SULL’IRAN TRUMP E’ IN UN CUL DE SAC: TEME DI FALLIRE COME JIMMY CARTER. IL “WALL STREET JOURNAL” METTE IN LUCE I DUBBI SULLE CAPACITA’ DI GESTIRE LA CRISI DA PARTE DEL “NERONE DELLA CASA BIANCA”
LA BASE “MAGA” E’ IN SUBBUGLIO: HA ELETTO IL TYCOON PER NON DOVER PIU’ FARE GUERRE IN GIRO PER IL MONDO E SI RITROVA CON UN CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE I CUI EFFETTI PESANO SUL PORTAFOGLI
Quando gli iraniani erano riusciti ad abbattere un caccia americano, Donald Trump
aveva ordinato ai militari di andare subito a soccorrere il pilota disperso.
«I consiglieri avevano tenuto il presidente fuori dalla stanza dove ricevevano gli aggiornamenti sull’operazione minuto per minuto, perché credevano che la sua impazienza non sarebbe stata d’aiuto».
Così ha scritto il Wall Street Journal, in un retroscena sui giorni più complicati della guerra, intitolato “Behind Trump’s Public Bravado on the War, He Grapples With His Own Fears”. Dunque dietro alla spavalderia che il capo della Casa Bianca mette in mostra ogni giorno nella sfida contro gli ayatollah, ci sarebbero invece le sue paure.
Prima fra tutte quella di non uscire dal conflitto con qualcosa che possa rivendicare come una vittoria, aprendo invece la porta ad una sconfitta elettorale nelle midterm di novembre, che agita i suoi consiglieri più stretti.
La ricostruzione del quotidiano finanziario di Manhattan rivela il lato meno pubblico e quindi meno noto del presidente, alimentando i timori sulla sua capacità di gestire la crisi. La sera del Venerdì Santo, saputo dell’aereo abbattuto, «aveva urlato per ore ai suoi aiutanti».
Si era lamentato degli europei che non lo aiutavano, il prezzo della benzina salito in media sopra i 4 dollari al gallone, e il timore di ripetere il fallimento di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi del 1979, all’inizio della rivoluzione khomeinista: «Che casino!».
Quando sabato il disperso era stato salvato, Trump era andato a letto dopo le due del mattino, ma sei ore dopo era riapparso sui social, col famoso messaggio in cui sollecitata i «pazzi bastardi» iraniani a riaprire il «fottuto Stretto, altrimenti vivrete nell’inferno».
Di pugno suo ci aveva aggiunto una preghiera ad Allah, «per sembrare il più instabile e offensivo possibile, nella convinzione che ciò avrebbe portato gli avversari al tavolo della trattativa».
Quindi aveva chiesto ai suoi collaboratori: «Come sta funzionando?». Non bene.
Perciò martedì aveva fatto seguire il messaggio in cui minacciava di far morire in una sola notte «un’intera civiltà», se la Repubblica islamica non avesse accettato la pace nei suoi termini.
Nemmeno 90 minuti dopo aveva annunciato il precario cessate il fuoco che sarà in gioco durante i negoziati di Islamabad, se si terranno come lui spera e porteranno all’intesa che pretende.
La singolarità di Trump non è nuova e non sorprende, ma in questo caso va oltre gli aspetti caratteriali. Dietro a questa instabilità, infatti, c’è stavolta la paura di fallire. Il rischio che la guerra si risolva in un disastro come quello patito da Carter nel 1979, e quindi la necessità di risolverla in fretta, prima che diventi il marchio della sua presidenza.
La base Maga lo aveva eletto anche per la promessa di mettere fine ai conflitti eterni, soprattutto in Medio Oriente, e quindi non è mai stata convinta della “escursione” iraniana. Ora però gli effetti iniziano a sentirli nelle proprie tasche tutti gli americani, e quando questo accade in genere se ne ricordano alle urne. Non a caso la “signora di ghiaccio” Susie Wiles, potente capo di gabinetto alla Casa Bianca, da giorni sta tenendo riunioni di emergenza con collaboratori, operativi e sostenitori del Gop, per evitare il collasso alle midterm.
Finora la narrativa prevalente dava per persa la Camera, ma secondo il New York Times ora anche il Senato potrebbe finire in gioco. Non è facile, perché per conquistarlo i democratici dovrebbero conservare tutti i loro 13 seggi in palio, inclusi quelli di Michigan e Georgia più traballanti, e rubarne almeno quattro ai repubblicani, dove il Maine sembra a portata di mano, ma North Carolina, Ohio e Alaska restano lontani. Eppure dietro le quinte se ne parla, per il terrore dei sostenitori di Trump
Perdere anche solo la Camera avrebbe un triplice effetto devastante: renderebbe Donald un’anatra zoppa, cancellando le ambizioni di un terzo mandato; paralizzerebbe la sua agenda legislativa, lasciandogli solo i decreti; consentirebbe ai democratici di lanciare inchieste sull’amministrazione a tutto spiano, che anche senza il terzo impeachment la deraglierebbero.
(da agenzie)
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