LO STRANO CASO DEL “GIOIELLINO” DELL’INDUSTRIA MILITARE ITALIANA CON I CONTI IN ROSSO: LA PROCURA DI ROMA HA APERTO UNA FASCICOLO SU “TEKNE”, AZIENDA ABRUZZESE SPECIALIZZATA NELLA PRODUZIONE DI BLINDATI MILITARI CHE, NONOSTANTE LE RICCHE COMMESSE PUBBLICHE, HA PERDITE PER 32 MILIONI DI EURO
TRA IL 2019 E IL 2022 HA AVUTO CONTRATTI CON LA DIFESA PER 12 MILIONI E NEL 2024 È ENTRATO NEL PROGRAMMA DA 200 MILIONI DI POTENZIAMENTO DEI MEZZI DELLE FORZE SPECIALI DELL’ESERCITO, GUIDATE DAL CAPO DI STATO MAGGIORE CARMINE MASIELLO … “DOMANI”: “PERCHÉ NONOSTANTE LE ‘CRITICITÀ GESTIONALI’ E I DEBITI CON BANCHE E ALTRI CREDITORI, TEKNE CONTINUA A OTTENERE FONDI PUBBLICI? COSA SI NASCONDE DIETRO AL BUSINESS DELL’AZIENDA CHE NON RIESCE A SUPERARE LA CRISI?”
Da un lato gli affidamenti diretti e le commesse milionarie ottenute nel corso del tempo. Dall’altro le procedure relative alle possibili acquisizioni da parte di grandi aziende. Sono numerosi gli aspetti che i pm di Roma stanno accertando su Tekne, l’azienda abruzzese specializzata nella produzione di autobus, blindati militari e camion.
La procura capitolina ha infatti aperto un fascicolo d’indagine sulla spa i cui bilanci in rosso, come raccontato ieri da Domani, non ne hanno bloccato gli affari.
L’esposto
L’inchiesta è partita da un esposto, depositato sulle scrivanie dei magistrati romani, che descriveva un quadro dei conti economici della spa che, nonostante difficoltà finanziarie, continuava (e continua) a fare incetta di commesse da parte di regioni, comuni e altri enti pubblici. Timori sui conti di un gioiellino della nostra industria militare che sarebbero circolati anche all’interno del ministero della Difesa, che segue da vicino le vicende della società.
Ministero con cui Tekne, dal 2019 fino al 2022, tramite il segretariato generale della Difesa e la Direzione nazionale degli armamenti, ha sottoscritto contratti per un valore complessivo di 12 milioni. Negli anni successivi al 2022, tuttavia, la collaborazione è scemata: ad agosto 2025 l’azienda ha ottenuto un affidamento diretto di soli 30mila euro per la fornitura di materiale tipografico dal dicastero di via XX Settembre.
Non è stato così con l’Esercito, guidato dal capo di Stato maggiore Carmine Masiello. Solo nel 2024 Tekne, fondata nel 2002, è riuscita a entrare nel programma da 200 milioni di potenziamento dei mezzi della Brigata paracadutisti Folgore e delle Forze speciali dell’esercito, oggi guidato sempre dal generale Masiello
«Il programma permetterebbe di consolidare la posizione industriale della società Tekne con attesi impatti positivi sull’occupazione in un settore altamente specializzato», si legge nella determina di due anni fa. Un atto che, a vedere l’ultimo bilancio, non sembra però aver migliorato le sorti dei conti.
Il bilancio
«Perdite pari a 32,7 milioni» e un volume d’affari «sceso a euro 33,6 milioni rispetto ai 50,9 milioni del 2023», dicono i documenti presentati da Tekne. E poi «inefficienze operative, disallineamenti temporali nei flussi finanziari e un progressivo incremento dell’esposizione debitoria».
Perché, dunque, nonostante le «criticità gestionali» e i debiti con le banche e gli altri creditori, Tekne continua a ottenere fondi pubblici? Cosa si nasconde dietro al business dell’azienda che non riesce a superare la crisi? Le bocche, da parte di chi sta indagando da molto tempo, sono cucite.
La compravendita
Socio di maggioranza e amministratore delegato di Tekne è Ambrogio D’Arrezzo, imprenditore abruzzese che ha affari anche nel settore del turismo. È, ad esempio, amministratore unico di Compagnie delle isole srl, con sede legale a Olbia, in Sardegna. La srl, tra le altre cose, gestisce la costruzione e la vendita di immobili.
Proprio D’Arrezzo sperava di migliorare la situazione della sua azienda in crisi vendendola all’estero: all’americana Nuburu, che l’imprenditore, descritto come assiduo frequentatore dei salotti romani, aveva individuato come partner perfetto per rilanciare la società.
L’affare sembrava fatto. Ma su Tekne, ad agosto scorso, l’esecutivo Meloni ha esercitato il golden power e con un decreto ad hoc ha detto no alla cessione del 70 per cento agli americani, in nome del made in Italy da preservare e dell’«interesse strategico nazionale».
A golden power esercitata, la crisi aziendale tuttavia resta aperta. Da qui la nuova strategia del governo, che sta valutando l’ingresso attraverso Invitalia o insieme a un’altra azienda nazionale. La partita è aperta e in mano al ministero del Made in Italy e delle imprese guidato da Adolfo Urso, dove si stanno tenendo riunioni e confronti. La spa, che solo l’anno scorso ha chiuso la composizione negoziale della crisi con gli istituti bancari e gli altri creditori, verrà salvata? Di certo, l’inchiesta
che la riguarda potrebbe svelare nuovi elementi sul suo conto.
(da Domani)
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