AUTODIFESA MORALE: PERCHE’ CHIEDERE L’ANNULLAMENTO DEL CONCERTO DI VALERY GERGIEV NON E’ CENSURA
LA CANCELLAZIONE DELL’EVENTO ALLA REGGIA DI CASERTA NON SAREBBE UN ATTO REPRESSIVO MA UNA SCELTA A TUTELA DEI NOSTRI VALORI COSTITUZIONALI
Il 27 luglio la Reggia di Caserta dovrebbe ospitare il direttore d’orchestra Valery
Gergiev, figura di spicco della cultura russa e uomo di fiducia del Cremlino.
Europa Radicale ha lanciato un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al governatore di Regione Campania Vincenzo De Luca per annullare la performance di Gergiev; contestualmente, l’associazione ha iniziato ad acquistare i biglietti per il concerto per manifestare in modo non violento qualora si dovesse tenere.
Da più parti – associazioni ucraine, intellettuali, parlamentari europei – arriva la richiesta di cancellare l’evento finanziato con fondi nazionali.
Gli oppositori dell’iniziativa ribattono che si tratterebbe di un atto censorio. È davvero così?
La teoria politica e filosofica degli ultimi due secoli fornisce
solide argomentazioni in senso opposto.
Karl Popper, ne “La società aperta e i suoi nemici” (1945), avverte che un sistema liberale deve «riservarsi il diritto di negare la tolleranza agli intolleranti», perché un’eccessiva indulgenza rischia di distruggere la tolleranza stessa: invitare con denaro pubblico chi sostiene un’aggressione militare significa, secondo la logica popperiana, consentire a un «intollerante» di sfruttare il palcoscenico democratico per rafforzare l’autocrazia che rappresenta.
John Stuart Mill attribuisce allo Stato il potere di limitare la libertà individuale solo per prevenire «un danno ad altri» (On Liberty, 1859): in questo senso, la propaganda a favore di una guerra d’aggressione, specie quando emanata da figure prestigiose come Gergiev, supera la soglia del mero dissenso e si traduce in un danno concreto: legittima la violenza contro i civili ucraini e corrode la coesione democratico-internazionale che dovrebbe proteggerli.
Le dichiarazioni di Gergiev a sostegno di Vladimir Putin non si limitano alla guerra su larga scala intrapresa nei confronti dell’Ucraina dal 2022, ma risalgono alla guerra con la Georgia e successivamente all’annessione della Crimea del 2014. Il soft power russo e la manipolazione delle figure di spicco della società culturale russa sono una delle armi che il Cremlino utilizza, e il nostro Paese non può voltarsi dall’altra parte.
Concedere il palco a un emissario di un regime che soffoca la libertà di espressione in patria altera le condizioni di «parità
discorsiva», come ricordava Habermas rispetto alla correttezza del discorso pubblico, e attribuisce un potere comunicativo indebito al Cremlino. La presenza celebrata di Gergiev, da parte di De Luca, normalizza la guerra russa: impedirla significa contrastare quella “violenza linguistica” che trasforma la sofferenza altrui in mero contorno estetico, minando la dignità delle vittime ucraine e dei cittadini che ne difendono i diritti.
L’annullamento del concerto di Valery Gergiev non appare dunque come un atto repressivo, bensì come una scelta di tutela dei valori costituzionali. La democrazia non si rafforza concedendo spazio e fondi pubblici a chi giustifica la distruzione di un’altra democrazia: si rafforza difendendo il principio secondo cui arte e cultura devono essere ponte di pace, non strumento di guerra. Infatti, l’Associazione della Comunità dei Russi Liberi in Italia ha sottolineato come ci siano sulla scena artistica altre personalità russe che si oppongono alla guerra d’invasione del Cremlino.
Con buona pace dei detrattori, dunque, “cancellare” Gergiev da un programma finanziato dallo Stato equivale a esercitare l’autodifesa morale di una società aperta, non a sopprimere la libertà di espressione. Il vero rischio censorio lo corre chi – ignorando i moniti di Popper, Mill, Habermas e degli altri grandi teorici della libertà – lascia trionfare sulle nostre scene proprio la voce che vorrebbe metterle a tacere.
In definitiva, a Vincenzo De Luca non si chiede un atto di censura, ma un gesto di libertà: scegliere se la Campania sarà
palcoscenico di propaganda o presidio di democrazia. Il 27 luglio alla Reggia non salirà in scena solo un direttore d’orchestra: salirà la coscienza civica dell’Italia. Spetta al presidente della Regione decidere se farla risuonare in accordo con i valori europei oppure stonare nel coro di chi, al cospetto dei cannoni, continua imperterrito a battere il tempo.
(da Linkiesta)
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