Gennaio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
INDAGATI E CLIENTELISTI TRA I RE DELLE PREFERENZE
C’è chi può vantare un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa.
Chi una serie lunga e articolata di conflitti di interesse.
Chi è entrato dentro un’inchiesta su personaggi vicini all’ ‘Ndrangheta.
Chi, per carità , ha solo un cognome importante da parte di padre o di marito. Ma lo fa pesare. Nord, centro e sud, lo stile non ha regione.
Questo nucleo di selezionati speciali ha vinto le primarie del 29 e 30 dicembre, quindi un biglietto, una chance verso il prossimo Parlamento sotto l’egida del Partito democratico. Sorridono, si fanno intervistare, la “legittimazione è arrivata dalla base”, dicono, “premiato il lavoro sul territorio”, ribadiscono.
Così Vladimiro Crisafulli, 6.348 preferenze, è il re di Enna, già deputato e senatore, l’uomo di cui il Pd non può fare a meno.
Eppure nel 2004 i pm di Caltanissetta scrivono: “È dimostrata da parte di Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il Bevilacqua, accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico-amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti”.
Il soggetto con il quale l’esponente democratico interloquisce, è Raffaele Bevilacqua, boss del clan mafioso di Enna e Barrafranca, in contatto con l’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Sia ben chiaro, c’è l’archiviazione, ma solo perchè quel colloquio non portò ad alcun favore a Cosa nostra, con i soggetti collusi arrestati “troppo presto”.
Resta ancora un rinvio a giudizio per abuso d’ufficio: il ras di Enna, secondo l’accusa, si sarebbe fatto pavimentare a spese della Provincia una strada che porta direttamente alla sua villa.
Altro campo, altra matrice, altra storia, per Nicodemo Oliverio, mister 8.245 preferenze a Crotone.
Su di lui pende dal 2009 un’imputazione di bancarotta fraudolenta, documentale e patrimoniale, secondo le accuse del gup del Tribunale di Roma.
La questione è l’inchiesta sulla cessione di Palazzo Sturzo dalla Ser Immobiliare per tre miliardi e mezzo di lire, immobile poi venduto dal Ppi nel 2007 per ben 52 milioni di euro.
Oliverio era il tesoriere ex Ppi e Margherita.
Secondo l’accusa “il bene immobiliare con un valore catastale di oltre 20 miliardi di vecchie lire e un valore di mercato oscillante tra i 60 e i 100 miliardi” attraverso la donazione al Ppi, soggetto controllante la stessa società Ser poi fallita “arrecò un danno patrimoniale ai creditori”.
Angolo conflitto di interessi, tocca a Francantonio Genovese, quasi 20mila preferenze.
Come sindaco di Messina (2005) era anche azionista e dirigente della società di traghetti, Caronte, che guarda caso opera sullo Stretto.
E poi c’è tutta la sua famiglia allargata (come racconta Marco Travaglio in prima pagina) in alcune società di formazione-lavoro finanziate dalla Regione.
Sempre Sicilia, troviamo Antonio Papania (6.165 preferenze). Il suo feudo elettorale è Alcamo, paese definito il “regno del lavoro interinale”.
Il 24 gennaio del 2002 ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 anni e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio.
Saliamo a Milano.
Ancora incerta la situazione per Bruna Brembilla (1.893 voti), entro venerdì i risultati definitivi. Influente membro del Pd lombardo, ex assessore provinciale (fino al 2009) nella giunta guidata dal Filippo Penati, si parla di rapporti con personaggi vicini alla ‘ndrangheta.
Tanto che nel 2008 il suo nome finisce sul registro degli indagati (archiviazione). L’ex assessore ne esce pulita, eppure nella rete delle intercettazioni restano parole che la pongono al centro di un intreccio tra politica, impresa e ambienti mafiosi.
Capitolo “parenti famosi”.
In Calabria troviamo Enza Bruno Bossio, oltre 10 mila preferenze, moglie di Nicola Adamo, ex assessore, già deputato, considerato l’uomo macchina per i democratici di Cosenza, e non solo, gravido di vicende giudiziarie.
I coniugi sono stati uniti anche da un avviso di garanzia nell’inchiesta Why Not, per i reati di truffa, abuso d’ufficio e associazione a delinquere per ipotetici finanziamenti “pilotati” che hanno interessato aziende amministrate dalla moglie.
Anche in questo caso tutto archiviato.
Ma non basta: a ottobre del 2012, nell’inchiesta sull’eolico, ad Adamo viene contestata l’associazione a delinquere, la corruzione, l’abuso d’ufficio, falso ideologico, violenza privata e violazioni delle norme sull’edilizia.
Infine complimenti a Daniela Cardinale 3488 voti, classe 1982, figlia di Salvatore, ex Ccd, Udeur, Ppi. Ex ministro.
Nella scorsa legislatura il padre le ha lasciato il seggio, dopo la benedizione di Veltroni.
Ora la famiglia lo ha confermato.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SU 1.663 SOLO 35 HANNO I CONTI A POSTO, LE ALTRE SONO IN ROVINA
Quanto rendono i beni sequestrati alle mafie? Niente. 
Le aziende che una volta erano dei boss non ce la fanno a sopravvivere.
Le eccezioni sono rare, rarissime.
Una di sicuro è quella di Pontecagnano, sulla litoranea che da Salerno scende verso sud. È un albergo ad ore. Lì, gli affari vanno sempre bene. Come prima.
La “roba” strappata con tanta fatica a Corleonesi e Casalesi non produce quasi mai ricchezza, l’antimafia non riesce ancora a far soldi.
Al contrario genera perdite. Sempre garantite.
Fino a quando è un capo della ‘Ndrangheta a mandare avanti il business tutto va a gonfie vele, quando poi arriva lo Stato le imprese affogano nei debiti.
Un esempio? Il famoso “Cafè de Paris” di via Veneto, a Roma.
Era affollatissimo al tempo degli Alvaro di Sinopoli, a due anni dalla confisca uno dei locali simbolo della Dolce Vita rischia la chiusura.
I numeri raccontano tutto. Su 1.663 società confiscate dal 1982 – anno primo della legislazione antimafia – solo 35 sono in attivo. E per un soffio. Praticamente soltanto il due per cento.
SULL’ORLO DEL FALLIMENTO TOTALE
Troppa burocrazia. Troppa indolenza. Troppo disinteresse.
E troppo il tempo che passa dal sequestro di un bene alla confisca, dalla sua destinazione all’assegnazione definitiva.
Cinque anni, sette, anche nove anni.
Terreni che sono ormai abbandonati. Aziende finite inesorabilmente fuori mercato. Dipendenti a spasso. Con banche che revocano i fidi, assicurazioni che non assicurano più, fornitori che chiedono il rientro immediato dei loro crediti. È il fallimento italiano della (vera) lotta alla mafia. Tutto funziona perfettamente se è nelle mani dei boss, tutto va in rovina se non ci sono loro.
È il crac delle confische, delle ricchezze portate via a uomini della Cupola o del Sistema, ristoranti, fabbriche, impianti minerari, fattorie, allevamenti di polli, supermercati, agriturismi, distributori di benzina, cantine, serre, trattorie, discoteche, residence, ottiche, gelaterie, società immobiliari, centri sportivi, pescherecci, stabilimenti balneari e anche castelli.
La punta più alta di confische in Sicilia: 621 le aziende espropriate ai boss. In Campania sono 332. E 216 in quella Lombardia che, da qualche anno, si rivela la prima regione lontana dai tradizionali territori dei clan ad avere ricchezze sporche nel suo ventre.
Cosa si può fare per proteggere questo tesoro e far guadagnare le imprese non più di mafia?
GLI INTERVENTI NECESSARI
«Tre cose», risponde Franco La Torre, presidente di Flare (la rete europea di associazioni contro il crimine organizzato) e figlio di Pio, il deputato del Partito comunista italiano ucciso nell’aprile del 1982 giù a Palermo per la sua grande battaglia per una Sicilia libera dai boss, artefice di quella legislazione antimafia che porta il suo nome e che ancora oggi – dopo trent’anni – resta un esempio in tutto il mondo.
Quali sono le tre cose da fare?
Franco La Torre: «La prima: la presenza di amministratori giudiziari competenti che siano in grado di fare il loro mestiere fino in fondo e di programmare piani a medio e a lungo termine per le aziende confiscate. La seconda: sostenere la legge d’iniziativa popolare – quella che ha lanciato la Cgil – per la tutela di tutti i dipendenti delle aziende sotto confisca e per garantire loro gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori dei settori in crisi. La terza: utilizzare il contante sequestrato e reinvestirlo nelle attività dove si registrano le sofferenze».
LA MAPPA DEI DISASTRI
L’elenco delle aziende che vanno o sono già andate in malora in pochi anni, o addirittura in pochi mesi, è infinito.
C’è una mappa dei disastri da una parte all’altra dell’Italia.
A Palermo c’è l’hotel San Paolo, in via Messina Marine, al confine fra Brancaccio e il porto di Sant’Erasmo, quasi di fronte alla “camera della morte” dove in piena guerra di mafia i boss torturavano i loro nemici di cosca.
Costruito da Giovanni Ienna per conto dei fratelli Graviano (i due, Giuseppe e Filippo, si nascondevano nella suite prima delle stragi del 1992), quest’albergo è famoso per un ascensore esterno di vetro dove i genitori accompagnavano i figli per far vedere Palermo dall’alto e perchè lì, nell’“ambiente” dell’hotel e degli amici dei Graviano – nel 1993 – è stato fondato il primo club di Forza Italia in Sicilia. L’albergo oggi accumula debiti spaventosi.
Una voragine
Stessa sorte per l’azienda agricola Suvignano di Monteroni D’Arbia, in provincia di Siena. I vecchi proprietari erano i costruttori Piazza di Palermo.
Un’estensione di 713 ettari, campi coltivati a grano e a orzo, uliveti, un bosco, 13 case coloniche, un’antica fornace, una villa padronale, un agriturismo, una riserva di caccia, 200 capi di suini e duemila pecore.
In rosso permanente anche gli 80 distributori di benzina sparsi fra il beneventano, l’avellinese, il casertano e il basso Lazio, tutti sequestrati ai Salzillo, quelli del “petrolio della camorra”.
E ancora, tanti altri beni-azienda in perdita totale. La Delfino srl di Gioia Tauro, rottami e rifiuti nel regno dei Piromalli e dei Molè. La Pio Center di Bovalino, un pezzo di sanità calabrese fra Locri e Reggio nelle grinfie dei Nirta.
E poi Villa Santa Teresa di Bagheria, sequestrata all’ingegnere Michele Aiello, il re Mida della Sanità privata in Sicilia, quello che è sospettato di aver fatto da prestanome al vecchio Bernardo Provenzano e che ha contributo a trascinare in un gorgo giudiziario e a Rebibbia il governatore della Sicilia Totò Cuffaro.
Uno dei casi più clamorosi resta sempre quello della Riela Group di Catania, all’epoca della confisca – nel 1999 – la quattordicesima azienda più florida di tutta la Sicilia con un fatturato di 30 milioni di euro.
Quando i titolari erano Lorenzo Riela e suo figlio Francesco (condannato all’ergastolo per omicidio), legati tutti e due ai Santapaola, i dipendenti erano 250. Oggi sono 12.
I Riela hanno provato a riprendersi la loro società di trasporti con vari prestanome. E facevano tutto dal carcere con la complicità di amministratori giudiziari.
Ma come è possibile che una “famiglia” si possa riappropriare del bene che gli è stato sottratto dallo Stato?
IL RUOLO DELLO STATO
«Questa della Riela Group è forse l’esempio più negativo in assoluto», dice Enrico Fontana, presidente di Libera Terra Mediterraneo, il consorzio delle cooperative che gestisce le proprietà agricole confiscate in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia.
E spiega: «Lo Stato ci deve mettere la faccia. Non basta sequestrare e poi gestire burocraticamente un bene, ma quel bene bisogna farlo diventare un buon esempio. La verità è che queste aziende che erano delle mafie non si possono considerare come tutte le altre, è necessario trattarle come aziende speciali. A parte le difficoltà di carattere finanziario – i lavoratori vengono messi in regola, si pagano i contributi arretrati ai dipendenti che i boss facevano lavorare al nero – queste imprese operano in contesti estremamente difficili. Dal sequestro in poi l’intervento su ognuna di queste aziende deve essere fatto con grande attenzione al mercato».
Ma come può un amministratore giudiziario nominato da un Tribunale fare impresa come un vero imprenditore?
Il più delle volte la gestione si rivela una sciagura. Di quelle 1663 aziende confiscate in via definitiva dal 1982 quasi la totalità sono destinate alla disfatta, alla liquidazione e alla cancellazione dai registri camerali e tributari. C’è da fare tanto.
Lo Stato deve cambiare marcia. Non serve solo applicare la legge e poi abbandonare le aziende, lasciarle in mezzo ai guai economici, prigioniere degli istituti di credito, sotto ricatto, sotto minaccia della concorrenza della porta accanto, i boss ancora sul mercato.
L’anno scorso Unioncamere e Libera hanno sperimentano un sistema di governance delle aziende confiscate.
Un monitoraggio per capire quali sono le emergenze più immediate e soprattutto capire come intervenire.
La lista degli interventi necessari: istituire strumenti di finanza agevolata e di incentivazione fiscale, introdurre facilitazioni contributive per il mantenimento dei dipendenti, prevedere un welfare per ricollocare i lavoratori in caso di chiusura del-l’attività , sostenere con aiuti la nascita di cooperative, destinare una quota del Fondo nazionale di garanzie per le piccole e medie imprese anche alle associazioni che gestiscono beni confiscati alla criminalità . È proprio tutto nero (e in rosso) il mondo dell’imprenditoria dal passato mafioso?
LE POCHE ESPERIENZE VIRTUOSE
«L’esperienza più virtuosa è quella della Calcestruzzi ericina», ricorda ancora Enrico Fontana mentre racconta «le perfette coincidenze» avvenute una decina e passa di anni fa a Trapani, dopo che avevano sequestrato l’impianto al capo mandamento della provincia Vincenzo Virga. Un prefetto attentissimo (Fulvio Sodano), un amministratore giudiziario molto preparato e appassionato, una cooperativa con soci capaci.
Ne è venuto fuori un piccolo grande miracolo.
Tutto nasce nel 1996 quando al boss tolgono la Calcestruzzi e quattro anni dopo gliela confiscano.
Qualcuno ha provato a boicottarlo l’impianto, la mafia ha provato a riconquistarlo.
Ma poi le cose hanno preso un’altra piega.
Per la prima volta – la vicenda non ha precedenti – l’Unipol ha concesso un mutuo ventennale di 700 mila euro senza garanzie e poi è cominciata l’avventura.
«Noi ci siamo ingranditi, è la prova che se tutti lavorano bene ce la possiamo fare », dice Giacomo Messina, il presidente della nuova Calcestruzzi. Quando era di Vincezo Virga i dipendenti erano 11, dopo tanto tempo e con l’antimafia i dipendenti sono diventati 14. Hanno assunto un ingegnere ambientale, una donna per le pulizie, hanno assunto anche un nuovo autista. E allargato gli uffici. E realizzato un nuovo stabilimento per il recupero degli scarti edilizi. Un piccolo gioiello.
Un’anomalia nel panorama dell’Italia che non vuole arricchirsi con i soldi della mafia.
Come quell’albergo confiscato alla camorra sulla strada che porta verso i templi di Paestum. Una clientela molto particolare. Quasi tutte coppie della zona. Molti impiegati, qualche professionista, ogni tanto si vede anche un pensionato. All’Hotel Mare ci vanno per fare l’amore. Nei dintorni di alberghi così – del genere daily use – ce ne sono almeno una dozzina. Ma l’Hotel Mare è l’unico sequestrato alla camorra. Non ci sono angosce a fine mese.
Sempre in attivo.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
GIOVANNI LO SCIUTO, ELETTO PER L’MPA SI DEFINISCE “SENTINELLA DELLA LEGALITA”: PECCATO CHE IL SUO NOME SIA CITATO NEI RAPPORTI DELLA DIA COME SOCIO FONDATORE DI UNA AZIENDA INSIEME A SORELLA E GENERO DEL BOSS LATITANTE
Meglio fare parte della commissione parlamentare regionale d’inchiesta sulla mafia che andare a sedere sulla poltrona di segretario della commissione parlamentare Formazione e Lavoro.
Protagonista di questa scelta è un neo deputato regionale siciliano, il medico castelvetranese Giovanni Lo Sciuto, classe 1963, ex assessore e consigliere provinciale, eletto deputato alle ultime regionali in provincia di Trapani nella lista Mpa — Partito dei Siciliani, che ha deciso di rinunciare al cumulo di indennità per occuparsi di mafia.
Una scelta, quella di andare a far parte della commissione antimafia regionale, che lui in poche righe ha anche spiegato: “Cercherò — ha detto — di essere la sentinella alla Regione per l’intera provincia di Trapani e per Castelvetrano in particolare”.
Particolare per particolare il nome dell’on. Lo Sciuto si ritrova però di continuo indicato nei rapporti antimafia della provincia di Trapani.
Lo Sciuto era finito anche sotto processo per un giro nel campo del cablaggio.
Assolto dall’accusa, il suo legame con il punto di riferimento di quegli affari — l’imprenditore e cavaliere del lavoro Carmelo Patti, patron della Valtur, anche lui di Castelvetrano — ha fatto si che il suo nome tornasse in un rapporto della Dia al Tribunale di Trapani, in occasione della richiesta di sequestro del patrimonio da 5 miliardi di euro dello stesso Patti.
In uno dei passaggi di questo rapporto antimafia si legge: “Lo Sciuto è stato uno dei soci fondatori della Futura calze srl, unitamente, tra gli altri, alla sorella ed al genero di Matteo Messina Denaro (il boss latitante da 20 anni, ndr) e cioè Giovanna Messina Denaro e Rosario Allegra, ed è stato indicato in un esposto anonimo dell’ottobre del 1998 come uno dei favoreggiatori di Matteo Messina Denaro, perchè avrebbe finanziato a mezzo di un conto corrente attestato presso la Banca Commerciale di Castelvetrano, avvalendosi anche della complicità di Michele Alagna (fratello di Francesca Alagna, la compagna del boss latitante ndr)”.
Insomma il rischio che il ruolo di “sentinella” che il neo deputato dice di volere esercitare all’interno della delicata commissione parlamentare possa finire frainteso c’è.
Certo è che i rapporti tra Giovanni Lo Sciuto e la famiglia del super boss latitante sono stati tutt’altro che sporadici e casuali.
La Finanza a suo tempo trovò titoli di credito intestati a Michele Alagna (del quale Lo Sciuto è stato testimone di nozze) posti a garanzia di conti correnti intestati alla moglie dell’odierno parlamentare e proprio in quell’esposto anonimo del 1998 quel conto corrente veniva indicato come fonte di sostentamento della latitanza di Matteo Messina Denaro.
Rino Giacalone
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
ANNO RECORD, NON ACCADEVA DAL 1993…IL MINISTRO TECNICO DI PROVENIENZA PREFETTIZIA
Il 2012 è l’anno record dei comuni sciolti per mafia. 
Il governo Monti, con il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, ne ha commissariati ben 25, molti di più rispetto ai predecessori.
Nei due decenni passati non è mai stato superato il numero di 10-15 commissariamenti all’anno, neppure durante la tanto sbandierata azione antimafia dell’ex ministro Maroni.
“Non si mandavano a casa tante amministrazioni dal 1993, quando l’“entusiasmo” dell’applicazione della legge sullo scioglimento (il cosiddetto decreto Taurianova che risale al 1991) aveva portato ad una grande attenzione al tema”, scrive il magistrato Raffaele Cantone sul Rapporto 2012 di Avviso Pubblico (rete di enti locali contro le mafie), che evidenzia le difficoltà degli amministratori costretti a convivere con minacce e intimidazioni sempre più frequenti.
“Questo dato potrebbe in parte avere una spiegazione “politica” — commenta il magistrato — la presenza al Viminale di un ministro tecnico, di provenienza prefettizia, che ha raccolto gli input che venivano dalle prefetture, ma soprattutto che ha evitato estenuanti “mediazioni” politiche sugli scioglimenti, come purtroppo ci aveva abituato la prassi (deteriore) degli ultimi anni”.
Il riferimento, esplicito, è al mancato scioglimento del comune di Fondi, nel basso Lazio, che il responsabile del Viminale Maroni avrebbe voluto sciogliere nel 2009 e che venne invece salvato dal Consiglio dei ministri dell’allora governo Berlusconi.
Dal primo gennaio 2012, si legge nel Rapporto, sono stati sciolti sei comuni in Campania (Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Gragnano, Pagani, San Cipriano d’Aversa), undici in Calabria (Bagaladi, Briatico, Bova Marina, Careri, Mileto, Mongiana, Nardodipace, Platì, Reggio Calabria, Samo, Sant’Ilario dello Jonio), cinque in Sicilia (Campobello di Mazara, Misilmeri, Racalmuto, Salemi, Isola delle Femmine), e a questi si sono aggiunti tre comuni del nord, Ventimiglia in Liguria, Leinì e Rivarolo Canavese in Piemonte, e il primo capoluogo, Reggio Calabria.
Alcuni degli enti sono già al secondo scioglimento e Casal di Principe, ad esempio, è al terzo commissariamento.
“A quelli sciolti nel 2012 vanno aggiunti i cinque del 2011 e ancora commissariati — scrive il giornalista Antonio Maria Mira, che ha curato questa parte del Rapporto — Tre in Calabria: Corigliano Calabro, Marina di Gioiosa Jonica, Roccaforte del Greco. Uno in Sicilia, Castrofilippo. E Bordighera in Liguria.
Oltre all’Azienda sanitaria provinciale di Vibo Valentia”. I numeri riportati disegnano una capillare penetrazione mafiosa degli apparati amministrativi di piccoli e grandi comuni ma, secondo il magistrato Cantone, sarebbero potuti essere ancora più alti.
“Forse, se fosse stata approvata la norma che avrebbe consentito di sciogliere anche i consigli regionali — spiega — avremmo assistito allo scioglimento di qualche ente regionale, non necessariamente meridionale”.
Del resto l’anno non è ancora concluso e c’è chi pensa che altri commissariamenti siano in arrivo.
Sono infatti sotto la lente d’ingrandimento delle commissioni prefettizie tre comuni in Campania (Giugliano, Quarto e Torre del Greco), uno in Puglia (Manduria) e dieci in Calabria (Ardore, Cardeto, Casignana, Gerocarne, Montebello Jonico, San Calogero, San Luca, Siderno, Taurianova, Rende).
“E vista la storia precedente di molti — scrive Mira nel Rapporto — già sciolti nel passato, il commissariamento appare più che probabile”.
Chiudono il quadro i comuni tornati al voto dopo lunghi anni di commissariamento. Si tratta di Gricignano d’Aversa (Caserta), San Giuseppe Vesuviano (Napoli), Borgia (Catanzaro), Condofuri e San Procopio (Reggio Calabria) e Nicotera (Vibo Valentia). Si spera che per questi comuni il ritorno alla normalità democratica coincida anche con l’inizio di un nuovo percorso di trasparenza.
Elena Ciccarello
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 478 GLI IMMOBILI TOLTI ALLA CRIMINALITA’ CHE NON POSSONO ESSERE RICONVERTITI PERCHE’ ALL’INTERNO SI TROVANO PERSONE CHE NON NE HANNO TITOLO, SPESSO FAMILIARI DEI BOSS… E SU 367 AZIENDE SOLO IL 2% E’ GIA’ ATTIVO SUL MERCATO
Quando lo Stato è in difficoltà le mafie gongolano.
Succede in Campania, dove 478 beni immobili confiscati alla camorra (quasi un terzo dell’intero patrimonio immobiliare sottratto alla criminalità organizzata locale) non possono essere consegnati agli enti locali e riconvertiti a fini di pubblica utilità perchè sono gravati da ipoteca o perchè sono ancora occupati. Spesso da persone che non ne hanno titolo, spesso dagli stessi familiari dei boss.
E delle 367 aziende confiscate, soltanto il 2% è ancora attivo sul mercato: solo 8 di queste impiegano lavoratori, per un totale di 50 persone.
Così non va. Lo dice chiaramente il presidente della commissione Anticamorra del consiglio regionale della Campania, Antonio Amato: “Sono i numeri campani di un sistema che nella nostra regione e in tutt’Italia è in grande affanno e necessita interventi legislativi nazionali e un deciso cambio di passo delle istituzioni locali”. Nei giorni scorsi il report sulla situazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata campana è stato discusso in commissione con il referente napoletano dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, Gianpaolo Capasso.
Ne è uscito fuori un quadro ricco di criticità , tra fondi ai quali è difficile accedere e norme che si attorcigliano.
Risultato: ci sono 478 beni sospesi nel limbo, dei quali il 72% è ipotecato e il 42% occupato.
I numeri, ovviamente, non si sommano: ci sono immobili che sono ipotecati e occupati contemporaneamente.
E sono i più difficili da sbloccare.
In commissione Capasso afferma che “si potrebbe ipotizzare di assegnare ai Comuni in maniera provvisoria gli immobili ipotecati”.
Per vincere la riottosità delle amministrazioni comunali ad assumersi gli oneri economici legati all’ipoteca. Cosa impossibile coi conti pubblici in sofferenza.
La questione ipoteche è il problema nel problema.
Lo spiega bene Lucia Rea, direttore di un consorzio della Provincia di Napoli che si occupa di gestione dei beni confiscati: “Ne esistono di due tipi. Il primo tipo è rappresentato dalle ipoteche legali, collegate a tasse e tributi non pagati dai vecchi proprietari. Nel momento dell’affidamento all’ente locale, questo diventa ‘creditore e debitore’ di se stesso e quindi sarebbe sufficiente una sua rinuncia al credito per poter riassegnare subito il bene. Invece recentemente abbiamo perso 3 milioni di euro di fondi Pon per la sicurezza perchè i sindaci di Pomigliano d’Arco e di Villaricca non hanno rinunciato a due crediti di 10mila e 8mila euro su beni confiscati e non assegnati”.
“C’è poi il secondo tipo di ipoteca — aggiunge — Quella accesa dai boss per contrarre mutui quando intuiscono che stanno per perdere il bene, con il solo scopo di impedirne un riutilizzo futuro. Possiamo uscirne in un solo modo: destinando una parte del Fug, il fondo unico di giustizia, dove confluiscono le liquidità delle confische, per l’estinzione di queste ipoteche. E’ fattibile, perchè è un fondo pieno di soldi, e non si capisce perchè non si agisce in questa direzione”.
Del Fug ha parlato Capasso in commissione regionale: “Esiste una procedura di richiesta di questi fondi, ma è così articolata che abbiamo preferito creare una struttura per una gestione di fondi-cuscinetto che permette di tappare eventuali esigenze immediate”.
Salvatore Perrotta, l’ex sindaco di Marano, componente del consiglio direttivo di avviso pubblico, avverte: “La questione delle ipoteche è sostanziale, da primo cittadino sono stato costretto a segnalarla più volte all’Agenzia Nazionale come un ostacolo serio alla fruizione dei beni. Urge un loro intervento strutturale, unito all’istituzione di un fondo specifico da parte della Regione o dello Stato, perchè le amministrazioni comunali da sole non possono risolvere”.
Un grande buco nero è nelle aziende confiscate.
estinate inesorabilmente al fallimento.
Ne spiegò le ragioni il magistrato anticamorra Raffaele Cantone in un’intervista a ilfattoquotidiano.it: “L’impresa criminale vive, ottiene crediti e sta sul mercato per la mafiosità dell’imprenditore e la sua capacità di intimidazione. Quando poi la affidi a un amministratore giudiziario che deve rispettare le regole di mercato, mettere a posto i dipendenti, pagare le tasse, non regge più. Bisogna studiare agevolazioni fiscali e contributive per le imprese sottratte alla criminalità organizzata”.
A questo si aggiunge che in Campania non esistono cooperative di lavoratori per la gestione diretta dei beni confiscati attraverso la destinazione per fitto a titolo gratuito. Un modello di business sperimentato con successo altrove.
Una recente legge campana prevederebbe premialità per le coop in grado di accedere alla gestione dei beni confiscati. Per ora è solo una speranza.
La legge è sostanzialmente inattuata, perchè i fondi regionali latitano.
E non è un dettaglio da poco l’ingloriosa fine del patrimonio automobilistico e motociclistico tolto ai camorristi. “Numeri stratosferici” dice Capasso.
Nell’ordine delle migliaia.
Ma siccome ci vogliono in media sette anni tra il sequestro e la confisca, nel frattempo le macchine marciscono nei depositi giudiziari.
I cui proprietari alla fine presentano parcelle per importi di molto superiori al valore del veicolo deteriorato.
Ad aggravare il tutto, una tara nella legge che consente di consegnare queste auto solo alle forze dell’ordine e non ai Comuni o alle Province.
“Una cosa incomprensibile” commenta Amato.
Purtroppo non è l’unica.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
INCHIESTA DELLA DDA DI NAPOLI: TRA GLI SPONSORIZZATI ANCHE IDA D’AMORE, COMPAGNA DEL BOSS GIUSEPPE ESPOSITO
Imponevano i loro cantanti neomelodici per animare feste di piazza e alle tv locali e
oltre a pretendere il «pizzo» dai titolari di attività commerciali, li costringevano ad acquistare gadget pubblicitari a prezzi superiori a quelli di mercato.
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Dda di Napoli, hanno notificato dodici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti affiliati e fiancheggiatori della fazione del clan «dei casalesi» che fa capo agli Schiavone.
Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni, porto e detenzione illegale di armi da fuoco e cessione di sostanze stupefacenti, reati aggravati dalla finalità mafiosa.
LA MOGLIE DEL BOSS
Nel corso delle indagini si è accertato che molti degli indagati non si limitavano solo all’imposizione delle tangenti, ma si erano specializzati anche nell’imporre a titolari di attività commerciali l’acquisto di calendari, agende, penne, accendini, e altri gadget pubblicitari a un prezzo di gran lunga superiore a quello di mercato.
Inoltre a ristoratori, organizzatori di comitati per feste patronali o di piazza e a titolari di emittenti televisive locali imponevano la scritturazione di cantanti neomelodici, tra cui la compagna di uno dei boss arrestati.
Il compenso delle prestazioni veniva solo in parte devoluto all’«artista», essendo invece in gran parte destinato alle casse del clan o a singoli affiliati. Tra i neomelodici di cui era d’obbligo la scritturazione, anche Ida D’Amore compagna del boss Giuseppe Esposito.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELLA CGIA DI MESTRE EVIDENZIA CHE SONO AUMENTATE DEL 303% IN 4 ANNI LE SEGNALAZIONI ANTIRICICLAGGIO
L’economia criminale in Italia vale 170,5 miliardi di euro all’anno.
Una montagna di soldi che oltre essere creata attraverso una serie di attività illegali spesso viene riversata sul mercato, finendo così per inquinarlo e per stravolgerlo.
DENUNCIA
La denuncia viene dalla Cgia di Mestre che da qualche anno esegue un monitoraggio sulla dimensione economica del giro di affari prodotto dalle organizzazioni criminali presenti nel nostro Paese.
«La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia – è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definizioni stabilite a livello Ocse, che i dati prodotti dall’Istituto di via Nazionale non includono i reati violenti come l’usura e le estorsioni».
ESCALATION
La conferma dell’escalation del giro d’affari in capo alle organizzazioni criminali, emerge anche dal numero di denunce pervenute in questi ultimi anni all’Unità d’Informazione Finanziaria della Banca d’Italia (UIF).
Si tratta delle segnalazioni di operazioni di riciclaggio sospette eseguite da intermediari finanziari (in primis le banche che ne hanno compiute quasi l’80% del totale), verso la UIF. Ebbene, tra il 2007 ed il 2011 sono aumentate del 303%.
Nel 2011, ultimo dato disponibile, hanno raggiunto la quota record di 48.344.
La Cgia ricorda che una volta ricevuti questi «avvisi», la UIF effettua approfondimenti sulle segnalazioni di operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza (NSPV) e alla Direzione investigativa antimafia (DIA). Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la UIF le archivia.
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
“UN GRAVE CEDIMENTO DELLO STATO”… “PREVALSE UNA RAGION DI STATO CHE FORNI’ LEGITTIMAZIONE ALLA TRATTATIVA”
La chiamano «scellerata trattativa», sostengono che è andata avanti dal ’92 al ’94 e che ha
visto protagonisti «i massimi esponenti di Cosa Nostra ed alcuni rappresentanti dello Stato», fino alla «definitiva saldatura del nuovo patto di coesistenza Stato-mafia», realizzato grazie alle «garanzie assicurate dal duo Dell’Utri-Berlusconi».
C’è anche un po’ di storia e di sociologia, nella memoria che ieri i pm di Palermo hanno depositato agli atti del procedimento per la trattativa fra Stato e mafia.
Una ricostruzione portata avanti nonostante le «amnesie collettive» che per vent’anni hanno colpito tanti uomini delle Istituzioni.
Nelle 22 pagine inviate ieri al Gup Piergiorgio Morosini, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i suoi sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia citano anche (senza nominarlo) il premier Mario Monti, sostenendo che non c’è altra ragion di Stato che quella che punta a scoprire la verità .
È anche per questo che esprimono dubbi sull’immagine di Oscar Luigi Scalfaro e di altri personaggi, morti come l’ex presidente della Repubblica: l’ex capo della Polizia, Vincenzo Parisi e soprattutto l’ex vicedirettore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Di Maggio, «legato ai Servizi e al Ros».
Ingroia, che da oggi sarà in viaggio verso il Guatemala, dove venerdì prenderà servizio nella commissione Onu contro l’impunità per i crimini commessi durante la guerra civile, scrive che l’obiettivo della trattativa era «ambizioso»: «Un nuovo patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici e, dall’altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata, dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l’Italia».
Referenti che, alla fine, con la minaccia di nuovi attentati (allo stadio Olimpico di Roma) sarebbero stati il centrodestra e Berlusconi.
Caduto il Muro di Berlino, dicono i pm, si frantumarono i vecchi equilibri politico-mafiosi e venne meno, con la sentenza del maxiprocesso, la garanzia dell’impunità per Cosa nostra.
Da lì lo scatenamento dell’attacco allo Stato, con l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992), che rappresenta anche l’assalto alla politica collusa.
Poi ci sono le stragi di Capaci e via D’Amelio e, l’anno dopo, Roma, Firenze e Milano.
In un clima fatto di «tanti, troppi, depistaggi e reticenze, spesso di fonte istituzionale», vengono trascinati davanti al Gup 12 imputati, 5 mafiosi, 5 esponenti delle Istituzioni, Massimo Ciancimino e Marcello Dell’Utri.
Ciancimino viene ancora indicato come «testimone privilegiato dei fatti, fonte di prova dalla controversa attendibilità intrinseca (visto che in questo processo assume anche la veste di imputato del delitto di calunnia)», ma creduto se riscontrato, anche perchè, grazie a lui, diversi «testimoni eccellenti, alti esponenti delle Istituzioni del tempo», hanno ritrovato la memoria, riferendo, «per la prima volta, circostanze che avevano a lungo taciuto».
È invece «grave e deprecabile» il «seppur parziale cedimento dello Stato, tanto più perchè intervenuto in una fase molto critica per l’ordine pubblico e per la nostra democrazia».
I pm indicano i ruoli di ciascuno: i mafiosi, come Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Antonino Cinà e il pentito Giovanni Brusca avrebbero ricattato lo Stato, gli «anelli di collegamento» sarebbero stati l’ex colonnello Giuseppe De Donno e i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, i «politici-cerniera» Calogero Mannino prima e Marcello Dell’Utri dopo.
C’è poi Nicola Mancino, che risponde di falsa testimonianza. Parisi e Di Maggio, «agendo entrambi in stretto rapporto operativo con Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis».
Fu quello «il momento, in cui irrompe sulla scena una male intesa (e perciò mai dichiarata) ragion di Stato, che fornisce apparente legittimazione alla trattativa e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali».
Riccardo Arena
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Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
“TEMO CHE VI SARA’ UNA STAGIONE PIU’ VIOLENTA DI QUELLA DEL 1992-93″… “SE CROCETTA RIESCE A FARE PULIZIA PUO’ DARSI CHE LA SICILIA SI SALVI”… “COSA NOSTRA SPERA IN UAN REAZIONE DEI POLITICI”
Cosa nostra è stata cosa sua: “Mi chiamo Gaspare Mutolo, sono nato a Palermo il 5
febbraio 1940, nel quartiere di Pallavicino e sono cresciuto tra i vicoli di Mondello e Partanna. Sono un collaboratore di giustizia. Voglio raccontare la mafia, di cui ho fatto parte, combinato nel 1973, fino al 15 agosto del 1991″.
È l’incipit di un libro di memorie — “La mafia dentro” — che Mutolo sta ultimando insieme alla scrittrice Anna Vinci.
Le Regionali in Sicilia, il pentito Mutolo le legge così: “Se la mafia voleva, faceva andare a votare e mettere in minoranza a Crocetta, un uomo onesto che ha sempre lottato alla mafia. Ma ha lasciato che vincesse, per mandare un messaggio a Pdl e Udc. I boss si sono sentiti traditi”.
Mutolo, da cosa si sono sentiti traditi i mafiosi?
Dalle promesse non mantenute. I loro beni sono stati, in parte, confiscati. I padrini sono da vent’anni dentro, gli uomini più importanti al carcere duro: mi spiego?
Crocetta ostacolerà la mafia: non è un controsenso?
No, perchè Crocetta non se la prenderà solo con le coppole storte, ma anche con i referenti politici. Io ho paura che ci sarà una stagione più violenta di quella del ’92-’93. L’unica speranza è Crocetta: se riesce veramente a fare pulizia, può darsi che la Sicilia si salvi.
La mafia si sta organizzando?
Questo silenzio — che non succedono cose, che non ci sono omicidi — era una direttiva di Provenzano, poco prima di essere arrestato: stare sette anni senza fare rumore. Se lo Stato non riesce a dare una svolta, molti personaggi importanti che stanno a Roma, avranno cose da temere: avevano garantito che per i siciliani sarebbe andata diversamente. Se torniamo indietro, sappiamo perfettamente che la mafia si muove sempre per un interesse vitale. Il primo segnale c’era stato nell’87, quando la mafia smise di votare per la Democrazia cristiana e scelse i socialisti: nell’84 era nato il maxi-processo, e dopo tre anni erano ancora tutti dentro. Quello era un messaggio alla Dc che perdeva tempo, diceva ai boss di avere pazienza.
Lei se lo ricorda?
Alle famiglie, sia quelle di sangue che quelle di mafia, ci comandarono di votare Psi. Io ero nel carcere all’Ucciardone per il maxi-processo. Venne da me Peppe Leggio e mi disse: “Gaspare tu dici alla tua famiglia che vota per i socialisti”. A lui sicuramente glielo aveva detto qualche personaggio più importante.
Poi è caduta la Prima Repubblica.
Visto che sono collaboratore di giustizia, ho potuto ascoltare un’intercettazione ambientale, in cui si sentivano parlare alcuni boss riuniti in un’albergo dei Graviano. Ancora non era nata Forza Italia che già parlavano di sostenerla: cercavano i nuovi referenti, dopo la fine della diccì.
Perchè dice che la situazione oggi è preoccupante?
La mafia in Sicilia è in condizioni di pilotare ancora — ma veramente — il voto, con le buone o con le maniere sue. Cosa nostra sa bene a che livello è la collusione con la politica, quindi secondo me i mafiosi hanno permesso di vincere a Crocetta per dire ai signori politici che stanno a Roma: guardate che questo a noi ci ha sempre combattuto, ma ora cercherà di combattere anche a voi. Loro parlano così. La morte di Enzo Fragalà , avvocato e deputato del Pdl ucciso a bastonate nel 2010, secondo me è stato uno degli ultimi omicidi della mafia, ed è stato l’ennesimo avvertimento. Questa delle regionali è un’avvisaglia per le elezioni nazionali. I politici cambiano partito, ma gli uomini sono sempre gli stessi. E quando si voterà per il nuovo governo e per le Camere, se non ci saranno provvedimenti favorevoli ai boss, come — mi ripeto, ma è molto importante — è stato promesso vent’anni fa, si avvierà una stagione ancora più violenta.
Ha votato solo lo 0,6 per cento dei detenuti. In tutte le carceri siciliane. Lirio Abbate ha scritto sull’Espresso : “All’istituto di pena di Pagliarelli di Palermo dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale, ed è in custodia cautelare per reati che non sono di mafia”. Che significato ha l’astensione dei detenuti?
È un sintomo coerente con la mia lettura. L’ordine è stato categorico, evidentemente. Quelli che non hanno votato sono controllati dalla mafia. E ora la mafia spera che i politici hanno una reazione. I voti della mafia sono stati fermi, per adesso . Vede, così a lungo i mafiosi non ci sono stati mai dentro, soprattutto con questo regime duro del 41-bis. Per loro è una cosa inaccettabile. Dell’Utri, Schifani, Berlusconi sono ancora nei posti chiave: i pezzi da novanta vogliono mandare un messaggio. Prova ne sia che c’è ancora il processo sulla trattativa e sappiamo quali sono le richieste della mafia.
Come funzionava il voto di scambio, finchè lei era mafioso?
Ci sono quelli che fanno i grandi affari, che sono il perno di tutto. Hanno detto a Milano che la ‘ndrangheta ha venduto i voti a quell’assessore: ma quelle sono sciocchezze, regalini. Le cose importanti, che importano a tutte le mafie, sono i grandi appalti, i business veri, i soldi che possono arrivare. Mafia e politica si sono sempre sostenute a vicenda, perchè avevano interessi comuni.
Lei aveva rapporti con i politici?
Mi trovavo ad andare da qualche politico, come Ernesto Di Fresco o l’onorevole Matta, amicissimo di Lima e Ciancimino. Ci andavo perchè volevo segnalare una persona che m’interessava, per un concorso all’università o in ospedale. In queste occasioni, loro parlavano anche di politici, carabinieri o magistrati che davano disturbo. Ma attenzione: non è che dicevano “sparategli”. Di Fresco mi fece il nome di Dalla Chiesa, che andava dagli studenti a parlare di mafia e faceva i controlli nelle autoscuole, perchè non venisse concesso il foglio rosa ai mafiosi. Più che lamentele, erano consigli.
di Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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