Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
HANNO DRENATO TUTTO IL RISPARMIO OTTENUTO CON IL PASSAGGIO ON LINE… TRA GLI EX ANCHE MOFFA E DI LELLO… SCRIVONO DA CASA E QUANDO GLI PARE
A volte ritornano.
Stephen King lo sapeva già anni fa e ora lo sanno pure al Secolo d’Italia, dove però non l’hanno presa bene.
Giornalisti e poligrafici del quotidiano che fu del Msi, fondato nel 1952 e pubblicato solo online dal dicembre scorso, sono infatti in fibrillazione sindacale per il ritorno a carico del giornale di quattro ex parlamentari di lungo corso (in aspettativa da anni) e, forse, di un membro dello staff di Gianfranco Fini.
Perchè si agitano? Il Secolo è in crisi ormai da anni: nel 2011 — per dire — chiuse con un rosso da 2,1 milioni di euro nonostante un contributo statale (all’epoca) di quasi 2,5 milioni.
Ai bei tempi, ci pensava il partito a ripianare le perdite, ma le cose sono cambiate: per questo negli ultimi due anni — da quando all’ingrosso Marcello De Angelis è subentrato, senza stipendio, a Flavia Perina nella direzione — sono cominciati i risparmi per fermare l’emorragia senza toccare, fino a quando possibile, i posti di lavoro.
Taglia che ti ritaglia le perdite alla fine cominciavano a scendere fino alla (dolorosa) arma “fine del mondo”: la rinuncia all’edizione cartacea che ha comportato quasi mezzo milione all’anno di spese in meno.
Gli oltre venti lavoratori (tra cui una decina di poligrafici), dopo quattro mesi senza stipendio in estate, ricominciavano a respirare, anche perchè nel frattempo la proprietà del quotidiano era passata alla Fondazione in cui è confluito il ricco patrimonio della fu Alleanza nazionale, gonfia di soldi e proprietà immobiliari.
Solo che a volte ritornano e, tornando, si mangiano quasi tutti i risparmi del passaggio online.
Questo mese, infatti, hanno ricominciato a prendere lo stipendio in quattro e sono nomi che stanno scatenando la rabbia di lavoratori e lettori (30 mila contatti unici giornalieri, giurano a via della Scrofa).
Si parte, per peso economico, con Gennaro Malgieri, che del Secolo fu direttore: il nostro si porta a casa, dicono fonti interne, quasi seimila euro netti al mese (per 14 mensilità ).
Parlamentare dal 1996, con una breve parentesi nel cda della Rai tra il 2005 e il 2008, Malgieri compirà a luglio sessant’anni e comincerà dunque a incassare il ricco vitalizio da ex parlamentare (poco gli dovrebbe mancare pure per raggiungere il tetto di contributi per la pensione da giornalista): potrà godersi il frutto del suo lavoro nella casa parigina in cui ama andare a rilassarsi, continuando a scrivere s’intende.
Secondo, ma con uno stipendio che ammonta alla metà di quello dell’ex direttore, viene il 46enne Italo Bocchino, onorevole dal 1996 e che al Secolo non ha praticamente mai lavorato: ironicamente, ha la qualifica di “inviato parlamentare”.
Il terzo — per compenso siamo in zona Bocchino — è un ex ministro della Repubblica (delle Comunicazioni, addirittura): Mario Landolfi, classe 1959, deputato addirittura dal 1994, giusto un anno fa rinviato a giudizio per corruzione e truffa aggravate dal favoreggiamento della camorra.
L’ultimo onorevole di ritorno è Silvano Moffa, 62enne e dunque vitalizio-munito, parlamentare solo dal 2006, ma precedentemente sindaco di Colleferro, presidente della Provincia di Roma e pure sottosegretario alle Infrastrutture.
È il più povero, visto che ha solo un contratto da collaboratore.
L’ultimo rientro, ancora incerto, è un caso diverso e non riguarda un ex parlamentare: si tratta di Aldo Di Lello, che negli ultimi anni ha fatto parte dello staff alla Camera di Gianfranco Fini.
I primi quattro, comunque, già incassano lo stipendio e, autorizzati dall’amministrazione, non devono nemmeno presentarsi in redazione: scrivono da casa, quando gli pare, di quello che gli pare (ieri, in apertura, figuravano tanto Malgieri quanto Landolfi con due ponderosi editoriali).
La storia di quelli che a volte ritornano, peraltro, fa curioso cortocircuito con quella di un altro ex deputato del Pdl: Marcello De Angelis, che il giornale lo dirige da maggio 2011 e ogni giorno si presenta in redazione per metterlo in pagina.
Ebbene lui, che aveva rinunciato allo stipendio perchè due anni fa era parlamentare, ancora non lo pagano.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LARGA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI CONTRO L’IPOTESI DI UN ACCORDO CON BERLUSCONI
L’orizzonte sembra restringersi. 
Da un lato Grillo che risponde alle proposte del Pd a suon di “stalker”, “facce da culo” e “adescatori”.
E dall’altro, la base dei democratici che manifesta in maniera sempre più intensa e radicale la propria avversione a qualsiasi ipotesi di “governissimo” con il Pdl.
Chiedendo a Pierluigi Bersani di non desistere in uno sforzo politico: coinvolgere, i deputati e i senatori del MoVimento Cinque Stelle, nella delineazione dell’agenda politica del prossimo governo della Repubblica.
L’eventuale apertura di un cantiere politico con Silvio Berlusconi viene da più parti definito un “suicidio politico”.
E il dibattito tra elettori e militanti democratici si sfoga in rete.
Cercare sul motore di ricerca di Twitter la parola “governissimo” significa trovarsi di fronte velenose invettive in 140 caratteri.
“Se lo fate, giuro, non vi voto più”, “Se ci accordiamo con Berlusconi non oso neanche immaginare quali potrebbero essere i risultati di Grillo alle prossime elezioni”, “Sarebbe solo autolesionismo, quali riforme si potrebbero fare con il Popolo della Libertà ?”.
E gli ultimi annunci dei peones berlusconiani non fanno altro che inasprire i commenti. “Come no, alleiamoci con chi vuole scendere in piazza contro la magistratura”.
E le discussioni si alimentano anche di numerosi contributi di chi “vive” il Partito Democratico dall’interno.
La sensazione è che l’ipotesi governissimo sia da più parti considerata come il primo punto da evitare.
Netta la posizione di Cristiana Alicata, che a Repubblica.it dice: “Chiusura totale al PDL per quanto mi riguarda pena l’estinzione del PD alle prossime elezioni. Il PD deve provare a fare una nuova legge elettorale, tagliare i costi della politica, approvare una legge su conflitto di interesse. E inchiodare Grillo sui punti del suo programma. E tra un anno si va al voto”.
Il rapporto con Grillo potrebbe anche significare l’apertura di nuovi scenari per quanto riguarda l’agenda politica dei democratici.
Sul suo blog, Pippo Civati scrive: “Se poi con il M5S si mettesse in scacco una parte del Pd, finalmente si riuscirebbero a fare cose che una parte del partito non ha mai voluto fare”.
E per il neo deputato di Monza, i punti essenziali sono: conflitto d’interessi, legge elettorale, lotta alla corruzione, legge sui partiti e riduzione delle spese militari.
Poi reddito di cittadinanza e riforma del sistema bancario.
Tra i neo parlamentari del Pd, anche la posizione di Fausto Raciti, segretario dei Giovani Democratici.
Che su Facebook scrive: “Sarebbe un errore cercare le larghe intese. Non per calcolo tattico, ma per impossibilità di realizzare, dentro la cornice di un accordo Pd-Pdl-Monti, qualsiasi riforma che non sia di carattere recessivo sul piano economico e sociale. Sia chiaro che il problema, anche in questo caso, non sarebbe semplicemente il vedere sparire la sinistra italiana, ma che un governo così non servirebbe al paese”.
E i dati delle elezioni consegnano al Pd nuove possibilità .
Spiegate nell’analisi del voto di Left Wing, blog collettivo vicino alla sinistra Pd.
Si legge: “Ora è possibile emarginare il Cavaliere dal gioco politico, liberare la democrazia italiana dall’ipoteca che ne ha così pesantemente condizionato lo sviluppo, aprire veramente una fase nuova della storia d’Italia”.
Poi il consiglio al segretario: “Quello che bisogna dire chiaramente, prima di tutto ai grillini, è che il Partito democratico non avanzerà alcuna proposta tattica, non farà esperimenti nè manovre parlamentari di alcun genere. Presenterà il programma dei primi cento giorni pubblicamente, davanti a tutti gli italiani”.
E se Beppe Grillo “vorrà assumersi la responsabilità di impedirne la realizzazione, se i suoi parlamentari decideranno di non sostenerlo, vorrà dire che si tornerà a votare e giudicheranno gli elettori”.
Notevole anche l’attività dei cittadini in rete.
Da segnalare la petizione firmata da Guido Allegrezza su Change. org. Una lettera diretta a Bersani, Vendola e Grillo.
Vi si legge: “L’Italia ha scelto e ha scelto bene, anzi benissimo. Gli elettori e le elettrici hanno dato le carte. Adesso voi dovete giocare la partita bene e con abilità . Guardate a ciò che vi unisce, tramutate i vostri programmi in un’agenda per i prossimi 5 anni e trasformate l’Italia. Questa è una partita con una mano sola. Non sprecatela”.
Infine, il ritorno dei sondaggisti. Istituto Swg per Agorà , la trasmissione di RaiTre: “per il 72% degli elettori di centrosinistra e per il 66% di quelli del Movimento 5 Stelle, Bersani e Grillo dovrebbero allearsi e governare assieme”.
Le larghe intese?
“Per il 16% degli elettori del centrosinistra e per il 14 percento di quelli del movimento 5 stelle, il Pd dovrebbe puntare sull’appoggio di tutte le forze in parlamento”.
Il governissimo si ferma al 2% dei consensi per entrambi i bacini elettorali.
Carmine Saviano
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE FA MARAMAO E NON MANTIENE LE PROMESSE: DA RONCHI A URSO, I GRANDI ESCLUSI DAL PDL
Indignati. Amareggiati. Offesi. 
Non se lo aspettavano gli esponenti di An confluiti nel Pdl, o ritornati dopo una breve parentesi finiana, di finire, nella stragrande maggioranza, fuori dalle liste del Pdl.
Le parole per descrivere lo stato d’animo nel day after le trova Mario Landolfi: «È stata una pulizia etnica. Paghiamo quelle “lettere scarlatte”: An».
E mentre Giorgia Meloni spalanca agli esclusi (e ai loro elettori) le braccia di Fratelli d’Italia e Francesco Storace quelle della Destra, loro vivono momenti amari.
È così per Andrea Ronchi: l’unico ministro ex an del governo Berlusconi non compreso nelle liste del Pdl.
Fondatore di An, portavoce del partito di Gianfranco Fini, il più accanito sostenitore dell’alleanza con Silvio Berlusconi, in vista di un rafforzamento del centrodestra, aveva avuto fino alla vigilia delle liste ampie rassicurazioni verbali della sua candidatura.
Volate, come quelle dei suoi compagni di partito, in silenzio.
«Nessuno ci ha cercato. Sono profondamente rattristato e deluso. Dai comportamenti umani ancor prima che politici», dice.
Gli pesa che sulla bilancia non sia stato messo il suo «lavoro svolto come ministro delle Politiche europee con attestati di stima del mondo imprenditoriale e internazionale nella battaglia in difesa del made in Italy, contro la contraffazione, a sostegno della lingua italiana, sul clima».
Paga l’aver seguito Fini in Fli?
«Eravamo amici d’infanzia. E quando Angelino Alfano fece riferimento al Partito popolare europeo con Urso uscimmo da Fli. Tornai nel Pdl senza chiedere nulla in cambio».
A differenza di Razzi e Scilipoti, che il premio lo hanno ritirato in lista, per lui nemmeno un posto in coda, malgrado l’appoggio politico dato con Urso ad Alfano portando al fianco del segretario Pdl Aznar.
Assieme ad Adolfo Urso, Pippo Scalia, Maurizio Saia e Giuseppe Menardi, Ronchi ha scritto ieri una nota: «Nella formazione delle liste hanno prevalso altre logiche sulle quali non ci interroghiamo, lo faranno gli elettori. Abbiamo sempre operato con disinteresse, scegliendo e talvolta sbagliando solo sulla base di convinzioni politiche profonde e coerenti, anteponendo sempre gli interessi generali a quelli personali».
Pentiti? Adolfo Urso assicura di no: «Quello che abbiamo fatto lo rifaremmo. Con coerenza e impegno abbiamo agito sempre senza promessa di aver nulla in cambio». Concorda Silvano Moffa: «Alla luce di quello che è successo, meglio fuori che dentro. Non capisco la motivazione. Mi sarei aspettato logiche più politiche e meno personali. Invece ho assistito in maniera disincantata a uno spettacolo esilarante e poco dignitoso».
Valeva la pena seguire Berlusconi abbandonando Fini quando cercò di farlo cadere? «La scelta del 14 dicembre 2010 la rivendico. Odio i ribaltoni e sono stato coerente con l’elettorato di centrodestra. Ed è stata una scelta nell’interesse del Paese che in quel momento non poteva andare alle elezioni. Tant’è che quando Berlusconi si è tirato indietro non si è tornati alle urne».
Mario Landolfi tornerà «a fare il giornalista» a Il Secolo d’Italia, diretto da un altro escluso eccellente, Marcello De Angelis.
Con un dente amaro nei confronti degli antichi compagni di strada Maurizio Gasparri e Altero Matteoli: «Dovevano difenderci. Io sono stato ministro, due volte in vigilanza, una certa notorietà ce l’ho».
Hanno pesato le pendenze penali?
«No. La mia candidatura non è neanche arrivata al tavolo delle liste. C’è stato un veto di Nitto Palma che col quale sono in netto contrasto sulla gestione del partito. Mi consola che sono stato bocciato dalla nomenclatura e non dagli elettori».
Gliela farà pagare?
«Mio padre, vecchio profumiere, diceva che bisognava vivere di clienti stanziali, bisognava accudirli, non trattarli con sufficienza. La gente guarderà a quale Maradona si è dovuto fare spazio. E se Maradona non lo troverà , si regolerà ».
Virginia Piccolillo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SI APRE IL PROBLEMA FITTO.. PROTESTE PER I CATAPULTATI E PER QUALCHE INQUISITO… ENTRANO IL CHIRURGO PLASTICO DEL CAVALIERE E LA DAMA BIONDA
Si chiamano «catapultati» e ogni volta che atterrano in un collegio provocano piccole scosse telluriche.
Ma una sorta di bradisismo più o meno intenso ha interessato buona parte delle liste del Pdl.
Turbolenze causate da «trombati» eccellenti, da innesti spericolati e rivolte dei dirigenti locali.
Dalle Marche all’Abruzzo, dalla Liguria alla Toscana, dalla Lombardia alla Calabria, sono molti i casi.
A cominciare dall’esclusione degli ultimi ex an restati nel Pdl: nessun posto in lista per Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli (salvi invece Andrea Augello e Barbara Saltamartini).
Tanto che Mario Landolfi arriva a parlare di «pulizia etnica». E Viespoli: «Non partecipo al suicidio del centrodestra».
Un caso quello degli ex An, come è un caso quello che accade in Puglia, dove il capolista alla Camera, il governatore Raffaele Fitto, è stato raggiunto dalla notizia della richiesta di una condanna a 6 anni e 6 mesi per corruzione, finanziamento illecito, peculato e abuso d’ufficio, in un’inchiesta sugli appalti.
Il «direttorissimo» Augusto Minzolini è planato come numero 2 al Senato in Liguria, regione dove la composizione delle liste ha scontentato tutti, a partire dagli scajoliani. L’ex direttore del Tg1, accusato di peculato per le spese con la carta di credito aziendale, ha accolto con sollievo la candidatura: «Mi sentivo emarginato, come se qualcuno mi avesse messo il bavaglio: ora finalmente potrò dire la mia».
Il coordinatore regionale Michele Scandroglio ha protestato contro «un’invasione eccessiva e inopportuna». Per Angelo Vaccarezza, presidente della Provincia di Savona, «questa terra è diventata l’Abissinia del partito, con i coloni Minzolini e Lainati».
In Piemonte, nella prima circoscrizione del Senato, ecco il romanissimo Daniele Capezzone.
Non è l’unico che ha scarsa dimestichezza con il Piemonte: ci sono anche Elio Vito, Annagrazia Calabria e Bruno Archi.
Rientra la protesta nelle Marche, dove il deputato uscente Remigio Ceroni aveva annunciato il ritiro dalla politica, avendo visto «le Marche massacrate».
Ieri Ceroni è tornato in lista.
Ma rientrata la sua protesta, è arrivata quella del coordinatore di Pesaro-Urbino Alessandro Bettini, che a sorpresa ha ritirato la candidatura.
La presenza di Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, i due ex Idv decisivi per la sopravvivenza del governo Berlusconi, ha provocato più di una protesta.
La riconoscenza berlusconiana è valsa un posto in Calabria a Scilipoti, dirottato dall’Abruzzo dopo le proteste.
Posto numero 6: poltrona non garantita.
Ancora più in bilico quella di Razzi, in Abruzzo.
Il governatore Giovanni Chiodi ha protestato, l’ex Idv ha fatto valere la residenza a Pescara, ma è sceso al quarto posto in lista.
Infuriato il presidente del consiglio regionale, Nazario Pagano, che parla di «sfregio».
Proteste anche in Toscana. E in Emilia-Romagna, dove è candidato l’ex sindaco socialista di Roma Franco Carraro.
Proprio l’uomo che, da presidente della Fgci ai tempi di Calciopoli, fu accusato dai tifosi del Bologna per la retrocessione della squadra.
Esclusi parlamentari storici come gli ex an Filippo Berselli e Fabio Garagnani.
Fuori anche Giampaolo Bettamio.
Forte malumore in Lombardia, dove ci sono innesti poco graditi.
Come Alessia Ardesi, una giovane che lavora al Mattinale del Pdl.
Nella stessa redazione cara a Berlusconi lavora anche Giovanna Del Giudice, ex meteorina. Ma in Lombardia i malumori riguardano anche l’arrivo di Salvatore Sciascia, condannato a 2 anni e 6 mesi per la corruzione di alcuni ex colleghi della Guardia di Finanza.
C’è anche Lucio Barani, craxiano a tal punto da erigere una statua a Bettino. Altro caso a Brescia, per Giuseppe Romele, indagato per false dichiarazioni.
È un caso anche la candidatura di Antonio Verro, attuale componente del Cda Rai.
E se in Campania, dopo l’esclusione di Cosentino, è stato caos liste, nell’elenco di Grande Sud spunta la nipote di Mara Carfagna, Maria Rosaria.
Tra le new entry del Pdl ci sono la giornalista Romana Liuzzo e il chirurgo plastico del Cavaliere Maria Rizzotti.
Alessandro Troncino
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
SONO SETTE GLI EX AN CHE, SE TROMBATI, TORNERANNO AL GIORNALE, FACENDO MATURARE LA PENSIONE DA GIORNALISTA OLTRE AL VITALIZIO PARLAMENTARE
Mario Landolfi, Francesco Storace, Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri, Silvano Moffa, Italo Bocchino,
Gennaro Malgieri. Cosa hanno in comune questi sette politici oltre alle radici in Alleanza Nazionale?
Oggi sono divisi: Giorgia Meloni ha fondato “Fratelli d’Italia” con Guido Crosetto, remake dell’omonimo cinepanettone del duo Boldi-De Sica. Francesco Storace resta fedele alla sua “Destra”, Maurizio Gasparri sta con Berlusconi.
Il mite Silvano Moffa guida un manipolo semisconosciuto denominato “Popolo e Territorio”.
Mario Landolfi e Gennaro Malgieri sono montiani e Italo Bocchino per ora rimane accanto a Fini.
I magnifici sette corrono sotto insegne diverse ma li accomuna l’uscita di sicurezza in caso di disastro elettorale: il 26 febbraio potrebbero mettersi in fila davanti al portone di via della Scrofa 43 per riprendere il loro posto nella redazione del Secolo d’Italia.
Mario Landolfi, assunto nel 1991 è in aspettativa parlamentare dal 1994, come Francesco Storace assunto nel 1986 e in aspettativa con la qualifica di caposervizio; Giorgia Meloni, consigliere provinciale a 21 anni nel 1998, è entrata nel 2004 ed è in aspettativa parlamentare dal 2006.
Maurizio Gasparri assunto nel 1983 come Moffa è in aspettativa dal 1992, mentre Moffa è in aspettativa dal 1998.
Italo Bocchino, assunto nel 1991 è in aspettativa dal 1996 mentre il più anziano e alto in grado è Gennaro Malgieri, assunto nel 1979 e in aspettativa dal 1996, con la qualifica di direttore, incarico ricoperto dal 1994, dopo Gasparri.
Il giornale che hanno lasciato in edicola non c’è più.
Da ieri per la prima volta l’organo di An non è in edicola.
L’editoriale di commiato del direttore-deputato (non retribuito), Marcello De Angelis, si chiude così: “da gennaio, sarà on line. La battaglia continua, con altri mezzi”.
Il giornale vendeva a malapena 700 copie reali al giorno e la nuova legge sui contributi ai giornali di partito ha favorito il passaggio sul web permettendo il rimborso del 70 per cento delle spese invece del 50 per cento riservato ai giornali di carta.
L’organico comunque dovrà essere ridotto.
Oggi ci sono 14 giornalisti più i sette in aspettativa più l’ex direttore finiano Flavia Perina, in causa da quando è stata licenziata in tronco senza nemmeno il riconoscimento del Tfr.
E c’è pure il caso anomalo dell’ex portavoce di Fini, Salvo Sottile assunto dal Secolo nel 2006 (anno dello scandalo Vallettopoli-Gregoraci) ma che figura “in distacco”.
Il suo stipendio oggi non è a carico del Secolo ma è più alto di tutti i colleghi e preoccupa per il futuro i contribuenti.
Il Secolo, oltre alle iniezioni di liquidità permesse dai rimborsi elettorali ad An, è costato ai contribuenti più di 20 milioni solo negli ultimi sette anni.
Il Dipartimento editoria della Presidenza del consiglio ha versato 2 milioni e 433 mila euro per il 2010, 2 milioni e 952 mila euro per il 2009, 2 milioni e 950 mila nel 2008, 2 milioni e 959 mila euro nel 2007, 3 milioni e 98 mila euro nel 2006, 3 milioni e 98 mila euro nel 2005, 3 milioni e 98 mila euro nel 2004, per un totale di 20 milioni e 588 mila euro che non sono bastati a sostenere un organico di 40 persone.
Per rimettere in equilibrio i conti nell’ottobre scorso, l’amministratore nominato dalla liquidazione del Tribunale, Alberto Dello Strologo, aveva preparato un piano — approvato dai liquidatori Marco Lacchini e Giuseppe Tepedino — che riduceva l’organico a sette giornalisti decretando di fatto la fuoriuscita dei parlamentari in aspettativa.
Il Presidente del Tribunale di Roma, Mario Bresciano, però ha fermato tutto nominando due nuovi liquidatori, Davide Franco e Andrea D’Ovidio, ai quali ha chiesto di trasferire subito la proprietà del Secolo d’Italia dalla liquidazione (diretta dal Tribunale) alla Fondazione (di Alleanza Nazionale) dove comandano i politici che, alla fine, hanno deciso di salvare il posto ai giornalisti, compresi quelli in aspettativa.
La riduzione dell’organico alla fine riguarderà solo gli impiegati comuni. Gasparri e compagni possono restare in aspettativa.
La Fondazione (presieduta dal senatore Francesco Mugnai, e diretta da un comitato di cui fanno parte anche il finiano Lamorte, La Russa, Alemanno, Matteoli e Gasparri) per permettere la sopravvivenza del Secolo ha comprato le quote e ha immesso nella società 700mila euro cash rinunciando anche ai suoi crediti per circa mezzo milione.
I soldi non mancano: sui conti correnti della Fondazione ci sono 65 milioni di euro cash provenienti dai rimborsi elettorali più altri 35 milioni di euro in immobili.
Grazie al liquido della Fondazione An, la scialuppa dei sette parlamentari resta a galla, pronta ad accoglierli in caso di naufragio elettorale.
Silvano Moffa nel 2003, dopo aver perso la provincia di Roma, è tornato al Secolo per nove mesi fino a quando è stato eletto sindaco di Colleferro nel 2004.
Senza contare il vero vantaggio: la doppia pensione da giornalista che si unisce al vitalizio parlamentare.
Fino al 1999, tutti i giornalisti in aspettativa parlamentare maturavano i contributi figurativi senza versare un euro.
Dal 1999 i parlamentari pagano almeno la loro quota di contributi fissata all’8,69 per cento.
Mentre la parte a carico dell’editore la paga l’Istituto previdenziale, cioè i giornalisti tutti.
Al Fatto che gli chiede se, in un momento di sacrifici, non sarebbe il caso di rinunciare alla pensione da giornalista, avendo già diritto al vitalizio parlamentare, Gasparri replica: “Se qualcuno davvero volesse togliermi questo diritto mi dovrebbe prima restituire i contributi già pagati. E’ un diritto riconosciuto a chiunque vada in aspettativa e non è un privilegio. Se la vogliamo dire tutta io al Secolo ho fatto il direttore pagato solo come un caposervizio e, dopo l’elezione del 1992, l’ho fatto anche gratis fino al 1994, quando sono stato nominato sottosegretario e ho lasciato. Altro che privilegio”.
Al Secolo sono avvertiti: poche storie o l’ex direttore Gasparri chiede pure gli arretrati.
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Dicembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
FOTOGRAFIA DI UN GRUPPO ALLO SBANDO DOVE LA POSTA IN GIOCO E’ STRAPPARE QUALCHE CONCESSIONE AL CAVALIERE CHE LI VUOLE AI MARGINI DEL SUO NUOVO PROGETTO
Maurizio? Come un fratello. 
Giorgia? Una sorella minore.
Dissidi tra noi? No, sul piano personale non cambia niente.
Da giorni gli ex colonnelli di An, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri in specie, spiegano con ogni mezzo comunicativo che il lessico familiare di via della Scrofa, sede storica della destra che fu missina, non si tocca, che si può andar dove si vuole ma in fondo si è sempre parenti.
Troppa strada fatta insieme, troppi giorni e notti, troppe cose comuni per dividersi su quisquilie come la nuova militanza in partiti diversi (veri, costituendi o ipotetici che siano), o prendere sul personale quella fatale necessità che li costringe a sparpagliarsi per ogni dove, ciascuno titolare di un pezzettino piccolissimo, quasi un rapporto uno a uno tra i movimenti e i loro capi (La Russa con Centrodestra nazionale, Gasparri col Pdl, Alemanno con Italia popolare, Meloni con Senza paura, eccetera).
Ma fratelli, sorelle, cugini, padri e nonni si dicono ancora.
Ed è una petizione d’origini che un po’ immalinconisce, ormai. Anche perchè poi fa ritornare in mente le foto, di quell’album di famiglia, scatti dove erano tutti più giovani, taluni con più capelli, e parevano persino meno infelici.
Per esempio, quella del matrimonio di Italo Bocchino con Gabriella Buontempo.
Ci sono gli sposini, al centro seduti, accanto Pinuccio Tatarella, e tutto intorno, disposti ad aureola, Altero Matteoli e Adolfo Urso, Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Ignazio La Russa.
Era il 1995, An appena nata.
E passati diciotto anni, dopo che tutti sono stati con tutti, in formazione variabile, adesso nessuno in pratica sta più con nessuno, persino il matrimonio Bocchino-Buontempo è esploso.
Ciascuno è andato o sta andando per sè, nella scacchiera impazzita di un plotone vasto il cui principale scopo oggi è rientrare in Parlamento, ma nessuno (o quasi) riesce a liberarsi di quel richiamo, di quel tic, di quelle foto, del riflesso pavloviano della famigliona missina o per lo meno dei suoi scampoli.
Anche se non sa più che farne.
E a buttarla in politica va ancora peggio, perchè davvero, come dice pro domo sua Francesco Storace, leader della Destra, “in effetti uno se lo chiede. A che serve un nuovo contenitore nel centrodestra promosso da chi esce dal Pdl in dissenso con i metodi del Pdl per poi ritrovarsi ad appoggiare il leader del Pdl?”.
Bisogno in effetti non si sente, dissidi veri non ce ne sono — per lo meno non più di prima.
E’ però, spiegano nei corridoi, il volere di Berlusconi, quello di spacchettare il Pdl e ricollocare per quanto possibile gli aennini là dove sono venuti; lontano, comunque, dal cuore pulsante del suo progetto, che non può certo suonare nuovo con le loro facce.
E i colonnelli dell’ex An, buoni buoni, s’attrezzano alla bisogna.
S’attrezzano, in qualche modo a diventare davvero degli ex colonnelli: in una specie di prepensionamento forzato del quale non ci sono che da trattare i margini.
Una buona liquidazione, un contrattino a termine, un posticipo dei termini.
E se per ottenere qualche risultato bisognerà rassegnarsi a far spazio a Giorgia Meloni e mandare avanti lei — a quanto pare sarebbe questo il destino di La Russa – pazienza, andrà benissimo lo stesso.
Giorgia, del resto, è come una sorella minore.
Susanna Turco
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
“ENNESIMO TENTATIVO DI SCIPPO DELLA DENOMINAZIONE “FRATELLI D’ITALIA” DENUNCIA L’OMONIMO MOVIMENTO CHE LO HA REGISTRATO OTTO ANNI FA
Pubblichiamo il comunicato inviatoci dal Movimento “Fratelli d’Italia”, con marchio registrato nel 2004
Dopo i tentativi dell’On. Michaela Biancofiore, che lo scorso ottobre avviò una campagna mediatica nel tentativo di creare un nuovo soggetto politico con il nome “Fratelli d’Italia”, alla data del presente comunicato, con grande stupore e disappunto, constatiamo che gli On.li Giorgia Meloni e Guido Crosetto avrebbero fondato un nuovo soggetto denominandolo come il nostro.
Appare evidente che quelli del Popolo delle Libertà , transfughi o meno, sono a corto di idee. Non paghi di annoverare tra le loro fila personaggi che hanno abusato dei denari dei contribuenti, adesso si prendono pure il lusso di produrre ladri di identità .
Noi del Movimento Politico “Fratelli d’Italia”, l’autentico centro-destra italiano, costituito nel 2004 e già alleato in amministrazioni locali prima con Forza Italia e poi con il Popolo delle Libertà , smonteremo anche questo ennesimo vergognoso tentativo di scippo.
Le nostre idee ed il nostro programma, che anticipano abbondantemente perfino il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, non saranno mai alla mercè di gente priva di idee e di scrupoli. Men che meno da chi si professa di destra e ne calpesta gli ideali.
Ci auguriamo che gli On.li Meloni e Crosetto facciano immediata e pubblica ammenda, al fine di bloccare questa ennesima scia mediatica che danneggia notevolmente il nostro Movimento.
Perchè qualora tale abusivo uso politico del nome “Fratelli d’Italia” dovesse continuare, seguirebbero immediatamente risolute azioni legali.
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Dicembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
DOVEVANO RAPPRESENTARE UNA “NUOVA DESTRA”, SONO GIA’ FINITI ALLA RICERCA DEL PATERACCHIO CON IL “CENTRODESTRA NAZIONALE” E A PORTARE LA BORRACCIA AL CAVALIERE
Il solito tweet e l’annuncio lampo è confezionato. “E’ ufficiale. Io e Guido Crosetto lasciamo il Pdl.
Nasce Fratelli d’Italia, movimento di centrodestra. Onestà , partecipazione, meritocrazia”.
Parole ed entusiasmo firmati Giorgia Meloni.
Il nuovo movimento, assieme agli ex An di Ignazio La Russa, andrà a dar vita alla nuova “cosa” di destra che, in vista del voto, dovrebbe allearsi con il Pdl. Meloni e Crosetto però propongono che il candidato premier sia scelto in base al consenso elettorale dei leader della coalizione.
“Abbiamo deciso di fare un passo in avanti dando vita a un movimento che resta nell’ambito del centrodestra e che possa incarnare quei valori come la partecipazione, la democrazia, il merito” aggiunge l’ex ministro della Gioventù.
Il percorso porta verso un’unione con gli altri “esuli” del Pdl, quelli capeggiati da Ignazio La Russa, ma nell’incontro di oggi, durato due ore, gli uni e gli altri sono rimasti divisi sulla scelta del nome e del simbolo con l’ex colonnello di An fermo su “Centrodestra nazionale” e Meloni e Crosetto su “Fratelli d’Italia”.
L’altro nodo da sciogliere, il candidato premier: “Il nostro movimento ha una base nel centrodestra e non è contro Berlusconi” ribatte Crosetto.
A chi chiede conferma dell’alleanza elettorale col Pdl, l’ex sottosegretario risponde: “Lasciateci iniziare, si tratta di una scelta coraggiosa, fatta senza un euro in tasca come molti italiani, vediamo che succederà “.
Poi, intervenendo a La Zanzara su Radio 24, Crosetto corregge il tiro: “Domani annunceremo un accordo elettorale con La Russa e il suo ‘Centrodestra nazionale’.
L’alleanza sarà anche col Pdl”. “E chi sarà il candidato premier?”, chiedono i conduttori Giuseppe Cruciani e Davis Parenzo. “Sulla carta a esserlo è Berlusconi. Nei partiti che si confrontano in un’alleanza quello che prende più voti indicherà il premier”.
Meloni e Crosetto, in sostanza, ribaltano la prassi di legge e considerando le politiche come una sorta di surrogato delle defunte primarie del Pdl, propongono che il candidato premier sia indicato a elezioni concluse dalla forza che avrà ottenuto più voti. Un po’ come accadde nel 2006, con lo schema “a tre punte” messo in campo allora da Fi, An e Udc.
Intanto la trattativa con La Russa è stata sul logo e il nome.
La Russa è partito da “centrodestra nazionale”; Crosetto e Meloni vorrebbero spingevano per inserire nel simbolo della ‘nuova cosa di destra’ il loro nome, lasciando a La Russa il ruolo di ‘padre nobile’.
Proposta respinta e controproposta: “Fratelli d’Italia con sottotitolo “centrodestra nazionale”.
E questa, alla fine, è la soluzione che sarebbe stata scelta. Crosetto e Meloni sarebbero riusciti a inserire la scritta ‘Fratelli d’Italia’ in testa al simbolo su sfondo azzurro sopra il nodo tricolore, mentre La Russa avrebbe ottenuto il nome ‘Centrodestra nazionale’ nella parte bassa.
L’annuncio ufficiale dell’accordo sarà dato domattina in una conferenza stampa congiunta.
Diatribe su nomi e loghi a parte, l’uscita di Meloni e Crosetto dal Pdl e la nascita di ‘Fratelli d’Italia’ inizia già a produrre i suoi effetti sulla “geografia” politica degli enti locali. Il nuovo movimento politico nascerà ad esempio anche alla Regione Toscana, dove il consigliere regionale Giovanni Donzelli ha annunciato l’addio al Pdl per aderire alla nuova formazione politica. In Toscana anche il vicecoordinatore fiorentino del Pdl, il senatore Achille Totaro, ha fatto il passo, come pure il consigliere comunale Francesco Torselli.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO ORA SAREBBE CONVINCERE LA MELONI E CROSETTO CHE PERO’ TRATTANO SU LEADERSHIP, LISTE, CARICHE E RISORSE E ORMAI GIOCANO IN PROPRIO
Il giorno dopo aver varato ufficialmente il suo nuovo partito (battezzato provvisoriamente ‘Centrodestra nazionale’), l’ex ministro della Difesa e a questo punto pure ex coordinatore nazionale azzurro Ignazio La Russa conta le sue truppe, convinto di poter contare alla fine su circa 30 parlamentari tra Camera e Senato,oltre a un cospicuo numero di consiglieri regionali, provinciali e comunali.
Ai quali vanno aggiunti alcuni esponenti della società civile e un drappello di amministratori locali come il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli.
Tra i deputati pronti a seguire La Russa (oltre ai fedelissimi dell’area lombarda Massimo Corsaro, Viviana Beccalossi e Riccardo De Corato) ci sarebbero Pietro Cannella, Carlo Ciccioli, l’ex presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, Agostino Ghiglia, Tommaso Foti, Carlo Nola.
Al Senato La Russa farebbe affidamento su un altro gruppo di fedelissimi (tra questi, Alfredo Mantica, il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli, Alberto Balboni, Achille Totaro, Antonino Caruso, Giuseppe Milone).
L’ex ministro starebbe poi guardando con attenzione agli ‘alemanniani’ scontenti della linea di via dell’Umiltà : si parla del possibile coinvolgimento della deputata Paola Frassinetti.
Caso a parte Alfredo Mantovano che fa parte dell’ala montiana pidiellina: deluso dal Cav e contrario alla creazione di una nuova ‘cosa’, l’ex sottosegretario attende le prossime mosse del Professor Monti.
Anche ‘Fare Italia’ è divisa sul futuro: mentre Andrea Ronchi resterebbe nel Pdl, Adolfo Urso aspetta le mosse Monti.
Proseguono, intanto, i contatti con Giorgia Meloni e Guido Crosetto.
Il trio è stato visto oggi a fitto colloquio sui divanetti del Transatlantico, durante una delle pause nei lavori della Camera.
La Russa spiega di essere pronto ad archiviare ‘Centrodestra nazionale’ per creare “un soggetto politico assolutamente diverso”, insieme ai due.
“Stiamo discutendo, vediamo come si evolverà la situazione”.
E lascia intendere che è disponibile a fare il padre nobile dell’operazione politica lasciando alla Meloni il ruolo di ‘front woman’, in tandem con lo ‘Shrek azzurro’, così come Crosetto viene scherzosamente chiamato dai suoi.
Ma la Meloni e Crosetto sarebbero anche gli unici che, deputati uscenti a parte, sarebbero in grado di portare anche l’entusiasmo dei militanti e vorrebbero “provarci in proprio”, magari con la sigla “Fratelli d’Italia”.
E anche la loro impostazione è piuttosto distante da quella di La Russa.
Ieri sera Berlusconi avrebbe offerto alla Meloni e a Crosetto il ruolo di coordinatori del Pdl a fianco di Alfano. Se hanno detto di no all’offerta del Cavaliere, difficile dicano di sì a quella di ‘Gnazio.
Anche perchè in ballo ci sono liste, cariche e risorse.
Berlusconi, che ha pilotato la scissione di La Russa, non vuole assolutamente un secondo partito di centrodestra: i suoi sondaggi dicono che la Russa, Storace, Meloni e Crosetti potrebbero valere oltre il 4%.
Ma se la Meloni non ci sta si rischia un bagno.
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