Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
A QUESTO PUNTO LE UDIENZE RIPRENDERANNO ENTRO LA FINE DI FEBBRAIO
La Consulta, con una sentenza depositata oggi, ha accolto la questione di
Costituzionalità presentata dalle difese dei quattro 007 imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni.
Questione sul diritto di difesa legata ai costi per le consulenze tecniche che i legali degli imputati, tutti nominati d’ufficio, sono chiamati ad affrontare. Ora il processo può ricominciare.
Riprenderà entro il mese di febbraio il processo a carico dei quattro 007 egiziano accusati della morte di Giulio Regeni.
Dopo il deposito della sentenza della Consulta – sul nodo legato alla nomina dei consulenti dei difensori – entro 10 giorni gli atti saranno restituiti ai giudici della terza Corte d’Assise che fisserà una udienza a febbraio.
In quella data verrà affidato l’ incarico per le consulenze. La requisitoria del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco è attesa presumibilmente per aprile.
Deve essere lo Stato italiano a farsi carico di anticipare le spese del consulente di parte nominato dai difensori d’ufficio dei quattro agenti egiziani accusati della morte del ricercatore Giulio Regeni, ucciso nel gennaio 2016 in Egitto, e assenti al processo che si sta celebrando in Corte di Assise a Roma.
Lo ha deciso la Consulta, accogliendo il punto di vista dei giudici di assise che hanno presentato il ricorso, sottolineando la particolarità di questo caso giudiziario nel quale “si procede in assenza in quanto la chiamata in giudizio è stata resa impossibile dalla mancata cooperazione dello Stato di appartenenza dell’imputato”, ossia l’Egitto.
Le spese in questione si riferiscono all’onorario di un esperto, nominato dalle difese, per la traduzione di un documento dall’arabo disposta dai giudici del collegio.
In particolare, con la sentenza numero 12, depositata oggi, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’articolo 24 della Costituzione, dell’articolo 225, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui – per la eccezionale ipotesi introdotta dalla sentenza della stessa Corte numero 192 del 2023 – non prevede che l’onorario e le spese spettanti al consulente di parte nominato dal difensore d’ufficio sono anticipati dallo Stato, salvo il diritto di ripeterne gli importi nei confronti dell’imputato che si renda successivamente reperibile, e liquidati dal magistrato nella misura e con le modalità previste dall’articolo 83 del testo unico delle spese di giustizia per l’ipotesi di ammissione al gratuito patrocinio.
Tale eccezionale ipotesi è quella in cui si proceda in assenza per uno dei delitti previsti dall’articolo 1 della Convenzione di New York contro la tortura quando, a causa della mancata assistenza dello Stato di appartenenza dell’imputato, sia impossibile avere la prova che questi, pur consapevole della pendenza del procedimento, sia stato messo a conoscenza della pendenza del processo.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI TEMONO GLI STATI UNITI DI TRUMP PIU’ DELLA RUSSIA DI PUTIN
Tra centrosinistra e centrodestra ora la partita è davvero “aperta”, come da mesi ripetono i partiti dell’opposizione. Almeno, questo è ciò che emerge dal nuovo sondaggio politico Osservatorio Delphi, realizzato da Piave e Sigma Consulting per Fanpage.it. Tra i partiti, Fratelli d’Italia è in testa ma non basta per garantire il successo alle elezioni. Il sondaggio riguarda anche questioni internazionali: se si parla di una possibile invasione militare in Europa, gli italiani ritengono gli Stati Uniti di Donald Trump pericolosi quanto la Russia di Putin.
Centrodestra avanti, ma il campo largo è vicino: i risultati dei partiti
Fratelli d’Italia ottiene il 28,8% dei voti. È una percentuale lontana dal 30%, ma che comunque basta per mantenere saldamente il primo posto. Tuttavia, se si guarda alla coalizione nel suo complesso, il successo dei meloniani – ancora forti nei consensi dopo oltre tre anni di governo – potrebbe non bastare alle prossime elezioni.
Infatti, Forza Italia è al 9% e poco sotto la Lega è all’8,6%. Peraltro, una parte dei voti del Carrocio (e di FdI) potrebbe essere a rischio se si concretizzasse l’idea di un partito di Roberto Vannacci che andasse a sottrarre consensi alla destra-destra. La coalizione si chiude con lo 0,6% di Noi Moderati.
Il Partito democratico è al 21,4%, mentre il Movimento 5 stelle ottiene il 14,3%. Solo sette punti separano i due schieramenti (come poco più di sette separano Pd e FdI). Il campo largo dovrebbe essere composto anche da Alleanza Verdi-Sinistra, che prende il 5,7%, e da due schieramenti centristi: Italia viva di Matteo Renzi, con il 3%, e +Europa con il 2,2%. Fuori dalle coalizioni dovrebbe invece restare, almeno per il momento, Azione di Carlo Calenda con il 2,2%.
Chi vince le elezioni e come cambia la legge elettorale
La somma non è troppo complicata: il centrodestra arriva a prendere il 47%. Certo, sono circa tre punti in più di quelli ottenuti nel 2022, ma nel 2027 la situazione dovrebbe essere diversa. La prospettiva, ancora non del tutto definita, è che a sfidare il centrodestra sarà una coalizione unica di centrosinistra ‘largo’.
I partiti del campo largo – Pd, M5s, Avs, Italia viva, +Europa – sommati insieme arriverebbero al 46,6%. Sono solo quattro decimi in meno del centrodestra, una distanza ampiamente entro i margini di errore.
Molto dipenderà anche dalla legge elettorale, che probabilmente cambierà nel prossimo anno. A proposito, il sondaggio rileva anche che più della metà degli italiani – il 54% – sarebbe favorevole a una riforma che preveda di scrivere il nome del candidato o della candidata premier sulla scheda. Il 18% non ha un’opinione forte e solo il 15% è apertamente contrario.
Come anticipato, la rilevazione Osservatorio Delphi tocca anche temi di politica estera. E mette in evidenza un dato significativo: oggi gli italiani ritengono gli Stati Uniti di Donald Trump un pericolo quasi quanto la Russia di Vladimir Putin. Su richiesta di indicare la “principale minaccia all’ordine internazionale”, il 31% guarda a Mosca e il 30% a Washington. Facile pensare che l’ultimo anno di dichiarazioni e interventi militari da parte del tycoon statunitense abbia qualcosa a che fare con questo risultato. È ben lontano l’Iran con il 9%, seguito da Israele al 6%. La Cina ottiene appena il 3%.
Il parallelismo tra Russia e Stati Uniti, poi, continua. Quanto è realistico che la Russia nei prossimi cinque anni attacchi uno Stato europeo? Molto o abbastanza per il 38% degli intervistati, mentre il 45% non lo ritiene probabile. Ma quanto è realistico che siano gli USA ad attaccare la Groenlandia, e quindi la Danimarca (e quindi l’Unione europea)? Qui gli scettici scendono al 37% mentre i possibilisti diventano ben il 46
Ci sono anche leggere differenze in come gli italiani pensano che il loro Paese dovrebbe intervenire nelle due situazioni. Se ci fosse un attacco russo in Europa, il 30% degli intervistati vorrebbe che l’Italia inviasse solo aiuti logistici. Questa percentuale scende al 27% nel caso di un’offensiva statunitense. Un intervento militare diretto è sostenuto dal 24% contro Mosca, dal 23% contro Washington. Due blocchi restano fissi: in entrambi i casi un 10% chiede di limitarsi a sanzioni e un 18% preferirebbe non intervenire affatto. Ciò che cambia è i “Non so” salgono dal 18% in caso di attacco russo al 22% in caso di attacco americano.t)
Dunque, se scoppiasse un conflitto aperto in Europa una parte significativa degli italiani – quasi un quarto – vorrebbe un intervento militare. Chi solo con
l’aviazione, chi (circa la metà) anche con truppe di terra. Ma gli italiani sarebbero disposti ad arruolarsi?
L’ultima domanda non tocca direttamente questo tema, ma lo sfiora: “Sarebbe favorevole o contrario alla reintroduzione della leva militare obbligatoria in Italia?”. Qui il risultato è piuttosto bilanciato. Il 39% è favorevole, il 36% è contrario. Ben il 16% non ha un’opinione chiara.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INCONTRI CON I PEGGIORI NEONAZISTI, LA REMIGRAZIONE, LE SPARATE DI VANNACCI RUBRICATE A “SENSIBILITA’”
In Italia c’è un partito di governo, il cui leader – che di quel governo è vicepremier –
ha appena invitato un leader neofascista inglese, arrestato per aggressione, frode, stalking, possesso di stupefacenti, immigrazione illegale. Interrogato, Matteo Salvini ha risposto che quello con Tommy Robinson è stato semplicemente uno “scambio di idee”. Sarebbe interessante sapere quali.
In Italia c’è anche un partito di governo nel quale un deputato, Emanuele Furgiuele, organizza un convengo per presentazione di un disegno di legge in dieci punti sulla remigrazione – che altro non è che la deportazione di ogni persona di origine straniera dall’Italia – alla Camera dei Deputati. E invita a presentare questo progetto di legge i gruppi che l’hanno scritta e proposta, cioè i movimenti neofascisti Casapound, Rete dei patrioti, Veneto fronte skinheads e Brescia ai bresciani.
In Italia c’è anche un partito che ha un vicesegretario, Roberto Vannacci che afferma serenamente – tra una fascisteria e l’altra, orgogliosamente ostentate – che la remigrazione è un suo tema. E già che c’è presenta il simbolo di un nuovo movimento, il cui nome è scritto in caratteri ispirati al ventennio e al cui centro c’è la solita fiamma tricolore. Secondo il segretario di quel partito, quel vicesegretario neofascista non va espulso perché in quel partito “c’è spazio per sensibilità diverse”.
In Italia questo partito che invita leader neofascisti, che presenta leggi a braccetto con gruppi neofascisti e che ha un vicesegretario nefascista, non bisogna azzardarsi a chiamarlo neofascista, perché – si sa – il fascismo è finito da un pezzo e non tornerà mai più, no no no.
Questi quattro partiti sono lo stesso partito, la Lega. Che ormai nemmeno ci prova più a dissimulare la sua natura, ammesso che negli ultimi anni – a differenza di Fratelli d’Italia, che se non altro ci prova – si sia mai posto il problema di quanti fascisti contenga al suo interno.
Ma soprattutto, guai a chiedere conto a Giorgia Meloni di cosa si prova a governare con un partito neofascista – qualcuno direbbe più neofascista del suo. Guai a chiedere al ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti cosa ne pensi di questa deriva. Guai a chiedere conto di quel partito, alla pericolosità dei suoi alleati, dei suoi leader, delle sue idee. Guai anche solo a parlarne, che “i problemi sono altri”, “hanno solo il 9%”, “smetti di vedere fantasmi ovunque”.
E tutto questo accade per inerzia e disinteresse, come se di fronte avessimo una posa adolescenziale di un partito di bricconcelli che vuole solo farsi notare, o un po’ di folklore nostalgico che non fa male a nessuno.
In Italia, forse, prima o poi, qualcuno dovrà cominciare a chiedersi che razza di partito sia diventato, e continui a diventare, la Lega di Matteo Salvini, Roberto Vannacci ed Emanuele Furgiuele.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA REGIONALE SICILIANA DI FORZA ITALIA LUISI LANTIERI: “NON CI DOBBIAMO PRENDERE IN GIRO, NON POSSO PASSARE 50 ANNI PER LA RICOSTRUZIONE”
«Sono uscita dall’aula al momento del voto, per correttezza istituzionale. Ma sono d’accordo con i colleghi che hanno votato sì. Per il Ponte ci vorrà tempo, questa emergenza è adesso, la gente ha perso tutto». Così in un’intervista a Repubblica Luisa Lantieri, vicepresidente forzista del parlamento siciliano, difende la scelta dei deputati di centrodestra che, nascosti dietro il voto segreto, hanno chiesto che i fondi del Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi solo per la parte siciliana) siano investiti nell’emergenza. Lantieri non è andata a Niscemi, «mi vergognavo. È giusto che
siano andati Meloni e Schifani, loro possono intervenire. Ma la passerella, no. Gli abitanti di Niscemi lavorano tutti nelle campagne, a questa gente non ha regalato niente nessuno. Molti li conosco, hanno fatto sacrifici per tutta la vita».
La ricostruzione
Poi attacca: «Non ci dobbiamo prendere in giro: non possono passare 50 anni per la ricostruzione. Il danno è stato fatto. Ma la programmazione dei fondi europei è chiara: al primo punto c’è il dissesto idrogeologico. Sapevamo tutti che tra il cambiamento climatico e i danni fatti dall’uomo, ci sarebbero stati problemi. Quei fondi non sono stati spesi». Su questo «temo che molta colpa sia della politica, che è chiamata ad assumersi le sue responsabilità. Di certo non è colpa dei cittadini. I controlli chi li fa?». Infine: «Sono arrabbiata. Da anni mi batto per la pulizia di fiumi e dighe. Ma non cambia nulla. Vanno rinnovati gli uffici, serve gente nuova, fresca, motivata».
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I MILIARDI DEL PONTE SULLO STRETTO ANDREBBERO SPESI PER TUTELARE GLI ITALIANI DAI DANNI IDROGEOLOGICI
La catastrofica frana di Niscemi (compreso il ritardo di almeno un paio di giorni con
il quale è diventata un caso nazionale) ci richiama per la milionesima volta al nostro grande guaio strutturale, che è anche un grande guaio culturale: non siamo calibrati (mai!) sulla cura, sulla manutenzione, sull’ordinaria tutela del territorio e di noi stessi.
Viviamo solo per l’eccezionale e per il mirabolante, come bambini annoiati, o forse come depressi bisognosi di shock emotivi. Per dirla con Altan: «L’italiano è un popolo straordinario, mi piacerebbe che fosse un popolo normale».
Come già scritto infinite volte, non è il Ponte sullo Stretto in sé a sembrarci inutile e inopportuno. I ponti sono opere magnifiche: tutti. A sembrarci inutile e inopportuno è il Ponte sullo Stretto in questo Paese e nello specifico a cavalcioni tra quelle due regioni, malate di trascuratezza e di abbandono.
È come voler costruire un eliporto sul tetto di una casa con gli impianti sfasciati, i vetri rotti e l’intonaco diroccato: perché farlo, se non per fingere che ogni nostra magagna sia scavalcabile in un solo balzo? È il mito eterno del talento italiano come alibi delle nostre omissioni e delle nostre inettitudini.
Di quel Ponte, allo stato delle cose, non c’è neppure la certezza tecnica che sia effettivamente realizzabile, con una campata unica quasi tripla rispetto alla più lunga del mondo. Vedendo le coste siciliane corrose dall’uragano, e una città sprofondare, come non pensare che quella caterva di miliardi pubblici congelati per
puro puntiglio politico servirebbero tutti e subito per ben altre necessità, più umili, più urgenti, più vitali?
(da repubblica.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
OGNI RIFORMA CHE ALLENTA L’AUTONOMIA DEI PM RENDE PIU’ DIFFICILE LA LOTTA ALLA MAFIA
Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati del 22 e 23 marzo ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico produce sempre infatti lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso lì dove oggi è più forte. Che non è la criminalità di strada per la quale il panpenalismo caro al governo Meloni ha moltiplicato le figure di reato che non aumentano la sicurezza ma sovraccaricano tribunali già al limite. Ma è l’economia, sono gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi che muovono merci e capitali. E che questa riforma non scalfisce in alcun modo.
Votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie. Perché tutto ciò che indebolisce chi le contrasta ha come diretta conseguenza quella di rafforzarle. E non si tratta di una posizione ideologica, ma della presa d’atto di una costante storica: le organizzazioni mafiose prosperano quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici (da Garlasco alla famiglia nel bosco) al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso. E questa riforma sottoposta a referendum — al di là della retorica sulla “modernizzazione” — va esattamente in quella direzione.
Una magistratura più divisa è una magistratura più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace nel colpire le mafie dove contano davvero: nei flussi finanziari, nelle relazioni opache, nelle zone grigie dove legalità e illegalità si confondono. Le grandi indagini antimafia non si reggono sull’eroismo dei singoli, ma su strutture solide, coordinate e indipendenti, capaci di sostenere inchieste lunghe, complesse e spesso scomode. E dunque, quando questi presìdi si indeboliscono, l’effetto è che le inchieste rallentano fino a spegnersi.
Si obietta che la separazione delle carriere è una semplice questione tecnica. E, in astratto, l’osservazione sarebbe persino condivisibile. Ma il referendum non chiama a decidere su un modello ideale di organizzazione giudiziaria. L’esito del referendum peserà su un sistema già sotto pressione. Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo, più esposto, più governabile. Significa alterare gli equilibri del Csm e aumentare la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dell’esecutivo attraverso carriere, nomine e disciplina.
La separazione delle carriere non toglie potere allo Stato: lo concentra. E ogni volta che il potere si concentra nell’esecutivo, i contrappesi democratici rischiano seriamente di indebolirsi. Per la gioia delle mafie. Che non temono l’arresto del singolo boss, ma uno Stato capace di ricostruire reti, patrimoni e relazioni con il potere economico e politico.
Gli osservatori attenti sanno bene come il mito dell’antimafia di cui questo governo ama dirsi custode e paladino è una narrazione falsa. Dietro la retorica di durezza e inflessibilità, le scelte concrete di governo non rafforzano l’antimafia, ma rendono più tollerabile, silenziosa, normale — sì, normale è la parola esatta — la presenza mafiosa nell’economia legale. E del resto le mafie oggi cercano questo: normalità: società formalmente pulite, subappalti, professionisti insospettabili, crediti fiscali, intermediazioni. È su questo terreno che si misura la serietà di un governo ed è proprio qui che gli anticorpi sono stati indeboliti. Senza girarci troppo intorno, questo governo ha “imposto” una riforma costituzionale escludendo dalla discussione il Parlamento. E ha spesso presentato questa riforma come una “punizione” per la magistratura che — a suo dire — deve essere “ridimensionata”, ma allo stesso tempo senza che ne venga indicata una prospettiva futura. Perché se è vero che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?
Con queste premesse non è possibile firmare assegni in bianco. Non in un sistema che rende il pubblico ministero più isolato, più esposto, più governabile.
E che la bandiera antimafia di questo governo sia solo forma e non sostanza lo dimostrano le sue decisioni. A cominciare dal nuovo Codice degli appalti che non favorisce le mafie per una singola soglia o procedura, ma perché modifica il clima dell’economia pubblica: meno controllo preventivo, più discrezionalità; meno regole impersonali, più relazioni. La parola chiave diventa “fiducia”. Ma le mafie non hanno mai temuto la fiducia: l’hanno sempre sfruttata. Dove lo Stato rinuncia a verificare prima, qualcun altro entra subito: meno gare, infatti, significa meno trasparenza, perché le mafie non vincono le gare, ottengono incarichi. La moltiplicazione dei subappalti spezza i controlli e rende invisibile l’origine dei capitali; la velocità diventa un valore in sé, comprimendo verifiche e istruttorie. E i controlli? Quelli arrivano dopo, quando i flussi si sono già mossi.
In questo quadro, il funzionario pubblico è più solo, mentre l’Autorità anticorruzione viene progressivamente ridotta a un ruolo di osservazione, non di interdizione.
Le mafie non temono chi segnala e dà avvio a procedure dai tempi lunghi. Le mafie temono chi può fermarle subito. E resta poi il grande assente: il governo dei flussi finanziari. È lì che le mafie operano oggi, perché non cercano visibilità, ma rendimenti.
A questo si aggiunge un altro fronte decisivo, spesso mascherato dal linguaggio dei diritti: la limitazione delle intercettazioni. Anche qui l’equivoco è voluto. La privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale. Ridurre o scoraggiare l’uso delle intercettazioni nelle indagini antimafia è un regalo alle organizzazioni criminali. Le mafie di oggi non parlano con le armi, ma con telefoni, messaggi cifrati, mediazioni informali. Senza intercettazioni non si vedono le reti, solo gli effetti finali. Limitare questo strumento non tutela i diritti: rende le mafie più tranquille.
Lo stesso schema si è visto nella gestione dell’edilizia durante il periodo Covid. Un incentivo nato da un’idea giusta è stato costruito senza controlli adeguati ed è diventato uno dei più grandi spazi di intermediazione opaca degli ultimi decenni. Il problema non è stata l’intenzione iniziale, ma l’assenza di anticorpi. Questo governo non ha corretto quell’errore strutturale: lo ha continuato. Ha chiuso un canale senza rafforzare il sistema. Ha bloccato i bonus senza colpire i flussi mafiosi alla radice. E il denaro mafioso, quando incontra un ostacolo, non si ferma: si
sposta. Dai bonus agli appalti, dalla piccola edilizia alle grandi opere. L’errore diventa metodo.
E così per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che, presentata come tutela per sindaci e funzionari, ha smantellato uno dei pochi strumenti capaci di colpire le zone grigie: il punto di contatto tra potere pubblico e interessi privati. Non si è protetta la buona amministrazione ma si è disarmata la capacità dello Stato di intervenire prima che il favore diventi sistema.
Il decreto Caivano, poi, altra bandiera di questo governo, ripete l’errore: più carcere minorile, meno lavoro concreto sui giovani in un territorio dove manca tutto. È una scelta miope perché le mafie prosperano nel carcere precoce. Anticipare e inasprire la punizione lungi da avere un carattere di deterrenza, al contrario significa anticipare l’affiliazione: lo Stato punisce prima, la mafia accoglie prima. Oltretutto si colpisce il disagio, la povertà, la mancanza totale di risorse e prospettive, non le strutture criminali. Si reprime a valle, mai a monte.
Dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura, ma non è certo un governo antimafia. Ha indebolito controlli, prevenzione e anticorpi. Ha privilegiato la repressione simbolica e trascurato l’economia criminale. Ha parlato di legalità mentre lasciava crescere opacità.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Questo referendum, presentato come scelta di modernizzazione, è l’ultimo tassello di (per alcuni il primo passo per) una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità, ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione.
Se vince il Sì, questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari.
Le organizzazioni criminali vincono nel silenzio. Vincono quando mettono radici nel sistema economico fino a diventarne parte integrante, quando le maglie del controllo si allargano al punto da permettere loro di confondersi con lo sfondo. Vincono quando la loro presenza non fa più notizia, quando non appare più come un’anomalia, ma come un elemento ordinario del funzionamento dell’economia e dell’amministrazione.
Le mafie diventano presenza normale quando non hanno più bisogno di minacciare, quando operano attraverso società pulite, professionisti rispettabili, procedure apparentemente regolari. Quando non violano le regole in modo plateale ma le abitano, le piegano a loro profitto. È in quel momento che vincono davvero. Non quando sparano, ma quando non disturbano. Non quando fanno paura, ma quando non sembrano più un’emergenza, anzi una risorsa.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SUCCEDE OVUNQUE GOVERNINO I SOVRANISTI
È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una carestia o una guerra,
chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati. Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice, la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo sulla strada.E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese, specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza poliziesca sono varie centinaia,
secondo il media indipendente BastaMag; e per lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della libertà di stampa.C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024 l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il genocidio perpetrato a Gaza.Infine il caso italiano.
Anche alle nostre latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica».
Degli immigrati abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi.
Se in Italia l’occupazione cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi. Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023).Ma nel frattempo incrudelisce il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi: ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe: arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato – non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui invece è un italiano.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
POTREBBE ROMPERSI IL GIOCO DEI VASI COMUNICANTI CHE PROTEGGE IL CENTRODESTRA E CHE CONSENTE DI TRASFERIRE IL CONSENSO DA UN PARTITO ALL’ALTRO SENZA PERDERE CONSENSI
NEL COMPLESSO
Per la prima volta rischia di rompersi il gioco di vasi comunicanti che da sempre protegge il centrodestra e consente di trasferire il consenso da uno schieramento all’altro senza perdite significative nel complesso. Con il partito di Roberto Vannacci in campo, se (quando) succederà, addio equilibrio idrostatico: rivolo o
torrente che sia, il voto per il generale sarà voto contro la maggioranza, la premier, le sue scelte di politica estera e interna, le sue relazioni europee, e quindi voto sovranista contro la continuità di una maggioranza percepita come succube dei diktat di Bruxelles. Scivolerà fuori dai vasi comunicanti. Potrebbe provocare danni.
Da mesi ogni intervento pubblico del generale e ogni suo commento ai fatti di giornata esprime una linea di contrapposizione al governo, con critiche più o meno esplicite a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani sul Mercosur, sul board per Gaza, sul sostegno a Kiev che “promuove il proseguo della guerra”, sull’amicizia con “le fetecchie tedesche” o con l’imbelle signora von der Leyen. Sono prese di posizioni che iscrivono Vannacci alla gara dei Gengis Kahn in corso in molti Paesi europei, dove i movimenti sovranisti spuntano come funghi e si rubano voti uno con l’altro nella sfida a chi è più estremista, feroce, provocatorio.
Anche per questo la possibile scissione non è un problema del solo Matteo Salvini. Anzi. Il capo della Lega potrebbe addirittura approfittarne per offrire al Nord il riequilibrio che chiede da un pezzo e puntellare così la sua leadership in difficoltà. La platea a cui punta Futuro Nazionale, come è evidente dal nome, è quella ben più vasta ed elettoralmente interessante della destra “arrabbiata”. C’è il mondo di Indipendenza!, la formazione di Gianni Alemanno con cui il generale aveva avuto incontri positivi prima della disavventura dell’arresto.
C’è un pezzo del Popolo della Famiglia, con Mario Adinolfi che già espone le “naturali convergenze” con il generale. Ci sono una decina di sigle della remigrazione, le stesse che Matteo Salvini ancora corteggia ma che, di sicuro, si troveranno meglio al seguito di un parà in mimetica, un po’ battaglia di Algeri e un po’ retata di Minneapolis.
Ma cos’è che ha “autorizzato” l’operazione di Vannacci, cosa ha reso all’improvviso la gara dell’estremismo un’opzione praticabile anche in Italia? Solo sei mesi fa sarebbe stato velleitario immaginare di sfidare Matteo Salvini e Giorgia Meloni da una prospettiva “cattivista”. Nelle dichiarazioni e nei fatti il governo occupava una posizione sicura sul bordo estremo del racconto conservatore, ma le ultime dall’America hanno aperto uno spazio nuovo a destra della destra. È lo spazio dove si muove senza tanti complimenti l’Ice, il luogo dove i diritti civili sono fanfaluca, il woke si combatte licenziando i professori, chi protesta è un terrorista e la debolezza degli Stati è un buon motivo per prenderseli con i soldi o
con la forza. Insomma: è lo spazio dove il “mondo al contrario” viene raddrizzato a bastonate da chi è più forte, determinato, spregiudicato, dove Trump e Putin diventano icone di una necessaria post-democrazia.
La scommessa di Vannacci è occupare quell’area, che lui immagina enorme (ieri ha sparato: perché tre per cento? Voglio il venti), e adesso tocca agli alleati decidere come gestire la sfida: se lavorare per tenerselo nonostante tutto oppure mandarlo a quel paese, agire per isolarlo, sterilizzare il suo partitino. Ci sarebbe anche una terza opzione, inseguirlo nella gara dei Gengis Khan, ma incrociamo le dita: speriamo non ci tocchi pure questa.
(da lastampa.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELL’ESPERTO MARIO TOZZI
Se la domanda è cosa accadrà di Niscemi, la risposta è ancora incerta: dipenderà
dalle condizioni meteorologiche dei prossimi giorni e da quanto si riuscirà a mettere in campo in queste ore. Nessuna di queste due opzioni promette bene, per il momento.
Nello scenario più pessimista, quello che viene visto come figlio del fumus ideologico e che, invece, è solo basato su scienza, esperienza e coscienza, la cittadina potrebbe subire altri colpi e perdere altre “fette” di territorio: le condizioni della scarpata messa a nudo, lunga quattro km, fanno tremare le vene ai polsi. Ma anche se si avverasse lo scenario più ottimista, sarà indispensabile abbandonare le abitazioni fino ad almeno un centinaio di metri dalla voragine e sarà molto difficile continuare a vivere in sicurezza nel paese.
Se la domanda è cosa sarà dei territori nazionali a rischio idrogeologico in questi decenni di crisi climatica che genera perturbazioni meteorologiche sempre più violente, la risposta è che ci dobbiamo comunque aspettare il peggio. Non per numero e occorrenza di vittime, per fortuna, perché in termini di previsione abbiamo fatto grandi passi in avanti, ma per incidenza degli eventi estremi su
territori fragili e vittime di decenni di speculazioni e depauperamento degli ecosistemi che avrebbero garantito una migliore resilienza. L’Italia ha il record continentale di frane censite: oltre 620.000 su circa 750.000 europee. Ma non è all’avanguardia nella difesa dei propri territori fragili. Perché?
In questo caso la risposta è semplice: ignoranza, ricerca del consenso e profitto che generano un fatalismo diffuso. O che ne approfittano. Non è possibile, nel terzo millennio, sentire ancora gli amministratori locali dei territori colpiti raccontare di come loro proprio non se lo aspettavano, di come, quella mattina, in fondo splendeva il Sole. Ignorando le condizioni idrogeologiche non dico comunali, ma almeno regionali, non sapendo distinguere un’arenaria da un tufo, non documentandosi, non diffondendo conoscenza nella popolazione amministrata e preferendo spendere i pochi denari che hanno a disposizione nelle feste patronali invece che in prevenzione e abbattimento degli immobili in pericolo o abusivi.
Quell’ignoranza di fondo è un’aggravante: devi sapere su che rocce appoggiano i quartieri dei centri abitati, e lo devi sapere a Roma come a Niscemi. E devi avere fatto compilare carte del rischio casa per casa e intervenire preventivamente dove occorre. Ma all’ignoranza si aggiunge la scarsa pianificazione territoriale, spesso figlia di disegni precisi volti a favorire gruppi di potere locale interessati a certi territori invece che ad altri, o amici di amici, figli e nipoti, quasi da augurarsi che, in futuro, i sindaci vengano imposti per legge da paesi lontani per non essere coinvolti nelle beghe locali. Hanno concesso permessi a costruire in territori dove non si sarebbe dovuto aggiungere nemmeno un mattone, hanno richiesto condoni statali di ogni tipo e chiuso tutti e due gli occhi e, alla fine, senza aver mosso un dito in tempo di pace, si affidano fiduciosi alla richiesta di calamità naturale. Ma non è paradossale?
C’è una novità per tutti costoro: le catastrofi naturali non esistono più, oggi esistono eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra. Non c’è più spazio per il fatalismo: l’Italia è fatta così, se ne prenda finalmente atto e ci si adoperi di conseguenza. Ma non si possono nemmeno più sopportare le pressioni indebite dei cittadini per rimanere a insistere in zone pericolose, le opposizioni agli abbattimenti, gli abusi: gli amministratori hanno tollerato ciò che i cittadini chiedevano. Ricerca di consenso (e profitto) senza guardare le conseguenze.
Se, infine, la domanda è cosa si può fare, la riposta la conosciamo bene da molto
tempo, almeno dal rapporto della Commissione De Marchi, che giusto quest’anno celebra i suoi 60 anni, gli stessi dell’alluvione di Firenze. Prima di tutto conoscenza scientifica che combatta l’ignoranza e sradichi il fatalismo: crisi del territorio e crisi climatica non possono essere ancora negati. Poi tirare una linea: nei territori a rischio idrogeologico e nelle aree contigue non si deve più costruire nemmeno una capanna. Per ciò che è stato già costruito nelle zone di maggior rischio, bisogna valutare caso per caso se delocalizzare le persone oppure dotarsi di qualche opera locale.
Se dovessero poi servire fondi (molti sono quelli stanziati e non spesi, anche dopo anni), qualcuno nell’area dello Stretto di Messina potrebbe farsi venire un’idea su dove prelevarli. Tenendo però ben presente che non è questione di cemento e opere, anzi: meno ingessi alvei e fiumi e meno danni registri, più conservi natura, più guadagni in sicurezza, addirittura gratis.
In Italia sono tanti i centri abitati spostati altrove per frana o terremoto, Pentedattilo, Craco, Frattura, Cerreto Sannita. E ce ne sono pure alcuni dove si è potuto operare in termini di conservazione, come la Civita di Bagnoregio o Orvieto. Ma non dappertutto si può fare e molto meno si può operare contro le mareggiate che in Sicilia rischiano di diventare uno dei più gravi rischi naturali: mica possiamo costruire muri alti dieci metri lungo le coste, né cingere in cemento l’abitato di Niscemi. Dobbiamo sapere che stiamo entrando in una fase climatica estrema che accelera gli scompensi territoriali originari e antropici e dalla quale non usciremo raccomandandoci ai santi o confidando nello stellone italico.
Mario Tozzi
(da agenzie)
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