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CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE PRIMA DELLE ELEZIONI E’ UNA SCHIFEZZA, SENZA SE E SENZA MA

Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile

UNA FORZATURA INACCETTABILE IN UNA DEMOCRAZIA, SOPRATTUTTO SE E’ UNA LEGGE CHE FAVORISCE SPUDORATAMENTE LA MAGGIORANZA DI GOVERNO

“Uno dei due giocatori non può cambiare le regole a suo vantaggio prima di iniziare la partita”. Anche un bambino di sei anni può comprendere il valore di questa massima, perché è uno dei capisaldi di una qualunque competizione leale: le regole non si cambiano prima di giocare. O comunque, nel caso, si cambiano assieme.
Quel che sembra scontato al parco giochi, evidentemente, non lo è in Parlamento. Dove la destra al governo, intimorita dal calo di consensi che sta registrando, dalla sconfitta al referendum, dagli effetti della guerra in Iran prossimi venturi e da una possibile recessione alle porte, sta pensando di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Di più: sta pensando di farlo a maggioranza, coi suoi soli voti: se l’opposizione ci sta, bene. Altrimenti fanno da soli.
Dicono di farlo in nome della stabilità, per evitare un pareggio, ma in realtà è evidente anche ai sassi che lo fanno per inclinare il campo a loro favore.
La proposta di legge elettorale incardinata giusto in queste ore alla Camera dei Deputati, infatti, sembra scritta su misura per riportare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Prevede infatti l’indicazione del candidato presidente nel simbolo dei partiti o anche solo nei programmi. Elimina i collegi uninominali con cui oggi si elegge il 37% dei parlamentari circa.
E prevede un premio di maggioranza molto importante alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Sembrano tutte modifiche di buonsenso, ma come per la riforma della giustizia appena bocciata, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Partiamo dall’indicazione del leader. Nel 2022 e pure nel 2018 la destra non aveva una leadership chiara. Per questo decisero di giocarsi l’opzione del tridente: tre leader, tre programmi diversi e chi prende un voto in più dà le carte. In quel modo la destra riuscì a massimizzare i suoi voti e non fu obbligata a trovare una sintesi prima delle elezioni. Bene: oggi le opposizioni si trovano in una situazione analoga e l’indicazione del leader li metterebbe in difficoltà. Detto, fatto.
Andiamo avanti. L’attuale legge elettorale prevede che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali, in cui in sostanza, vince chi prende un voto in più. È un metodo che favorisce chi ha una distribuzione di consenso più omogenea sul territorio nazionale: nel 2018, favorì i Cinque Stelle, nel 2022 la destra, mentre oggi, sondaggi alla mano, sembra favorire il campo largo. E quindi, via pure i collegi uninominali.
Terzo capolavoro. La nuova legge elettorale assegna un premio di maggioranza molto consistente alla coalizione che a livello nazionale ha anche solo un voto in più dell’avversario. E indovinate un po’ oggi, sondaggi alla mano, qual è questa coalizione?
Conosciamo l’obiezione: anche il centrosinistra, con Renzi, ha cambiato la legge elettorale prima del voto, nel 2017. Spiacenti, ma le cose sono un po’ diverse. Perché allora una legge elettorale non c’era: l’Italicum, la legge prevista nel caso fosse passata la riforma costituzionale, decadde automaticamente col No degli italiani. E il Porcellum, la legge allora vigente, che il governo Berlusconi impose agli italiani a pochi mesi dal voto del 2006 – anche in quel caso fatta su misura per non far perdere la destra – era stata fatta decadere dalla Consulta, perché incostituzionale.
Oggi una legge elettorale c’è, piaccia o meno.
E non c’è ragione di cambiarla, piaccia o meno.
Tantomeno da soli, piaccia o meno.
Farlo, e farlo a proprio vantaggio, senza che le opposizioni tocchino palla, è un colpo di mano inaccettabile, in un sistema democratico. Ed è un precedente che induce davvero ai peggiori timori, se chi ha in mente di fare una mossa del genere, vincesse poi le elezioni.
(da Fanpage)

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TRUMP: “STO CONSIDERANDO IL RITIRO DEGLI USA DALLA NATO, ORMAI E’ UNA TIGRE DI CARTA”

Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile

BRAVO, FUORI DAI COGLIONI DALL’EUROPA E DALL’ITALIA: QUANDO PARTITE AVVISATECI CHE VI LANCIAMO QUALCHE PACCHETTO DI CAMEL

Donald Trump sta considerando seriamente il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Lo ha detto lo stesso presidente statunitense in un’intervista al Telegraph, definendo l’Alleanza Atlantica «una tigre di carta». Le dichiarazioni arrivano sullo sfondo del conflitto con l’Iran e del mancato sostegno degli alleati europei alla richiesta statunitense di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Il rifiuto ha alimentato la frustrazione della Casa Bianca, che sembra sempre più mettere in discussione l’affidabilità dei partner europei. «Non sono mai stato convinto dalla Nato», ha affermato Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno sempre garantito supporto agli alleati, senza ricevere lo stesso in cambio. Nel mirino del presidente è finito il Regno Unito. Trump ha criticato il premier Keir Starmer per non aver partecipato all’intervento militare contro l’Iran, arrivando a mettere in dubbio l’efficienza della marina britannica.
Anche Rubio attacca la Nato
A rafforzare la linea dura dell’amministrazione è intervenuto anche il segretario di Stato Marco Rubio, che – in un’intervista a Fox News – ha definito l’Allenza Atlantica una «strada a senso unico». Secondo Rubio, al termine del conflitto sarà inevitabile «riesaminare» il rapporto con gli alleati, soprattutto alla luce del mancato accesso alle basi militari europee richiesto da Washington. Il presidente dovrebbe tenere un discorso alla nazione alle 21 (ora della costa Est degli Stati Uniti) per aggiornare sull’andamento del conflitto, che – secondo lui – potrebbe
concludersi entro «due o tre settimane», con l’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
(da agenzie)

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GITE SCOLASTICHE, E’ CRISI. UNO STUDENTE SU DUE RESTA A CASA. E LO CREDO: LE FAMIGLIE NON HANNO SOLDI DA SPUTTANARE

Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile

I VIAGGI COSTANO TROPPO E I DOCENTI GIUSTAMENTE NON VOGLIONO RISCHIARE NEL GESTIRE SOGGETTI A RISCHIO

Le gite scolastiche nel 2026 non sono più per tutti: quasi la metà degli studenti italiani quest’anno non parteciperà al viaggio d’istruzione. Secondo l’ultimo Osservatorio di Skuola.net, il 44% degli alunni di medie e superiori resterà a casa a causa dei costi diventati eccessivi.
Dal costo delle gite scolastiche alla mancanza di prof: le cause
L’analisi, condotta su un campione di 1.500 studenti fotografa una crisi profonda. Oltre al peso economico sulle famiglie, pesa l’ormai cronica indisponibilità dei docenti a fare da accompagnatori e i frequenti problemi di disciplina che spingono molti istituti a cancellare le partenze. Le responsabilità legate alla vigilanza degli alunni, l’innalzamento dell’età media del corpo docente italiano e la pressione esercitata dalle famiglie sono alcuni dei fattori che negli ultimi anni hanno ridotto la disponibilità dei docenti.
La resistenza di chi non sopporta i compagni
Tra chi non parte, il 38% subisce la decisione per motivi burocratici o economici. Esiste però una piccola ma interessante quota del 6% che ha scelto consapevolmente di non fare le valigie. All’interno di questo gruppo, oltre la metà (il 52%) ha dichiarato di essersi ritirato spontaneamente per evitare la convivenza prolungata con i compagni di classe. Scelta che trasforma il momento della gita, un tempo agognato, in una potenziale fonte di stress da evitare.
Le mete delle gite scolastiche in Italia e all’ester
Nonostante i rincari e le difficoltà, il 66% del campione resta orientato alla partenza, tra chi ha già viaggiato e chi lo farà entro giugno. Un terzo di loro, il 34%, lo farà da qui a fine anno, mentre il 22% è già andato nei mesi scorsi. Sulle mete, l’Italia si conferma la prima scelta, anche se inizia a perdere colpi. Il 60% rimarrà entro i confini nazionali. A guidare la classifica delle preferenze sono le grandi città d’arte. Firenze è al primo posto (13%), seguita a ruota da Roma (12%) e Napoli (11%), con Torino, Palermo e Bologna a chiudere il gruppo. Ma è oltre confine che si registra un balzo. Il dato più rilevante riguarda però l’estero, che registra un balzo passando dal 35% al 40% in soli dodici mesi. Tra le capitali europee, la meta più gettonata del 2026 è Vienna, tallonata da Berlino e Atene, mete che sembrano offrire un rapporto qualità-prezzo più competitivo per i budget scolastici.
(da agenzie)

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PER LA SERIE “FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE”: A PALERMO I PROF CHE TRUFFAVANO L’UE INVENTANDO RICERCHE MAI FATTE

Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile

23 INDAGATI, COSTI PER ACQUISTI DI ATTREZZATURE MAI EFFETTUATI

Il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia, sono indagati dalla procura europea per una truffa all’Ue. Con loro altre 21 persone per le quali i pm avevano chiesto misure cautelari, ma il Gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze in virtù del tempo trascorso dai fatti.
La grande truffa alla Ue
L’indagine ipotizza i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale. Al centro c’è il programma scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, per il quale venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti. L’inchiesta è nata dalle rivelazioni di due ricercatori che hanno raccontato di professori che, pagati per lavorare al progetto, non hanno mai realmente contribuito alla ricerca. Gli indagati facevano risultare costi mai sostenut
per gonfiare le spese e aumentare il contributo percepito dall’Ue. Venivano anche simulati acquisti mai fatti con la complicità di titolari di imprese.
Il patto corruttivo
«Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università», ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti. «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos». Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.
Le misure cautelari
A dicembre 2024 i pm avevano chiesto misure cautelari per 17 dei coinvolti. Il 6 febbraio il Gip ha respinto la richiesta. Per il magistrato, a impedire l’applicazione dei provvedimenti cautelari sarebbe “la risalenza nel tempo delle condotte”. Troppo, dunque, il tempo trascorso dalla commissione dei reati. «Esaminata la richiesta del Procuratore Europeo pervenuta in data 24.12.2024 e esitata in data odierna – scrive il magistrato nella sua ordinanza – in ragione del gravoso carico di ruolo più volte evidenziato ai dirigenti…è emersa la ripetuta realizzazione di condotte truffaldine in danno dell’Erario».
L’appello
Quel che manca, per il giudice, a causa degli anni passati sono le esigenze cautelari. «Deve evidenziarsi che la risalenza nel tempo delle condotte per cui si precede, poste in essere dal 2018 al 2023, impedisce di ritenere concreto e attuale il rischio di reiterazione di analoghe condotte delittuose. E, infatti, si tratta di condotte che, pur essendo penalmente rilevanti, si sono esaurite nell’arco temporale sopra considerate», spiega. Contro la decisione del magistrato hanno fatto appello al tribunale del Riesame i pm della Procura Europea Gery Ferrara e Amelia Luise.
(da agenzie)

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