dall’amministrazione Usa: «Ci saranno tre o quattro di loro nella sala operativa».
Confusione, assenza di una comunicazione coordinata. Pasticci. E necessità di prendere tutte le precauzioni per ammortizzare la presenza dell’agenzia contestata, senza però strappare. La ragione è chiara e diventa oggetto di un dibattito intenso ai vertici di governo e intelligence: non possiamo sfidare Washington. Non è possibile farlo per ragioni politiche e operative. Agli americani, per dire, si sono rivolti gli italiani soltanto pochi giorni fa, per favorire la liberazione di Alberto Trentini. Solo un esempio, tra tanti, con cui deve fare i conti Giorgia Meloni.
E però, il caso Ice mostra anche una crepa diplomatica con cui la leader è ormai costretta a fare i conti da diverse settimane. Accompagnata da un imbarazzo crescente, per certi versi insostenibile, eppure necessariamente destinato a restare per lo più sottotraccia. Le riflessioni del cerchio magico meloniano attorno all’amministrazione Trump, quelle almeno che è possibile registrare da ormai un mese, sono infatti un misto di sconcerto e rassegnazione rispetto all’affidabilità dell’attuale amministrazione Usa. Un disincanto inespresso, per ragioni di opportunità politica. Semmai, la speranza – sostenuta a mezza bocca, mai ufficialmente – è quella che il deep state americano imbrigli il presidente, prima che le elezioni di medio termine di novembre lo azzoppino del tutto. È la tesi che la delegazione tedesca di Friedrich Merz ha consegnato informalmente agli italiani, durante il recente bilaterale a Roma.
Il risultato, comunque, è un equilibrismo sempre più faticoso. I dazi ventilati dagli Usa agli europei dopo la minacciata invasione della Groenlandia hanno messo a dura prova Meloni, che ha reagito contestando «l’errore» di Trump e frenando però su ritorsioni doganali Ue. Fino allo schiaffo del tycoon ai militari alleati, che sarebbero rimasti lontani dal fronte in Iraq e Afghanistan. In questo caso, la premier ha dettato una dura nota, anche se tardiva rispetto alle proteste degli inglesi. Si è mosso anche Guido Crosetto, scrivendo all’omologo Pete Hegseth e Mark Rutte. La
missiva, in realtà, sarebbe partita soltanto ieri, dopo lunga limatura e accurata traduzione. Un segnale, però, della necessità politica di insistere, senza rassegnarsi al mortificante silenzio degli Stati Uniti. Serve una ritrattazione di Washington, per riaffermare il senso di una collaborazione. L’alternativa è un nuovo, dolorosissimo sgarbo.
(da Repubblica)
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