Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE IL MONDO DIVENTA SEMPRE PIÙ DIGITALE, TUTTI I GIORNI L’UOMO, ARRIVATO IN FRANCIA DAL PAKISTAN NEL 1972, PERCORRE LE STRADE DEL “QUARTIERE LATINO” DI PARIGI PER VENDERE LE COPIE DEI QUOTIDIANI … LA FELICITA’ DI ALI AKBAR: “ECCO, SONO CAVALIERE! CI SONO RIUSCITO!”
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha decorato stasera con le insegne di cavaliere dell’Ordine nazionale del merito, Ali Akbar, ultimo venditore ambulante di giornali di Parigi, come “magnifico esempio” di integrazione “che rende il nostro paese più forte e più fiero”. “Emozionatissimo”, l’uomo di una settantina d’anni, che ha spiegato di aver già in testa una falsa prima pagina di giornale da “strillare” nei prossimi giorni, una sua “specialità”: “Ecco, sono Cavaliere! Ci sono riuscito!”.
“Lei – ha detto Macron consegnando il riconoscimento – ha l’accento del VI arrondissement di Parigi, la voce della stampa francese”. Ali Akbar è stato per lunghi anni la voce che ha fatto vibrare con i suoi titoli “strillati” la Parigi letteraria di Saint-Germain-des-Prés. Ali Akbar, dopo aver affrontato “la povertà, il lavoro imposto, le violenze”, nel suo paese d’origine, ha avuto “la speranza di una vita migliore” una volta arrivato in Francia.
“E’ un magnifico esempio – ha detto Macron – in un momento in cui sentiamo spesso venti contrari. Eppure storie come quelle di Ali esistono, donne e uomini che sono fuggiti dalla miseria per scegliere un paese di libertà dove si sono costruiti una vita che rende il nostro paese più forte e più fiero”.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO ERA STATO CHIESTO DA SALVINI LUNEDÌ E IL VARO ERA PREVISTO NEL CDM DI OGGI: LE OPPOSIZIONI MARTELLANO CHIEDENDO DI STORNARE I MILIARDI PER L’OPERA DESTINANDOLI PER LA RICOSTRUZIONE, MELONI RIMANDA IL DECRETO E FA INCAZZARE SALVINI …L’ENNESIMA SPACCATURA A DESTRA A CUI SI AGGIUNGE UN TASSELLO: IL VOTO SEGRETO ALL’ARS, IL PARLAMENTO SICILIANO, IN CUI UN PEZZO DI FDI E DI FI HA VOTATO PER DEVIARE I FONDI DAL PONTE
Non è aria di decreto Ponte, fa capire Giorgia Meloni. E nemmeno di condoni.
Mentre è in viaggio verso la Sicilia funestata dal maltempo, a una settimana dai primi danni, la premier fa recapitare a governo e maggioranza, tramite staff, quella che assomiglia a una doppia retromarcia. Il primo tratto di penna riguarda il decreto per il Ponte sullo stretto. Chiesto da Salvini, che solo quattro giorni fa, era lunedì, ne aveva annunciato addirittura il varo nel Cdm di oggi. Invece niente: il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri in queste ore.
Non è una bocciatura, ma una frenata, quella di Palazzo Chigi, dettata anche dall’opportunità politica del momento. Meloni sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un tasto dolente: non a caso l’opposizione, a cominciare da Elly Schlein, ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione stornandoli dalla grande opera sognata dal capo leghista e cassata dalla Corte dei conti.
La Lega considera però irricevibile l’offerta: non si mischiano le mele con le pere, è il ragionamento che trapela dal Carroccio.
Come dire: un conto sono gli investimenti, altro è la spesa corrente, che può foraggiare l’emergenza. Certo, a destra sottotraccia il dibattito è aperto. Prova ne è il voto segreto all’Ars, il parlamento siciliano, in cui un pezzo di FdI e di FI ha votato per deviare i fondi dal collegamento sullo Stretto. Mossa su cui il governatore azzurro Renato Schifani, solitamente fumantino, non ha obiettato.
Si vedrà. Intanto da Palazzo Chigi arriva un altro input: riguarda i tre emendamenti al Milleproroghe presentati da FdI, Lega e FI per riaprire il condono edilizio. Dichiarati inammissibili nelle commissioni di Montecitorio, i tre partiti del centrodestra ieri mattina hanno provato a resuscitarli. Ma lo stop, gradito alla premier, è stato confermato nottetempo. Se ne discuterà più in là. Non è aria, non ora, è sempre il leitmotiv del quartier generale della premier.
La vicenda Harry, si sono convinti nell’entourage di Meloni, va maneggiata con cura. La stessa Meloni ha scelto di recarsi nell’isola solo martedì sera, dopo l’arrivo di Schlein e le critiche anche da ambienti nazional popolari, vedi Fiorello.
La Sicilia, come la Calabria, è un granaio di voti per il centrodestra.
Decisiva per le Politiche del ‘27. Per rispondere alle attese di sfollati e danneggiati dal maltempo, il governo sa che dovrà stanziare molto di più dei 100 milioni iniziali: almeno 1 miliardo. Si lavora a un nuovo decreto, da qui a due settimane.
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DEI VENTI MILIONI STANZIATI IN QUESTI ANNI NE È STATO SPESO SOLO UNO PER LA MESSA IN SICUREZZA DI UNA PROVINCIALE E ORA LA PROCURA INDAGATA PER DISASTRO COLPOSO ED EVENTUALI INADEMPIENZE PUBBLICHE
In Sicilia i soldi contro il dissesto idrogeologico sono arrivati, ma non per Niscemi. Sono nero su bianco nei decreti e nelle tabelle del Pnrr: quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Qui, dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto per questa fetta di terra che continua a franare.
Né il Comune né la Regione hanno chiesto finanziamenti per il consolidamento del territorio. L’emergenza c’era, i dati pure. È mancata non solo la volontà amministrativa, ma anche quella progettuale e di prevenzione di una intera comunità che era e resta in pericolo
Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza permanente. In trent’anni si sono succeduti governi, presidenti del Consiglio, giunte regionali. Tutti hanno firmato qualcosa. Nessuno ha risolto. La frana che in questi giorni ha costretto oltre millecinquecento persone a lasciare le proprie case non è un evento imprevedibile: è il risultato di una lunga catena di omissioni.
Il 12 ottobre 1997 una frana colpisce i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Vengono sgomberate 111 famiglie, 392 fra bambini, donne e uomini restano senza casa, 48 abitazioni vengono demolite, insieme a una chiesa del Settecento. Il giorno dopo arriva in paese una sfilata di autorità: l’assessore regionale Giuseppe Galletti, il sottosegretario Franco Barberi, e una serie di ministri. Tutti promettono, tutti annunciano.
Il 14 ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza. Si nomina Galletti commissario delegato. Viene stanziato un primo fondo di 8,5 miliardi di lire, con promesse di risanamento e ricostruzione. Ai senzatetto vanno 600 mila lire al mese per un anno. Ma già pochi mesi dopo, nel gennaio del 1998, i cittadini scendono in strada con una fiaccolata silenziosa: «Non ci ascolta più nessuno».
L’emergenza viene prorogata per quasi dieci anni. Niscemi è classificata a rischio R4, il massimo. Ma i cantieri non partono. Nel 2001 settanta famiglie occupano l’aula consiliare: non sanno se le loro case saranno recuperate o abbattute. Arriva un nuovo commissario, il prefetto Giuliano Lalli, che si scontra con una macchina amministrativa bloccata. Nel 2004 il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose e così si sommano altri commissari, che però gestiscono l’ordinario.
Nel 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato. Vengono stanziati 1,2 milioni di euro per la messa in sicurezza del torrente Benefizio. Il nuovo commissario delegato è ancora una volta l’assessore alla presidenza della Regione Siciliana con delega alla Protezione civile.
Il nome non compare nei comunicati stampa di allora, ma all’epoca la delega era in capo a Francesco Cascio. I fondi ci sono, i progetti anche. Ma i cantieri non partono. E nel 2007, l’emergenza viene dichiarata conclusa. Un appalto da nove milioni assegnato nello stesso anno si arena per un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da nove milioni: finanziamento revocato, zero euro spesi
L’unico intervento strutturale arriva nel 2019: 1,2 milioni per un tratto del versante ovest e per la strada provinciale 12. Un progetto da 8 milioni, pronto dal 2016, non viene mai finanziato né inserito nella piattaforma Rendis.
Tra il 2019 fino ad oggi nessuna richiesta viene inoltrata dal comune di Niscemi alla Struttura commissariale contro il dissesto, «nessun input da Niscemi negli ultimi otto anni», dice all’Ansa il soggetto attuatore della regione siciliana Sergio Tumminello. Dal 2014, dei circa venti milioni di euro programmati ne è stato speso appena 1,2: il resto è rimasto sulla carta.
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“LA FRANA CI STA CIRCONDANDO. DOVEVANO PIANTARE MILLE ALBERI, LI HAI VISTI? È DAL 1997, QUANDO C’È STATA LA GRANDE FRANA, CHE DICONO E NON FANNO”
C’è chi piange, chi tace e chi prega la patrona Madonna Santissima del Bosco. Si
affidano al Cielo perché sulla terra oggi si può fare ben poco per salvare la collina di Niscemi.
«Basta dare un’occhiata al costone per capire che prima poi verranno giù molte case e la mia sarà la prima», sospira con gli occhi gonfi Roberto Disca, che sta scaricando da un camioncino tutto quello che è riuscito a salvare in fretta e furia. «Questo è quel che rimane delle nostre vite». Lui, la moglie e i loro tre figli. «Non è ancora caduta ma è lì sul burrone e sicuramente non potremmo più tornarci». Ci fa vedere la palazzina pericolante in una delle foto panoramiche che girano: «Questa è la nostra e quella bianca che sporge era quella della cugina di mia moglie: è venuta giù stanotte, siamo disperati».
Disca ha 44 anni, fa l’autista per un’impresa di movimento terra e su quella casa destinata a cadere ha investito molti dei suoi risparmi. «E ho ancora un bel mutuo». Porta tutto in una specie di magazzino che si trova al pian terreno della vecchia abitazione di famiglia, non distante dalla sua, e sempre in piena zona rossa, cioè quell’area entro i 150 metri dalla frana considerata off limits dalle autorità che hanno disposto l’evacuazione di circa 1600 persone.
«Ma la mia ormai è andata, questa ancora no». Disca dice di essere stato il primo ad avvisare il sindaco di Niscemi delle stranezze che stavano succedendo: «Dieci giorni fa avevo notato che il terreno si muoveva sotto i piedi e avevo sentito anche un boato. Per me i problemi nascono anche dalla diga laggiù che lasciano aperta e fa passare l’acqua». Scricchiolii, rumori sinistri, la terra che si muove. Un deja vu di altri disastri, primo fra tutti il Vajont.
Arriva sua madre, in lacrime. «Dovevano piantare mille alberi, li hai visti? – prosegue lui accarezzandola – È dal 1997, quando c’è stata la grande frana, che dicono e non fanno».
Siamo nel quartiere Sante Croci, un reticolo di stradine squadrate e vecchie palazzine dove tutto si è fermato di colpo domenica scorsa. Ora è un deserto. Si vedono solo vigili del fuoco, uomini della protezione civile e carabinieri che accompagnano qualche residente.
Da una porta spunta un signore anziano. «Sono qui con mia moglie, siamo tornati a dare da mangiare ai gatti perché mica potevamo portarli da chi ci ospita, siamo animalisti». Si chiama Fabrizio Cirrone. Gli è rimasta impressa la notte in cui è stato costretto ad andarsene: «Noi non volevamo, ce l’hanno imposto. Sono venuti all’una e mezza, “dovete abbandonare la casa subito”, hanno detto, e ce ne siamo andati, durissima».
Nicola Casagli, professore di Geologia applicata all’Università di Firenze. Esperto di frane, tecnico della Protezione civile, Casagli sta studiando quella di Niscemi. Arriva dalla riunione operativa dove era presente anche Giorgia Meloni.
Quando sente parlare di abusivismo invita alla prudenza: «Premesso che io non ho mai visto una frana così enorme, con questo fronte di 4 chilometri e 700 metri, e detto anche che è destinata ad avanzare un po’, ci aspettiamo una trentina di metri, bisogna riconoscere che il centro storico di Niscemi è stato costruito in una zona assolutamente sicura. L’espansione verso i margini è avvenuta nei secoli e non riguarda edificazioni recenti. Tranne poche costruzioni che erano in una zona instabile e sono state demolite dallo smottamento».
Rimarca l’eccezionaltà del fenomeno: «Lo metterei dopo il Vajont e al livello della frana di Ancona. È molto simile a quella che sconvolse l’isola di White, in Inghilterra». La gente lo ascolta. Arriva una famigliola piena di borse. «Speriamo davvero che sia sicuro il centro, abbiamo duecento metri di casa, vede, è quella
laggiù in fondo». Lui è Gianfranco Buscemi, professore del liceo. «Anche perché al momento mia moglie ed io siamo tornati alle origini, lei dai suoi, io dai miei».
Non ci sono solo le abitazioni. Vicino al ciglio esistono anche negozi e trattorie. Come quelli di Massimo Blanco e di suo figlio Giuseppe che hanno un ristorante e una salumeria. «Abbiamo tolto tutto, smontato banconi, cucine, frigo, abbattitore, forni. La frana ci sta circondando, ce l’abbiamo da quella parte e anche dall’altra, a 70 metri», dice Giuseppe con gli occhi di chi non dorme da giorni. Così, la zona rossa. Milleseicento persone che per massima parte si sono sistemate a casa di parenti e amici, in una straordinaria gara di solidarietà.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
AL PRESSING DI ZAIA PER L’ESPULSIONE SI AGGIUNGE QUELLO DI ATTILIO FONTANA: “VANNACCI È UN’ANOMALIA NEL NOSTRO MOVIMENTO” … INTANTO LUI IN SVIZZERA PARLA A UN EVENTO DEL PARTITO SOVRANISTA UNIONE DI CENTRO, VICINISSIMO, COME LUI, ALLA RUSSIA DI PUTIN
“Vannacci? Il mio primo pensiero è che è una anomalia. É un anomalo all’interno del nostro movimento”. Lo ha detto il governatore lombardo Attilio Fontana a margine della presentazione del Salone del mobile
“Nel senso che io sono dell’opinione che, come ha detto anche Durigon, all’interno di un partito se ci sono delle impostazioni diverse, possono essere motivo di arricchimento – ha aggiunto -. Ma creare circoli, fare le manifestazioni al di fuori del partito, presentare e depositare un nuovo logo, fare un nuovo sito è un’anomalia”.
“È una anomalia, poi queste sono valutazioni che farà il segretario”, ha concluso.
«Italia, stiamo arrivando. Futuro nazionale, con Vannacci segretario». Altro che ricucitura con la Lega e con Matteo Salvini. Il partito del generale Roberto Vannacci è già bello che pronto.
Dopo aver registrato il simbolo del nuovo partito di ultradestra, ieri quello che, teoricamente sarebbe uno dei vicesegretari del Carroccio, ha reso operativo anche il profilo social su Instagram della sua Afd in versione italiana.
Il recinto della Lega, con le regole di un partito da rispettare (e mai rispettate) gli stava troppo stretto. Il successo con centinaia di persone a ogni iniziativa in giro per l’Italia e all’estero, nel corso dei mesi ha galvanizzato sempre di più Vannacci.
E ora l’eurodeputato ipersovranista ha deciso di mettersi davvero in proprio.
Il suo orizzonte sono le elezioni politiche del prossimo anno, quando farà durissima concorrenza sia a Fratelli d’Italia, sia al suo ormai ex partito: la Lega, di cui aveva preso la tessera nell’aprile 2009 venendo contestualmente nominato vicesegretario sul palco da Salvini, davanti a centinaia di sostenitori al congresso di Firenze
Nel Carroccio, intanto, la tensione è alle stelle. «Ma il segretario come può permettere che uno dei suoi vice faccia una cosa del genere senza espellerlo?», è l’interrogativo che si pongono diversi parlamentari leghisti contattati dal Corriere .
Nessuno di questi accetta però di rilasciare dichiarazioni ufficiali. L’unico che si spinge a parlare in Rai della spinosa questione è il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo: «Una frattura con Vannacci? Il generale ha detto che non ha nessuna intenzione di fondare adesso un nuovo partito, poi ha presentato un simbolo che chiaramente può destare polemiche — afferma il capo dei leghisti a Palazzo Madama —. Dall’altra parte il nostro segretario Salvini ha dichiarato con molta chiarezza che interverrà per cercare assolutamente di parlare con Vannacci. Si spera appunto di chiarire una volta per tutte».
Chi, invece, dietro le quinte si muove forte del suo peso politico nel Nord-Est è l’ex governatore veneto Luca Zaia, che continua a rilanciare a Salvini la richiesta di espellere Vannacci dopo le ripetute violazioni dei regolamenti della Lega. Zaia, inoltre, nelle ultime settimane avrebbe riaffrontato la questione con Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, da tempo insofferenti rispetto alle esternazioni estremiste di Vannacci, così come Maurizio Fugatti, numero uno della Provincia autonoma di Trento
Il «quartetto» nordista, sostenitore di una Lega dei territori e non sovranista, aveva già fatto rete a fine 2025, durante un incontro a Mestre, suggellato con tanto di foto.
Sempre dal Veneto sono esplicite le parole di Roberto Marcato: «L’espulsione dalla Lega è una soluzione inevitabile e ovvia».Salvini, però, continua a prendere tempo, che però sembra essere ampiamente scaduto: improbabile che i due litiganti si vedano nel weekend come annunciato. «Non ci vogliono? che ci caccino», ribattono galvanizzati i fedelissimi di Vannacci.
(da agenzue)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL FLOP ALLE REGIONALI TOSCANE DIMOSTRA CHE IL SUO TEMPO E’ GIA’ PASSATO
Che Roberto Vannacci sia costantemente alla ricerca di attenzione mediatica non è
certamente una novità. Così come gli va riconosciuta una certa capacità di leggere il momento politico, scegliendo con grande efficacia argomenti e posizionamenti che ciclicamente lo riportano al centro della scena, sia pure per il breve volgere di qualche giornata.
Questa volta ha scelto un grande classico del suo repertorio: un (forse) nuovo movimento, con un (forse) progetto di un partito autonomo, accompagnato da quello che (forse) dovrebbe essere il nuovo simbolo.
Dopo “Il mondo al contrario” e “Generazione Decima” (prima ancora era stata la volta dell’ibrido “Noi con Vannacci”), ora è il momento di “Futuro Nazionale”, simbolo tremendamente simile a quello del movimento di Francesco Giubilei (che infatti ci ha tenuto a rimarcare la sua estraneità), che, secondo i bene informati, dovrebbe finalmente essere quello giusto. Il nuovo partito del generale, insomma.
Lui, come al solito, non conferma né smentisce, rifugiandosi in mezze battute, risposte sarcastiche ai giornalisti e i soliti proclami. Al Corriere della Sera ha detto di puntare al 6%, al 10%, al 20%, con la Lega al 30%. Parole al vento, diciamo, che non possono essere prese sul serio. È nota, invece, la sua ambizione, finora sostenuta da una carriera politica legittimata esclusivamente dall’elezione trionfale al Parlamento Europeo. Dopodiché, diciamoci la verità, la stella vannacciana ha brillato poco, tra problemi organizzativi della sua “corrente” sul territorio, difficoltà nel ricavarsi margini di azione all’interno della Lega, un apporto pressoché nullo nelle consultazioni locali e da un’incidenza minima nei processi decisionali del Carroccio.
Non c’è stato ovviamente tempo per un’analisi seria delle potenzialità di questo presunto nuovo partito, ma i sondaggisti sono sempre stati divisi sulle prospettive e il potenziale delle creature politiche del generale. Interrogato da Fanpage.it, un tecnico del settore ha risposto col più classico dei “dipende”, includendo vari elementi da chiarire e poi valutare: quando, con chi, per fare cosa e con quale piattaforma. Perché, se è innegabile che Vannacci goda di una certa popolarità, allo stesso tempo sembra essere minimo lo spazio per una nuova avventura nel bacino “anti-sistema”, considerando i posizionamenti specifici dei partiti della destra e l’assenza (al momento e per quel che sappiamo) di una struttura organizzativa in grado di veicolarne la proposta sui territori e nelle istituzioni.
I flop dei seguaci del generale nelle prime consultazioni e lo scarso seguito di cui hanno goduto le sue iniziative politiche tra i colleghi parlamentari ne sono una dimostrazione chiara. Diverso, ci spiega la nostra fonte, è il caso in cui il generale fosse alla guida di un partito più strutturato, in grado anche di colmare gli evidenti limiti di esperienza e competenza specifica mostrati in questi mesi di attività politica.
È più o meno il ragionamento che fanno anche all’interno del Carroccio, dove peraltro in molti sono convinti che non ci sia una reale volontà di rompere ma solo la “solita” ricerca di visibilità. Il generale è considerato ancora una risorsa e si è disposti a garantirgli un certo margine di manovra (come del resto fatto in questi mesi), purché non tiri troppo la corda e non si trasformi nell’ennesima grana da gestire per Salvini. Se poi la situazione dovesse precipitare, allora “arrivederci buona fortuna”, senza dannarsi neanche più di tanto. Perché, sono convinti i leghisti, vale sempre il caro vecchio detto “extra ecclesiam nulla salus” e non sarebbe la prima avventura solitaria destinata a schiantarsi in un campo politico sovraffollato. Soprattutto considerando che dovrebbe andare a pescare in un bacino elettorale in cui operano già le figure di Meloni e dello stesso Salvini. L’opposizione, invece, almeno per una volta può prendere i popcorn e restare a guardare
(da Fanpage)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL COCKTAIL PERFETTO PER FARE LA FINE DI MINNEAPOLIS
Partiamo da un caso di cronaca di qualche giorno fa. Nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo un poliziotto ha ucciso un ragazzo di ventott’anni, Abdelrahim Mansouri, sparandogli, dopo che quel ragazzo aveva puntato una pistola caricata a salve contro il poliziotto. Oggi come oggi, di fronte a una dinamica di questo tipo, un magistrato apre un‘indagine, accerta le responsabilità del poliziotto ed eventualmente chiude l’indagine con un’archiviazione o con un rinvio a giudizio.
Se passasse la norma voluta dalla Lega – che finirà in un disegno legge e non nel nuovo decreto sicurezza – il poliziotto che ha sparato godrà di una specie di salvacondotto, quello che è già stato ribattezzato “scudo penale”. Se ammazza qualcuno, tanto per farla facile, l’indagine contro di lui non sarà aperta in automatico, ma sarà il giudice a decidere discrezionalmente se si tratta di legittima difesa – e allora il caso è chiuso -, oppure no.
editorialedomani.it)Non ci vuole molto a capire che qualcosa non torna. Come fa il giudice ad accertare la legittima difesa se non apre un’indagine? Soprattutto: come fa a decidere prima di aver indagato sulla dinamica dell’accaduto? È evidente sia soprattutto un messaggio, nemmeno troppo in codice. Per dirla con le parole del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, questo scudo serve a “ripristinare un senso di presunzione di liceità dell’attività delle forze di polizia”. E se non avete capito cosa intenda Piantedosi per “presunzione di liceità”, c’è sempre Matteo Salvini: “Con il poliziotto, senza se e senza ma”.
A questa torta, che si giustappone a quella del primo decreto sicurezza e di quello prossimo venturo, dovete aggiungere qualche ciliegina, anche queste nel disegno di legge. Ad esempio, il daspo urbano per chi viene denunciato durante una manifestazione, la possibilità degli agenti di perquisire arbitrariamente chiunque durante una manifestazione, la possibilità di trattenere con ampia discrezionalità chi manifesta per almeno dodici ore, la possibilità di vietare alle persone di partecipare alle manifestazioni.
Domanda: a cosa serve tutto questo? Perché c’era bisogno, proprio ora, di tutta questa protezione per le forze dell’ordine e di tutte queste norme contro chi manifesta?
Il principio è abbastanza chiaro, e lo spiega bene, proprio in un’intervista a Fanpage, il professor Giuseppe Campesi, ordinario di filosofia del diritto all’università di Bari: “Il disegno complessivo che emerge è quello di una progressiva espansione delle prerogative delle forze di polizia, accompagnata da un messaggio neppure troppo implicito: strategie operative più muscolari saranno tollerate, o quantomeno sottoposte a controlli meno penetranti quando qualcosa va storto”. Contro gli stranieri, ovviamente, Ma anche, sempre più, contro chi manifesta. Quel che si rischia, conclude il professore, è ”un escalation di violenza”. Altro che sicurezza.
Ecco: notate qualche somiglianza con ciò che ha permesso all’ICE di combinare quel che ha combinato a Minneapolis, sappiate che non siete soli. Dietro questa scelta, al pari di quanto accade in America, c’è per l’appunto la volontà, nemmeno troppo malcelata, di usare le forze dell’ordine contro i nemici del governo. E di proteggerle a ogni costo se si fanno prendere la mano. Meglio ancora: di dire loro che non c’è problema se si fanno prendere la mano, anzi.
E no, non è un precedente rassicurante.
(da Fanpage)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ANNI DI PIOMBO NON HANNO INSEGNATO NULLA AGLI IMBECILLI E AGLI ARROGANTI
Il piano inclinato verso l’autocrazia non è un’ipotesi allarmistica, ma una realtà
sostenuta dai fatti che ogni giorno ci accadono intorno. L’ultima iniziativa di Azione Studentesca, organizzazione collegata a Fratelli d’Italia è la creazione di liste di docenti accusati di “propaganda di sinistra”, basate su segnalazioni arbitrarie degli studenti.
La cultura come campo di battaglia
D’altronde, cosa ci possiamo aspettare da un’organizzazione giovanile che sul proprio sito passa dall’arditismo con tanto di coltello tra i denti di un eroe della Grande Guerra, alla lotta al pensiero unico e al DDL Zan, che usa una croce
Bretone come simbolo solo perché quella celtica sarebbe stata troppo vistosa e che nasce in uno “spazio identitario” come Casaggì — un nuovo modo di autodefinirsi dei fascisti — lo stesso luogo che ha visto nascere la casa editrice Passaggio al Bosco, quella che ha nel catalogo gli ideologi del nazismo e dell’antisemitismo europeo, quella casa editrice al centro delle polemiche all’unltima fiera della piccola e media editoria.
Quelli in cui viviamo sono i tempi in cui gli Stati Uniti vivono una fase di oscurantismo politico interno, dove sembra di essere tornati al maccartismo e alla necessità di giurare di essere anticomunisti, in Italia invece sembra la normalità qui non rinnegare il fascismo e, anzi, adottarne i metodi intimidatori.
Quello slogan “siete solo dei poveri comunisti” di berlusconiana memoria, tirato fuori contro gli studenti che contestavano la ministra Bernini ad Atreju, nasconde l’identità di questa destra che non ha rotto i ponti con il proprio passato, ma che fa dell’anticomunismo la base identitaria che accomuna tutti e tre i partiti della maggioranza.
L’idea che passa da questa azione di schedatura è quella di avere un canale diretto con il Ministero per segnalare singoli professori; questo trasforma l’istituzione scolastica in un campo di sorveglianza politica, dove il dissenso viene trattato come una colpa da censire.
Il nodo centrale riguarda il rapporto della destra post-fascista con l’educazione e la cultura. Si tratta di ambiti in cui questa area politica si è sempre percepita come minoritaria, vittima di un’egemonia culturale altrui che le avrebbe precluso i luoghi del potere. Oggi, questa sensazione di inferiorità storica si trasforma in spirito di rivalsa.“La scuola è nostra” recita il volantino del questionario, la stessa frase che campeggiava sullo striscione di Atreju dopo l’evento sulla scuola e al centro di quella foto c’era la sottosegretaria all’istruzione .
Revisionismo e intimidazione
La scuola è diventata un terreno di scontro ideologico, esattamente come la giustizia. Lo confermano le politiche del Ministero guidato da Valditara sulla teoria gender e sul revisionismo storico, o l’operazione culturale della RAI sulle figure legate al fascismo. L’obiettivo non è il pluralismo, ma la riscrittura della storia e l’occupazione dei posti di comando.
Schedare i professori significa metterli in una condizione di sudditanza psicologica rispetto ai giovani militanti della destra al governo. È una forma di intimidazione che segue altri segnali recenti, come la schedatura degli studenti palestinesi da parte del Viminale, inizialmente derubricata a questione di sicurezza territoriale.
Il modello della democrazia illiberale
Il quadro si allarga se osserviamo la gestione dell’ordine pubblico: dalle ronde di strada giustificate dalla retorica sulla criminalità alla gestione dei flussi migratori. Il prossimo 4 febbraio, il Consiglio dei Ministri discuterà nuovi decreti sicurezza che prevedono ulteriori restrizioni alle libertà collettive e alla possibilità di manifestare il dissenso.
Siamo di fronte a un percorso che ricalca il modello ungherese di Orbán o quello polacco del PiS. Si scivola verso un sistema dove le istituzioni democratiche vengono svuotate dall’interno per favorire una struttura autocratica. In questo schema, la libertà di insegnamento è un ostacolo da rimuovere attraverso la delega del controllo ai militanti. È la transizione verso una società dove esiste un vertice e tutto il resto è chiamato all’obbedienza.
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO RINVIA IL DECRETO E CANCELLA IL CONDONO EDILIZIO… 100 MILIONI PER 46 INTERVENTI IN SICILIA CON IL PNRR, MA A NISCEMI NON C’E’ NULLA
Il decreto per il Ponte sullo Stretto non sarà nel consiglio dei ministri di oggi. Ed è difficile non pensare che dietro la decisione di Giorgia Meloni ci sia la frana di Niscemi. Dopo che l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un ordine del giorno che chiede di usare gli stanziamenti per l’infrastruttura per i danni del ciclone Harry, il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri. Una frenata dettata dall’opportunità politica. Visto che anche Elly Schlein ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione. Intanto un’altra verità emerge dai decreti e dalle tabelle del Pnrr. Quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto.
La frana di Niscemi e il Ponte sullo Stretto di Messina
Dall’opposizione arriva la richiesta di usare i soldi del Ponte di Messina per il risanamento ambientale. Pd, Avs e M5s definiscono «uno spreco» finanziare il ponte quando invece tutto il denaro pubblico disponibile andrebbe destinato al dissesto idrogeologico e alla tutela del territorio. Ma il ministro alla Protezione Civile Nello Musumeci ha già sbarrato questa strada: «Perché non usare i soldi del ponte di Messina? Non sono iscritto al partito del Benaltrismo. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche», le sue parole al Corriere. «I soldi ci sono stati in passato, ma sono stati destinati altrove», ha aggiunto, ribadendo che «il governo Meloni farà la propria parte fino all’ultimo». Però il decreto Ponte non sarà nel Cdm oggi. Repubblica spiega che non si tratta di una bocciatura ma di una frenata.
L’elicottero di Meloni
La premier, arrivata ieri in elicottero a Niscemi dopo le critiche dell’opposizione e il viaggio di Schlein, sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un argomento sensibile. Infatti il voto segreto dell’Ars ha restituito la richiesta di deviarne i fondi con i voti anche del centrodestra. Meloni ha anche bloccato i tre emendamenti al Milleproroghe per riaprire i termini del condono edilizio. Anche questo per ragioni di opportunità. E va considerato che la Sicilia è un serbatoio inesauribile di voti per il centrodestra. Tanto che sarà decisiva alle elezioni politiche. La sospensione di Iva, ritenute, Imu è la prima mossa. Poi arriverà lo stanziamento adeguato ai danni sofferti da Sicilia, Calabria e Sardegna.
I progetti mai presentati a Niscemi
Intanto emerge che il Recovery Plan non si è fermato a Niscemi. Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza. Il 12 ottobre di quell’anno una frana colpì i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Causando lo sgombero di 111 famiglie, ovvero 392 tra donne, uomini e bambini, e la demolizione di 48 abitazioni. Il giorno dopo il governo Berlusconi stanziò un primo fondo di 8,5 miliardi di lire, con promesse di risanamento e ricostruzione. Ai senzatetto vanno 600 mila lire al mese per un anno. L’emergenza poi venne prorogata per 10 anni, mentre il comune fu classificato a rischio geologico R4, il massimo. Nel 2004 il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose e così si sommano altri commissari, che però gestiscono l’ordinario. Nel 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato.
L’emergenza infinita
Ma i lavori non partono. E nel 2007, l’emergenza viene dichiarata conclusa. Un appalto da 9 milioni assegnato nello stesso anno si arena per un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da 9 milioni: finanziamento revocato, zero euro spesi. L’unico intervento strutturale arriva nel 2019: 1,2 milioni per un tratto del versante ovest e per la strada provinciale 12. Un progetto da 8 milioni,
pronto dal 2016, non viene mai finanziato né inserito nella piattaforma Rendis. Tra il 2019 fino ad oggi nessuna richiesta viene inoltrata dal comune di Niscemi alla Struttura commissariale contro il dissesto.
Le spese per il dissesto idrogeologico
Dal 2014, dei circa venti milioni di euro programmati ne è stato speso appena 1,2: il resto è rimasto sulla carta. Naturalmente non è l’unico caso. La Stampa spiega che la struttura del commissario contro il dissesto idrogeologico della Regione ha finora potuto contare su circa 750 milioni; ne ha spesi 117. Di un miliardo e mezzo dal 2010 a oggi le risorse impiegate sono poco sotto gli 800 milioni. Poco meno di un terzo di questi fondi – 404 milioni – servivano proprio a contrastare il dissesto idrogeologico ma sono rimasti fermi per oltre cinque anni, dal 2019 al 2024.
E ancora: secondo l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) negli ultimi 25 anni sono stati stanziati 19 miliardi contro il dissesto. Ma solo un terzo è stato effettivamente speso. La Sicilia è tra le cinque regioni maggiormente finanziate. Ma è impossibile persino sapere per quale scopo i fondi sono stati stanziati.
(da agenzie)
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