Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO CON IL 49% DI AFFLUENZA IL SI’ TORNEREBBE IN GIOCO, MA DECISI A VOTARE AD OGGI C’E’ SOLO IL 37%, GLI INDECISI SE ANDARE O MENO ALLE URNE SONO IL 12%… GROSSE DEFEZIONI TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA
I sondaggi di Ipsos illustrati da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera dicono che nel
referendum sulla riforma della giustizia il no è in vantaggio, mentre il sì può vincere se l’affluenza supera il 49%. Oggi soltanto il 37% è sicuro di recarsi alle urne, un dato in crescita di un solo punto percentuale rispetto a quasi un mese fa. Gli indecisi scendono di 4 punti al 12%. Per questo la previsione sulla partecipazione oggi è sul 42% e potrebbe arrivare fino al 49%.
Le intenzioni di voto
I risultati della rilevazione registrano una tendenza alla crescita del no. Con la partecipazione al 42% i sì arriverebbero al 47,6%, perdendo l’1,8% rispetto a un mese fa. I no invece arrivano al 52,4% e crescono della stessa percentuale.
Con una partecipazione al 49%, pronostica il sondaggista, ci si troverebbe sul filo della parità: il sì al 50,2% e il no al 49,8%. Gli incerti oggi sono al 7%, con la partecipazione più elevata salirebbero al 9%. Secondo Pagnoncelli è ancora presto per “chiamare” la vittoria del no. Ma la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, per una «maggiore mobilitazione dell’opposizione» e per «alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti del centrodestra». L’attacco all’Iran non favorirà la crescita delle intenzioni di voto.
Il dilemma
Il governo, dice Pagnoncelli, ora si trova davanti a un dilemma. Cercare di spingere sulla partecipazione potrebbe aumentare il numero di elettori al voto, ma non abbastanza da vincere. Con l’effetto collaterale di colorare politicamente una battaglia nella quale alla fine si registrerebbe comunque una sconfitta.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
VOLI DI STATO PER FARE PROPAGANDA POLITICA E DANNI PER 4.000 EURO
Il ministro Carlo Nordio è in tour per il referendum. E sta usando i voli di Stato. Nel suo giro tra Bari, Taranto e Potenza ha usato un elicottero Agusta Westland della Guardia di Finanza. Spendendo, sostiene Il Fatto Quotidiano, 4 mila euro di carburante per risparmiare un’ora di viaggio.
L’elicottero è stato chiesto da via Arenula alla Gdf. In Basilicata il ministro era atteso anche a una cena del padre della sua segretaria Gippy Rubinetto. Ma l’elicottero è atterrato in un campo di calcio, sollevando il manto di erba artificiale. I danni sono da valutare.
Il ministro in elicottero e il campo di calcio rovinato
L’elicottero ha fatto distaccare la superficie sintetica, poi è stato costretto a rialzarsi e a volteggiare in aria. Fino a quando i vigili del fuoco non hanno assicurato la superficie piazzandoci le automobili. I calciatori delle giovanili di diverse squadre che militano nella serie D della Basilicata hanno sospeso gli allenamenti. Il ministro ha pranzato con il governatore lucano Vito Bardi e il presidente del Consiglio nazionale del Notariato, il potentino Vito Pace.
Sull’atterraggio dell’elicottero del ministro ieri ha presentato un’interrogazione il deputato del Pd Enzo Amendola, chiedendo di sapere «per quale motivo sia stato autorizzato l’atterraggio presso la struttura, una delle principali della città, e se siano state rispettate le prescrizioni previste in materia».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
CERTE VOLTE MEGLIO STARE ZITTI CHE SPARARE CAZZATE PER GIUSTIFICARE L’INGIUSTIFICABILE
A volte è meglio tacere. Soprattutto se, per la necessità di parlare, si finisce per giustificare l’ingiustificabile sfidando la logica, riscrivendo la storia e travisando la realtà. Come se i fatti fossero un’opinione da piegare alla narrazione di un governo che, a parte i disastri economici certificati dagli ultimi dati Istat, dalla pressione fiscale al debito alla crescita, in politica estera non smette di stupire per le continue dimostrazioni di totale asservimento agli alleati-padroni statunitensi e israeliani.
Un copione che si è ripetuto l’altra sera, davanti alle telecamere del Tg5, quando Giorgia Meloni ha deciso di rompere il silenzio sulla crisi scatenata dai raid contro l’Iran ordinati dall’aspirante Nobel per la pace Trump e il ricercato internazionale Netanyahu. Secondo la premier la “crisi del diritto internazionale” sarebbe “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (la Russia, ndr) ha deliberatamente attaccato un suo vicino”. Ergo: “Era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.
Come se, nel 1999, un altro membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu (gli Stati Uniti) non ci avesse trascinato nei 78 giorni di bombardamenti illegali sulla Serbia. Per poi ripetere il copione in Afghanistan (con il pretesto della caccia ad Osama bin Laden che però era saudita), in Iraq (con false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam) e in Libia. Tutti precedenti, semmai, forniti su un piatto d’argento a Putin per fare altrettanto in Ucraina (al netto delle ingerenze americane su Kiev per provocare l’invasione). Ma non finisce qui.
L’opera di mistificazione dei fatti e della loro cronologia è proseguita senza freni. “L’obiettivo è ovviamente che la crisi non dilaghi – ha assicurato Meloni – ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei paesi del Golfo, che sono totalmente ingiustificati”. Ad essere ingiustificati, secondo la premier, non sono gli attacchi Usa-Israele ad uno Stato sovrano, ma la risposta militare di un Paese aggredito che risponde all’attacco militare dell’aggressore.
Quindi, secondo il ragionamento della premier, è l’Iran che dovrebbe fermarsi, lasciandosi bombardare senza reagire. Mica americani e israeliani che hanno premuto per primi il grilletto. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Come pure della figuraccia mondiale rimediata dal ministro Crosetto rimasto bloccato a Dubai a bombardamenti iniziati e rientrato dopo aver fornito quattro versioni diverse sulla sua presenza negli Emirati. Una vicenda che andrebbe chiarita ma che la premier si è guardata bene dal commentare.
Una cosa per ora è certa. Che la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran qualche vantaggio, ai diretti interessati, lo ha portato. Dirottare l’attenzione dallo scandalo degli Epstein Files che per Trump sono diventati come la criptonite per Superman. Allungare la vita (politica) a Netanyahu su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale. A Meloni e all’Italia, come al solito, arriverà invece il conto dell’ultima bravata dei suoi alleati preferiti. Tra bollette e
carburanti alle stelle in un Paese in cui, ormai, solo la corsa al riarmo non conosce crisi.
(da lanotiziagiornale.it)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOBILE DISCORSO DA VERO LEADER EUROPEO DI SANCHEZ CHE RIVENDICA UNA RADICALE DIFFERENZA ETICA E POLITICA TRA STATI UNITI ED EUROPA
Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è
sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.
E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di
Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.
Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.
Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
IN ATTO UN PROCESSO DI PERDITA DI SOVRANITA’ INDUSTRIALE
I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, è finita nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri.
Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”.
Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De Palma.
Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania. “Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi – Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto generato si è riversato per
il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni. Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia; mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei.
Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran, disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei posti di lavoro”.
(da lfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
COLABIANCHI, IL PROMOSSO DAL GOVERNO DEL MERITO E DEFINITO ‘UN EROE’ DAL SOTTOSEGRETARIO MAZZI: DA QUANDO C’È LUI, LA FENICE È SUI GIORNALI PER LE POLEMICHE, MENTRE ALL’INTERNO DEL TEATRO E A VENEZIA TUTTI SONO CONTRO DI LUI
Fuori due. Dopo Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale dal prossimo ottobre, che
però non dirigerà né il Concerto di Capodanno né, pare, la prima
stagionale, il sovrintendente Nicola Colabianchi della Fenice perde anche il suo consulente Domenico Muti.
Pochi giorni dopo che il padre Riccardo, il 19 settembre a Torino, si era detto possibilista sulla contestatissima nomina di Venezi, i lavoratori della Fenice avevano scoperto che il teatro ha ingaggiato il figlio Domenico per una «consulenza strategica e procacciamento di affari»: contratto triennale per un compenso di 30 mila euro l’anno, più un 15% di provvigione sugli affari procacciati.
Ne era nata una forte polemica, perché ai dipendenti della Fenice è stato sospeso il contributo welfare come rappresaglia contro la resistenza alla nomina di Venezi, motivando però la decisione per presunte incertezze di bilancio: soldi che evidentemente ci sono quando si tratta di distribuire consulenze.
Anche perché ne è stata affidata un’altra, 39 mila euro per sei mesi, a una nota società di comunicazione che, secondo alcuni, avrebbe dovuto soprattutto curare l’immagine assai compromessa di Venezi.
Sono seguite sdegnate smentite di Colabianchi, anche se non si capisce allora perché ci vogliano dei consulenti esterni per la comunicazione quando la Fenice ha già un ottimo ufficio stampa interno. L’accoppiata welfare no-consulenze sì era stata oggetto di polemiche e anche di un’interrogazione del Pd in Consiglio comunale.
Ieri Muti junior ha scritto una lettera a Colabianchi con la quale lo informa che «il clima che è stato creato» non gli permette di «portare avanti con serenità l’incarico». Segue rescissione del contratto e rinuncia ai compensi «già maturati e allo stato non ancora percepiti».
Colabianchi, già plurisfiduciato dai lavoratori del suo teatro, ha espresso «un profondo sentimento di amarezza» per «un’operazione trasparente che è stata invece oggetto di strumentalizzazioni», annunciando che si stava già lavorando «a importanti iniziative che avrebbero portato la Fenice in Cina, in Giappone, negli Emirati Arabi e in Germania» (chissà se con Venezi o senza).
Certo che a Colabianchi, promosso dal governo del merito alla Fenice dopo la prova non esaltante fornita al Lirico di Cagliari e definito «un eroe» dal sottosegretario Gianmarco Mazzi, è o molto sfortunato o non troppo abile.
Da quando c’è lui, la Fenice, già unanimemente apprezzata per qualità artistica e gestionale, è sui giornali soprattutto per le polemiche, mentre all’interno del teatro e
a Venezia tutti sono contro di lui. Non gliene va bene una. Del resto, a proposito di eroi, anche Cervantes diceva di Don Chisciotte che «è la sconfitta il blasone dell’anima bennata».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
AVEVA PROMESSO CHE NON SAREBBE STATO UN VOTO SU DI LEI, E CHE NON AVREBBE PERSONALIZZATO, PER NON FARE LA FINE DI RENZI, MA I SONDAGGI CERTIFICANO LA RIMONTA DEL NO, E LA SORA GIORGIA NON PUÒ LASCIARE LA CAMPAGNA IN MANO A QUEL TRACANNA-SPRIZT DI CARLO NORDIO
Il tam-tam dentro Fratelli d’Italia è partito: «Giorgia ci sarà». Il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano e guerra permettendo, la premier terrà il primo (e unico) comizio della sua campagna referendaria.
Evento solo di FdI, senza gli altri leader di maggioranza. Manca ancora l’ufficialità , ma lo stato maggiore del partito è stato avvisato: tutti convocati, da Ignazio La Russa in giù. Sull’opportunità di esserci, Meloni ha ragionato fino all’ultimo.
Siamo al rush finale, però. Diciotto giorni alla data X. Nel Pd sono meno inquieti: i «nostri» sono già mobilitati, dicono. Mentre nel centrodestra il grande cruccio è l’affluenza. Per questo da un paio di settimane, i big meloniani bisbigliano all’orecchio della leader: solo tu puoi convincere i nostri elettori a recarsi ai seggi.
I sondaggi sono sempre più ballerini. Per la prima volta su Polymarket, la più grande piattaforma di scommesse in criptovalute al mondo, i contrari all
separazione delle carriere sono dati in testa: 52%. A palazzo Chigi ogni giorno c’è un briefing.
Ecco perché Meloni, nonostante l’iniziale ritrosia (figlia dello sbandierato «non politicizzare») è pronta alla discesa in campo. Non solo in tv. I Fratelli preparano anche un comizio bis, diverso da quello del 14, organizzato dall’Unione camere penali: il 19 a Roma, al palazzo dei congressi.
Ma senza la premier: ci sarà la sorella Arianna, con Carlo Nordio.
Il Guardasigilli continua a essere il front runner del sì, nonostante le polemiche e le sortite sghembe. Dopo il Csm «paramafioso», ieri in un’altra intervista, alla Gazzetta del Mezzogiorno, ha paragonato il consiglio superiore della magistratura a un «verminaio», un «mercato delle vacche».
Per poi aggiungere, durante un evento a Bari: «La giustizia risente ancora del fascismo». Vincesse il sì, è la promessa del ministro, la «riforma sarà il primo passo», perché l’intenzione è «mettere mano al codice, soprattutto sulla custodia cautelare».
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE EUROSTAT IL PROSSIMO 22 APRILE CONFERMERÀ QUESTO DATO, L’ADDIO ALLA PROCEDURA SLITTEREBBE AL 2027. UNA BEFFA CHE COSTRINGEREBBE IL GOVERNO A RIVEDERE TUTTA LA STRATEGIA ECONOMICA
L’Italia rischia di restare intrappolata nella procedura Ue per deficit eccessivo per soli due
miliardi. Vale infatti circa 2,3 miliardi di euro quel decimale stimato dall’Istat che porterebbe l’indebitamento italiano del 2025 al 3,1%, mentre per rientrare nei parametri di Maastricht il target da centrare sarebbe inferiore al 3%.
Far sballare i conti di due miliardi su una spesa pubblica complessiva che viaggia intorno ai 1.200 miliardi l’anno è un’inezia, che però potrebbe costringere il governo a rivedere tutta la strategia economica.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è rimasto sorpreso dalla previsione Istat e ha voluto sottolineare la natura provvisoria del dato. Il problema è che è molto complicato, per non dire quasi impossibile, che quel 3,1% già trasmesso a Eurostat possa essere rivisto al ribasso fino a una soglia inferiore al 3%.
L’Istituto nazionale di statistica ha spiegato che il «conto consolidato delle amministrazioni pubbliche» è suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo entro il 21 aprile 2026, «se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate». Poi, il 22 aprile Eurostat procederà al processo di validazione.
Ma risulta difficile pensare che, in questo mese e mezzo che manca alla validazione Ue, l’Istat possa notificare una revisione di oltre due miliardi di indebitamento netto. Basta guardare le serie storiche per capire che le revisioni precedenti delle comunicazioni tra marzo e aprile si attestano sui 100-150 milioni. Mediamente l’aggiustamento si aggira sul 10% di un decimale
Per il governo Meloni sarebbe una beffa, se si considera l’attenzione e la prudenza sui conti che tanti mal di pancia hanno provocato nella maggioranza, tanto da sfiorare la crisi durante l’esame della legge di bilancio di dicembre. Il deficit in discesa dal 3,4% al 3,1% sarebbe una bella notizia se quel decimale non fosse fondamentale per chiudere la procedura.
Quali calcoli non hanno funzionato? Il ministro Giorgetti l’ha detto subito: una coda del Superbonus che nel 2025 ha causato altri 5,3 miliardi di euro di oneri a carico dello Stato.
Non sembrano invece aver impattato sui saldi i prestiti del Pnrr a fine corsa
Se Eurostat confermerà il deficit 2025 oltre il 3%, l’addio alla procedura slitterebbe al 2027, il che comprometterebbe la possibilità per l’Italia di accedere alla clausola di salvaguardia nazionale che garantisce di escludere la spesa militare aggiuntiva dai calcoli del deficit fino all’1,5% del Pil.
Non è vietato utilizzare la flessibilità Ue per le spese militari con una procedura aperta per l’indebitamento, ma significherebbe rimandare l’uscita dalla sorveglianza di Bruxelles tra parecchi anni. A questo punto, il governo, per non appesantire
ulteriormente i conti, potrebbe rinunciare anche ai 15 miliardi di euro di prestiti del programma europeo Safe che Roma vorrebbe utilizzare per la Difesa.
L’ultimo aspetto che preoccupa la maggioranza riguarda la legge di bilancio dell’autunno prossimo, che qualcuno vorrebbe “elettorale” per tirare la volata alle elezioni del 2027. Il Tesoro, infatti, sperava di utilizzare almeno un decimale di extra deficit senza superare il tetto della spesa primaria, quindi due miliardi abbondanti per finanziare alcune misure, ma questi margini sarebbero azzerati in presenza di uno sforamento dei vincoli del Patto di stabilità.
(da “La Stampa”)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI QUESTO 36ENNE, CHE CITA SIA BAD BUNNY CHE LA BIBBIA, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM A NOVEMBRE POTREBBE AIUTARE I DEMOCRATICI A RIPRENDERSI IL SENATO. “NOI STIAMO CERCANDO DI CAMBIARE NON IL CORSO DI UN’ELEZIONE, MA LA POLITICA, IN MODO FONDAMENTALE”
«Stasera la gente di questo Stato ha dato al nostro Paese un pochino di speranza. Un pochino di speranza è una cosa pericolosa». Allo scoccare della mezzanotte, James Talarico è apparso sul palco tra gli applausi di un gruppo di sostenitori rimasti fino alla fine ad aspettare. Poche ore dopo l’Associated Press ha dichiarato la sua vittoria alle primarie democratiche per il Senato in Texas. «Stanotte la nostra campagna ha choccato la nazione»
Il seminarista presbiteriano 36enne con la faccia da ragazzino e un ciuffetto grigio tra i capelli ha percorso per mesi in lungo e in largo questo stato enorme predicando che «non c’è niente di cristiano nel nazionalismo cristiano», che «L’unica cosa più forte dell’odio è l’amore» (Talarico cita sia Bad Bunny che la Bibbia), e che «è tempo di rovesciare i tavoli e ribaltare la situazione» (come Gesù che rovesciò i tavoli dei cambiavalute e cacciò i venditori dal Tempio di Gerusalemme).
La vittoria di Talarico alle elezioni generali il prossimo novembre potrebbe aiutare il partito democratico a riprendersi il Senato, ma l’ultima volta che i democratici hanno vinto in Texas è stato nel 1988. «Non stiamo cercando di vincere un’elezione, stiamo cercando di cambiare la nostra politica in modo fondamentale», dice il candidato.
Con un vantaggio di 7,7 punti sulla rivale Jasmine Crockett (53,2 contro 45,5% dei voti all’85% dei voti scrutinati) Talarico ha vinto, anche se non ha potuto dichiarare la vittoria subito, ieri notte, a causa di un imprevisto alle urne a Dallas e in altre contee. Gli elettori democratici sono stati confusi dal fatto che potevano votare solo nei seggi dei loro distretti, mentre nel voto anticipato era stato possibile votare in qualsiasi seggio. Inizialmente un giudice ha prolungato la chiusura dei seggi di due ore (fino alle 9 di sera) a Dallas, ma uno dei candidati repubblicani nelle primarie, Ken Paxton, che appartiene alla destra «Maga» ed è anche il procuratore del Texas, ha fatto ricorso alla Corte suprema dello Stato che ha ordinato di mettere da parte le schede elettorali consegnate dopo le 7 di sera, e non è chiaro ancora se saranno contati.
Crockett ha accusato i repubblicani di soppressione del voto e ha abbandonato la sua festa elettorale ieri, dicendo: «Non sapremo i risultati stasera». Talarico ieri ha sottolineato: «Ogni voto deve essere contato, ogni voce deve essere ascoltata».
Talarico e Crockett, due millennial, hanno fatto campagna in modo diverso: lei puntando sulla combattività, lui sull’unità e sul messaggio «Ama il prossimo tuo». In campagna elettorale Talarico ha spesso citato suo nonno, un predicatore battista, e sua madre Tamara, che lasciò suo padre, alcolizzato e abusivo, sette settimane dopo la nascita di James.
Tamara andò a vivere con il bambino in una stanza d’hotel (lavorava là come assistente alle vendite). Incontrò poi Mark Talarico, origini italiane, un manager che l’ha sposata e ha adottato James
Per la prima volta in oltre vent’anni più democratici che repubblicani hanno votato in anticipo in Texas (tra 1,4 e 1,5 milioni), dando un segnale di mobilitazione dell’elettorato in uno degli Stati con minore affluenza alle urne (il 43,8% degli elettori non vota). «Il numero di giovani che sono venuti a votare in questa elezione è senza precedenti – ha detto ieri Talarico – Il numero di indipendenti e repubblicani che hanno votato in queste primarie democratiche è senza precedenti. Questa è la prova che sta succedendo qualcosa in Texas».
Talarico è andato molto bene tra i latinos, ma non può vincere le elezioni generali a novembre senza l’appoggio degli afroamericani di Dallas, la città di Crockett
I democratici sono abbastanza sicuri di riprendersi il controllo della Camera alle elezioni di midterm, ma non sono così certi di riuscire a strappare il Senato ai repubblicani. Il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer — nel fare i conti di quali stati potrebbero cambiare colore da rosso a blu – non conta troppo sul Texas, anche perché fare campagna qui costa moltissimo.
I democratici ci avevano già provato con Beto O’Rourke e l’ultima volta con Colin Allred. «Li ho visti più ottimisti che mai, stavolta, da oltre vent’anni», dice al Corriere John Moritz, reporter capo della sezione politica al’Austin American-Statesman, che segue la politica dello stato – appunto – da 20 anni. «Questo non significa che vinceranno e nemmeno che sono sicuri necessariamente di vincere».
Tra il pubblico una coppia di finanziatori ci dice che nonostante l’appello ai valori cristiani, in realtà Talarico è tanto progressista quanto Crockett e forse ci vuole un centrista. Ma non sono sicuri nemmeno loro di quale sia la ricetta giusta: forse qualcuno capace di contraddire con più forza l’operato del partito democratico a Washington.
«Ci saranno un certo numero di fattori in gioco, non ultimo la popolarità del presidente Trump che come nel resto del Paese è un pochino traballante in Texas (secondo il Texas Politics Project il tasso di approvazione è al 35% nello stato ndr) – continua Moritz -. Se Paxton finisce con l’essere il candidato alcune delle difficoltà legali che ha avuto potrebbero renderlo un bersaglio più facile per i democratici».
Gli elettori di Talarico lo ritengono la scelta pragmatica: «Sono un sostenitore di James anziché di Jasmine perché lei accende la base, lui tende la mano dall’altra parte», ci dice Sam Dalton, un volontario con il cappello da cowboy ai piedi del palco. «Nella mia famiglia ci sono elettori di Trump che l’hanno votato con riluttanza e ai quali manca il vecchio partito repubblicano. Tra Cornyn e Talarico, sceglierebbero sicuramente Cornyn. Ma se vincerà le primarie repubblicane Paxton, tanti potrebbero passare con Talarico».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »