Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
L’ASSOLUZIONE IN TRIBUNALE NON E’ DIMOSTRAZIONE DI INNOCENZA IN TERMINI DI RESPONSABILITA’ POLITICA ED ETICA… I CASI IN GRAN BRETAGNA E SVEZIA HANNO GENERATO REAZIONI BEN DIVERSE
Innanzitutto corre l’obbligo di smentire una volta per tutte la leggenda metropolitana: non erano mutande, bensì pantaloncini verde-padania quelli acquistati e finiti per errore nella rendicontazione di spese dell’ex-Presidente piemontese Cota, a sua insaputa: “Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini. Io consegnavo gli scontrini al gruppo consiliare ai miei collaboratori chiedendo loro di fare una cernita, quei 40 dollari non sono stati spuntati per sbaglio, senza che io ne sapessi nulla”.
Sbagli reiterati e frequenti, quelli dei consiglieri.
All’esplodere dello scandalo, per evitare guai peggiori, lo stesso Cota oltre allo scontrino dei pantaloncini ha rimborsato alla Regione altri 32mila euro di acquisti aventi — si può ipotizzare — equivoca natura.
Adesso che fioccano assoluzioni per molti — ma non tutti — tra le centinaia di consiglieri regionali protagonisti di “rimborsopoli”, incluso lo stesso Cota, è forse il momento delle pubbliche scuse? No, affatto.
Anzi, il contraccolpo giudiziario delle assoluzioni e le voci bipartisan che si vanno levando a reclamare un lavacro garantista per l’onore infangato dei consiglieri regionali dimostrano, ancor più della vicenda del discutibile impiego privato di fondi pubblici, la bancarotta morale di una cospicua componente della classe politica italiana.
Che oggi, per iniziativa di un deputato leghista, propone una legge “per imporre pubbliche scuse da parte dei pubblici ministeri”, così da “restituire piena dignità , anche a livello mediatico, a chi per anni è stato ingiustamente messo alla gogna mediatica”; e per bocca di un ex presidente della Camera plaude alla sconfitta della “’società giudiziaria’, una società di mezzo tra quella civile e politica, che comprende cittadini comuni, politici, mezzi di comunicazione e settori della magistratura. E che si basa sull’idea di fondo che la magistratura sia il grande tutore della vita pubblica”.
Ma la vicenda di rimborsopoli, al pari di troppe altre storie di malagestione di risorse pubbliche, non esaurisce le proprie implicazioni nella sfera — oggettivamente slargata — della tentata repressione penale.
Paradossalmente, proprio la politica corrotta finisce per risultare alla lunga la prima beneficiaria di questa delega abnorme di una funzione di “controllo della virtù” dei rappresentanti eletti, che per forza d’inerzia in Italia è stata attribuita a una magistratura non sempre consapevole dei propri limiti, nel vuoto pneumatico di partiti latitanti e nel silenzio di una società civile che — per citare il don Raffaè di De Andrè — di solito “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità ”.
Un potere solitario di controllo e (ipotetica) sanzione che ha generato l’illusione ottica di cui oggi scontiamo le ricadute: l’assoluzione in tribunale (o la prescrizione) come dimostrazione di “innocenza” anche in termini di responsabilità politica ed etica.
Nonostante le statistiche giudiziarie mostrino al di là di ogni ragionevole dubbio come la combinazione perversa di norme inadeguate o ambigue e di abili strategie difensive di imputati eccellenti abbia generato un’impunità di massa dei colletti bianchi. Immunità che nel caso di rimborsopoli è stata favorita proprio dalla natura di prassi diffusa e consolidata nel tempo dell’impiego opinabile — per usare un eufemismo — di fondi destinati all’attività dei gruppi consiliari.
Le pessime abitudini dei politici, quando sono generalizzate, cancellano l’elemento soggettivo del reato di peculato, il dolo, ossia l’intenzione consapevole di appropriarsi di risorse pubbliche.
La strategia autoassolutoria del “così fan tutti” di craxiana memoria, che si rivelò fallimentare quando in ballo c’erano mazzette, nel caso degli scontrini sta risultando giudiziariamente vincente.
Oltre alla biancheria di Cota, le cronache documentano un impiego fantasioso dei fondi consiliari per banchetti di nozze, regali di Natale, fiori, pneumatici, passeggini per bambini, profumi, gioielli, acquisti di pesce, lavatrici, viaggi.
Condotte che in molti casi non sono associabili ad alcuna fattispecie penale.
Ma superano per questo il vaglio degli standard accettabili di condotta per un amministratore pubblico?
Sono condotte coerenti con i principi elementari di etica pubblica richiesti a chi si visto affidare la cura dei beni collettivi?
Per quella classe politica che con poche eccezioni ha fatto quadrato attorno agli inquisiti e oggi stappa champagne per le assoluzioni, evidentemente sì. Per una quota non irrilevante della società civile, che all’epoca insorse e oggi assiste perplessa alla glorificazione dei prosciolti, evidentemente no.
Le regole che dettano l’insieme di condotte politicamente ammissibili non coincidono, nè possono essere artificiosamente sovrapposte a quelle del codice penale.
Non è così in Europa. Almeno, in quei paesi europei che svettano nelle classifiche sulla trasparenza.
Si prendano due casi-fotocopia di rimborsopoli.
Nel 2009 in Gran Bretagna l’accesso agli atti garantito dal Freedom of information act e una fonte confidenziale interna alla House of Commons permisero al Daily Telegraph di lanciare una campagna sulle spese impropriamente risarcite ai deputati. Emersero irregolarità tali da indurre una veemente reazione popolare, l’istituzione di un’autorità parlamentare indipendente per sanzionare gli abusi, il rafforzamento dei meccanismi di rendicontazione pubblica — tutte le spese parlamentari, persino quelle di pochi spiccioli, sono oggi consultabili online.
Pochissimi i casi di rilevanza penale, ma nella successiva tornata elettorale lo spauracchio dei collegi uninominali indusse partiti ed elettori a un drastico ricambio dei politici implicati nella vicenda.
In Svezia nel 1995 lo “scandalo del Toblerone” affossò le aspirazioni alla leadership del partito socialdemocratico di Mona Sahlin, che aveva indebitamente caricato sulla carta di credito di servizio una serie di piccole spese voluttuarie effettate a titolo personale, tra cui quella della nota barretta di cioccolato.
Le dimissioni obbligate dall’incarico ministeriale e una quasi decennale eclissi politica furono il prezzo che il suo partito le fece pagare per condotte penalmente insignificanti, ma che nel giudizio dei colleghi avevano infangato la loro reputazione collettiva.
In nessun caso si parlò di “gogna mediatica”, perchè tale non sono il pubblico scrutinio e la riprovazione per le modalità disdicevoli — in base a criteri sui quali l’opinione pubblica è sovrana — con cui viene esercitato il potere delegato agli amministratori politici.
Di fronte all’autocelebrazione di assoluzioni spesso motivate dalla natura sistemica degli abusi la domanda da porsi è: ma qual è la concezione che questa classe politica italiana ha della propria reputazione?
Persino peggiore di quella, già drammaticamente bassa, dell’opinione pubblica, verrebbe da pensare.
Alberto Vannucci
docente di Scienza politica
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
CONDANNATO PER MALVERSAZIONE A UNA PENA SUPERIORE A DUE ANNI E’ UNO SEI PARLAMENTARI A CUI E’ STATO REVOCATO IL VITALIZIO
Pronto, onorevole Luigi Sidoti, la Camera ha revocato il vitalizio a lei, Toni Negri, Previti e altri tre ex
deputati condannati
“Non avevano niente da fare”.
Se lo aspettava?
“No, belle notizie mi dà “.
Lei quanto prendeva?
“Duemila euro. Una miseria “.
Una miseria?
“Rispetto ad altre pensioni certo, comunque non voglio fare lo spocchioso”.
Ha anche una pensione Inps?
“Sì, di 600 euro. Ora come farò?”
Perchè è stato condannato per malversazione?
“Dovevo costruire un albergo, un appalto da quattro milioni per cui mi chiesero anche il pizzo, invece è finita con una condanna costruita. Non hanno voluto vedere le carte”.
È giusto togliere il vitalizio a chi ha una condanna sopra i due anni?
“Provo rabbia. Il pm aveva chiesto due anni, così mi sarei salvato. Ma i giudici poi mi hanno condannato a 2 anni e 6 mesi”.
Che farà ?
“Quello che è fatto è fatto, purtroppo. Sentirò l’avvocato. Faccio notare che il regolamento di Montecitorio è stato varato nel 2015, un anno dopo la mia condanna, quindi sconto anche la beffa dell’effetto retroattivo”.
Anche a Berlusconi avevano tolto il vitalizi
“Ma a quello gli fa un baffo, per me è la vita”.
Lei era missino?
“Orgogliosamente. Venticinque anni di consiglio comunale a Catania, sempre all’opposizione, poi entrai in Parlamento con An: due anni tra il ’94 e il ’96. Non avevo i requisiti per l’assegno mensile, ma ho pagato la differenza”.
Per quanti anni l’ha preso?
“Vent’anni”
E ora?
“Ho la sospensione della pena, la non menzione nel casellario, però sono senza vitalizio. Che presa in giro”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
PIZZICATO DALL’AUTOVELOX A CORRERE, IL CONSIGLIERE REGIONALE VENETO SCARABEL SCRIVE AL SINDACO SU CARTA INTESTATA DEL GRUPPO M5S
“Onestà , onestà , onestà “. Sono finiti i tempi in cui i grillini scandivano questa parola nelle piazze gremite.
Adesso che si sono fatti casta, ne hanno pure assunto tutti i mali e i vizi più spregevoli.
Tra questi anche l’insana abitudine di cercare di farsi togliere la multa dal sindaco di turno.
Ne sa qualcosa il capogruppo del M5S in Consiglio regionale del Veneto, Simone Scarabel.
Di solito un normale cittadino, quando viene pizzicato a infrangere il codice stradale e si prende una multa, non gli resta che pagare. Alcuni la contestano negli uffici preposti. Ma nessuno penserebbe mai di rivolgersi al sindaco per farsela cancellare. Nessuno tranne il “cittadino” Scarabel.
Come si legge sul Gazzettino, infatti, il capogruppo stellato al Consiglio regionale veneto è stato beccato mentre sfrecciava sulla Romea tra Rosara e Codevigo, nel Padovano, a 113 chilometri orari.
Peccato che il limite su quel tratto sia di 90 chilometri orari.
Scarabel ha chiesto che gli venga tolta la multa. E ha chiesto anche tutta la documentazione relativa all’autovelox.
Occhio: per le due richieste Scarabel ha usato la carta intestata al gruppo consiliare regionale del Movimento 5 Stelle di cui a Palazzo Ferro Fini è consigliere e, da poco, capogruppo.
E quando dal Comando della polizia locale gli è stato chiesto in quale veste agiva, se da normale cittadino o da politico, Scarabel non ha avuto problemi a rispondere: entrambe le vesti.
Tipico comportamento da casta, ha fatto in fretta ad imparare.
(da agenzie)
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Agosto 14th, 2016 Riccardo Fucile
“LA SUA FRASE IN DIFESA DEGLI STIPENDI DEI DEPUTATI CHI HA INDIGNATO”
Pubblichiamo la lettera del lettore Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze, ad Arcangelo Sannicandro, il deputato di Sinistra Italiana che intervenendo alla Camera dei Deputati si era scagliato contro la proposta di ridurre l’indennità di carica dei parlamentari.
“Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici”, aveva detto a Montecitorio. E intervistato dal Fatto Quotidiano aveva confermato: “Non guadagniamo: siamo rimborsati”.
Egregio On. Sannicandro, chi le scrive è un operaio metalmeccanico e rappresentante sindacale (sono iscritto alla Fiom Cgil dall’Aprile 2001).
Lavoro in fabbrica da quando avevo 20 anni, adesso ne ho 42. Dopo aver ascoltato la frase del suo intervento alla Camera “Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici”, mi sono sentito in dovere di risponderle
Lei pensa di non aver offeso nessuno con la sua frase, ma le posso assicurare invece, che mi ha indignato e sconcertato molto, e come me ha indignato tantissimi lavoratori metalmeccanici (e non solo loro).
Il paragone che ha fatto lo trovo completamente fuoriluogo, visto e considerato che la paga media di un lavoratore metalmeccanico e lontana anni luce dallo paga di un deputato.
Molto spesso lo stipendio medio di un metalmeccanico non arriva neanche a 1.000 euro netti, quando va bene (per i lavoratori con un anzianità contributiva maggiore) sfiora i 1400-1500 euro netti al mese.
Sul sito della Camera dei Deputati, è spiegato molto bene quanto è la paga di un deputato, che se ci sommiamo indennità parlamentare, diaria, rimborso delle spese (comprese anche le spese telefoniche), si arriva a circa 12 mila euro al mese.
Senza contare il rimborso delle spese di trasporto e viaggio, se no si va anche oltre.
Mi pare che tra lo stipendio medio di un metalmeccanico e quello di un deputato ci sia una bella differenza, anzi c’è una lontananza anni luce tra il vostro e il nostro stipendio, ecco perchè sono profondamente indignato per le sue parole.
Inoltre, non solo lei non si è scusato con i lavoratori metalmeccanici, ma è arrivato a dire che ” chi mi attacca fa demagogia”.
Inoltre, in un’intervista al Fatto Quotidiano uscita il 13 Agosto, alla domanda del giornalista “Non chiede scusa ai metalmeccanici?”, Lei ha risposto: “Mica li ho offesi”. Infatti, “mica ci ha offeso, ci ha fatto solo un complimento”.
Ma per favore On. Sannicandro, ma si rende conto della gravità della sua frase?
Quando si fanno queste gaffe, bisognerebbe quanto meno chiedere scusa, ma lei purtroppo non l’ha mai fatto, anzi ha perfino provato a dare delle spiegazioni sul perchè di quella frase, che sinceramente non mi ha convinto per nulla.
Una gaffe del genere non me la sarei mai aspettata da un partito come Sinistra Italiana, che Voglio ricordarle lei rappresenta!
E poi vi chiedete ancora, come mai molti operai non Vi votano più!
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
A DUE PASSI DA PIAZZA DI SPAGNA E FONTANA DI TREVI SI SVILUPPA SU DUE PIANI… LO AVEVA PAGATO MENO DI UN TERZO
La spending-review potrebbe aver contagiato anche casa De Mita.
Secondo indiscrezioni, la famiglia dell’ex presidente della Democrazia Cristiana avrebbe messo in vendita il grande appartamento di via in Arcione per una cifra vicina agli 11 milioni di euro.
Così, con trattative segretissime e una buona dose di mistero, dovrebbe passare di mano una delle più celebri abitazioni «politiche» di sempre, uno dei simboli del potere della Prima Repubblica.
È qui che Luigi Ciriaco De Mita – ancora in attività , eletto nel 2014 sindaco di Nusco, il paese di quattromila abitanti dove è nato nel 1928 – si trasferì poco dopo la nomina a presidente del Consiglio, nel 1988.
Immobile di lusso
L’annuncio sui siti degli immobili di lusso, parla di un «prestigioso attico di 630 metri quadri a via in Arcione, a due passi da piazza di Spagna, Fontana di Trevi e piazza Barberini…con 530 metri quadri di appartamento su due piani e 93 metri quadri di verande…», più le terrazze: altri 200 metri quadri.
Impossibile, però, vedere immagini e saperne di più, nonostante gli accrediti.
Il giovane portiere dello stabile, Alessandro, nega disperatamente: «Ma no, non ne so nulla, la famiglia vive ancora qui…».
Quanto ai pochissimi abitanti rimasti nei dintorni, sembrano ignari di tutto: «Da queste parti non si sa mai niente… Una signora ha messo in affitto un negozio e poi ha cambiato tre volte numero di telefono», sottolineano.
Le voci, però, trovano anche conferme illustri, seppure sotto la garanzia del rispetto più rigoroso dell’anonimato.
Cause e inchieste
Il mistero, del resto, ha circondato da sempre questa casa-simbolo della Prima Repubblica, dall’arredo sontuoso ma conosciuta anche per i cacio-cavallo di Avellino che erano appesi sul retro della terrazza.
Anni di cause e inchieste giudiziarie non sono mai riusciti del tutto a svelare le vicissitudini dell’ appartamento: dapprima in affitto dall’Inpdai, che ne era il proprietario (per un canone mensile tra i 2 mila e i 3 mila euro: il rinnovo del contratto di locazione del 2000, prima dell’acquisto, parla di 71.562.540 lire l’anno), ha cambiato proprietà solo nel 2011 per 3.415.700 euro, cifra considerata molto al di sotto (qualcuno disse la metà ) del valore effettivo di mercato degli appartamenti.
Dimensioni misteriose
Persino le reali dimensioni dell’immobile sono avvolte nel mistero: per far spazio alla famiglia del potente politico, la moglie Anna Maria e due dei quattro figli, Antonia e Giuseppe, furono infatti uniti tre appartamenti al quarto e quinto piano del settecentesco palazzo Gentili del Drago.
Tutto fu poi restaurato ad arte e blindato con vetri antiproiettile, solidi pannelli contro gli sguardi indiscreti e porte d’acciaio (si disse che i lavori furono pagati dal Sisde, il servizio segreto, per motivi di sicurezza).
Marmi, maioliche, parquet e rifiniture di grande pregio, andarono a impreziosire il tutto, secondo i dettami e i gusti della famiglia De Mita.
Che, sulle maniglie di ottone delle porte di casa, aveva anche inciso le sue iniziali stilizzate e intrecciate.
Adesso, forse, dovranno essere cambiate.
Lilli Garrone
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
LEI: “MAI DETTO CHE VI AVREI RINUNCIATO”… MA DI MAIO AVEVA DETTO: “IL M5S NON LE USA”…E IL PD HA BUON GIOCO : “FATE ANCHE VOI PARTE DELLA CASTA”
Chiara Appendino arriva in auto blu a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, per incontrare il presidente Sergio Chiamparino e subito scoppia la bagarre.
Gli avversari dei Cinque Stelle hanno colto la palla al balzo per dimostrare a colpi di post su Facebook che anche la nuova sindaca grillina è entrata a pieno titolo nella “kasta”.
A fotografare la scena dell’auto di servizio parcheggiata ieri mattina nel cortile di via Alfieri è stato un funzionario del Pd.
E subito il senatore dem Stefano Esposito ha colto l’assist per sferrare l’attacco: “La notizia c’è solo perchè Appendino e i grillini in generale su questi comportamenti hanno costruito la loro presunta diversità . In effetti – ha scritto – sono diversi, dicono un sacco di bugie”.
E ha poi proseguito, lanciando l’hashtag #appendinobugiarda: “Aveva detto: userò il taxi e non l’auto con l’autista”.
Lo staff della sindaca smentisce che Appendino abbia mai affermato di rinunciare all’auto di servizio.
In effetti erano stati il vicepresidente del Senato, Luigi di Maio, e Alessandro Di Battista, a parlare di auto blu, durante i comizi elettorali a sostegno della candidata sindaca.
E il 16 giugno lei stessa aveva ripreso una battuta di Di Battista con un tweet: “Altri politici non possono stare in mezzo ai cittadini senza scorta”.
E ancora ieri sul blog di Beppe Grillo Luigi Di Maio invece ribadiva: “Stesso discorso a livello locale: le giunte e gli assessori comunali hanno rifiutato, ovunque il M5S governi, questo privilegio di lunga data”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile
L’ACCUSA E’ DI CORRUZIONE E TURBATIVA D’ASTA NELLA VICENDA DELL’APPALTO SUI RIFIUTI… L’ESPONENTE DI FORZA ITALIA ERA PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI NAPOLI
Pd e Sinistra italiana votano con Fratelli d’Italia e Forza Italia. 
Ed è così che l’Aula della Camera nega l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche di Luigi Cesaro (Forza Italia) richiesto dal gip del Tribunale di Napoli il 14 aprile 2016.
Contro l’autorizzazione hanno votato in 285, i voti a favore dell’istanza dell’autorità giudiziaria sono 74: quelli del Movimento 5 Stelle e Scelta civica.
Mentre 20 sono stati gli astenuti (Lega).
L’inchiesta riguarda il periodo in cui Cesaro era Presidente della provincia di Napoli; l’ipotesi accusatoria è quella di turbativa d’asta e corruzione, nell’ambito di una vicenda che riguarda le procedure d’appalto per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti nel comune di Forio, al fine di favorire la società CITE.
Il relatore Marco Di Lello ha tuttavia sottolineato che compito della Camera non è quello di entrare nel merito della inchiesta, ma di verificare solo se sia stata rispettato l’articolo 68 della Costituzione.
L’autorizzazione è stata negata perchè le intercettazioni non sono avvenute casualmente, ma in una data successiva (gennaio 2012) all’inizio delle inchiesta anche a carico di Cesaro.
Il nome di Cesaro era emerso nell’ambito dell’inchiesta che il 16 gennaio scorso aveva portato alla richiesta di arresti domiciliari, trasmessa a Palazzo Madama per il senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Domenico De Siano.
Per la stessa vicenda erano finiti ai domiciliari un imprenditore e un funzionario comunale, mentre il gip aveva disposto l’obbligo di firma per altri sei indagati. Cuore dell’inchiesta le ipotizzate su mezzette e appalti per la raccolta dei rifiuti in tre comuni: Lacco Ameno, Forio d’Ischia e Monte di Procida.
I fatti si riferiscono a un arco di tempo che va dal 2010 al 2012. Decisive per gli sviluppi dell’inchiesta proprio le intercettazioni telefoniche.
Che avevano “monitorato” anche la campagna di tesseramento di Forza Italia in vista del congresso provinciale del 2012: tessere sarebbero state acquistate, questa l’ipotesi degli inquirenti napoletano, dalla componente politica di De Siano e Cesaro al prezzo di dieci euro.
Ciò per acquisire maggior peso all’interno del partito e fare in modo così di inserire propri candidati nel ”listino bloccato” per le elezioni politiche dell’anno successivo. Venivano avvicinati in particolare giocatori delle sale bingo ai quali sarebbero stati regalati in cambio del tesseramento un buono da 10 euro per partecipare al gioco.
Una vicenda comunque non penalmente rilevante, tanto che non faceva parte delle contestazioni elencate nell’ordinanza cautelare.
De Siano si era dimesso dall’incarico e aveva annunciato di voler rinunciare alle prerogative parlamentari per poter essere giudicato. Cesaro aveva invece detto di essere sereno “certo di aver sempre agito nella massima correttezza politica e istituzionale”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 30th, 2016 Riccardo Fucile
VERGOGNOSO REGALO DELLA CASTA, SPESSO LA CASSAZIONE ANNULLA LE DECISIONI
Privilegi economici, ma non solo. A rendere meno dura la vita degli onorevoli non ci sono soltanto i
benefit come i viaggi gratis o l’assistenza sanitaria integrativa.
Grazie alle generose auto-assoluzioni che la Casta si regala, sembra infatti essere contemplata anche una certa “libertà ” di offesa che sfiora l’impunità .
Qualche esempio? «La Kyenge ha le sembianze di un orango», «i pm del pool di Mani pulite sono degli assassini», «Napolitano è indegno del suo ruolo», «il tricolore lo uso solo per pulirmi il culo», «Di Pietro mi fa orrore»: tutte queste espressioni sono state ritenute assolutamente legittime e non processabili, anche quando i diretti interessati si erano rivolti a un tribunale per vedersi riconosciuta giustizia.
Un abuso non così raro, stando alle sentenze con cui la Consulta ha invalidato queste decisioni: su 666 delibere di insindacabilità votate nella Seconda Repubblica, ha ricostruito “l’Espresso”, ne sono state annullate 88, quasi una su sette.
Affinchè l’incarico possa essere esercitato il più liberamente possibile, la Costituzione stabilisce che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni».
Per questa ragione, se viene querelato o citato in giudizio, un deputato o senatore può chiedere l’immunità : il giudice trasmette le carte alla Camera di appartenenza, che stabilisce se c’è un nesso effettivo fra le frasi pronunciate fuori dal Palazzo e il mandato parlamentare. Se è così, il processo si estingue.
Peccato che questa fondamentale garanzia democratica si sia spesso trasformata in un espediente per insultare senza pagare le conseguenze.
PRIMATE E PRIMATI
L’ultimo caso riguarda Roberto Calderoli, che in un comizio nel 2013 paragonò Cècile Kyenge a un orango. Diffamazione con l’aggravante dell’istigazione all’odio razziale, per la Procura di Bergamo; diffamazione semplice, secondo l’Aula del Senato, che non ha trovato alcunchè di discriminatorio nell’accostamento fra un primate e il ministro di origine congolese: soltanto «un’espressione forte, fatta esclusivamente come battuta ad effetto».
Con questo escamotage l’esponente leghista si è salvato: la Kyenge non aveva sporto querela e il processo si reggeva unicamente sull’accusa di razzismo, per il quale si procede d’ufficio. Quindi niente razzismo, niente processo. Ma per Calderoli rischia di essere una vittoria di Pirro: ritenendola un’invasione di campo, il tribunale orobico ha fatto ricorso, sostenendo che la qualificazione giuridica di un fatto spetta alla magistratura, non al Parlamento.
La Consulta ha ammesso l’istanza e ora, se annullerà la delibera, il procedimento penale ripartirà .
Esattamente come accaduto a Francesco Storace, che nel 2007 sul suo sito definì Giorgio Napolitano «indegno di una carica usurpata a maggioranza» per «disdicevole storia personale», «palese e nepotistica condizione familiare» ed «evidente faziosità istituzionale»: solo «una forte critica politica, discutibile sul piano dello stile ma priva di rilevanza giuridica» a detta del Senato.
Non però per la Corte costituzionale, che anche in questa circostanza ha ritenuto illegittimo il verdetto (come chiedeva il tribunale di Roma) e tolto l’immunità all’ex governatore. Condannato a sei mesi in primo grado per vilipendio, Storace è stato appena assolto in appello.
Nulla rispetto a un recordman come Vittorio Sgarbi, capace di collezionare oltre 150 denunce, quasi sempre finite nel nulla per effetto dello scudo che i colleghi di Montecitorio gli hanno concesso.
Fin troppo generosamente per la Corte costituzionale, che in 27 casi gliel’ha tolta.
Fra questi, l’accusa a Massimo D’Alema di aver intascato mazzette, a Ilda Boccassini di essere responsabile della morte del procuratore Coiro, a Giancarlo Caselli di aver «liberato mafiosi e arrestato innocenti» e ai pm del pool di Mani pulite di essere «assassini»: tutte vicende per cui Sgarbi, senza più immunità , è stato poi condannato in via definitiva.
TOGHE ROTTE
Proprio i magistrati sono stati d’altronde fra i principali bersagli. Silvio Berlusconi, che le aule di giustizia le ha frequentate non poco, sarebbe stato ancora più assiduo se il Parlamento non avesse stoppato dieci cause per diffamazione intentate nei suoi confronti, per lo più da giudici e pm.
Nel 2015, dopo il ricorso sollevato dai giudici di Viterbo e Roma davanti alla Consulta, anche l’ex premier ha però dovuto mettere mano al portafogli: per risarcire Antonio Di Pietro. «Mi fa orrore, è il peggio del peggio, ha mandato italiani in galera senza prove» disse di lui durante la campagna elettorale del 2008. Il leader dell’Idv non gradì e querelò.
Ma per i deputati di Pdl e Lega (che pochi mesi dopo avrebbero sostenuto pure la tesi secondo cui Berlusconi era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak) non c’era oltraggio: si trattava solo di «opinioni politiche allo scopo di distrarre i cittadini dall’orientare il proprio consenso».
Maurizio Gasparri, invece, ha ricevuto 20 assoluzioni dai colleghi e fra le quattro annullate dalla Corte costituzionale ci sono anche quelle che gli sono costate una condanna per aver definito il pm Woodcock «un giudice irresponsabile» e «un personaggio boccaccesco» che «spara accuse a vanvera».
Come successo a Giulio Andreotti per le offese rivolte al giudice Mario Almerighi («un pazzo», «un falso testimone») dopo la sua deposizione al processo di Palermo.
DI TUTT’ALTRA LEGA
Che questo sistema si presti ad abusi lo ha chiarito anche la Corte di europea dei diritti dell’uomo, che in varie occasioni, davanti ai ricorsi dei diffamati impossibilitati ad avere giustizia, ha condannato l’Italia sostenendo che «l’immunità non può estendersi oltre l’attività parlamentare».
Come dire: cari onorevoli, non nascondetevi dietro i privilegi quando non vi spettano e affrontate i processi come normali cittadini. Impunità a parte, le argomentazioni utilizzate sono comunque degne di nota.
L’ex Ds Fabio Mussi, parlando ad alta voce alla buvette con un forzista, diede dello “stronzo” a Cesare Previti e fu citato in giudizio perchè un cronista aveva riportato le sue parole.
Per Montecitorio era però un pensiero reso nell’esercizio delle funzioni parlamentari: «Lo scambio di opinioni su questioni di rilievo politico può contenere giudizi anche crudi».
In passato anche il ruvido Carroccio del periodo celodurista è stato graziato a più riprese dal centrosinistra dopo la rottura con Berlusconi.
Come quando assolse Mario Borghezio, imputato per diffamazione e minaccia per aver definito il segretario comunale di Novara «il solito terronaccio paracadutato dal governo di Roma»: nessun oltraggio ma semplicemente «una coerente difesa degli interessi del partito».
Va ascritto al centrodestra, invece, il salvataggio per le celebri e non proprio affettuose parole di Umberto Bossi verso la bandiera italiana: «Il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo».
Condannato a un anno e quattro mesi, in appello il Senatùr giocò il jolly: chiese l’immunità e la ottenne.
Motivazione: la sua era una «opinione politica» perchè il verde, bianco e rosso «rappresentava il simbolo dello Stato centralista ed oppressore delle formazioni locali»
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
INDENNITA’ NASCOSTE, MASSAGGI E VIAGGI GRATIS, INFERMIERI A DISPOSIZIONE ANCHE PER I GENITORI, ABUSI DI PORTABORSE… E AL LAVORO SOLO TRE GIORNI LA SETTIMANA… POCO O NULLA E’ CAMBIATO
I senatori e i loro familiari non hanno mai paura di sedersi sulla sedia del dentista. Non perchè più coraggiosi
degli altri mortali, ma perchè il conto, loro, non lo pagano mai.
Ci pensano gli italiani: grazie all’assistenza sanitaria integrativa ogni parlamentare può avere rimborsi fino a 25 mila euro nell’arco di un quinquennio.
Un plafond che comprende anche «lo sbiancamento di denti non vitali (250 euro per dente)» e «corone in oro e porcellana» a 1.150 euro l’una.
Se il Censis segnala che 11 milioni di concittadini rinunciano alle cure a causa della crisi economica, e l’Ufficio di bilancio del Parlamento ha spiegato che il 7,1 per cento evita di farsi visitare perchè i costi delle prestazioni sono troppo alti, lo stesso Parlamento regala a ogni senatore della Repubblica un plafond supplementare da 1.500 euro l’anno per farsi «una depressoterapia intermittente».
Una somma che può essere spesa anche per «un’idrochinesiterapia» (si fa in piscine termali) e pure – se si tiene alla linea, l’estate ormai è alle porte – per «drenaggio linfatico manuale».
Nessuno sapeva che il tariffario di Palazzo Madama prevede anche «sedute individuali di training per dislessici», e che prevede risarcimenti di quasi mille euro al mese per pagare un infermiere in caso di bisogno (il servizio si può estendere anche ai genitori del senatore).
Il senatore può presentare anche fattura per un paio di scarpe ortopediche da 600 euro (qualcuno giura che ce ne sono di molto eleganti in pelle), e se colto da attacchi d’ansia può spendere 5 mila euro l’anno per sedute dallo strizza-cervelli.
Il tariffario dedicato ai senatori, datato maggio 2015, è solo una delle evidenze che dimostrano come, nonostante gli scandali infiniti, le proteste dell’opinione pubblica, il ludibrio internazionale e le batoste elettorali, i privilegi della “casta” sono stati appena scalfiti.
È vero: le province e i costi per gli stipendi dei presidenti e dei consiglieri sono stati cancellati, i vitalizi per gli attuali parlamentari finalmente aboliti, ma per il resto prebende e vantaggi assortiti non sono stati toccati.
Indennità . Trattamento dei portaborse. I privilegi mai intaccati come la tessera che permette ai parlamentari di viaggiare gratis.
Mentre l’approvazione delle leggi, principale attività per la quale vengono eletti deputati e senatori, sono ormai appannaggio quasi esclusivo dell’esecutivo: dal 2013 Camera e Senato hanno approvato in tutto solo 36 leggi di iniziativa parlamentare, mentre ne hanno approvate 176 di iniziativa del governo.
In media meno di un provvedimento al mese.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
argomento: la casta | Commenta »