Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA SALA OPERATIVA SARA’ AL CONSOLATO DI MILANO…UN GOVERNO SENZA SPINA DORSALE SERVO DEGLI AMERICANI: FATEVI LANCIARE ANCHE QUALCHE PACCHETTO DI CAMEL
Sarà l’His, il braccio investigativo degli uomini dell’Ice, a lavorare nella sala operativa del consolato Usa a Milano, in occasione dei giochi olimpici invernali Milano Cortina che si svolgeranno a febbraio. Durante tutto l’evento – per supportare i dettagli della sicurezza diplomatica e non per condurre operazioni di controllo dell’immigrazione – entreranno in campo per gli Stati Uniti gli uomini dell’His (Homeland security investigations).
L’Ice non avrà una funzione di ordine pubblico in strada: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha incontrato l’ambasciatore Usa, Tilman J.
a Meloni
Anche solo ventilare questa possibilità, cioè che uomini dell’Ice affianchino le nostre forze di polizia, è indice, come ha notato Avs, di una perdita di sovranità sul nostro territorio. E questa è la questione principale, senza però dimenticare i metodi feroci, spietati e largamente illegali dell’Ice, contestati anche all’interno degli Stati
Uniti. Dopo l’assassinio di Renée Nicole Good, è recente quello di Alex Pretty, un infermiere attivo nel campo della terapia intensiva e definito invece da Donald Trump un “terrorista”. Tutte le immagini documentano che Pretty non aveva nessuna intenzione aggressiva. Buttato a terra da quelli dell’Ice, prima è stato colpito dai gas lacrimogeni e poi freddato con dieci colpi di pistola.
La violenza dell’Ice è tale che diversi Stati Nordamericani, a cominciare dal Minnesota, dove sono avvenuti gli omicidi di Pretty e della Good, hanno chiesto che l’Ice si “levi letteralmente dai coglioni”, come avevamo scritto in un nostro precedente articolo.
L’Italia è suddita degli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale, basi americane anche nucleari sono in Italia e militari americani godono di una sorta di immunità anche quando commettono, volontariamente o per un eccesso di disinvoltura, reati di diritto comune. Non è stato mai perseguito e condannato il pilota americano “Rambo”, Richard J. Ashby, che volendo fare il fenomeno e volando a bassissima quota in territorio alpino aveva reciso le funi di una funivia provocando la morte di 20 persone. Se ne è tornato negli States e chi s’è visto s’è visto.
Non sono stati mai processati né tantomeno perseguiti i militari americani di base, soprattutto a Napoli, che periodicamente stuprano le donne del capoluogo campano.
Ed è anche inaccettabile che ci si accorga oggi e solo oggi delle violenze dell’Ice perché sono stati minacciati dei giornalisti italiani. Le violenze dell’Ice c’eran
state già prima e ci saranno anche dopo tanto che qualcuno l’ha paragonata alla Gestapo, col timore che voglia indurre i suoi metodi razzisti (ma questo è fare un torto ai nazisti) anche in Italia.
Ma in questa occasione, anche solo suggerendo la presenza dell’Ice a Milano per collaborare con le nostre forze di polizia, si è superato ogni limite di decenza. È dalla fine della Seconda guerra mondiale che l’Italia, con l’eccezione di Andreotti quando era ministro degli Esteri e per un breve periodo e molto limitatamente di Craxi, è suddita degli yankee.
Col governo Meloni, dati i legami della premier non solo con gli Usa ma anche personali con Donald Trump, questo soccombismo ha raggiunto e superato i limiti che abbiamo cercato di documentare. In Italia gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessun regime change, il regime che c’è attualmente gli basta e anche gli avanza (è stata la Meloni a definire l’aggressione al Venezuela “legittima”) ma mentre gli stessi americani denunciano le violenze dell’Ice (per cui negli Stati Uniti è in atto una quasi guerra civile con milioni di cittadini americani, bianchi, non solo neri o afro) da noi non si fa un plissé, a meno che non colpiscano giornalisti italiani. Ma solo questo fatto ci dice che noi siamo sudditi degli americani più degli stessi americani.
Massimo Fini
(da il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
UNA RAZZISTA SEMINATRICE DI ODIO
«Ho detto qualcosa che non va?». «Con quella bocca può dire tutto ciò che vuole»,
diceva un ammiratore in un vecchio Carosello del dentifricio Chlorodont dove si rendeva omaggio alla sobria bellezza di Virna Lisi che si fingeva a un po’ svampita. Anche la giovane e bionda portavoce di Trump, Karoline Leavitt, evidentemente, è convinta d’essere autorizzata a dire ciò che vuole. Anche le cose più offensive, assurde, insopportabili. E ne approfitta quotidianamente.
Basti ricordare quanto disse in tivù a Fox News in occasione dell’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York: «Il principale elettorato del Partito Democratico è composto da terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti. È a loro che si rivolge il Partito Democratico».
Indimenticabile la risposta a un cronista reo d’aver fatto una domanda impertinente: «Trovo divertente che tu ti consideri davvero un giornalista. Sei un pennivendolo di estrema sinistra che nessuno prende sul serio . Smettila di mandarmi le tue domande false, di parte e piene di stronzate».
«Se dovesse essere valutata in base alla concezione tradizionale del suo ruolo, sarebbe gravemente insufficiente. Ma se invece ci si basa sui criteri attuali, che consistono nell’accontentare Donald Trump, merita 30 e lode», ha detto al Wall Street Journal Joe Lockhart, ex portavoce di Bill Clinton: «Parla sempre e solo ai “suoi”, non le interessano gli altri, perché non ne ha bisogno per mantenere i Repubblicani al potere». Per dirla col Guardian, ironico sul paragone col servilismo verso l’«adorato Kim Jong-Il»: appena nominata è «entrata subito in modalità Corea del Nord».
Per capirci: Trump ha sempre ragione. Sempre. Al punto che dopo le roventi polemiche sull’uccisione a revolverate della pacifista disarmata Renee Good a Minneapolis, ripresa da troppi video perché fosse smentita, ha detto: «L’Ice svolge un lavoro incredibilmente importante, non solo per la nostra sicurezza e questa amministrazione continuerà a sostenere con tutto il cuore i coraggiosi agenti, compreso quello di Minneapolis che ha agito in modo assolutamente giustificato
per legittima difesa contro una pazza». E le dieci pallottole nella schiena di Alex Pretti? «Il governatore Walz e il sindaco Frey hanno vergognosamente impedito alla polizia locale e statale di collaborare con l’ICE, inibendo attivamente gli sforzi per arrestare i criminali violenti». Non una parola di rincrescimento, non una di dolore.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
I MILIZIANI CRIMINALI RESTINO A CASA
Anche se Tajani non ce lo spiegava, lo sapevano già da soli che gli uomini dell’Ice in arrivo in Italia per le Olimpiadi non saranno mascherati e non spareranno agli slalomisti che non si fermano all’alt. Magari avranno perfino modi educati, che nell’America di Trump sta diventando un’eccezione, anzi una stravaganza. Ma non è questo il punto.
Il punto, altamente simbolico, fortemente politico, è che quella milizia di sgherri strapagati, politicamente non neutrali, al servizio del potere e non del cittadino, è mal voluta da chiunque sappia distinguere la prepotenza dal diritto.
E se non è diventato pura retorica, se ne rimane almeno qualche briciola, anche il contesto olimpico non si direbbe il più adatto a reggere la presenza di una milizia brutale e arrogante. Già, lo spirito olimpico: si fermavano le guerre, nell’antica Grecia, quando c’erano le Olimpiadi. La violenza spiccia e sanguinaria cedeva il campo, sia pure per un attimo, alla competizione tra gli atleti arrivati da ovunque. Si faceva pace nel nome di quello che un giorno si sarebbe chiamato sport.
Si sa che le Olimpiadi (come lo sport nel suo insieme) sono diventate un business. Ma nel nome di quel poco, forse pochissimo che rimane dello spirito olimpico, anche se nessuno osa sognare che anche le Olimpiadi moderne siano l’occasione giusta per fermare le guerre: che accidenti c’entra l’Ice, con il suo spirito di sopraffazione, con le Olimpiadi? Vance e chi altro arrivi in rappresentanza degli Stati Uniti abbia la cura e la gentilezza di non farsi scortare da quei miliziani, che qui in Italia piacciono solo al Salvini, nemmeno a tutti i suoi elettori. C’è un limite all’arroganza, e c’è un dovere degli ospiti di non essere di impiccio. Ice, go home.
(da Repubblica)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“DENTRO UN LIQUIDO SCONOSCIUTO”, LA PARLAMENTARE HA CONTINUATO IL COMIZIO, ARRESTATO IL RESPONSABILE… L’IGNOBILE COMMENTO DELL’ISTIGATORE ALL’ODIO: “AVRA’ ORGANIZZATO TUTTO LEI”
Ancora violenza a Minneapolis. Questa volta, però, l’Ice non c’entra. Un uomo ha
cercato di aggredire una deputata democratica, Ilhan Omar, durante un incontro pubblico: con una siringa le ha spruzzato addosso una sostanza sconosciuta, mentre veniva placcato dagli agenti.
Omar stava chiedendo l’abolizione dell’Ice e le dimissioni della segretaria per la sicurezza nazionale Kristi Noem, quando il suo discorso è stato interrotto. L’aggressore – Anthony Kazmierczak, 55 anni – si è scagliato contro la deputata, prima di essere ammanettato e condotto fuori dai locali. Secondo un giornalista dell’Associated Press presente sul posto, dalla siringa sarebbe fuoriuscito un forte odore di aceto.
Nessuna tra le circa 100 persone presenti ha riferito di aver avuto reazioni alla sostanza. Solo Omar ha dichiarato di sentirsi un po’ confusa, ma ha fatto sapere di non essere rimasta ferita. “Sto bene. Sono una sopravvissuta, non sono intimidita da questo piccolo agitatore. Non lascio che i bulli vincano”, ha commentato su X.
La segretaria ha poi continuato il suo discorso per altri 25 minuti – “Restiamo resilienti di fronte a qualsiasi cosa ci possano scagliare contro”, ha detto – mentre Kazmierczak è stato arrestato e preso in custodia dalla polizia di Minneapolis.
L’attacco di Trump: “Impostora”
Il commento di Trump non ha tardato ad arrivare: “Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione. Probabilmente si è spruzzata da sola, conoscendola”. E alla domanda se avesse visto il video dell’attacco, il tycoon ha risposto: “No, non ci penso nemmeno”.
Non si tratta della prima volta. Da tempo Omar, membro dem della Camera dei rappresentanti, è bersaglio della destra americana e del presidente Usa in particolare. “Viene da un Paese che è un disastro, non è nemmeno un Paese, francamente”, aveva detto Trump, riferendosi alle sue origini somale. Non solo, perché durante un comizio in Iowa aveva aggiunto che gli immigrati devono “dimostrare di poter amare il nostro Paese, devono esserne orgogliosi, non come Ilhan Omar”.
La tensione a Minneapolis
L’aggressione arriva in un momento di forte tensione a Minneapolis, scossa dalle violenze degli agenti dell’Ice e dalla morte di Renee Good e Alex Pretti, uccisi
mentre protestavano contro gli abusi. “Continueremo, questi imbecilli non la faranno franca”, ha dichiarato la deputata subito dopo l’attacco.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI SONO PREOCCUPATI: “BULLIZZANO I GOVERNATORI PER OTTENERE DATI SENSIBILI DEI LORO CITTADINI A PARTIRE DA DATA DI NASCITA, SOCIAL SECURITY E PATENTE. NEL MONDO DEL CRIMINE LA CHIAMANO ‘LA SANTA TRINITÀ DEI FURTI D’IDENTITÀ’. CHISSÀ PERCHÉ LORO VOGLIONO QUESTI DATI”
Una lettera di Pam Bondi a Tim Walz nella quale la ministra della Giustizia Usa risponde alla richiesta del governatore del Minnesota di ritirare gli agenti dell’Ice chiedendo in cambio maggior cooperazione nella caccia agli immigrati, ma anche le liste degli elettori dello Stato e i dati personali dei cittadini, suscita reazioni indignate e allarmate soprattutto, ma non solo, tra i democratici.
Fino a oggi, infatti, l’autonomia degli Stati dal governo di Washington è stato un vangelo specialmente per i conservatori. C’è chi parla di ricatto: se non ci date le informazioni che vogliamo, Minneapolis avrà ancora stato d’emergenza e repressione. Denuncia il senatore progressista Chris Murphy: «Trump ha detto più volte che si è pentito di non essere intervenuto sui risultati elettorali del 2020. Questa lettera prova che è in atto un tentativo di scambiare la presenza dell’Ice, con tutto il caos e gli omicidi, coi dati da usare per controllare le elezioni in Minnesota».
Bondi nega tutto: accusa governatore e sindaci di tollerare i disordini e sostiene che la priorità è porre fine alle rivolte ripristinando lo stato di diritto: sindaci e governatore devono sostenere l’azione compiuta dal governo federale attraverso l’Ice. Ma la sua lettera, presentando la cessione dei dati sui cittadini-elettori a cominciare da quelli indigenti che hanno l’assistenza sanitaria Medicaid e gli aiuti alimentari (food stamps) come «semplici passi dettati dal senso comune» per risolvere la crisi, giustifica i sospetti dei democratici.
Anche perché da mesi il ministero del Giustizia chiede a tutte le amministrazioni dati personali dettagliati sugli elettori e ha denunciato 21 Stati (quasi tutti a guida democratica) e la città di Washington che si sono rifiutati di fornirli. David Becker, direttore del Centro di ricerche sui sistemi di voto, accusa:«Quello che stanno facendo dovrebbe spaventare gente di ogni orientamento politico. Bullizzano gli Stati per ottenere dati sensibili dei loro cittadini a partire da data di nascita, social security (corrisponde al nostro codice fiscale, ndr ) e patente. Nel mondo del crimine la chiamano la santa trinità dei furti d’identità. Chissà perché loro vogliono questi dati».
Ma ha sostenuto che gli Stati sono solo agenti di Washington nel conteggio dei voti (cosa non vera) e ha ripetuto in alcune interviste di essersi pentito di non aver mandato nel 2020 la Guardia nazionale a sequestrare le macchine elettorali in Stati decisivi per l’esito delle presidenziali. Il rischio che, avendo sempre di mira le macchine che contano i voti, e forte di un potere stavolta molto consolidato, possa
di nuovo pensare a sequestri qualora le elezioni di novembre si mettessero male, non può essere sottovalutato.
Né tranquillizza il fatto che qualche giorno fa, in un’intervista nella quale celebrava il suo primo anno di presidenza, Trump abbia detto di aver accumulato in 12 mesi successi talmente eclatanti che non ci dovrebbe esserci nemmeno bisogno di tenere elezioni.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA DONNA NON È L’UNICA CHE È STATA COSTRETTA A FARSI DA PARTE DOPO L’UCCISIONE DELLA 37ENNE: SEI PROCURATORI FEDERALI SI SONO RITIRATI DOPO LE RICHIESTE DEL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA DI INDAGARE SULLA VEDOVA DI GOOD
Un’agente dell’Fbi si dimette dopo avere denunciato pressioni interne per far abbandonare l’indagine sul collega dell’Ice coinvolto nella morte di Renee Good. Si aprono così nuove ulteriori tensioni attorno alle pratiche di polizia federale e alla responsabilità degli agenti anti immigrazione inviati a Minneapolis dall’Amministrazione Trump.
Tracee Mergen aveva cercato di investigare sul funzionario dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), Jonathan Ross, che il 7 gennaio ha ucciso a colpi d’arma da fuoco la donna di 37 anni. Nelle scorse ore Mergen ha lasciato il suo incarico di supervisore presso l’ufficio dell’Fbi di Minneapolis dopo che i vertici dell’agenzia a Washington l’avrebbero spinta a interrompere l’inchiesta sulla violazione dei diritti civili da parte del poliziotto anti immigrazione protagonista della sparatoria in cui ha perso la vita Good. L’hanno riferito al New York Times alcune fonti a conoscenza dei fatti.
Dopo la tragedia, diversi funzionari del governo degli Stati Uniti hanno descritto Good come una «terrorista interna», accusandola di avere tentato di investire Ross con la sua auto. Tuttavia, un’analisi video condotta dal New York Times non ha mostrato alcuna indicazione che l’agente sia stato investito.
Due settimane fa – riportava sempre il New York Times – si erano già ritirati sei procuratori federali del Minnesota dopo le pressioni del Dipartimento di Giustizia per indagare sulla vedova di Renee Good. Tra questi, il numero due, Joseph Thompson, titolare dell’inchiesta sulle frodi nei servizi sociali indicata dal Tycoon come la principale motivazione dell’azione anti-migranti nello Stato, dal momento che la maggior parte degli incriminati sono di origine somala.
Il procuratore 47enne non ha voluto cedere ai tentativi di forzargli la mano messi in atto dal Dipartimento per avviare un’inchiesta penale su Becca Good, che insieme alla moglie stava partecipando a un’azione di monitoraggio dei raid anti-migranti.
Insieme a Thompson hanno lasciato altri procuratori con una lunga esperienza, tra i quali Harry Jacobs, che era il vice nell’inchiesta sulle frodi, e Thomas Calhoun-Lopez, a capo dell’unità che indaga i crimini violenti. I procuratori hanno lasciato anche in protesta con il rifiuto del Dipartimento di coinvolgere le autorità dello Stato nelle indagini.
(da La Stampa)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DEGLI ADDETTI ALLA SICUREZZA DEI CAPI DI STATO E’ COSTELLATA DI SUCCESSI MA ANCHE DI CLAMOROSI FALLIMENTI
Ogni decisione si gioca sul filo di pochi istanti. Distinguere una minaccia concreta da una fasulla, proteggere senza eccedere, reagire agli imprevisti senza perdere il controllo. La storia degli addetti alla sicurezza dei Capi di Stato e delle loro delegazioni è costellata di successi, ma anche di clamorosi fallimenti
Il premier israeliano Rabin colpito a morte, malgrado lo stuolo di agenti più bravi al mondo che insegnano agli altri come proteggere presidenti e ministri, il presidente
americano Reagan salvato dalla prontezza della scorta e gettato nell’auto presidenziale.
Mentre presidenti e diplomatici stringono mani, ci sono loro, guardie del corpo scelte tra le unità d’élite che monitorano ogni incontro, calcolano ogni rischio, controllano ogni movimento. Così è per i grandi eventi internazionali che raggruppano Capi di Stati, così sarà per le olimpiadi Milano-Cortina.
L’accesso delle “scorte” in Italia ha regole precise. L’ambasciata dei paesi invitati invia l’elenco degli addetti alla sicurezza al ministero degli Esteri che poi lo trasmette al ministero dell’Interno. Lì ci sono i nomi delle guardie del corpo, le personalità a cui sono affidate e il tipo di arma che portano con sé. […]
Con loro hanno un passaporto diplomatico, ma per essere autorizzati a girare armati serve il via libera del prefetto su delega del ministero dell’Interno. I motivi per non dare il nulla osta? Pochissimi e precisissimi.
Ogni autorità sceglie i “suoi uomini”: la sicurezza del presidente francese, ad esempio, è affidata all’unità scelta Groupe de sécurité de la présidence de la République e quella del premier israeliano agli agenti dello Shin Bet. La scorta del presidente americano, poi, è affidata al Secret Service, mentre quella delle sue delegazioni al diplomatic service.
A garantire la sicurezza, ad occuparsi del presidio e del coordinamento, è il paese ospitante e l’ha spiegato nel dettaglio l’altro giorno il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Da un lato c’è il servizio di scorta passiva, ovvero il dispositivo di sicurezza di cui fanno parte gli operatori scelti in autonomia dalle autorità estere in arrivo in Italia, dall’altro ci sono tutte le altre tipologie di attività di polizia «dirette e gestite in via esclusiva da autorità italiane, in primis prefetture e questure». […]
Nulla può essere lasciato al caso, ogni singolo dettaglio dev’essere vagliato, analizzato, condiviso. Gli addetti alla sicurezza arrivano settimane prima, visionano i percorsi, si informano su eventuali punti deboli nei piani di security, chiedono, ad esempio, dove si posizionano i cecchini, si interfacciano quotidianamente con le autorità del paese ospitante. Vengono individuate delle zone rosse e particolare attenzione riguarda il percorso dei cortei istituzionali. Accanto ai presidenti e ai diplomatici, ci sono le loro guardie del corpo.
Poi l’imponente dispositivo di sicurezza, che in alcuni casi prevede anche la presenza, su un blindato con le portiere aperte e i mitra in mano, dei Gis, l’unità d’élite dell’Arma dei Carabinieri, o dei Nocs, corpo d’élite della polizia di Stato per operazioni ad alto rischio.
Differente il discorso per gli agenti del Qatar che proprio ieri sono stati visti sfilare a Milano. Sono arrivati in Italia per imparare le tecniche di vigilanza e sicurezza nell’ipotesi, chissà, un giorno di ospitare i giochi olimpici.
La presenza nel Paese, con arma di ordinanza, si inserisce nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto il 25 settembre a Doha tra il titolare del Viminale e il suo omologo Khalifa bin Hamad Al Thani e i centoquattro agenti sono stati affidati al coordinamento di due funzionari della polizia italiana.
Da Monaco ad oggi Spartiacque nei dispositivi di sicurezza degli eventi internazionali fu l’attacco terroristico che sconvolse le Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un commando di Settembre Nero irruppe negli alloggi del villaggio e uccise undici atleti israeliani.
(da La Stampa)
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Gennaio 28th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI PROVA A MEDIARE… TOGLIEREBBE VOTI SIA ALLA LEGA CHE A FDI
Chi vuole più di tutti un partito di Roberto Vannacci sono i vannacciani. Quelli che
cercano uno spazio politico, ma nella Lega non riescono a trovarlo. Ne è convinto chi è vicino a Matteo Salvini: «Lo stanno trascinando fuori dal partito».
Per questo il segretario e vicepremier questa settimana cercherà un’ultima mediazione con il generale, che intanto prende tempo e sonda lo stato di preparazione dei suoi Team sparsi per l’Italia, della sua nuova fondazione Generazione Decima, del think tank, della raccolta di finanziamenti.
Il generale, per ora, nega che l’addio sia «in agenda», come ha detto al Corriere. D’altronde deve ancora incontrare Salvini a Roma, questa settimana. Le distanze, come quella sull’Ucraina – con il generale contrario all’invio di armi a Kiev, mentre il partito di Salvini ha votato a favore – restano sullo sfondo.
Per dire dei problemi con cui Vannacci non ha a che fare, mentre Salvini sì: dal Centro Studi di Fratelli d’Italia arriva una nota per ricordare ai parlamentari che «tutto il centrodestra continuerà a sostenere Kiev, in linea con il programma elettorale con cui i cittadini ci hanno scelto per guidare il Paese».
Ma non è per questo che Vannacci ha preparato l’addio. Voleva più potere dentro il partito, più agibilità politica fuori, più spazio per i suoi fedelissimi che vengono dai team del “Mondo al contrario” e si iscrivono alla Lega. E se anche Salvini dovesse concedergli tutto quel che chiede, ormai sembra difficile poter tornare indietro. È già tutto pronto per il grande salto.
Tutti i sondaggisti contattati da La Stampa devono ancora fare delle rilevazioni aggiornate. «Si deve anche vedere con che tipo di legge elettorale andremo alle prossime elezioni», ricorda Alessandra Ghisleri. E poi, prosegue, non è irrilevante capire «se aggregherà altre forze, se riuscirà a strutturarsi, e quanto possa funzionare fuori da un partito già rodato come la Lega».
Ma c’è chi ipotizza già da ora che una nuova forza politica guidata da Vannacci si possa aggirare intorno al 2 per cento dei consensi. O meglio, «quello è il suo potenziale», precisa Fabrizio Masia, di Emg. «Attualmente, con ogni probabilità, siamo allo zero virgola. Il resto va tutto conquistato».
La cifra del 2 per cento, in mancanza di sondaggi aggiornati, per Masia si basa su due fattori: il posizionamento politico e l’affluenza prevista alle prossime elezioni. «Vannacci si rivolge a quel tipo di elettorato destrorso che in Italia arriva, mal contato, al 10 per cento», sostiene il sondaggista. Ma i potenziali elettori di Vannacci, sottolinea, «sono già in gran parte intercettati da Fratelli d’Italia e dalla Lega, oltre che dalle sigle extra-parlamentari di estrema destra e, qualcosina, persino di sinistra».
Su una «verosimile» affluenza di 30 milioni di italiani alle prossime elezioni politiche, poi, «avere il 2 per cento significa incassare 600mila voti – ragiona il direttore di Emg -, in linea con quello che ha ottenuto Vannacci alle Europee». E a questo si può aggiungere un terzo fattore: «In Toscana, quando ha coordinato la campagna elettorale per le Regionali, non ha spostato molto rispetto ai sondaggi iniziali».
Un ragionamento in linea con quello del collega Antonio Noto, di “Noto sondaggi”: «Qualche tempo fa ho fatto una rilevazione per Porta a Porta che dava un partito di Vannacci tra il 2,5% e il 5%, ma quando si testano partiti che ancora non esistono, di cui non si conosce il programma né i componenti, c’è sempre un
sovradimensionamento». Attualmente, quindi, «potrebbe arrivare al 2,5%». Mentre in futuro, al massimo, «si può spingere al 5%».
Ma non sarebbero, sostiene Noto, voti sottratti a Salvini, né toglierebbe molto a Meloni. «Vannacci si rivolge a un elettorato “non ostile” al fascismo e sta tessendo una rete di relazioni al di fuori del Carroccio: non parla da leghista, né parla ai leghisti». Ma ogni passo che ha fatto in questi ultimi due anni, sottolinea Noto, «ha il suo sbocco naturale nella nascita di un nuovo soggetto politico».
(da La Stampa)
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