A CHI GIOVA CHE UN POLIZIOTTO SIA AGGREDITO? ALLA CAUSA DEI MANIFESTANTI O AL GOVERNO? CONCITA DE GREGORIO: “IL PRINCIPIO DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE ERA IL MEDESIMO: ALZARE IL LIVELLO DELLO SCONTRO, AD ARTE, PER GIUSTIFICARE LA REPRESSIONE”
“I NOSTRI AGENTI HANNO ARCHIVI COLOSSALI DI MANIFESTANTI. SONO IN GRADO DI RICONOSCERLI DA UN TATUAGGIO SUL POLSO, DA UNO ZIGOMO. LA PROSSIMA VOLTA, POTREBBERO FERMARLI PRIMA”
Giorgia Meloni ha ragione. Quelli non sono manifestanti sono criminali, e quella non è una
protesta: si chiama tentato omicidio. La buona notizia è che non ci sarà molto lavoro da fare, per identificarli. Chi siano, i violenti che hanno aggredito l’agente, lo Stato lo sa già.
Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa questura. Lo sanno da prima dell’aggressione e chi dicesse no, assolutamente, lo straordinario spiegamento di forze di polizia chiamato a raccolta a Torino e tutte le nostre intelligence sono state colte di sorpresa da quella banda vestita di nero: beh, non renderebbe onore alle doti professionali di chi è incaricato dallo Stato di mantenere l’ordine e di sorvegliare focolai di insurrezione.
Al contrario, i nostri agenti sono in questo eccellenti. Hanno archivi colossali di manifestanti schedati negli anni e nei decenni. Sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso, da uno zigomo. Sono inoltre in contatto con l’Interpol, scambiano informazioni con le polizie di altri paesi. Anche se sono stranieri, i violenti, le forze dello Stato li conoscono bene: li aspettano, se li aspettano.
Forse per evitare scontri, la prossima volta, potrebbero non lasciarli passare: fermarli prima. Perché, domandiamoci: a chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito? Alla causa dei manifestanti o al governo della destra?
Senza scomodare la Storia grande né fare paragoni, per carità, fra gli anni del terrorismo dei servizi deviati dei rapimenti e delle stragi. Diversissimo tutto, certo.
Ma il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro, ad arte, per giustificare la repressione. Dagli Anni Settanta non abbiamo imparato niente o, al contrario, abbiamo imparato benissimo?
Il nuovo inizio fu il G8 di Genova venticinque anni fa, 2001. Sappiamo almeno da allora che l’internazionale nera dei black bloc si autoconvoca senza appuntamento e si smaterializza senza salutare. Molti arrivano dall’estero, moltissimi dall’Italia, quelli coi cappucci neri, passano con le spranghe e coi martelli.
Li vedono tutti, basta affacciarsi alle finestre. A Genova un gruppo aveva messo le tende in un giardinetto: ci furono decine di segnalazioni di persone che chiamavano la polizia per chiedere chi sono, questi vestiti di nero accampati nel giardino. Cosa rispose, la polizia? Non sappiamo. I nerovestiti rimasero lì, poi la tragedia.
A Genova li ho visti. A Torino non c’ero, ma leggo dai resoconti che persino i passanti sapevano indicare chi fin dal mattino girava incappucciato sprangando vetrine e bancomat. Si poteva forse fare un controllo documenti, per esempio del fantomatico gruppo di francesi? Forse.
È finito il tempo di far finta. Che la polizia non sappia, che lo Stato non sappia, che certa sinistra compiacente non sappia. Sono posizioni speculari e simmetriche buone a confermare il pensiero binario, semplicissimo, elementare che aizza gli eserciti di Internet. Con chi stai? Con le guardie fasciste o con la resistenza? Coi cattivi o coi buoni?
La realtà però è più complessa degli hashtag.
Le categorie non dicono mai niente, non spiegano. Ci sono “guardie” più rispettose di certi resistenti e ci sono guardie assassine. Ci sono manifestanti pacifici che a migliaia sono scesi in piazza sabato a Torino e a Milano e ci sono i black bloc che sprangano un uomo a terra inerme, gli si fanno attorno in gruppo.
In cosa la dinamica dell’aggressione di Torino è diversa da quelle di Minneapolis? Lasciate stare ragioni e conseguenze, guardate la dinamica. Sono uguali.
Dieci persone in piedi che si accaniscono con terribile violenza contro una persona a terra. La Gestapo di Trump è il male e gli incappucciati di Torino sono il bene?
È sempre così: c’è questo e c’è quello. C’è la maggioranza dei manifestanti e c’è la minoranza dei violenti. Però basta uno solo episodio come quello dell’aggressione all’agente per oscurare il resto. Ecco, vedete: chi è la vittima, ecco chi sono i violenti. Per l’ultima volta, chiediamoci: a chi fa gioco, questo? A chi conviene?
Lo Stato lo sa, chi sono i violenti, e certa sinistra anche. Il tornaconto del governo è chiaro, quello degli antagonisti molto meno. Difendere l’indifendibile, fare melina è un danno enorme. Non solo per la sinistra che così rafforza la destra, in fondo sarebbe causa del suo mal, ma per l’Italia.
Per tutti i cittadini. Per questa democrazia, come tante, così fragile. Occhio.
Concita De Gregorio
per “la Repubblica
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