Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
DIVERSI CASI GIUDIZIARI …. “LEGAMI CHE POSSONO AVER INFLUENZATO LA POLITICA AMERICANA”
Donald Trump, la sua società e i suoi partner si sono rivolti ripetutamente a ricchi cittadini e
oligarchi russi – molti dei quali legati alla criminalità organizzata – per espandere negli anni le loro attività immobiliari.
Lo sostiene il quotidiano Usa Today che cita casi giudiziari, documenti legali e governativi e un’intervista a un ex procuratore federale: sono emersi legami con almeno 10 uomini d’affari dell’ex Unione sovietica collegati ad organizzazioni criminali o al mondo del riciclaggio.
Ciò, afferma Usa Today, “solleva preoccupazione sulla possibilità che le politiche siano influenzate”.
Le indagini.
I collegamenti russi di Trump hanno suscitato interesse dopo che un’indagine dell’FBI ha evidenziato una possibile collusione tra la campagna elettorale del tycoon e la capacità di alcuni operatori russi di interferire sulle elezioni dello scorso autunno.
Ma non finisce qui: a quanto pare, Trump e le sue aziende hanno avuto rapporti d’affari con i russi risalenti a decenni fa, cosa che solleva dubbi sul fatto le sue politiche sarebbero state influenzate da interessi commerciali.
Lo scorso febbraio, Trump ha dichiarato di non avere avuto “rapporti con la Russia”: “Io non ho affari con la Russia, non ho contratti che si devono realizzare in Russia perchè mi sono tenuto lontano e non ho debiti in Russia”.
Eppure nel 2013, dopo aver incontrato alcuni investitori a Mosca, si vantava del suo patrimonio immobiliare e di conoscere russi ricchi e potenti. “Ho un ottimo rapporto con molti russi e quasi tutti gli oligarchi erano nella mia stanza”, aveva dichiarato, riferendosi ai russi che hanno fatto fortuna quando le ex imprese statali sovietiche sono state cedute a investitori privati.
Tra le persone che si sospetta abbiano avuto rapporti d’affari con Trump c’è un membro della società che ha sviluppato il Trump SoHo Hotel di New York: si tratta di un criminale condannato per due volte che ha trascorso un anno di prigione per aver accoltellato un uomo e poi tenuto sotto controllo per gli investimenti di Trump in Russia.
Un altro è un investitore del progetto di SoHo, accusato dalle autorità belghe nel 2011 per il riciclaggio di 55 milioni di dollari. Tre proprietari di immobili di Trump in Florida e Manhattan sono stati accusati accusati di appartenere a un gruppo criminale organizzato russo-americano.
C’è, poi, un ex sindaco del Kazakistan accusato a Los Angeles nel 2014 di nascondere milioni di dollari rubati dalla sua città : alcuni di questi soldi sono stati spesi per tre unità del l’hotel SoHo di Trump.
Infine, il proprietario ucraino di due palazzi di Trump in Florida è stato incriminato per riciclaggio di denaro in un’inchiesta federale che coinvolge un ex primo ministro dell’Ucraina.
Il mediatore immobiliare newyorkese, Dolly Lenz, ha detto di aver venduto circa 65 immobili di Trump a investitori russi, molti dei quali hanno chiesto di avere incontri personali con Trump. “Ho avuto contatti a Mosca con persone che volevano investire negli Stati Uniti – ha detto Lenz -. Tutti volevano incontrare Donald. Sono stati molto amichevoli. Molti di questi incontri sono avvenuti nell’ufficio di Trump nella Trump Tower o in occasione delle vendite”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DELLA CNN: LA FBI INDAGA SU CONTATTI TRA MEMBRI DELLO STAFF DI TRUMP CON AGENTI SEGRETI RUSSI PER INFLUENZARE LE ELEZIONI PRESIDENZIALI
La CNN ha pubblicato un report il cui contenuto potrebbe fare davvero male alla Presidenza Trump
e addirittura — se quanto scritto venisse confermato — portare ad un impeachment del Presidente USA.
Secondo la CNN, che ha ottenuto le informazioni da alcuni funzionari, il Federal Bureau of Investigation sarebbe in possesso di informazioni in base alle quali persone coinvolte nella campagna elettorale di Donald Trump e collegate a Trimp sono state in contatto con sospetti agenti dei servizi segreti russi per coordinare la pubblicazione di informazioni atte a danneggiare la campagna della candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.
Secondo le fonti della CNN è proprio questo il genere di indagini che sono state menzionate dal direttore del FBI James Comey durante la sua audizione al Congresso di lunedì 20 marzo.
Lunedì Comey ha detto che il Bureau non è in possesso di informazioni riguardanti le accuse mosse da Trump ad Obama di averlo fatto spiare dai servizi segreti e al tempo stesso ha dichiarato che i federali stanno investigando sui rapporti tra la campagna elettorale di Trump e agenti russi perchè esiste una “ragionevole accusa” a proposito di illeciti che sono stati commessi e che fanno supporre che cittadini americani (non è stato specificato quanti e quali) abbiano potuto agire come agenti al soldo di una potenza straniera.
Le fonti della CNN fanno sapere che “persone connesse con la campagna [di Trump] erano in contatto [con agenti russi] e risulterebbe che davano il via libera per la pubblicazione di informazioni” per indebolire la posizione della candidata repubblicana e che la Russia si è adoperata per condizionare il processo elettorale statunitense in favore di Trump.
Non è chiaro chi siano questi collaboratori del comitato elettorale di Donald Trump in contatto con sospetti agenti russi ma si sa invece che il Bureau ha già messo sotto indagine, per un’accusa simile quattro uomini che hanno lavorato per l’attuale Presidente: il Generale Michael Flynn ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Paul Manafort consigliere di Trump ed ex presidente del comitato elettorale accusato di aver legami con oligarchi russsi e di essersi adoperato a favore dei russi in Ucraina, in particolare Manafort — ha rivelato qualche giorno fa la NBC — ha avuto tra i suoi clienti Oleg Deripaska, un miliardario russo molto vicino a Vladimir Putin. Donald Trump ha fatto sapere di non essere a conoscenza dei rapporti tra Manafort e Deripaska.
Altri due collaboratori di Trump fino ad ora coinvolti nell’inchiesta sono Roger Stone che sostiene che i servizi segreti britannici spiassero Trump e Carter Page che per un breve periodo è stato consulente per la politica estera del comitato elettorale del candidato repubblicano.
Tutti e quattro hanno respinto ogni addebito e negato qualsivoglia coinvolgimento. Uno dei principali consiglieri di Trump per la politica estera, il senatore Jeff Session, si è incontrato più volte con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak ma si era “dimenticato” di farne menzione quando venne interrogato dalla Commissione parlamentare.
Se quello che ha pubblicato la CNN è vero allora si aprirebbe la porta ad un’altra domanda davvero pericolosa per il Presidente: Donald Trump era al corrente dei rapporti tra agenti russi e membri dello staff del suo comitato elettorale?
Se la risposta risultasse essere affermativa allora difficilmente Trump potrebbe evitare l’impeachment da parte del Congresso (e c’è anche da chiedersi se Trump è in qualche modo ricattabile da Putin).
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile
I REPUBBLICANI COSTRETTI A RITIRARE LA LEGGE CHE DOVEVA ABROGARE LA RIFORMA SANITARIA DI OBAMA… DOPO IL BLOCCO MANCATO AGLI IMMIGRATI UNA SECONDA PESANTE SCONFITTA PER IL PRESIDENTE
Donald Trump incassa la prima sconfitta grave tra i “suoi”.
È costretto a ritirare il progetto di contro-riforma sanitaria, che doveva cancellare la nuova sanità introdotta nel 2010 da Barack Obama.
La dèbacle arriva al termine di una giornata convulsa, segnata da lacerazioni tra i repubblicani. Il ritiro del progetto di legge voluto da Trump è una decisione obbligata, presa in un clima di caos, a pochi minuti dall’inizio di una votazione alla Camera dove la sua bocciatura era ormai un certezza.
L’opposizione democratica gongola, i repubblicani si sono rovinati da soli, con una guerra intestina tra fazioni del partito.
Alla prova più cruciale l’autorità del presidente è stata insufficiente a compattare il partito. Ora Trump e il suo interlocutore istituzionale, il presidente della Camera Paul Ryan, devono raccogliere i cocci, ripartire da zero.
Il presidente cerca di mascherare la sconfitta cambiando tema: “Ora occupiamoci della riforma fiscale, per ridurre le imposte”, annuncia in serata.
Il disastro sulla sanità ha ricadute politiche e di sostanza. Cominciando dalla seconda: gli americani per ora si tengono Obamacare. Nel bene e nel male.
La riforma del 2010 ha allargato la platea degli assicurati con quasi 20 milioni di cittadini che per la prima volta hanno avuto la copertura dell’assistenza medica e ospedaliera.
Inoltre è stato vietato alle compagnie assicurative rifiutare dei clienti perchè “già ammalati in passato”, una pratica che prima era corrente.
Con dei costi elevati, però, in certi casi a carico delle aziende, in altri dei cittadini stessi. E senza riuscire a calmierare i prezzi: nè le tariffe assicurative, nè quelle medico-ospedalieri, nè i prezzi dei farmaci.
L’alternativa repubblicana? Sarebbe stata ancora peggiore, peggiorando la situazione per 24 milioni di persone (stime indipendenti del Congressional Budget Office), in nome di un ritorno alla libertà di mercato più sfrenata.
Per esempio, nel disegno di legge repubblicano doveva scomparire il “servizio minimo obbligatorio”, che imponeva alle assicurazioni di rimborsare alcune prestazioni di base come il ricovero d’emergenza in un pronto soccorso o le spese del parto.
Nell’insieme dunque si può parlare – provvisoriamente – di scampato pericolo: gli americani si tengono il sistema che c’è, sia pure molto più inefficiente e costoso rispetto alla media dei paesi ricchi (soprattutto quelli nordeuropei).
La dimensione politica è quella più dirompente per Trump, che ha appena superato i due mesi alla Casa Bianca.
Finora questo presidente si era urtato ai “soliti nemici”: la stampa, l’opposizione democratica, i giudici, e parecchi governi stranieri urtati dalle sue gaffes. Muro col Messico o decreto sigilla-frontiere, smantellamento delle tutele ambientali, protezionismo: Trump grosso modo manteneva le promesse fatte allo zoccolo duro dei suoi elettori, e scontentava tutti gli altri.
La dèbacle sulla sanità invece lo mette contro i suoi, spacca la destra in modo traversale. E getta un’ombra sulla sua presunta capacità di rinnovare i metodi di Washington.
Trump fece campagna come l’ousider per eccellenza, l’anti-politico, il nemico della casta parlamentare, colui che avrebbe messo in riga deputati e senatori.
Vantò anche la sua abilità di negoziatore, sul modello del suo best-seller “The Art of The Deal”, promise di applicare al mondo politico i metodi decisionisti ed efficaci del businessman.
È scivolato su una prova fondamentale, perchè lo smantellamento di Obamacare è un trofeo ad alto valore simbolico per i repubblicani. Molto prima che Trump entrasse in politica, il Tea Party movement lo aveva preceduto e gli aveva spianato la strada, con manifestazioni di protesta che avevano segnato un revival del popolo di destra.
I nemici giurati del Tea Party erano due: i banchieri di Wall Street salvati a spese del contribuente; e la riforma sanitaria Obamacare.
Trump, che all’annuncio della sua candidatura nell’estate 2015 era abbastanza agnostico e possibilista su Obamacare, col progredire della campagna elettorale si allinedò completamente sul Tea Party e promise nel modo più solenne di distruggere la riforma sanitaria del suo predecessore.
Al dunque, i deputati repubblicani si sono divisi tra l’ala più intransigente che voleva spazzare via tutti i modesti progressi di Obamacare; e la componente moderata che voleva salvare gli aspetti più popolari, sia pure con qualche costo per il bilancio pubblico.
Trump ha creduto di risolvere la spaccatura con un ultimatum: giovedì sera ha imposto il voto alla Camera, senza essere sicuro di avere i numeri. Ventiquattr’ore dopo, la disfatta era ufficiale, iniziava la ritirata. E il presidente-decisionista si ritrova alla casella di partenza, con un nulla di fatto.
(da “La Repubblica”)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile
ESULTANO MILIONI DI POVERI AMERICANI CHE AVREBBERO PERSO OGNI DIRITTO A FARSI CURARE… IL MITO DEI SOVRANISTI NOSTRANI HA PRESO IL PRIMO CALCIO IN CULO DAI SUOI REPUBBLICANI
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha chiesto al presidente della Camera Usa, il
repubblicano Paul Ryan, di ritirare il testo di legge di riforma sanitaria, il cosiddetto Trumpcare che avrebbe dovuto sostituire l’Obamacare voluto dall’ex presidente Barack Obama.
Lo ha detto il presidente Usa al Washington Post pochi minuti fa
Ciò significa che l’affordable care act – la riforma tanto voluta da Barack Obama – resta in vigore, almeno per il momento, e che una delle principali promesse di Trump non viene realizzata.
Dopo la prima e dura sconfitta legislativa di Trump, resta da capire se il Gop è capace di quella unità necessaria per approvare altre legislazioni importanti tra cui quella per un taglio alle tasse e per spese infrastrutturali da 1.000 Miliardi di dollari.
Parlando con il giornale della capitale Usa, Trump ha spiegato di “non dare la colpa a Paul Ryan”. In vista del voto, il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, aveva detto che lo speaker della Camera “aveva fatto tutto il possibile” per ottenere i 261 voti necessari per il via libera del ddl, ma il suo stesso partito si era ribellato a una misura impopolare che avrebbe tolto ogni tutela sanitaria ai più indigenti.
E pensare che dei cazzari hanno votato questo evasore razzista credendo che avrebbe combattuto i poteri forti…
(da agenzie)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 20th, 2017 Riccardo Fucile
COMEY IN AUDIZIONE AL CONGRESSO: “POSSIBILI COLLUSIONI NELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI”
L’Fbi sta indagando su possibili collusioni del fronte Trump con la Russia nel corso delle elezioni 2016. Lo ha confermato il direttore dell’Fbi James Comey nell’audizione presso la commissione intelligence della Camera.
Si è tenuta a Capitol Hill l’audizione del capo dei servizi segreti chiamato a deporre sul cosiddetto Russiagate, ovvero le presunte ‘intrusioni’ di Mosca sulle elezioni americani e i contatti di cui alcuni membri dell’entourage di Donald Trump sono sospettati di aver tenuto con esponenti russi.
Il capo del bureau investigativo è stato inoltre interpellato sulle accuse lanciate via Twitter dal presidente Donald Trump secondo il quale il suo predecessore Barack Obama lo aveva intercettato presso la Trump Tower durante la campagna elettorale, circostanza su cui non sono tuttavia emerse prove, e anche la stessa commissione intelligence ha condotto verifiche senza trovarne riscontro.
Ma Comey ha confermato. Esiste dunque un’indagine dell’Fbi sui presunti legami tra la campagna di Trump e la Russia nel corso delle elezioni presidenziali 2016. “Seguiremo i fatti ovunque ci porteranno”, ha detto assicurando la massima imparzialità dell’inchiesta.
Nella stessa audizione è stato ascoltato anche il numero uno dell’Nsa, Mike Rogers.
Intanto il presidente della Commissione d’Intelligence della Camera Usa, il repubblicano Devin Nunes, ha escluso che la Trump Tower di New York, quartier generale della campagna elettorale dell’attuale presidente, sia stata sottoposta a intercettazioni.
(da “La Repubblica”)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 18th, 2017 Riccardo Fucile
LA VIA CANADESE: PERCHE’ NON PREMIARE CHI DENUNCIA?
Si chiama Cra, Canada Revenue Agency, l’Agenzia delle entrate canadese.
Qualche giorno fa ha iniziato una campagna sui maggiori giornali canadesi contro l’evasione fiscale, la pubblicità è stata diffusa una settimana fa su The Globe&Mail, il giornale più diffuso del Paese: “Sanzioni. Detenzione. Se pensi che l’evasione fiscale sia un gioco… ripensaci!”.
Nell’inserzione pubblicitaria ci sono (oltre alle manette) un paio di interessanti link.
L’Agenzia delle entrate canadese, in caso di “voluntary disclosure”, sul dovuto non fa sconti a nessuno nè sconta gli interessi di mora.
Al massimo rinuncia all’esercizio dell’azione penale (le pene possono arrivare fino a 5 anni di carcere e fino a 14 anni in caso di frode) e alle sanzioni pecuniarie (dal 50% al 200% dell’evaso).
Il secondo link è ancora più interessante e riguarda l’Otip (Offshore Tax Informant Program). Se in Canada denunciamo un evasore fiscale offshore abbiamo l’anonimato garantito e possiamo guadagnare tra il 5% e il 15% di quanto la Canada Revenue Agency riesce poi ad incassare.
La somma recuperata deve essere superiore ai $100.000 ed il premio ottenuto è, ovviamente, tassato come reddito.
Visto che in Italia sfuggono al fisco attività per un valore di 194,4 miliardi di euro all’anno, non sarebbe una buona idea quella di premiare con banconote fruscianti coloro che denunciano gli evasori?
Oppure siamo matti, manettari, illiberali, spioni, delatori, giustizialisti e, financo, comunisti qui in Canada?
Ernesto Salvi
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 17th, 2017 Riccardo Fucile
L’ANNESSIONE ILLEGALE DELLA CRIMEA DA PARTE DI PUTIN E LA PERSECUZIONE DEI CITTADINI UCRAINI PRIGIONIERI AL CENTRO DELLA DENUNCIA… E IN ITALIA C’E’ ANCORA CHI APPOGGIA UN REGIME CRIMINALE
“Il Parlamento europeo sostiene la sovranità , l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale e ribadisce con forza la sua condanna per l’annessione illegale della Repubblica Autonoma di Crimea da parte della Federazione Russa.
Invita la Russia a rilasciare senza ulteriori indugi tutti i cittadini ucraini illegalmente e arbitrariamente detenuti, sia in Russia sia nei territori occupati temporaneamente di Ucraina, e a favorirne il rientro”.
Il Parlamento Europeo, in data di ieri (16 marzo 2017 n.d.r), ha nuovamente condannato la Russia per l’annessione illegale del territorio della Crimea, ma soprattutto ha condannato la Russia in merito all’arbitraria ed illegale detenzione di abitanti della Crimea, per i quali Mosca ha gravemente violato ogni diritto umano. L’Unione Europea ha chiesto alla Russia di rilasciare immediatamente i Tatari di Crimea che nelle prigioni della federazione russa sono stati sottoposti a gravi torture fisiche e psicologiche con accuse inesistenti.
La Guerra nel Donbas, fino ad ora costata diecimila morti e quasi due milioni di sfollati, non è finita, nonostante se ne parli sempre meno, vede molti e gravi violazioni da parte di Mosca, non ultima la detenzione illegale di cittadini ucraini.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha accusato ufficialmente la Russia d’essere un aggressore e ne ha condannato le azioni.
La risoluzione “sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Autonoma di Crimea e la città di Sebastopoli (Ucraina)” è stata adottata il 19 dicembre scorso e sostenuta da 70 paesi, tra cui tutti i principali Stati democratici.
L’Assemblea ha invitato la Russia a “rilasciare immediatamente i cittadini ucraini che sono stati detenuti illegalmente e giudicati senza riguardo degli standard elementari di giustizia e garantire che coloro che sono ritenuti responsabili degli abusi vengano responsabilizzati dinanzi ad una magistratura indipendente”.
Il 16 gennaio scorso l’Ucraina ha esposto una querela alla Corte Internazionale di Giustizia contro Mosca, la quale viene accusata di violare la convenzione dei diritti umani dei cittadini ucraini e tatari, e di violare altresì la convenzione Internazionale sulla lotta al finanziamento del terrorismo.
La Russia ha posto in essere in territorio ucraino numerose attività terroristiche, come ad esempio il rifornimento di armi e la formazione di gruppi armati illegali, oltre ad aver incoraggiato molteplici attacchi terroristici in cui sono rimasti coinvolti migliaia di innocenti.
Decine di cittadini ucraini sono ancora oggi detenuti illegalmente in Russia.
Sono soprattutto cittadini appartenenti alla comunità dei Tatari di Crimea, ma tra loro ci sono anche storici, artisti, giornalisti, imprenditori, politici, attivisti sociali, o semplici contadini che vengono incarcerati per presunti atti terroristici.
Si tratta di prigionieri politici brutalmente sequestrati, arrestati, torturati e rinchiusi nelle colonie per le loro idee politiche opposte alla Russia.
Tra loro c’è Oleg Sentsov, regista, condannato a 20 anni di carcere per aver “complottato” contro l’annessione della penisola da parte di Mosca.
I procuratori russi l’hanno accusato di “far parte di una comunità terrorista”. Sentsov avrebbe confessato le sue colpe, secondo il giudice, anche se lui sostiene di averlo fatto sotto tortura.
Diversi processi hanno messo in luce le profonde e diffuse carenze del sistema giudiziario della Russia, tra cui l’uso della tortura e altri maltrattamenti nel corso delle indagini e la negazione del diritto a essere rappresentati da un avvocato di propria scelta.
Lo confermano diverse organizzazioni della difesa degli diritti umani, inclusa Amnesty International. A favore del regista ucraino si erano mobilitati diversi esponenti della cultura, anche internazionale. L’Efa, l’European Film Accademy, aveva chiesto per esempio “l’immediato rila scio”.
Sono numerose le organizzazioni internazionali, le associazioni culturali e i volontari provenienti da diversi paesi, che ogni giorno lottano per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali.
Gli attivisti chiedono all’Unione Europea sanzioni più dure contro la Russia, affinchè cessino le detenzioni illegali e le torture commesse contro i cittadini Ucraini.
Oggi la sensibilizzazione avviene anche tramite i social: si può dare un sostegno morale al popolo ucraino attraverso l’hashtag #LetMyPeopleGo.
Yevhen Perelygin
Ambasciatore di Ucraina in Italia
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
SECONDA SBERLA SUL BLOCCO ALL’IMMIGRAZIONE CHE SI AGGIUNGE ALLA ACCUSE FASULLE A OBAMA E ALLE SBRUFFONATE DEI PRIMI GIORNI
Alla vigilia del secondo “complemese” di una presidenza che sembra già lunga anni, Donald Trump
riceve un’altra sberla da un giudice federale che ordina il blocco anche della seconda versione “annacquata” (parole di Trump) del blocco all’immigrazione.
Nella stessa giornata di mercoledì, due parlamentari della Commissione intelligence della Camera, uno dei quali il fedelissimo repubblicano Nunes, trumpista della prima ora, dichiarano insieme, davanti alle telecamere, di non avere trovato alcuna prova della sensazionale, infamante accusa di intercettazioni contro la Trump Tower lanciata in un demenziale tweet contro Obama.
Il suo ministro della Giustizia Sessions, altro fedelissimo, ha risposto con un faticoso, ma netto “no” alla stessa domanda sull’accusa — gravissima e infondata — al predecessore.
Mentre la annunciatissima, sbanderiatissima, attesissima Controriforma della Sanità , la Obamacare, si dibatte e boccheggia come un tonno intrappolato nella tonnara.
Talmente tossica, con la prospettiva di 24 milioni di americani scaricati dalle Assicurazioni in cambio di miliardi regalati in tasse ai più ricchi, da essere respinta, come la “figlia del peccato” nei romanzi ottecenteschi, sia da Trump che la scarica sul presidente della Camera Ryan sia da Ryan che la scarica su Trump.
In Parlamento la chiamano la “Trumpcare”. Alla Casa Bianca, la chiamano “Ryancare”.
Il saldo di questi primni 60 giorni, partiti con una tempesta di firme e di decreti e raffiche di tweet all’alba nella solitudine del suo castello di Mar-a-Lago è zero.
Parole, aria fritta, sbruffonate.
Del Muro, altissimo, bellissimo, pagatissimo (dai messicani) non si parla più.
Il bando anti arabi, reso già ridicolo dall’esclusione di Paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita troppo importanti per essere irritati, conitnua a essere sforacchiato da tutti i tribunali che l’hanno esaminato.
Prima o poi, troverà forse un giudice che lo approverà , ma lo shopping per imbroccare un magistrato benevolo non sta facendo apparire l’America “debole” come ha detto in un comizio ieri sera nel Tennessee, fa apparire lui debole.
E il tarlo delle inchieste sulla “Russian Connection”, sui fili che conducono la sua campagna elettorale agli hhacker russi, al nuovo Kgb e agli olgarchi di Mosca, continua a rosicchiare.
Il gioco di estrarre dal cilindro conigli e lustrini per distrarre il pubblico e i “falsi media”, come sa fare da abile prestigiatore, comincia a stancare e se non fosse per la solidità della Borsa e dell’economia ereditata dal predecessore che continua a produrre 200mila nuovi posti al mese, questi primi 60 giorni sarebbero stati tempo perduto e occupato a cercare gag teatrali per incantare i serpenti.
Sarebbe tutto comprensibile, normale, per un signore ultrasettantenne che approda al lavoro più difficile del mondo senza nessuna esperienza di governo o di vita politica, senza concetto della “complicazione” di problemi giganteschi come la sanità , la fiscalità , il bilancio.
Quella “finanziaria” che tra poco dovrà presentare al Congresso e non potrà essere compressa nei 140 caratteri di tweet.
Un uomo più maturo, cosa molto diversa dall’essere anziano, un presidente circondato da consiglieri e non da loschi cortigiani, Rasputin che vivono per assecondare le sue tendenze più adolescenziali e narcisistiche, studierebbe, rifletterebbe, imparerebbe. Capirebbe di avere davanti a sè non un’ora di trasmissione televisiva da portare al successo, ma 300 giorni di governo che non può continuare a vivere come una campagna elettorale di opposizione o come un reality da pay tv.
Anche l’ennesima sberla presa sul blocco all’immigrazione dimostra che Trump non ha ancora capito che il Presidente è lui.
Vittorio Zucconi
(da “La Repubblica“)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 12th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTI I DATI SIA SUI RIFUGIATI CHE SUI MIGRANTI SMENTISCONO LE BALLE DI TRUMP
Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, tutti i governi americani hanno perseguito la politica della paura per ottenere il consenso della popolazione.
Iniziata con il Maccartismo — quando la parola comunismo bastava per diventare un traditore della patria e finire sulla sedia elettrica — la politica della paura è diventata il cardine della guerra fredda quando l’Unione Sovietica ha prodotto la sua bomba atomica.
E da allora si è cementata nel popolo americano l’idea che la nazione sia sotto una minaccia esteriore costante.
“Gli americani sono terrorizzati dagli stranieri” mi disse Chomsky diversi anni fa, “è una paura irrazionale, senza fondamento, hanno paura che qualcuno invada il paese e violenti la loro nonna”. Paure irrazionali, assurde, ma soprattutto paure false, come le notizie che le avvallano.
Donald Trump ha vinto le elezioni usando proprio la leva della paura dei migranti, esattamente come George Bush ha convinto gli americani che Saddam Hussein era in combutta con Osama bin Laden per distruggere il paese.
Trump, come Bush, ha riacceso negli americani la diffidenza profonda verso il “resto del mondo”, dove si nascondono i nemici.
Trump lo ha fatto traslando i problemi europei relativi alla crisi dei migranti all’America. La stampa, naturalmente, lo ha aiutato trasmettendo ininterrottamente le immagini drammatiche dei rifugiati siriani, quelle dei migranti nei barconi che affondano nel Mediterraneo e quelle dei leader europei che battibeccano sull’apertura o chiusura dei confini nazionali. Il tutto sullo sfondo degli attentati terroristi in Europa.
La verità è che in America il problema dei rifugiati, dei migranti e dei cosiddetti immigrati illegali non esiste.
Basta dare un’occhiata ad alcune statistiche. Iniziamo dai rifugiati.
Dal 1980, da quando venne introdotto il Refugee Act (la legge dei rifugiati) che ha creato il programma federale di re-insediamento, fino al 2016 sono entrati negli Stati Uniti appena 3 milioni di rifugiati.
Tanto per avere un’idea delle dimensioni microscopiche di queste statistiche, in 27 anni gli Stati Uniti hanno assorbito meno del doppio del numero di rifugiati e migranti entrati in Europa nel 2015, in un singolo anno.
Nel 2016 il numero più alto di rifugiati proveniva dalla Repubblica democratica del Congo, seguivano a ruota la Siria, Myanmar dove i gruppi armati buddisti stanno conducendo una politica di pulizia etnica nei confronti della popolazione mussulmana, l’Iraq e la Somalia.
Il 2016 è stato l’anno in cui più alto è stato il numero dei rifugiati musulmani ma a parte la Somalia costoro non provengono dalle nazioni elencate nell’ultimo executive order che vieta l’ingresso negli Stati Uniti.
Passiamo ai migranti ed immigrati illegali.
Non esiste negli Stati Uniti un problema di migranti come in Europa per una serie di motivi.
In primis, la stragrande maggioranza dei migranti proviene dall’America latina. In secondo luogo il picco delle migrazioni si è verificato nel 2007, da allora è leggermente sceso per poi stabilizzarsi intorno al 2010.
In terzo luogo, il più alto numero di emigrati illegali vivono e lavorano negli Stati Uniti da più di dieci anni.
E questo spiega perchè l’amministrazione Obama ha concesso loro il riconoscimento dello status speciale, che permette loro di lavorare legalmente senza avere diritto alla cittadinanza.
Al momento degli 11 milioni di emigrati non autorizzati più di 8 milioni lavorano, pari al 5 per cento del totale della popolazione occupata.
Infine, il costo dell’immigrazione illegale e dei rifugiati per il contribuente americani è insignificante.
Ma la paura dello straniero, del nemico è tanta, falsa la realtà ed ecco perchè agli americani non piace aprire le proprie frontiere.
Queste statistiche da una parte confermano l’inutilità delle politiche anti immigrazione perseguite da Trump: a che serve un muro con il Messico o la chiusura delle frontiere ad una manciata di nazioni musulmane se la crisi dei migranti non c’è? La risposta è semplice: finchè gli americani saranno convinti di essere minacciati, un presidente che li protegge da questi fantasmi conquisterà la loro fiducia.
La politica della paura continua a funzionare.
Loretta Napoleoni
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Esteri | Commenta »