Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
I SERVIZI SEGRETI NON ERANO A CONOSCENZA DEL SUO VIAGGIO E ANCHE GIORGIA MELONI È RIMASTA SORPRESA DALLA SUA ASSENZA DURANTE IL VERTICE PER DISCUTERE DELLA CRISI IN MEDIO ORIENTE… IL CASO DIMOSTRA QUANTO POCO “PESI” IL GOVERNO ITALIANO NEL MONDO, AL DI LA’ DELLE CIANCE MELONIANE, CHE NON E’ STATO ALLERTATO DEL RAID DAI DUE CARI ALLEATI TRUMP E NETANYAHU
Mentre gli Stati Uniti attaccavano l’Iran, in Italia mancava un ministro. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Era nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A Dubai, a un passo dal conflitto. E lì è stato costretto a restare, bloccato dalla chiusura dello spazio aereo decisa dopo i raid e la risposta iraniana. Il suo volo di rientro è stato cancellato insieme a decine di collegamenti nella regione.
Crosetto era partito da Roma venerdì pomeriggio con un volo di linea, destinazione Emirati Arabi. Un viaggio per motivi personali, spiegano fonti vicine al ministro: sarebbe partito proprio per mettere in sicurezza la famiglia che si trovava a Dubai. Avrebbe dovuto rientrare domenica, sempre con un volo civile, insieme ai familiari.
Il ministro si è così trovato bloccato negli Emirati mentre a Roma si susseguivano riunioni e contatti istituzionali sull’evoluzione della crisi. A Palazzo Chigi, raccontano fonti di governo, la sua assenza a un vertice ha sorpreso più di qualcuno, anche perché nelle stesse ore il titolare della Difesa dettava dichiarazioni alle agenzie seguendo da remoto gli sviluppi del conflitto. La stessa premier — anche se fonti di Chigi smentiscono questa ricostruzione — sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro.
Non sarebbe stata la sola. A Repubblica risulta che l’Aise, il servizio per l’estero, non fosse a conoscenza dello spostamento del ministro negli Emirati. Un elemento che pesa, soprattutto in un contesto in cui da giorni circolavano report di intelligence estere che segnalavano il rischio di un possibile attacco nell’area del Golfo, informazioni condivise anche con l’Italia.
Negli ambienti istituzionali si registrava imbarazzo, considerato il ruolo e la delicatezza dell’incarico ricoperto da Crosetto, anche nei rapporti con gli altri Paesi europei. E imbarazzo c’era anche negli ambienti dell’intelligence, dove si respinge l’idea di non aver messo in sicurezza il ministro, sostenendo di non essere stati informati del viaggio.
Intanto si lavora al rientro del ministro. Nessun trattamento di favore, spiegano fonti di governo: il rientro avverrà con le stesse modalità previste per gli altri italiani rimasti bloccati a Dubai.
(da Repubblica)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
MARCO TRAVAGLIO: “NESSUNO PUÒ SAPERE PERCHÉ TRUMP ABBIA DECISO DI RINNEGARE DEFINITIVAMENTE L’ISOLAZIONISMO MAGA CHE L’AVEVA FATTO RIELEGGERE PER IMPELAGARSI IN UNA GUERRA DAGLI ESITI INCERTI IN PIENO NEGOZIATO (PROMOSSO DA LUI) CON UN PAESE DI 90 MILIONI DI ABITANTI ORGOGLIOSI DI UNA TRADIZIONE IMPERIALE TRIMILLENARIA, PER ACCUSE FALSE (PERSINO LA CIA ESCLUDE CHE TEHERAN SIA UNA MINACCIA) E AL SEGUITO DI UN TERRORISTA DISPERATO COME NETANYAHU, COMPROMETTENDO LE RESIDUE SPERANZE DI EVITARE LA SCONFITTA ALLE ELEZIONI DI MIDTERM. ANCHE PERCHÉ ORA SARÀ ANCORA PIÙ ARDUO SMENTIRE I SOSPETTI SUI FILE DI EPSTEIN E I RICATTI DEI SUOI COMPLICI ISRAELIANI. È LA CONFERMA CHE LE PEGGIORI MINACCE ALLA PACE MONDIALE RESTANO GLI USA E ISRAELE”
Abbiamo atteso un po’, prima di scrivere dell’attacco criminale e illegale di Usa&Israele
all’Iran, nella speranza che la commissione Ue o almeno qualche governo europeo o almeno qualche ministro italiano o almeno qualche cultore intermittente del diritto internazionale estraesse qualche parola simile a quelle usate contro l’invasione criminale e illegale della Russia in Ucraina.
Tipo che c’è un aggressore e un aggredito, che non si cambiano i governi e non si risolvono le controversie con le guerre, che chi lo fa va arrestato, che serve una pace giusta col ritiro immediato e incondizionato degli aggressori, i quali vanno puniti con 20 pacchetti di sanzioni, il sequestro dei beni dei loro cittadini e la cacciata di tutti i loro artisti, intellettuali e atleti. Attesa vana.
Come già per i crimini israeliani a Gaza, in Cisgiordania e in sette Paesi vicini e per l’aggressione Usa al Venezuela, la cosiddetta Europa e i “sovranisti” e “riformisti” italioti stanno con l’aggressore contro l’aggredito
Nessuno può sapere perché Trump abbia deciso di rinnegare definitivamente l’isolazionismo Maga che l’aveva fatto rieleggere per impelagarsi in una guerra dagli esiti incerti in pieno negoziato (promosso da lui) con un Paese di 90 milioni di
abitanti orgogliosi di una tradizione imperiale trimillenaria, per accuse palesemente false (persino la Cia esclude che Teheran sia una minaccia) e al seguito di un terrorista disperato come Netanyahu, compromettendo le residue speranze di evitare la sconfitta per motivi tutti interni alle elezioni di Midterm.
Anche perché ora sarà ancora più arduo smentire i sospetti sui file di Epstein e i ricatti dei suoi complici israeliani. L’unica certezza è che Trump – come ha appena dimostrato lasciando in piedi il regime madurista in cambio di petrolio e imbottendo di tiranni il Board of Peace di Gaza – se ne frega di portare la democrazia agli iraniani . E, quanto al terrorismo internazionale, sa bene che bombardamenti e invasioni l’hanno sempre moltiplicato. Ove mai servisse, è la conferma che le peggiori minacce alla pace mondiale restano gli Usa e Israele.
Marco Travaglio
per il “Fatto quotidiano”
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “GLI EUROPEI SI GUARDANO DA QUALSIASI SPUNTO CRITICO DEGLI USA, SOLTANTO MACRON HA ALZATO LA VOCE CHIEDENDO LA CONVOCAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU. MAI VISTA UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE COSÌ PASSIVA”
La terza Guerra del Golfo è iniziata ieri mattina con l’attacco congiunto israeliano-americano all’Iran. Non importa chi abbia cominciato. L’azione è stata coordinata, operazioni e bersagli pianificati da tempo. L’obiettivo va oltre programma nucleare, capacità missilistiche, sostegno alle milizie pro-Teheran nella regione.
È di far cadere il regime degli Ayatollah. Eliminare la Guida Suprema fisicamente o costringerlo alla fuga – dove? Chi lo vuole? Senza sporcarsi le mani con fatiche e rischi del “regime change”. Ci pensino gli iraniani liberati dal giogo teocratico.
Non ci saranno truppe americane di terra nel post-Khamenei. Trump può cambiare idea, lo fa continuamente, ma ha l’America ha imparato la lezione in decenni d’interventi, spesso ben intenzionati: il suo strapotere militare si ferma all’indomani dell’intervento militare.
E Donald ha un interesse a malapena superficiale alle sorti di chi vuole la democrazia, Venezuela docet. Di guerre in quella parte del mondo, ma questa è la terza guerra “americana”.
Come le due precedenti contro l’Iraq, cambia gli equilibri regionali ed internazionali. Donald Trump non ha fatto alcun tentativo di giustificarla né al Congresso, cui teoricamente è riservato il potere di dichiararla, né sul piano del diritto internazionale. Non rispetta le prerogative costituzionali del primo e non si cura del secondo.
La “difesa degli americani dalla minacce dell’Iran” non è surrogata da alcuna recente mossa di Teheran. O è una minaccia dichiarata, quel “morte all’America” che dura da 47 anni. Ma allora il discorso è diverso.
La teocrazia iraniana è certamente nemica degli Stati Uniti a parole e a fatti. Non lo nasconde. La lista dei misfatti è lunga. Trump è partito dagli attentati di Beirut del
1983, costati la vita a 241 militari americani (e 58 francesi) della forza di pace multinazionale (Mfn) in Libano – l’Italia che pure ne faceva parte fu risparmiata (come illustra Oriana Fallaci nel suo libro Inshallah) – dietro i quali la mano iraniana è sempre stata un segreto di Pulcinella.
Del resto, non fu Khomeini che, dall’esordio, fece del confronto con gli Usa la ragion d’essere del regime? Umiliando l’America con la presa in ostaggio di tutto il personale dell’ambasciata americana a Teheran, in barba a tutte le regole delle relazioni internazionali?
Benjamin Netanyahu è andato a nozze. Era l’opportunità che attendeva da anni. Tutti i predecessori di Trump gliel’avevano negata, persino George W. Bush all’apice dell’interventismo neoconservatore.
Questa è la guerra americana contro l’Iran. È la guerra di Donald. Non a caso ha ribattezzato il Pentagono Dipartimento della Guerra.Adesso lo mette all’opera.
Quando una guerra comincia non si sa né come né quando finisce. Chiedere a Vladimir Putin. Gli esperti militari concordano che non si possono vincere solo dall’aria. Ma dall’aria si può far crollare un regime.
Questo è quanto vuole Trump. Siamo appena al secondo giorno e se ne prospettano molti altri. Con tre considerazioni.
Uno, per evitare la guerra gli iraniani avrebbero dovuto alzare bandiera bianca nel negoziato.
La capitolazione era un lusso che la teocrazia iraniana, barbaramente repressiva con la sua popolazione, non poteva permettersi. Ne andava della sopravvivenza dall’interno. Così può sperare di resistere. Non ha bisogno di grandi successi militari, non alla portata, per mettere in difficoltà Trump.
Gli basta infliggere qualche perdita, abbattere un aereo Usa, affondare una nave….
Trump ha infatti messo subito le mani avanti: in guerra ci sono perdite. Teheran ha inoltre l’arma della chiusura di Hormuz, dove passa il 20% del petrolio. Vedremo stasera dove sarà il prezzo.
Due, le reazioni internazionali sono finora state straordinariamente sottotono. Gli europei, impotenti nel loro vicinato – non è una novità – si guardano da qualsiasi spunto critico degli Usa e invocano l’allentamento delle tensioni mentre su Teheran e Gerusalemme cadono i missili e, persino nelle strade di Dubai, si raccolgono detriti di droni.
Soltanto il presidente francese Emmanuel Macron ha alzato la voce chiedendo la convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ognuno gioca con le carte che ha, la Francia col seggio permanente.
Da Mosca e Pechino dichiarazioni da minimo sindacale – la solidarietà Brics e Shanghai (Sco) evapora come nebbia al sole. Mai vista una comunità internazionale così passiva.
Tre, è la seconda volta che Donald Trump passa all’azione militare nel bel mezzo di negoziati. Lasciamo perdere se a torto a ragione. Contro ogni regola d buona condotta internazionale. Come minacciò più volte di fare nelle trattative commerciali con i partner. Per fortuna la Corte Suprema gliene ha tolto il potere in materia dazi, ma siamo tutti avvertiti sul modus operandi di Washington.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
CHI POTREBBE RACCOGLIERE L’EREDITA DI KHAMENEI
La televisione di Stato iraniana ha confermato nelle prime ore di oggi la morte della
Guida suprema Ali Khamenei, 86 anni, al potere dal 1989. Teheran ha decretato 40 giorni di lutto e sette giorni festivi. Un presentatore della tv di Stato ha dichiarato che «con il martirio della guida suprema, la sua strada e la sua missione non andranno perdute né dimenticate». L’agenzia Fars, come riportato da ANSA-AFP, ha confermato anche la morte della figlia, del genero e della nipote di Khamenei negli attacchi di sabato sulla capitale. Secondo quanto riferito, tra le vittime ci sarebbe anche una delle nuore. Migliaia di persone vestite di nero si sono radunate in piazza Enghelab a Teheran, scandendo slogan contro Stati Uniti e Israele e sventolando bandiere iraniane con le foto della Guida suprema.
La reazione dei Pasdaran alla morte di Khamenei
I Guardiani della Rivoluzione hanno risposto con toni durissimi. In una dichiarazione ufficiale, i Pasdaran hanno avvertito che «la mano della vendetta dell’Iran non risparmierà gli assassini di Khamenei, che riceveranno una punizione severa, decisiva e dolorosa». L’apparato militare iraniano ha continuato a funzionare nonostante i bombardamenti, lanciando missili balistici contro Israele e colpendo obiettivi nel Golfo Persico. Come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, il regime si era preparato con una catena di comando che prevede almeno quattro sostituti per ogni carica militare, scorte distribuite a livello nazionale e regionale, e maggiore autonomia concessa ai comandi locali, in particolare quelli missilistici. in caso di interruzione delle comunicazioni.
Trump dopo la morte di Khamenei: «Ci sono buoni candidati per guidare l’Iran»
Donald Trump, che su Truth aveva scritto che «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto», ha rilasciato un’intervista a Cbs News definendo gli attacchi congiunti di Usa e Israele «un grande giorno per l’Iran e per il mondo». Il presidente americano ha sostenuto che una soluzione diplomatica tra Teheran, Israele e Washington è ora «facilmente» possibile. Alla domanda su chi vorrebbe vedere alla guida dell’Iran, ha risposto: «Ci sono alcuni buoni candidati», senza fornire dettagli. Secondo fonti citate da Cbs News, circa 40 funzionari iraniani sarebbero stati uccisi negli attacchi di sabato. Trump ha ammesso che la rappresaglia iraniana è stata inferiore alle attese: «Pensavamo che sarebbero stati il doppio».
Reza Pahlavi esulta: «L’ora della liberazione è vicina»
Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979, ha ringraziato Trump in un post su X affermando che «l’ora della liberazione è vicina». Ha aggiunto che «il coraggioso popolo iraniano ha pagato un prezzo molto alto per la libertà» e ha dichiarato, come riporta l’ANSA, di aver elaborato un piano «per una transizione ordinata e trasparente verso un Iran democratico».
Chi può sostituire Khamenei come Guida suprema dell’Iran
La successione di Khamenei è ancora tutta da definire. Come spiegato su Open, Khamenei aveva sei figli e il secondo, Mujtaba, oggi a capo della milizia Basij, sarebbe il successore designato. La procedura prevede che il candidato venga selezionato dall’Assemblea degli esperti, a sua volta controllata dal Consiglio dei Guardiani. Come spiega Olimpio sul Corriere della Sera, tra i nomi dal mondo religioso circolano quelli degli ayatollah Alireza Arafi, Mohsen Araki, Hussein Ejei e Hashem Bushehri, oltre all’hojatoleslam Mohsen Qomi, considerato un garante di stabilità. Ma il clero è solo una parte dell’equazione. Tra i profili più politici spiccano Ali Larijani, attuale numero uno del Consiglio di Sicurezza nazionale e uomo dei contatti internazionali, e Mohammed Ghalibaf, ex capo della polizia e presidente del Parlamento, che aveva lavorato a lungo con il generale Qassem Soleimani, ucciso da un drone Usa per ordine di Trump nel gennaio 2020. Non si esclude neppure una dirigenza collettiva o una guida di facciata dietro cui agiscano i veri detentori del potere in condominio con i Pasdaran. In uno dei suoi ultimi report, la Cia non ha escluso che da questa fase possa emergere una figura ancora più radicale.
(da Open)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
CHI ERA L’AYATOLLAH KHAMENEI E COSA PUO’ SUCCEDERE IN IRAN DOPO LA SUA MORTE
Ali Khamenei è morto. Ad annunciare ufficialmente la fine dell’uomo che ha guidato l’Iran negli ultimi 37 anni è stato sabato sera il presidente americano Donald Trump, dopo che la notizia era stata anticipata da fonti israeliane. Il corpo dell’Ayatollah sarebbe stato recuperato sotto le macerie del palazzo presidenziale, colpito oggi da un maxi-raid congiunto con 30 bombe, dopo che il suo compund di sicurezza alle porte di Teheran è stato colpito da un raid massiccio nell’ambito dell’operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele dalle prime ore di sabato 28 febbraio. «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali», ha scritto Trump su Truth. Invitando ora gli iraniani a cogliere il momento per dare la spallata definitiva al regime. Nel Paese, di certo, la gente è già scesa in strada a festeggiare la morte del dittatore. Ma chi era e cosa ha rappresentato per l’Iran Ali Khamenei?
Gli studi, gli arresti, la Rivoluzione islamica
Ali Hoseyni Khamenei era nato a Mashhad, nel nord-est dell’Iran, il 19 aprile 1939. La famiglia per parte di padre ra azera, etnia che rappresenta circa il 16% della popolazione iraniana. Avviatosi fin da ragazzino agli studi religiosi, dai 19 anni si trasferì nella città santa di Qom, dove proseguì la sua formazione islamica, seguendo corsi anche del futuro Ayatollah supremo Ruhollah Khomeini. Negli anni ’60 cominciò lui stesso a insegnare nelle scuole religiose di Qom e prese parte a una serie di rivolte islamiche contro la dinastia allora regnante dello Scià di Persia. In quegli anni, secondo la sua “biografia” ufficiale, venne arrestato sei volte e mandato in esilio per tre volte. Quando nel 1979 Khomeini intercettò il vasto malcontento popolare e decolla la Rivoluzione islamica, così, Khamenei ne fu da
subito uno dei più fidi consiglieri. Nei mesi e anni successivi crebbero la sua reputazione e il suo peso all’interno del nuove regime a Teheran, tra incarichi di tipo politico e religioso: membro del Consiglio della Rivoluzione, viceministro della Difesa, poi Guida delle preghiere del venerdì a Teheran. Dopo essere scampato a un attentato, nel 1981 raggiunse i vertici politici del Paese, eletto presidente della Repubblica islamica a furor di popolo (97% dei voti). Carica in cui sarebbe stato riconfermato nel 1985 con l’87% delle preferenze.
L’elezione a Guida suprema e il potere «assoluto»
Il 4 giugno 1989, morto l’Ayatollah Khomeini, Khamenei ne prese il posto come da indicazioni per la successione della prima Guida suprema del regime. Khamenei aveva in quel momento 60 anni esatti. Nel corso del suo mandato – che dura dunque da 37 anni – Khamenei rafforzò la sua presa sul potere, estendendo la sua influenza su tutte le decisioni chiave per il Paese: nella politica interna come in quella estera, sulle operazioni militare e di intelligence, negli affari religiosi così come nel sistema giudiziario ispirato direttamente alla sharia. Con buona pace dei presidenti di diverso orientamento che si alternano negli anni, insomma, il cuore pulsante del potere in Iran era lui. E per questo era tanto amato dai fan della Rivoluzione islamica quanto odiato dagli oppositori, dentro e fuori il Paese («Morte a Khamenei», è il grido “oltraggioso” che risuonava nelle piazze dal 2009 al 2026 durante le proteste più massicce). Il suo ruolo di Guida Suprema (Velāyet-e faqīh), d’altronde, lo ammantava di uno status religioso simile a quello di un Papa, oltre che di leader politico. Ed era stato lui stesso a rivendicare in più di una occasione di avere un dialogo diretto con Dio. Anche se c’era chi metteva in discussione le sue credenziali nella scala gerarchica del clero sciita per potersi vantare del titolo di Ayatollah supremo.
La sfida a Usa e Israele e la svolta del 7 ottobre 2023
Conservatore sul piano interno, inflessibile verso le ondate di proteste contro il regime, Khamenei impostò la sua presa sull’Iran anche nel nome dell’opposizione «radicale» ai due grandi nemici, Stati Uniti e Israele, indicati rispettivamente come il “Grande Satana” e il “Piccolo Satana”. Sebbene il suo orientamento sullo sviluppo di armi nucleari sia stato dibattuto, fu lui dagli anni 2010 ad ispirare il rafforzamento di quell’«Asse della Resistenza» chiamato a moltiplicare le minacce tutt’attorno a Israele, ma anche ad altri rivali regionali come l’Arabia Saudita:
Hezbollah in Libano, con rifornimenti ingenti di armi attraverso la Siria dell’alleato Bashar al-Assad, Hamas nella Striscia di Gaza, le milizie Houthi in Yemen e ancora quelle in Iraq. Una strategia che culminò nell’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas nel sud di Israele. Il fattore scatenante di un rivolgimento completo in Medio Oriente che ha finito per indebolire pesantemente però quell’Asse, con un mattone rovinato dopo l’altro. Con la Russia grande alleata concentrata sulla guerra in Ucraina, l’Iran è restato più solo, piegato anche dalla crisi economica derivante dalle sanzioni internazionali. E dopo gli attacchi di giugno scorso ai siti di produzione nucleare e ai vertici militari, ora Usa e Israele scommettono sul collasso del regime, cogliendo il momento anche della rabbia popolare dopo le proteste di inizio anno represse nel sangue dagli Ayatollah.
Il nodo della successione
Sposato dal 1964 con Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, nata anche lei in una famiglia religiosa a Mashhad, Ali Khamenei aveva sei figli: Mustafa, nato nel 1965; Mujtaba (1969); Masoud (1974); Maitham (1978); Boshra (1980); Hoda (1981). Tra gli osservatori si ritiene che il successore designato dall’attuale Guida suprema possa essere proprio il secondo figlio Mujtaba, oggi a capo della milizia Basij. Anche se un altro possibile scenario, specialmente in un contesto di guerra aperta, è che il regime avesse previsto una sorta di “Consiglio di emergenza” a più teste per prendere la guida del Paese in caso di assassinio di Khamenei. Per lo meno in via transitoria. Per il regime che dal 1989 era guidato da Khamenei, comunque, trovare un’altra strada non sarà facile, sotto le bombe di Usa e Israele e con un popolo in festa per la morte del dittatore. Non a caso ufficialmente l’Iran continua a non confermare la morte del dittatore.
La speranza di Reza Pahlavi
Chi di certo si frega le mani per la morte di Khamanei è Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo Scià di Persia. Che da mesi fa campagna in tutto il mondo e nei confronti degli iraniani proponendosi come punto di riferimento possibile di un nuovo governo, per lo meno di transizione a elezioni democratiche. «Con la sua morte, la Repubblica islamica è di fatto giunta al termine e sarà presto relegata nella pattumiera della storia», ha detto Pahlavi dopo che la notizia è stata confermata anche da Trump. «Alle forze armate, di sicurezza e di polizia: qualsiasi tentativo di sostenere un regime al collasso è destinato alla sconfitta», ha aggiunto, invitando gli iraniani a «rimanere vigili» e chiamando dunque le forze di sicurezza ad abbandonare il regime ormai decapitato e unirsi a un percorso di transizione.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA GUERRA PER LA GUERRA, SENZA STRATEGIA
Niente da fare. La guerra per l’America è tentazione irresistibile. Nevrosi. Anche
quando tutto sembrerebbe invitare alla sobrietà, scatta la coazione a ripetere. Siamo i più forti, nessuno ci può battere. E se qualcuno lo pensasse gli faremo cambiare idea. L’attacco all’Iran combinato con Israele è guerra preventiva contro una potenza talmente malridotta che alla vigilia dell’attacco aveva accettato di rinunciare nei fatti all’atomica, come svelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore fra Washington e Teheran.Trump e Netanyahu vogliono prevenire la pace. E mentre Israele già annuncia l’eliminazione di Khamenei, l’attacco rischia di volgere in conflitto regionale.
Trump ama descriversi brillante pokerista. Sarà. Ma questa mano la sta giocando al buio. E senza nessuna urgenza né minaccia esistenziale all’orizzonte. Dopo avere frenato ma non spento il bellicismo fine a sé stesso di Netanyahu, Trump ne sposa lo stile: guerra per la guerra. Senza strategia. Meglio: la strategia è la guerra. Dettata da privati interessi di potere assai più che dalla salvaguardia della nazione. In perfetta contraddizione con quanto sostenuto finora dall’aspirante Nobel per la Pace. Dopo aver beffeggiato i suoi predecessori, da Bush figlio alla “scimmia” Obama e a “Sleepy Joe” Biden per le loro guerre invincibili in Medio Oriente, Trump ne inaugura l’ennesima versione. Fino a proclamare l’obiettivo che nessuno
aveva mai osato azzardare: far fuori il regime iraniano. Come se l’Iran fosse una qualsiasi petrodittatura postcoloniale del Golfo e non la Persia. Al cui “nobile popolo” lui e Bibi si rivolgono per completare l’opera avviata dall’operazione militare. Ma chiunque venisse insediato da Stati Uniti e Israele sul metaforico (o effettivo?) Trono del Pavone parrebbe agente straniero a buona parte del “nobile popolo”. Soprattutto ai coraggiosi oppositori del regime che per rovesciarlo rischiano la vita. Colpisce il divario fra scopo e mezzi, propaganda e realtà. Il Pentagono avrebbe munizioni per 5-7 giorni di difesa missilistica sostenuta. E delle undici portaerei disponibili sulla carta solo quattro sono oggi utilizzabili: le due in teatro (Lincoln e Ford, quest’ultima frenata nei giorni scorsi da guasti al sistema fognario), più George Herbert Walker Bush in Atlantico e Theodore Roosevelt nel Pacifico. L’America arrischia questa guerra spaccata come mai e con gli apparati militari e di intelligence piuttosto scettici sulla possibilità di vincerla in tempi accettabili. Comunque non a costo zero, anzi. E allora?
I casi sembrano tre.
Primo, entro la settimana o poco più una parte ribelle dei pasdaran e di quel che resta di esercito regolare e polizia, in combutta con Mossad e Cia, prende il potere a Teheran (non per forza in tutta la Persia) in nome del “nobile popolo”.
Secondo, il regime non crolla, la guerra si allarga in modo insostenibile e gli Stati Uniti d’intesa con Israele usano lo scalpo di Khamenei per dichiarare “missione compiuta”.
Terzo, la scelta iraniana di rispondere colpendo le installazioni americane nei paesi arabi del Golfo e nell’intero Medio Oriente costringe Trump e Netanyahu a impantanarsi in un conflitto prolungato. Cadono le maschere e la guerra dei pochi giorni non ha più limiti. Né di tempo né di mezzi. Compresi stivali a stelle e strisce a calpestare il suolo persiano. All’ombra delle rispettive atomiche. In un clima di mobilitazione generale.
Oggi l’America sta agendo da cliente di Israele, il quale a sua volta è impegnato dal 7 ottobre in una guerra infinita contro sé stesso. La fu superpotenza globale è agita da una potenza regionale impazzita — scenario ideale per Cina e Russia. Trump pare il ventriloquo di Netanyahu. Dice o fa dire dai suoi quel che Bibi pensa ma non può (vuole) esprimere. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha stabilito che Israele deve per concessione divina estendersi su tutto il
Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate. Magari con un proconsole a vegliare sull’acrocoro iraniano?
Follie, certo. Ma forse la vera follia è intravvedere una logica in questa America fuori sesto.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
ALZATI I LIVELLI DI SICUREZZA
L’Europa questa volta non prende le distanze da Donald Trump. L’attacco coordinato con Israele all’Iran preoccupa l’Ue e la Gran Bretagna per le possibili conseguenze ma nessuno muove un dito in difesa di Teheran e di Khamenei.
Del resto gli alleati, ma non la premier italiana Giorgia Meloni e il governo italiano come confermato dal vicepremier Matteo Salvini, erano stati avvertiti da Washington. Non in tutti i dettagli, ma i governi di Londra, Parigi e Berlino — insieme a Bruxelles — sapevano che l’ora X sarebbe scattata. E non hanno tentato di bloccare le lancette. Per una constatazione molto semplice: se non ci sono riusciti i “mediatori” dell’Oman e del Qatar, non avrebbe potuto nemmeno il Vecchio Continente. Nell’operazione, però, non c’è stata alcuna partecipazione attiva. Neanche le basi britanniche sono state coinvolte se non in un secondo momento per garantire la difesa aerea degli alleati nel Golfo persico.
Basta leggere le dichiarazioni ufficiali per capire che stavolta Trump (ad eccezione della Spagna) non deve fare i conti con le critiche europee. «Condanniamo con la massima fermezza gli attacchi iraniani contro i paesi della regione — è la nota del gruppo E3 di cui fanno parte Francia, Germania e Gran Bretagna ma non l’Italia — . L’Iran deve astenersi da attacchi militari indiscriminati». Le tre Capitali sottolineano di «non aver partecipato a questi raid, ma siamo in contatto stretto con i nostri partner internazionali, tra cui Stati Uniti, Israele e partner della regione». Anche il portavoce del Cancelliere Merz ha confermato che «il governo tedesco è stato informato in anticipo». Il presidente francese Macron solo in serata smentisce di essere stato preavvertito ma sembra solo un gioco delle parti.
Anche i vertici delle Istituzioni europee, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, evitano di bacchettare la Casa Bianca e puntano l’indice contro Teheran per i bombardamenti sugli Emirati Arabi Uniti: «Gli sviluppi in Iran sono estremamente preoccupanti. Riaffermiamo il nostro fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale». A loro giudizio, è indispensabile «garantire la sicurezza nucleare» e per questo «l’Unione Europea ha adottato ampie sanzioni in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie Rivoluzionarie e ha costantemente promosso gli sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata». L’Iran, sintetizza l’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Kaja Kallas, «rappresenta una seria minaccia per la sicurezza globale».
Nello stesso tempo i leader del Vecchio Continente non nascondono l’allarme per le possibili conseguenze dell’attacco e invocano una soluzione diplomatica per aprire la strada ad una de-escalation. E sono due i punti che allarmano in particolare i leader europei. Il primo è il terrorismo: la chiamata alle armi dei pasdaran fa temere attacchi alle sinagoghe europee e alle ambasciate israeliane. I servizi italiani, francesi e tedeschi hanno alzato il livello di allerta su questi obiettivi specifici.
Il secondo nodo si stringe intorno alle intenzioni di Trump e Netanyahu che nelle informazioni fornite alle Cancellerie appaiono divergenti in una scelta fondamentale: il regime-change. Su questo gli Usa sono più cauti perché temono le ripercussioni di eventuali momenti di ingovernabilità della regione. A partire dal fatto che per stabilizzare l’area dovrebbero partecipare attivamente al controllo del Paese
Soprattutto non c’è un’alternativa pronta. Per l’Unione europea, dunque, se la vera finalità della Casa Bianca è quella di dare una lezione al regime, allora, non potrà che essere condivisa. In caso contrario si aprirebbero per l’Europa alcune questioni fondamentali: la sicurezza Ue e il destino dell’Ucraina. Perché gli States impegnati massicciamente in Iran comporterebbe il disimpegno definitivo nella difesa di Kiev.
Per analizzare tutti questi dati oggi si riuniranno in videoconferenza i ministri degli Esteri dell’Unione, preceduti da un incontro del Coreper, il comitato che riunisce i 27 ambasciatori presso l’Ue. E per domani von der Leyen ha convocato la Commissione in via straordinaria.
(da repubblica.it)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO TERRORISTA DI ISRAELE CONTINUA LA SUA POLITICA CRIMINALE
Come volevasi dimostrare. Il governo terrorista di Israele ha attaccato l’Iran. Ha potuto
continuare la sua politica criminale non solo nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, ma anche nei confronti degli Stati vicini, in virtù dell’incondizionato sostegno degli Stati Uniti. L’attacco è partito, come nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, mentre erano ancora in corso negoziati diplomatici tra Washington e Teheran sul nucleare. Il ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, aveva dichiarato, in seguito all’ultimo round di Ginevra, che l’Iran non voleva arricchire l’uranio a scopi militari e che la bomba nucleare non era un obiettivo del suo Paese. Si ricorda che l’Iran, diversamente da Israele che detiene la bomba nucleare illegalmente, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare nel 1968, in base al quale ha il diritto all’arricchimento dell’uranio a fini civili. E che l’Iran ha firmato nel 2015 il trattato sul nucleare (Jcpoa) con i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania e l’Ue, si è autocostretto a un arricchimento del 3,5% di uranio, sottoponendosi alle ispezioni dell’Aiea. Trump è uscito unilateralmente dal Jcpoa nel 2018 per cui dal punto di vista giuridico l’Iran era svincolato dagli impegni presi e rispettati in precedenza con riferimento al tetto
di arricchimento di uranio. Nel 2025, poco prima dell’attacco illegale di giugno, la direttrice dell’intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard, aveva dichiarato che non esistevano prove di un arricchimento dell’uranio in Iran in grado di permettere la fabbricazione della bomba nucleare
Di nuovo, minando la fiducia nella diplomazia, nel diritto internazionale e agendo come strumento di un fascismo autoritario internazionale, Israele, con l’autorizzazione se non l’attiva complicità statunitense, ha bombardato l’interlocutore dei negoziati. Del resto Netanyahu aveva esplicitamente dichiarato il suo scetticismo su una possibile mediazione e richiesto, senza remore e pubblicamente, una capitolazione dell’Iran, pretendendo zero arricchimento dell’uranio anche a fini civili e lo smantellamento di tutte le strutture esistenti a tal fine, la rinuncia alla difesa missilistica e alle alleanze nella regione.§
Per coerenza saranno soddisfatte le destre europee, la diaspora iraniana che vuole tornare alla libertà col figlio dello Scià Reza Pahlavi (dittatore dispotico che governava con una sorta di Gestapo, la terribile polizia segreta Savak) e l’opinione pubblica progressista europea, che con un timing ammirabile è scesa in piazza per i diritti degli iraniani contro il governo teocratico, proprio mentre Mossad e Cia organizzavano un cambio di regime a Teheran.
Non facciamoci manipolare dal gioco tra il poliziotto buono e quello cattivo. Mi aspetto che i socialisti europei, i liberali, la burocrazia europea, personaggi come l’ex ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, sempre sulla cresta dell’onda ed emblema delle élite progressiste, brutta copia dei Dem statunitensi, condannino l’attacco israeliano e trumpiano, contrario al diritto internazionale, ma continuino con la demonizzazione, anche in questo tragico momento, dell’Iran. Non ci caschiamo. Si tratta della stessa classe politica e di servizio della maggioranza Ursula. Demonizzano la Russia, l’Iran, il Venezuela e Cuba perché vogliono le guerre destinate a proteggere l’egemonia in declino del dollaro. Se non si riconosce l’avversario come interlocutore, se non si comprendono le sue ragionevoli preoccupazioni di sicurezza, non vi può essere mediazione o diplomazia.
§Per ora non è chiaro quante vittime innocenti e funzionari del governo iraniani siano stati colpiti. Il fine è chiaro. Provocare la reazione di Teheran, per poter avere l’alibi di intervenire più massicciamente. La leadership iraniana ha più volte dichiarato che la risposta, diversamente dal giugno 2025, non sarebbe stata
contenuta. Il rischio di danni e vittime israeliane e statunitensi è notevole. Se Washington interverrà pesantemente saremo di fronte a un conflitto regionale, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e conseguenze disastrose per l’economia internazionale. La Turchia e la Giordania, che pure avevano cercato di evitare il conflitto, potrebbero essere coinvolte almeno per l’utilizzo degli spazi aerei come gli Emirati e il Qatar, complici dichiarati della tracotanza israelo-americana. Aspettiamoci i commenti preteschi di analisti benpensanti che come la burocrazia europea chiederanno a entrambe le parti moderazione, pronti ad attribuire la maggiore responsabilità ai cattivi della regione, soprattutto in caso di risposta che provochi vittime israeliane e nelle basi Usa.
Intanto i 75.500 morti palestinesi sono dimenticati, le vittime sono silenziate ovunque e la domanda di una società civile sgomenta per il ripristino del diritto, dello Stato, di una politica non dominata dagli oligarchi, di inchieste veritiere sui crimini della “Epstein élite” e del traffico di minori, resta inascoltata.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 1st, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP AVEVA PROMESSO CHE NON AVREBBE AVVIATO INTERVENTI MILITARI ALL’ESTERO: ORA E’ DIVENTATO “UN TRADITORE”
La decisione di Donald Trump di lanciare un assalto contro l’Iran con l’aiuto di Israele ha scatenato una tempesta tra i sostenitori di lunga data che lo avevano spinto verso un secondo mandato anche sulla base della promessa di non avviare interventi militari all’estero
Sui social media la reazione tra i conservatori è stata di condanna, con un ex membro repubblicano della Camera vicino a Trump che ha dichiarato: “Fine del MAGA”. La podcaster conservatrice Meghan McCain ha scritto: “Vi ricordate quando ogni personalità maga urlava a squarciagola che chiunque portasse il cognome McCain fosse un neocon assetato di sangue pronto a bombardare l’Iran e senza posto nel Partito Repubblicano? Sì, non l’ho dimenticato neanch’io”.
La giornalista del Gateway Pundit Cassandra MacDonald ha rilanciato un vecchio post del defunto Charlie Kirk che, dopo un precedente attacco, aveva scritto: “È folle. Il cambio di regime porterà a una sanguinosa guerra civile, uccidendo centinaia di migliaia di persone e creando un’altra massiccia crisi di rifugiati musulmani. Rimuovere un leader non è MAI così semplice come si pensa. Quasi sempre comporta un maggiore coinvolgimento, una guerra civile e caos. Resistete!”.
Il giorno prima dell’assalto, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene (R-GA) aveva previsto l’attacco e lo aveva aggiunto alla sua lista di “tradimenti” di Trump, pubblicando un vecchio video in cui l’ex presidente si scagliava contro le guerre e scrivendo: “Questo è il Trump che ho sostenuto, l’uomo che denunciava la verità sulle armi di distruzione di massa in Iraq e dichiarava NIENTE PIÙ GUERRE STRANIERE. Ora, per qualche ragione sconosciuta, Trump si è unito ai neocon e presto andrà in guerra contro l’Iran con le stesse scuse fasulle. Fine del MAGA”.
Sabato, Taylor Greene ha aggiunto: “Non ho fatto campagna elettorale per questo. Non ho donato soldi per questo. Non ho votato per questo, né alle elezioni né al Congresso. È straziante e tragico. E quanti altri innocenti moriranno? E il nostro esercito? Questo non è ciò che pensavamo dovesse essere il MAGA. Vergogna!”
“Tenete il nostro Paese nelle vostre preghiere in questo momento. Tenete i nostri militari e le loro famiglie nelle vostre preghiere. Tenete il popolo innocente dell’Iran nelle vostre preghiere”, ha scritto con tono addolorato la deputata Anna Paulina Luna (R-FL), veterana dell’Air Force.
“Ho votato per Trump nel 2016 e nel 2020. Si può cambiare idea quando emergono nuove informazioni. Io l’ho fatto ben prima delle elezioni del 2024. Quando ha mentito su DeSantis e si è vantato di Warp Speed, ho capito che avevo chiuso. Ora sta iniziando una guerra molto pericolosa. Non è troppo tardi per ritirare il proprio sostegno a un presidente che ha tradito il popolo americano”, ha accusato Nicholas J. Stelzner.
(da .rawstory)
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