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ELEZIONI SICILIA: SEGGI DESERTI NELLE CARCERI, LA MAFIA SI E’ ASTENUTA

Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’ESPRESSO RIVELA: “I MAFIOSI NON HANNO VOTATO IN QUESYTA TORNATA ELETTORALE: SU 7.050 DETENUTI HANO COMPILATO LA SCHEDA SOLO IN 46″… AL PAGLIARELLI DI   PALERMO SOLO 1 SU 1.300

“La mafia si è astenuta dal voto in questa tornata elettorale per eleggere il nuovo governatore e rinnovare il parlamento siciliano. Non sappiamo cosa possano aver fatto i mafiosi a piede libero.
Possiamo però affermare con certezza che i boss detenuti hanno preferito non votare. E di solito i mafiosi detenuti fanno ciò che viene indicato da quelli ancora liberi”.
Comincia così l’articolo pubblicato da L’Espresso in esclusiva a firma di Lirio Abbate che spiega: “L’astensione così massiccia in tutta la Sicilia non era mai avvenuta anche fra i detenuti, tanto che i seggi aperti nelle carceri sono andati deserti. Nessuno di loro si è presentato a votare”.
Su 7.050 detenuti hanno votato solo in 46: ma si tratta di carcerati comuni e non di mafia”, scrive il settimanale in edicola domani.
E al carcere di Pagliarelli a Palermo, “dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale. Stesso identico atteggiamento a Catania, Agrigento e Caltanissetta”.
“Eppure in passato i mafiosi hanno sempre appoggiato il “cavallo vincente” — spiega il giornalista – Perchè gli uomini di Cosa nostra hanno sempre avuto l’intuito di puntare sul candidato che avrebbe potuto farcela. I pentiti hanno sempre spiegato che la mafia non ha colore, e sta con chi ha il potere in mano. Già  lo scorso maggio i detenuti delle carceri Pagliarelli e Ucciardone a Palermo si sono astenuti dal voto per eleggere consiglieri comunali e sindaco del capoluogo. Era il primo segnale lanciato nell’ultimo decennio dalla mafia a questa “nuova” politica. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. E la cosa stupisce, perchè Cosa nostra non si arrende così facilmente. Forse questa volta i mafiosi hanno intuito che a vincere poteva essere Rosario Crocetta che fin da subito, anche per la sua storia personale, ha tuonato contro Cosa nostra, e allora forse non era il caso di avvicinarlo. Sta di fatto che a questa tornata elettorale dalle carceri è arrivato un segnale diverso. Stare lontani da questi politici”.

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“IN SICILIA VOTI PAGATI ANCHE 300 EURO”: LA DENUNCIA DI BELCASTRO CONTRO L’UDC

Novembre 1st, 2012 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DI NOI SUD E’ ANCHE LEGALE DEI PIROMALLI: “SO CHE ALLE REGIONALI C’E’ STATA COMPRAVENDITA CON PREZZI SUPERIORI 4 VOLTE LA CALABRIA”

L’avvocato dei boss della ‘ndrangheta lancia in Parlamento l’accusa di voti comprati alle elezioni regionali siciliane di domenica scorsa.
E pur non indicando casi specifici, suscita la riposta stizzita dell’Udc, partito uscito vincitore dalle urne in quanto sostenitore del candidato Pd — e icona dell’antimafia — Rosario Crocetta.
“Mi si dice che anche nelle ultime elezioni siciliane c’è stata una compravendita di voti. Un voto è stato pagato addirittura 300 euro“, afferma nel suo intervento in aula il deputato di Noi Sud, Elio Belcastro, durante l’approvazione del Ddl anticorruzione.
“I prezzi sono fortemente lievitati”, aggiunge il parlamentare calabrese, il cui studio legale assiste i principali boss della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro: i Piromalli, i Molè, i Bellocco, i Pesce, i Crea.
“In Calabria alle scorse elezioni al massimo si era arrivati a 70 euro per un voto“.
La rivelazione del parlamentare è contestata da Roberto Rao, deputato dell’Udc, che controbatte: “Se il mio collega o altri fossero davvero a conoscenza di fatti gravissimi come questi, dovrebbero recarsi alla Procura della Repubblica e raccontare tutto quello che sanno. Altrimenti” — prosegue — ” il loro comportamento omissivo e omertoso e le loro insinuazioni striscianti non faranno altro che generare una sensazione di complicità  di questo Parlamento con comportamenti gravissimi e deliquenziali come è la compravendita dei voti”.
La controreplica di Belcastro non si fa attendere e definisce “intimidazione” l’intervento di Rao.
“Sono un uomo libero che denuncia dei fatti gravi” — si difende l’onorevole — “e non credo che Rao voglia tapparmi la bocca. Di ciò che sono a conoscenza sarei anche pronto a riferire”.
E continua polemicamente: “Mi sarei aspettato non una denuncia contro chi denuncia, ma una richiesta di approfondimenti ulteriori, uno stimolare le Procure”.
Lapidaria la dichiarazione conclusiva del Vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione, che così commenta: “Il deputato Belcastro denuncia politicamente in quest’Aula gli episodi di malcostume, assumendosi la piena responsabilità  politica di quello che dice. Ma il cittadino che ha notizie di reato ha il dovere morale di portarle a conoscenza della magistratura”

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA DIA LOMBARDA: “CRIMINALITA’ IN TUTTI I CANTIERI DELLE GRANDI OPERE”

Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DAVANTI ALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA EUROPEA… VENTIDUE AZIENDE ALLONTANATE, INFILTRATI ANCHE NEI LAVORI DELL’EXPO E DELLA TAV

“Non esiste un solo grande cantiere pubblico lombardo che non abbia problemi di criminalità  e che non sia stata oggetto di un provvedimento di interdizione da parte delle autorità ”.
Non usa mezzi termini il colonnello Alfonso Di Vito, a capo della Dia milanese, nel corso dell’audizione che si è tenuta presso la Commissione Antimafia Europea (Crim) in visita in città .
Expo, Brebemi, Tav, Pedemontana, Metropolitana 5, Ospedale San Paolo e SS42 a Bergamo: hanno tutte visto lavorare imprese collegate alla mafia.
Da sottolineare che in Lombardia si sta realizzando il 30% delle Grandi opere italiane.
I dati presentati dal colonnello sono impressionanti: 500 sono i fascicoli già  avviati e due sono gli accessi diretti che la Dia ha già  effettuato sui cantieri di Expo (dove, per altro Di Vito ha annunciato sorprese in vista).
Ventidue sono le imprese allontanate dai cantieri con provvedimento interdittivo, ma negli ultimi tre anni la Dia si è fatta promotrice di più di 200 ispezioni nei cantieri, controllando più di 5000 imprese e 20.000 persone.
Questo perchè vi è stato un cambiamento strutturale nell’attività  della criminalità  organizzata, spiega Di Vito ai parlamentari europei presenti in sala, con forme di penetrazione significativa nel tessuto economico — imprenditoriale e rapporti importanti con la Pubblica amministrazione.
Tre sono i fattori che rendono le imprese mafiose estremamente concorrenziali: l’estrema flessibilità , il ricorso al lavoro in nero, e una brutale evasione fiscale con esportazione di capitali all’estero.
Il tutto in danno delle imprese oneste, che perdono terreno e in alcuni settori, come quello del movimento terra, vengono buttate fuori dal mercato.
Proprio la scorsa notte, qualcuno ha divelto un recinto in uno dei cantieri Expo e ha portato via un camion — racconta Nando dalla Chiesa, presidente del Comitato di esperti varato dal Comune di Milano, secondo il quale l’unico mezzo per combattere la presenza mafiosa sono i controlli.
Controlli che dovrebbero esser fatti anche di notte, da gruppi interforze, formati da personale scelto, visti anche i recenti episodi di collusione da parte di alcuni elementi delle Forze dell’Ordine.
“Esiste una pressione particolare sull’area Ovest dell’hinterland milanese e sul territorio intorno a Rho”- ha proseguito Dalla Chiesa anticipando la materia del secondo rapporto del Comitato — che si manifesta attraverso attentati e incendi a pizzerie, ristoranti o auto.
“Registriamo — ha proseguito il sociologo — che in alcuni comuni, accreditati per ospitare una maggiore presenza mafiosa, avvengono meno incidenti, mentre in altre aree gli incendi si stanno sviluppando come fossero zona di conquista”.
L’europarlamentare Rita Borsellino, presente in sala, non si mostra sorpresa per la situazione lombarda che viene tratteggiata, ma dichiara: “Se prima la criminalità  organizzata al Nord poteva essere considerata una presenza occasionale, oggi constatiamo quanto abbia permeato l’economia e una delle ragioni che ha portato a questo livello di infiltrazione è la mancanza di tre strumenti che è stata denunciata qui oggi: la legge sul falso in bilancio, quella sull’autoriciclaggio e la brevità  delle prescrizioni. Tutte mancanze che si devono al governo Berlusconi. Mi ha colpita, però, favorevolmente, la Commissione istituita dal Comune di Milano, che spero si possa esportare, non solo in altri comuni, ma anche in Europa”.

Chiara Pracchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COMUNE SCIOLTO PER CAMORRA, MA IL PDL RICANDIDA LE STESSE PERSONE IN GIUNTA

Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile

A SAN GIUSEPPE VESUVIANO IL PDL RICANDIDA IN CONSIGLIO COMUNALE L’EX SINDACO DELLA GIUNTA AZZERATA

A San Giuseppe Vesuviano – comune in provincia di Napoli e feudo del clan Fabbrocino, camorra di impresa e di sangue — si vota.
Le elezioni del 28-29 ottobre decideranno la nuova compagine amministrativa che dovrà  guidare il Comune dopo la gestione della triade commissariale.
La giunta, infatti, è stata sciolta per condizionamento camorristico nel 2009, decisione confermata dal Consiglio di Stato.
Il sindaco dell’ente azzerato per collusioni era Antonio Agostino Ambrosio, detto Tonino o’ biondo, una vita in politica.
Era sindaco nel 1992. L’anno dopo, con un diverso primo cittadino, San Giuseppe fu sciolto per camorra, era il 1993.
Un ventennio fa.
Dopo l’ultimo scioglimento, dopo la condanna, con patteggiamento (pena sospesa) per concussione (1997), dopo aver girovagato diversi partiti, Ambrosio è tornato nel Pdl che ha deciso, nonostante tutto, di ricandidarlo nella lista a sostegno di Antonio Ambrosio, solo omonimo, che nella giunta sciolta per camorra nel 2009 era assessore al bilancio.
Nelle liste a sostegno del candidato sindaco anche altri esponenti della compagine sciolta per infiltrazioni della camorra.
Tutti pronti a tornare in sella.
Alla presentazione del candidato Antonio Ambrosio c’era anche il deputato Paolo Russo, presidente della commissione agricoltura, indagato in passato dalla distrettuale antimafia di Napoli e poi archiviato, così come il consigliere regionale Fulvio Martusciello, fratello del commissario Agcom Antonio. “Siamo gli uomini del cambiamento e del rinnovamento” il refrain della presentazione a cui ha preso parte anche Antonio Agostino Ambrosio che ha fatto gli onori di casa.
Nella proposta di scioglimento dell’allora prefetto di Napoli Alessandro Pansa, che trova ampio spazio nella relazione allegata al decreto di azzeramento dell’ente firmato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si leggeva: “Nello stesso periodo in cui il sindaco (Antonio Agostino Ambrosio) si presentava pubblicamente come uomo della legalità  impegnato a difendere le istituzioni nei processi di camorra, egli, in via decisamente più occulta e riservata, stringeva patti e accordi, secondo quanto emerge dall’attività  di indagine, con gli esponenti anche di spicco dei gruppi criminali”.
Nella relazione c’è spazio anche per la vicenda dei rifiuti con l’affidamento dell’appalto ad una società  “risultata positiva ai controlli antimafia”.
Altro capitolo quello dell’abusivismo edilizio: 1154 abusi accertati nel periodo 2000-2008 a San Giuseppe, con il silenzio di fronte alla devastazione messa in atto dal clan Fabbrocino. “L’accondiscendenza — si leggeva nella relazione — dell’apparato amministrativo e burocratico a tale stato di cose ha assunto livelli di particolare gravità  avvantaggiando soggetti direttamente legati ad organizzazioni criminali, come nel caso della villa edificata in piano centro cittadino nelle vicinanze della casa comunale (a duecento metri, ndr) e nella disponibilità  di un noto camorrista locale”.
Il camorrista è Franco Ambrosio, detto ‘o scoccatore, detenuto all’ergastolo, uomo di spicco del clan. Lo scioglimento è un atto amministrativo e non ha comportato indagini penali neanche sul sindaco.
La nuova legge, però, consente di proporre l’incandidabilità  dell’amministratore responsabile dello scioglimento che salta un turno, una misura di natura preventiva. Il Tribunale di Nola, sezione civile, ha applicato la sanzione ad Antonio Agostino Ambrosio, ma il tempo e le tornate elettorali trascorse, secondo un pronunciamento della Corte d’Appello, hanno consentito all’ex sindaco di candidarsi.
A sostenere Antonio Ambrosio ci sono cinque liste, quella del Pdl, dove troviamo l’ex sindaco Antonio Agostino Ambrosio, e altre quattro.
La prefettura ha dovuto cancellare due candidati che avevano riportate condanne passate in giudicato.
I deputati e senatori del Pdl, durante il mandato di Antonio Agostino Ambrosio (biennio 2007-2009), avevano presentato numerose interrogazioni parlamentari per chiedere l’azzeramento dell’ente e denunciare le infiltrazioni dei clan.
A distanza di pochi anni con il ritorno nel partito del biondo, tutto è rientrato come per incanto.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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QUELLA CRONISTA DI 22 ANNI CHE SFIDA I BOSS: A SEDRIANO UN ANNO DI VIOLENZE ALLA REPORTER, ORA IL POLITICO E’ IN CELLA

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

LE MINACCE DEL SINDACO AMICO DEI BOSS: “TU NON DEVI PIU’ SCRIVERE CONTRO DI ME”

Che cosa può fare contro la ‘ndrangheta una giovane giornalista del profondo Nord?
Può scrivere o stare zitta.
Se scrive però, si può fare molto male.
Sollevare polvere è pericoloso nei dintorni di Milano, soprattutto se il sindaco è amico di quelli là : i mafiosi.
In quest’Italia che sembra capovolta è quasi più difficile parlare di boss e di «amicizie» nelle grandi periferie lombarde contagiate da cosche e ‘ndrine piuttosto che laggiù, nel labirinto di Reggio o nella soffocata Palermo.
Leggete cosa è capitato a una reporter di Sedriano, il paese vicino a Magenta dove l’altro giorno hanno arrestato il sindaco Alfredo Celeste per i suoi ravvicinati rapporti con Eugenio Costantino, uno degli uomini in odore di ‘ndrangheta coinvolti nell’inchiesta che ha portato in carcere anche l’assessore alla Casa della regione Lombardia Domenico Zambetti.
Leggete bene come si muoveva nel suo reame quel sindaco accusato di avere preso voti in cambio di favori agli emissari del clan, come pretendeva il silenzio, l’omertà .
Lei, la giornalista, si chiama Ester Castano e ha 22 anni, lavora per “l’Altomilanese” che è un settimanale.
Per mesi ha fatto una vita d’inferno in un comune di poco più di diecimila abitanti, pendolari, una quiete apparente e tanta ‘ndrangheta.
La colpa di Ester: scrivere. Scrivere sul sindaco e i suoi compari. Troppe domande. Troppi articoli. Troppa curiosa quella ragazzina con il vizio del giornalismo.
Così il sindaco di Sedriano si è scatenato con querele e diffide contro Ester, richieste di risarcimento danni, false accuse di molestie, persino l’intimazione – attraverso i solerti carabinieri della locale stazione – a non avvicinarsi fisicamente a lui.
L’ultimo «consiglio» di Alfredo Celeste a Ester Castano: cambia zona, scrivi d’altro.
Ogni volta che lei pubblicava un articolo partiva subito la chiamata del comandante dei carabinieri.
Ricorda lei: «Era sempre la stessa storia: “Vieni in caserma il prima possibile”, mi dicevano i carabinieri e poi mi notificavano una nuova diffida».
Così Alfredo Celeste ha tentato di sbarazzarsi di una cronista che aveva intuito prima di tutti gli altri chi aveva allungato le mani sul Comune di Sedriano.
La «campagna» contro Ester e “l’Altomilanese” – rivelata con molti dettagli ieri mattina da un articolo di Alberto Spampinato su “Ossigeno per l’Informazione, l’Osservatorio sui giornalisti minacciati” – è iniziata dopo una cronaca del maggio 2011 su Nicole Minetti a Sedriano.
La consigliera regionale amica di Ruby era stata invitata da Celeste – laureato in teologia, devotissimo alla Madonna di Medjugorie, insegnante di religione che non ha mai voluto sposare coppie nel suo comune («Per me il matrimonio è solo quello davanti a Dio») – per una serata sulla «creatività  femminile».
Siccome il sindaco aveva paura di polemiche, ha avuto l’idea di chiamare in suo soccorso il suo amico «calabrese» Eugenio Costantino – così scrivono i magistrati milanesi nella loro ordinanza di custodia cautelare – «per portare con sè un certo numero di persone per poter far fronte a eventuali contestatori».
La Minetti arriva a Sedriano e la temuta protesta c’è.
Una suora e una maestra vengono maltrattate dal servizio d’ordine, quello organizzato dal sindaco e dalla ‘ndrangheta.
Loro presentano denuncia per violenza, Ester Castano scrive.
E scrive pure che il Comune stanzia 7.020 euro per l’ingaggio di un legale incaricato di querelare suora e maestra.
Un’altra denuncia parte contro la giornalista (Ester riporta nella sua cronaca che l’avvocato «è amico del sindaco») e tutti gli edicolanti di Sedriano vengono diffidati da Celeste a esporre le locandine dell’”Altomilanese”.
Ma non è finita.
Pochi mesi dopo a Sedriano qualcuno esplode sei colpi di pistola contro un’automobile, è parcheggiata davanti a un locale collegato al giro delle slot machine.
Ester prova a chiedere ad Alfredo Celeste «che cosa sta accadendo» nel loro tranquillo paese, dopo pochi giorni i carabinieri tornano alla carica e la diffidano «a non entrare più in contatto con il sindaco».
Ricorda ancora Ester: «Il comandante dei carabinieri mi ha riferito che il sindaco gli aveva espressamente detto che dovevo smetterla di scrivere articoli su Sedriano».
Passa qualche settimana ed Ester viene accusata ancora, questa volta di aver dato fuoco ad alcune auto alle spalle del palazzo comunale.
Un paio di giorni prima aveva chiesto informazioni su come funzionava il servizio antincendio in Comune.
A Sedriano Ester è isolata.
Le vietano di parlare con i vigili urbani. Le vietano di avvicinarsi alle fonti. Provano a cucirle la bocca.
Per fortuna, in questo anno di incubo nel paese del sindaco «amico degli amici» Ester Castano è stata più volte difesa dal suo direttore Ersilio Mattioni, con tanti editoriali contro le prepotenze di Alfredo Celeste.
Per fortuna, ha trovato sostegno legale dai colleghi di Ossigeno.
Per fortuna, qualcuno ha scoperto un po’ di mafia anche lì, alle porte di Milano.

Attlio Bolzoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SAVIANO: “LA LEGGE ANTI-CORRUZIONE COSI’ NON BASTA, SERVE PIU’ CORAGGIO”

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

“I RAPPORTI MAFIA-POLITICA SONO ORMAI EMERGENZA NAZIONALE”

Per Roberto Saviano, il ddl anticorruzione “così com’è impostato, non va bene, non basta.
Il provvedimento deve essere rafforzato sul falso in bilancio, sul voto di scambio, sulla concussione e in altre sue parti fondamentali.
“Quella legge va approvata con urgenza, ma senza scendere a compromessi”.
L’autore di Gomorra, che torna stasera da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa” per ripartire con le sue analisi sullo scambio politico-mafioso e sulle alleanze tra clan ed economia legale, lancia un appello al ministro Paola Severino e un altro al premier Monti.
Il ministro della Giustizia, auspica Saviano, “si faccia garante perchè non si sia ostaggio di questa politica”. L’altra sollecitazione riguarda l’allarme dei condizionamenti mafiosi nel paese: “Il governo deve fare presto ad affrontare la questione come emergenza nazionale e non come un problema tra i tanti”.
Saviano, partiamo da un tabù che è crollato. C’era una volta l’orgoglio nordista che puntava il dito contro la complicità  o la colpevole indifferenza del sud con i clan.
“In effetti, fino a poco tempo fa, poteva essere rischioso parlare di infiltrazioni mafiose al Nord. Della Lega, ad esempio, ti lasciavano anche dire che era razzista, un po’ incolta, ma guai a parlare di tolleranza con le mafie”.
Lei stesso, due anni fa, fu accusato dall’ex ministro Maroni di aver rivolto accuse infamanti alla Lega perchè disse che la ‘ndrangheta “interloquiva” col suo partito.
“Purtroppo i fatti di oggi mettono in ridicolo le parole di Maroni, oltrechè la campagna orchestrata contro di me. La reazione del Carroccio fu così risentita perchè nessuno aveva ancora detto con chiarezza, al grande pubblico, che il pericolo era già  lì, negli appalti, nelle imprese. Il caso ha voluto che cadesse la maschera del tesoriere della Lega Francesco Belsito, che secondo due procure aveva rapporti con la cosca dei De Stefano in Calabria. Poi è arrivato l’arresto dell’assessore Zambetti che, come sottolinea il procuratore aggiunto Boccassini, svela un pezzo di democrazia inquinata. E in tutto questo, la Lega ha esibito negli anni un’antimafia di facciata: quella che ti fa organizzare la fiaccolata contro il soggiorno obbligato di qualche boss o contro gli spacciatori, ma niente di più”.
La replica del Carroccio è che l’assessore accusato di aver pagato 200mila euro per 4000 voti, è del Pdl.
“Ecco, la Lega sta dicendo che loro non c’entrano. Ma è una bugia. Perchè hanno appoggiato incondizionatamente il Pdl che ha sempre avuto un atteggiamento disinvolto con i faccendieri di queste organizzazioni. Perchè se fai percepire alla tua base elettorale che il problema mafioso riguarda solo bande calabresi o campane che si fanno il racket tra loro, stai mentendo. A Milano, si è superata la linea d’ombra. In alcune aziende, c’è chi si domanda: voglio essere perdente o vincente? Se non voglio alzare bandiera bianca, faccio entrare capitali opachi”.
In Lombardia nessuno fa un passo indietro. Perchè?

“A Milano fino a ora non è nata una vera cultura antimafia. Non nelle persone, non nelle imprese. Forse perchè non ci sono stragi, non ci sono faide e i summit non avvengono alla luce del sole. Una parte della politica se ne occupa, ma la maggior parte delle persone ritiene che la criminalità  organizzata sia un fenomeno meridionale…”.
Eppure, un mese fa a Milano hanno ucciso una coppia per la cocaina: i killer hanno sparato a lei mentre teneva una bimba in braccio.
“Esatto, una scena tipicamente mafiosa quasi scivolata addosso. Con sporadiche eccezioni, la politica pratica l’esercizio della rimozione. Così avviene con le estorsioni a tappeto, in un’omertà  generalizzata che ricorda aree depresse del Sud”.
Con la differenza che pezzi del Sud si ribellano, dal moto collettivo delle donne di San Luca in Calabria all’onda antiracket di Ercolano, nel vesuviano.
“Invece al Nord tanti continuano a dire che l’infezione arriva dal Meridione. Non è così: sono cellule locali, con meccanismi d’azione mafiosa, che ormai parlano lombardo e che nella terra della finanza si arricchiscono di nuovi capitali. Di questo fa le spese proprio l’economia del Sud: se il fenomeno criminale non fosse così florido al Nord, le cosche laggiù sarebbero molto indebolite”.
Sulla lotta alla ‘ndrangheta si sconta un grande ritardo. Non occorre un’autocritica anche da parte dei media?
“Credo che autocritica debba farla soprattutto la politica nazionale: direi che il nostro governo si è dato altre priorità . Il mio appello a Monti è: fate presto a porre la questione antimafia come un’urgenza da affrontare e non più come un problema fra tanti”
E sul ddl anti-corruzione, qual è il suo appello?
“È un testo ancora debole. Il ddl anticorruzione è un decreto salva-democrazia: non viatico per una politica pulita, ma la premessa per un sistema che possa davvero dirsi democratico. Una classe politica corrotta e impunita è permeabile ai capitali criminali, come le recenti inchieste attestano. Dopo l’appello lanciato da Repubblica, 300mila cittadini hanno firmato. Ora il Guardasigilli dovrà  farsi garante perchè non si scenda a compromessi, perchè non si sia più ostaggio di questa politica che quando non è colpevole di connivenza, lo è di ignoranza. Un’ignoranza che, ai vertici di una regione come la Lombardia, non è consentita”.
Quali sono i punti del Dda da rivedere?
“Sono numerosi, ma tre i più importanti: voto di scambio, (che nel testo risulta punibile solo se il politico lo paga in denaro e non con favori di altro tipo), falso in bilancio e autoriciclaggio. Ma il vero salto di qualità  nella lotta alla corruzione sarebbe l’introduzione – che l’Europa ci chiede – di una norma che rendesse imprescrittibili i reati dopo la sentenza di condanna di primo grado”.
Siamo in piena febbre da primarie. È sottovalutato il tema delle infiltrazioni criminali e del voto di scambio?
“La crisi del sistema lombardo è inaugurata dal caso Penati, peccato originale che ha depotenziato l’opposizione del centrosinistra ai disastri del centrodestra. Spero che il dibattito non si limiti alle regole delle primarie”.
Umberto Eco, propone una specie di mobbing verso chi ostenta tenori di vita sospetti. Anche lei ha un consiglio per gli onesti?
“Sì: voler sempre sapere. Quando uno è stanco dei giornali, di conoscere il caso Lazio o Lombardia, quello è il modo per lasciare tutto invariato. Perciò, direi: non smettere di approfondire, essere aperti e non ideologici. Conoscere cambia le cose”.
Saviano, lei è alla terza stagione televisiva, ora di nuovo in Rai. L’ha delusa lo share di due settimane fa, alto (11%) ma comunque inferiore ai picchi da record (31%) della passata edizione di “Vieni via con me”?
“No. Intanto, con i nuovi vertici Rai lavoro in armonia e nessuno mi chiede i contenuti degli interventi. Le mie presenze sono concepite come una rubrica, legata all’attualità . Quindi, in questo test del lunedì voluto da Fazio, sono più libero dalle ansie di perfomance. Voglio liberarmi della ‘dittatura’ dell’evento. Credo sia importante essere in tv, occupare uno spazio da scrittore”.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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LA POLITICA A CENA CON LA MAFIA: I RAPPORTI DEL CONSIGLIERE CON MASSONERIA E ‘NDRANGHETA

Ottobre 14th, 2012 Riccardo Fucile

UOMINI DELLA POTENTE COSCA TRIPODI HANNO PARTECIPATO ALLA CAMPAGNA ELETTORALE DEL CONSIGLIERE UDC RAFFAELE D’AMBROSIO

‘Ndrangheta e politica. Non c’è solo la regione Lombardia, negli interessi politici dei clan di Vibo Valentia, perchè un posto di primo piano ce l’ha anche la regione Lazio.
E sin dalle elezioni regionali del 2010.
A sostenere la campagna elettorale di Raffaele d’Ambrosio, poi eletto nell’Udc, e nominato vice presidente del Consiglio regionale, c’era il massone Paolo Coraci, indagato dalla procura di Catanzaro per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma c’è di più.
Al Fatto Quotidiano risulta che alle cene, organizzate nella campagna elettorale di d’Ambrosio, ha partecipato anche Francesco Comerci — messinese come Coraci — anch’egli indagato, sempre dalla Dda di Catanzaro, coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Borrelli.
Comerci è accusato di associazione mafiosa: secondo gli inquirenti è parte attiva nel clan Tripodi, un’articolazione della cosca Mancuso, per il quale svolge il ruolo di prestanome nell’impresa Edil Sud.
La lista degli invitati, al ristorante Squisito di Roma, prevedeva la presenza di Marika Tripodi, figlia del boss Nicola, anch’ella indagata per associazione mafiosa dalla procura di Catanzaro.
Al Fatto Quotidiano, però, risulta un ulteriore dettaglio: a elezione avvenuta, gli appuntamenti tra Coraci e d’Ambrosio, non sono terminati.
Anzi: i due si sono incontrati nuovamente. Il punto è che Coraci è il personaggio chiave dell’inchiesta condotta dal pm Pierpaolo Bruni che, nei giorni scorsi, ha perquisito nove persone tra Sicilia, Calabria, Lazio e Lombardia.
Un’inchiesta complessa, quella di Bruni, che sta disegnando una mappatura di potere occulto, ramificata tra il Lazio e la Lombardia, che unisce la ‘ndrangheta di Vibo Valentia alla massoneria.
Coraci è infatti il gran maestro di una loggia romana ispirata, secondo l’accusa, da un altro massone di vecchia data: Angelo Fiaccabrino che, negli anni Novanta, fu prima accusato, e poi assolto, per i suoi rapporti con Cosa Nostra.
Bruni è convinto che Coraci — congiuntamente a Nicola Tripodi e Francesco Comerci — abbia usato la Edil Sud “per il conseguimento delle finalità  illecite della cosca di riferimento, attraverso operazioni societarie e finanziarie”.
Il massone siciliano, però, s’interessa anche di politica.
Ispirandosi a don Luigi Sturzo fonda un’associazione: “Liberi e Forti”.
Ed è proprio con questa associazione che decide di sostenere Raffaele d’Ambrosio nelle elezioni del 2010.
Non è detto che d’Ambrosio sapesse della stretta vicinanza tra Coraci e il clan Tripodi. Anzi: può ben essere che d’Ambrosio, in quella campagna elettorale, lo ignorasse.
L’inchiesta di Bruni — nella quale d’Ambrosio non è indagato — si sta concentrando sugli affari della Edil Sud (e altre società  radicate in Lombardia), sul mix di ‘ndrangheta e massoneria (la loggia di Coraci ispirata da Fiaccabrino) e i loro rapporti con le istituzioni.
Di certo, però, c’è che uomini legati al clan Tripodi hanno partecipato alla campagna elettorale di d’Ambrosio.
E Coraci, in questa storia, va inquadrato in tutti i suoi ruoli.
Accusato di concorso in associazione mafiosa, con il clan vibonese, è anche il gran maestro di una loggia massonica, nonchè il fondatore dell’associazione Liberi e Forti che sostiene pubblicamente il candidato Udc.
C’è un ultimo ruolo, non secondario, nelle mille vite parallele di Coraci, ben rappresentate dal suo appartamento in via Umbria: doppio ingresso, da un lato l’accesso alla loggia, dall’altro, quello della Sicomoro consulting: il gran maestro è anche un imprenditore nel ramo della consulenza finanziaria.
Con il pallino delle energie rinnovabili.
È quest’uomo che attovaglia decine di ospiti alle cene elettorali di d’Ambrosio. Che ne cura in diverse occasioni la campagna per le regionali del 2010.
Un uomo che — stando alle accuse del pm Bruni — era la cerniera tra la ‘ndrangheta del clan Tripodi di Vibo Valentia e la massoneria. Una persona capace di tentare questo strano affare: acquistare per 16 milioni di euro, dalla Fintecna, un appartamento in via Giulia a Roma.
Piccolo dettaglio: secondo l’accusa, Coraci, non vuole figurare in prima persona, quindi chiede alla Edil Sud — riconducibile al clan Tripodi — di intestarsi l’appartamento.
In cambio, il massone vicino all’Udc, offre alla Edil Sud i lavori di manutenzione. L’affare non va in porto. Ma è chiaro il suo rapporto con il boss della ‘ndrangheta.
Un rapporto che cura anche nella primavera del 2010, quando si preoccupa della campagna elettorale di d’Ambrosio e gli porta a cena Francesco Comerci, ritenuto da Bruni parte integrante del clan.
È una data importante: quella sera, la ‘ndrangheta di Vibo Valentia, siede a tavola con la politica che conta. Quella romana.
Grazie a Coraci il clan era arrivato fin lì.
E non è poco.

Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCARCERATO BRUNO CONTRADA, L’EX 007 CONDANNATO A 10 ANNI: “UN GIORNO LA VERITA’ SARA’ RISTABILITA”

Ottobre 12th, 2012 Riccardo Fucile

“IO TRADITO DA UOMINI DELLO STATO”

È tornato libero nel primo pomeriggio, dopo che due agenti della polizia penitenziaria gli hanno notificato l’ordinanza di “fine pena” del Tribunale di sorveglianza di Palermo.
Bruno Contrada ha finito di scontare la condanna a dieci anni per concorso in associazione mafiosa: in anticipo, rispetto al previsto, per via della “liberazione anticipata” e della buona condotta tenuta durante l’esecuzione della pena, poco meno di quattro anni trascorsi in due diversi penitenziari militari, a Palermo e a Santa Maria Capua Vetere, e altri quattro anni fra detenzione domiciliare e sospensione della pena per motivi di salute.
A 81 anni, l’ex numero tre del Sisde fa i conti con numerosi acciacchi e problemi fisici, ma non ha perso la sua determinazione nel negare la propria colpevolezza: «Un giorno la verità  sarà  ristabilita — ha detto subito dopo la notifica del provvedimento di remissione in libertà  — e qualcuno si dovrà  ravvedere del male fatto a me e alle Istituzioni».
Con Contrada, nella modesta abitazione popolare di via Maiorana, zona Leonardo da Vinci, a Palermo, ci sono la moglie e i figli e l’avvocato Giuseppe Lipera.
L’ex 007 non si fa attendere e accetta di parlare con i cronisti.
Si appoggia al bastone, è affaticato, la voce è debole, ma la grinta è quella di sempre. «Non odio nessuno, nè provo rancore», dice a chi gli chiede se, dopo 8 anni di detenzione e l’infamia di una condanna per mafia, ha risentimenti verso qualcuno. Ma, e lo ripete più volte, «non mi rassegno, nè mi pento».
Di un’esistenza passata a «servire le istituzioni» rifarebbe tutto.
«Ho passato la maggior parte della mia vita al servizio dello Stato e non cambierei nulla – dice – Con me nella tomba non porterò segreti».
Mai un passo indietro nel ribadire la sua innocenza.
Nonostante le condanne in tutti i gradi di giudizio. E la certezza che un giorno chi gli sopravviverà , e nel dirlo la voce gli si spezza, vedrà  ristabilità  la verità .
«Quando – sussurra – il 10 maggio del 2007 sono entrato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per scontare la pena ingiusta che mi era stata inflitta dissi che ero sicuro, come lo sono ora, che un giorno che vedranno i miei figli o i miei nipoti la verità  sarà  ristabilita e allora qualcuno dovrà  pentirsi per quello che ha fatto a me ed alle istituzioni che ho servito fedelmente da quando avevo 20 anni e indossai la divisa da bersagliere».
Lui, per quanto potrà , continuerà  a lottare perchè quella verità  possa essere affermata. «Finchè avrò respiro», dice.
A chi gli chiede cosa pensa degli altri uomini delle istituzioni coinvolti in indagini di mafia – il riferimento è all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia – Contrada risponde senza tirarsi indietro: «per il generale Mori in particolare provo stima e ammirazione. Ma dell’indagine preferisco non parlare, non ne so nulla».
Venti minuti sotto il fuoco di fila delle domande dei cronisti, poi un commiato.
«Sono a vostra disposizione per qualunque incontro nei prossimi giorni», dice, stanco. «Ora, però – prosegue appoggiandosi al bastone – è il momento che torni a casa».

(da “la Stampa”)

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DAI VOTI FACILI AI BUSINESS MILIONARI: “COSI’ LA LOMBARDIA SI E’ VENDUTA AI CLAN”

Ottobre 12th, 2012 Riccardo Fucile

IL PATTO MAFIA-POLITICA-AFFARI

Scene di crimine e anticrimine in Lombardia: «La Sicilia l’hanno sconfitta, l’hanno demolita, è finita la Sicilia. La Campania la stessa cosa, la stanno distruggendo lo stesso. Ma la Calabria, dice, è venuta qua sopra! E gira e volta gli investimenti li fai qui. Ormai c’è la Calabria, qua sopra, e devono distruggere la Calabria».
Questa sgrammaticata ma puntuale analisi, registrata dalle microspie, viene fatta da due uomini di ‘ndrangheta.
Uno è Eugenio Costantino, e cioè «l’elegantone», il faccendiere legato ai clan, quello che con le sue leggerezze ha distrutto l’assessore regionale Mimmo Zambetti e azzerato la giunta di Roberto Formigoni.
L’altro si chiama Vincenzo Evolo, taglia extralarge, mani come pale, ritenuto il soldato del recupero crediti, il «cattivo».
È il marzo del 2011, Ilda Boccassini è diventata il procuratore aggiunto antimafia, insieme con Giuseppe Pignatone Lombardia, Roma e Calabria, ha arrestato centinaia di persone, tra cui medici, magi-strati, politici, è la zona grigia che per la prima volta comincia a venire stanata.
UN ASSESSORE AL NIGHT
Da dove spunta un assessore che a sessant’anni paga 200 mila euro per i voti della ‘ndrangheta? E dove ha preso quei contanti?
I carabinieri del comando provinciale di Milano e il pubblico ministero Paolo D’Amico si sono mossi nel totale segreto per non dare scampo agli indagati.
Sono stati sequestrati solo ieri i computer di Enrica Papetti, la segretaria fidatissima di Zambetti per sedici anni. Il faccendiere della ‘ndrangheta la descrive così: «Fa tutto
lei, tutti gli imbrogli (…) quella è proprio complice in tutto ».
Un dettaglio inedito arriva persino dalla Milano da bere.
Erano gli anni ’80, Pepè Onorato e Mimmo Teti erano i boss «dei calabresi» (allora si diceva semplicemente così), e un brigadiere fa un controllo in un night. Identifica i clienti: spuntano Teti e il futuro assessore Zambetti.
L’avvocato dice che Zambetti è stato in fondo un po’ superficiale, ma anche nel maggio 2009 rispunta il nome dell’assessore.
Lo fanno due calabresi finiti travolti da altre indagini: «Vedi se organizzi una quindicina di giovanotti che andiamo a Cinisello e ci prendiamo un aperitivo che c’è Zambetti (…) roba di elezioni, ma non devono votare niente, andiamo solo lì per presenza, passo con il pullman e li prendo».
MILANO-REGGIO CALABRIA

La campagna elettorale della ‘ndrangheta ha però sempre e solo uno scopo primario: «Zambetti ce l’abbiamo in pugno, gli facciamo un culo così».
Zambetti si mette a disposizione con favori che fa e appalti che promette. E così diventa più che legittimo domandarsi: da quanto tempo «lavorano» come portavoti questi clan che si muovono alla grande tra Nord e Sud?
Eugenio Costantino parla con suo padre del boss Pino D’Agostino, e gli dice, papale papale: «Con Scopelliti in Calabria, hai visto come ha fatto? Sono andati là , li hanno pagati, ed hanno comprato i voti. Se non paghi i voti non vinci!.. Pure Pino è stato due mesi l’anno scorso con la pol…», cioè con la politica, per Giuseppe Scopelliti, pdl. È lo stesso Scopelliti che ieri parlava a favore del sindaco di Reggio Calabria, comune «chiuso» per ‘ndrangheta.
L’INFILTRAZIONE INFINITA
Più le si leggono, più le si ascoltano, queste clamorose, anzi spaventose intercettazioni diciamo di ultima generazione, più emerge al Nord un salto di mentalità . Tanto da parte della ‘ndrangheta, più moderna, anche se ancoratissima alle tradizioni. Tanto – attenzione – da parte degli imprenditori.
Ne devono ascoltare presto sessanta, e di questi, la metà  non ha radici al sud. Eppure, hanno pagato e pagano i boss per varie ragioni e non li hanno mai denunciato. Mai. Solo per paura?
C’è infatti da riconsiderare grazie al lavoro svolto in strada il concetto sin qui noto di infiltraperzione.
Esempio perfetto è la vicenda dell’ultimo arrestato, il ristoratore cremonese Valentino Gisana. Gisana subisce un tentativo di estorsione, va dalla polizia e fa una denuncia generica, ma consegna a uomini della ‘ndrangheta il telefonino dei ricattatori.
E così tra il gigantesco Vincenzo Evolo e gli altri gangster ci si annusa, ci si capisce e Gisana non deve più pagare l’esoso pizzo.
Ma «qualche cosa bisogna pagare, il tempo che hanno perso», gli dicono in sintesi. E Gisana paga. Poi gli impongono di assumere un cameriere, e ok, assunto.
A quel punto Gisana, che vanta un credito nei confronti di un debitore che però non si fa trovare, domanda agli «amici» calabresi se lo aiutano loro.
E così la «macchina da guerra» del clan si muove, ma Gisana alla fine si sfoga con un amico: «Troppa gente che mi pressa, adesso quelli lì (e cioè i ricattatori) non mi hanno rotto più i coglioni, ma adesso io ho paura che (i “calabresi”) mi mettono sotto (…) lo “Zio” mi manda gli altri, cambiami l’assegno, cambiami l’assegno (…) per me è una storia infinita».
LA SPIEGAZIONE DEL MARESCIALLO
È, nel suo orrore, una frase bellissima. Una frase-chiave.
La giriamo a un vecchio maresciallo che spiega: «Questi cominciano perchè uno gli dà  fastidio, chiedono aiuto, funziona, poi hanno bisogno di prestiti, o di recuperare i crediti, e quando i boss li mettono sotto, che cosa devono fare? Vengono qui a raccontarci che hanno cominciato loro questa catena?».
Più di tante sociologie, vale dunque quest’indagine: sono gli imprenditori del Nord che adesso vanno a cercare i boss di riferimento?
Sia gli imprenditori sia i politici diventano però presto come «un pacchetto», che viene passato da mano mafiosa a mano mafiosa, tanto non si può ribellare nessuno: «Hai visto quel “pisciaturu” di Zambetti come ha pagato. Ehh, lo facevamo saltare in aria. Si è messo a piangere, ohh, davanti a me a zio Pino».
IL VOTO COERCITIVO
Il 5 maggio del 2011, l’«elegantone » fa a bordo della sua Bmw imbottita di microfoni come un’emittente radiofonica una specie di piccola mappa: «Magenta, Sedriano, Vittuone, Corbetta, anche che noi qui, dato che diamo una mano a tutti nella politica, allora conosciamo tutti. I sindaci qua sono tutti amici nostri… tutti di destra!
I sindaci di questi paesi non ce ne è uno che non conosciamo, in qualche modo l’abbiamo aiutato noi a vincere », dice Costantino. Come ottengono questi voti i boss? Perchè nell’ordinanza viene usato l’aggettivo «coercitivo»
«Una volta – spiegano in via Moscova – votavi come ti diceva il boss perchè ti faceva paura, ora lo voti perchè dice: “Ci guadagniamo tutti”.
La coercizione sta nel fatto che chi vota sa perfettamente che chi chiede è legato alla mafia calabrese».
In effetti, nelle intercettazioni del chirurgo Marco Scalambra, arrestato, si sente citare spesso la «lobby dei calabresi».
Lobby? sono clan, ma l’unico voto a forza di mazzate viene estorto a due truffatori. Hanno «zanzato» il calabrese sbagliato, e finiscono per cedere soldi e diamanti dopo con un sequestro di persona. Si salvano, ma «Vi diremo per chi votare».
Ecco perchè la procura antimafia dichiara apertis verbis che in Lombardia oggi abbiamo «il prodotto di un perfetto ed autorevole coordinamento di un’unica struttura organizzata, insediatasi, ed ormai radicatasi, anche nella provincia di Milano».
Più chiaro di così, ed è proprio il caso di dirlo, si muore.
Ammazzati.

Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)

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