GLI OPERAI OCCUPANO L’EX ILVA A GENOVA: “A RISCHIO MILLE POSTI DI LAVORO, VOGLIONO CHIUDERE LA SIDERURGIA ITALIANA”
I LAVORATORI IN PIAZZA CON MEZZI PESAnti: “IL GOVERNO DIA RISPOSTE”
Lo stabilimento dell’ex Ilva a Genova è stato occupato dai lavoratori in protesta fin
dalle 8.30, mentre un’assemblea sindacale ha segnato l’inizio della giornata di sciopero in protesta «contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità». Dopo pochi minuti di confronto, i manifestanti sono usciti dagli edifici interni della fabbrica e – anche con l’aiuto di mezzi pesanti, come scavatrici – hanno bloccato le strade dirigendosi alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano. Qui si terrà un presidio a oltranza.
La denuncia: «A rischio mille posti di lavoro, chiudono la siderurgia italiana»
«Ci sono mille posti di lavoro a rischio a Genova», denunciano dei sindacati secondo cui il piano del governo «porta alla chiusura della fabbrica: mille famiglie rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel Paese», ha commentato Armando Palombo, delegato Fiom-Cgil della ex Ilva. Secondo lui è un circolo vizioso: «Quel poco che si produce si vende subito a Taranto per fare cassa. Ovviamente gli stabilimenti del Nord, Genova in primis, poi Novi eccetera, non avranno più prodotto e quindi chiudono». L’appello a una protesta che possa davvero arrivare alle orecchie di Roma è estesa a quante più persone possibili: «Chiediamo agli enti locali, al Comune, alla Regione, di sospendere ogni attività come segno di solidarietà. E di cominciare a trovare soluzioni serie a mille posti di lavoro. Quindi non è più un problema del
cassintegrato in più o cassintegrato in meno. Qua stanno chiudendo la siderurgia d’Italia».
Il tavolo saltato e la protesta dei sindacati: «Seimila in cassa integrazione»
La protesta segue un tavolo di quattro ore – l’ennesimo – che non ha portato a nessun passo avanti concreto. Sono stati proprio i sindacati ad annunciare la rottura con il governo e lo stop a qualunque trattativa sul futuro di Acciaierie d’Italia: «Abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la premier Meloni. Ci hanno risposto di no e noi abbiamo deciso di dichiarare sciopero», avevano spiegato da Fiom. Il piano prevede il passaggio in cassa integrazione di altri 1.550 lavoratori, portando il totale a 6mila, a partire da gennaio. In una nota, il governo aveva risposto puntualizzando che «non ci sarà un’estensione ulteriore della cassa integrazione», e di avere dunque «accolto la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati». L’alternativa è la disposizione di «percorsi di formazione» per far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con le nuove tecnologie green.
(da agenzie)
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