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IL PIANTO DI PAOLO BORSELLINO, TRADITO DALLO STATO

Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DEI MAGISTRATI: APPARATI INFEDELI, MOLTEPLICI FIGURE ANCHE ISTITUZIONALI GIOCAVANO PARTITE COMPLESSE E SPREGIUDICATE

La fine adesso è nota: «Sia nel luglio del 1992, sia nell’anno 1993, la strategia di Cosa nostra è stata quella di trattare con lo Stato attraverso l’esecuzione di plurime stragi che hanno trasformato la trattativa in un vero e proprio ricatto alle istituzioni».
Ricatto che ha prodotto i suoi effetti: «Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti se si considera che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario (il carcere duro per i mafiosi, ndr ) è stato di fatto depotenziato».
I detenuti sottoposti al regime restrittivo si ridussero, in poco più di un anno, di circa due terzi. Poi è cominciata una nuova stagione politica.
La premura
Dall’ultima ricostruzione della Procura di Caltanissetta sulla bomba che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino, emerge in maniera nitida come gli attentati mafiosi abbiano accompagnato – parallelamente all’inchiesta milanese Mani Pulite – il trapasso dalla prima alla seconda Repubblica.
Attraverso un ricatto che prese le mosse quando si decise di eliminare il nemico giurato Giovanni Falcone non a Roma, con qualche colpo di pistola, ma facendo saltare in aria un pezzo di autostrada a Capaci, in Sicilia, nel regno di Cosa nostra.
Nemmeno due mesi dopo l’altro attentato, oggi catalogato come «terroristico»: la morte di Paolo Borsellino che trasforma Palermo in un quartiere di Beirut al tempo della guerra. Eliminazione programmata da tempo, ma anticipata con una «premura incredibile», hanno rivelato alcuni pentiti.
Perchè erano in gioco altri interessi: «La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della cosiddetta trattativa tra uomini delle istituzioni e Cosa nostra», scrivono i pubblici ministeri nell’atto d’accusa che conclude quasi quattro anni di indagini nate dalle rilevazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
Le istituzioni coinvolte
La fretta di eliminare Borsellino derivò dal fatto che il magistrato, procuratore aggiunto di Palermo, era venuto a sapere dei contatti tra i carabinieri del Ros, guidati dall’allora colonnello Mario Mori, e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino.
Contatti diretti alla cattura dei latitanti, secondo gli investigatori dell’Arma, che però Cosa nostra percepì come occasione per imporre patti e condizioni: «Nella ricostruzione del generale Mori non convince l’ostinata negazione di una trattativa che invece è nelle stesse sue parole descrittive degli incontri con Ciancimino. Per Cosa nostra era certamente una trattativa», accusano i pm nisseni per i quali Mori, il suo superiore generale Subranni e il capitano De Donno che l’accompagnava negli incontri con l’ex sindaco «sono soltanto il livello statuale più basso di questa trattativa. Altri soggetti, politici, vi hanno verosimilmente partecipato anche dopo il 1992. Questa trattativa si svolse a più riprese e iniziò prima della strage di via D’Amelio».
È il punto di svolta della nuova indagine.
Borsellino scoprì i contatti tra la mafia e altri rappresentanti dello Stato, schierati ufficialmente al suo fianco.
«Tradito da un amico»
Due magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo, un giorno di fine giugno lo videro piangere.
«Essendo un uomo all’antica non l’aveva mai fatto – ha testimoniato Camassa -. Ricordo che Paolo, anche questo era insolito, si distese sul divano, e mentre gli sgorgavano delle lacrime dagli occhi disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”».
Non disse chi fosse quell’amico, nè accennò a trattative.
Ma la vedova del giudice ha raccontato che il marito, legato al generale Subranni, le confidò di essere sconvolto dopo aver saputo di sue presunte collusioni con la mafia.
E le aveva testualmente riferito che «c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato». Borsellino venne a sapere dei contatti tra i carabinieri e Ciancimino il 28 giugno ’92.
Glielo disse la sua amica magistrata Liliana Ferraro, non gli ufficiali coi quali stava collaborando.
Tre giorni dopo, al Viminale, vide il neo-ministro dell’Interno Nicola Mancino, in un fugace incontro che Mancino continua a non ricordare.
Ma quanto riferito dall’ex ministro, secondo la Procura di Caltanissetta, «appare illogico e non verosimile… V’è da chiedersi se il senatore Mancino sia vittima di una grave amnesia, ovvero sia stato indotto a negare un banale scambio di convenevoli per il timore di essere coinvolto, a suo avviso ingiustamente, nelle indagini. Non si può tuttavia negare che residua la possibilità  teorica che egli possa aver mentito “perchè ha qualcosa da nascondere”».
Ostacolo da eliminare
La conclusione è che pur essendosi raccolti nuovi e importanti elementi circa ombre inquietanti di apparati infedeli dello Stato», non sono state individuate ipotetiche «responsabilità  penali».
Tuttavia, «in quel momento storico ben era possibile una trattativa con Cosa nostra, e molteplici erano le figure, anche istituzionali, che giocavano partite complesse e spregiudicate con incursioni anche nel campo avverso».
In ogni caso, «si è raggiunta la certezza che Borsellino sapesse delle trattative in corso, e che la sua posizione era, chiaramente, negativa».
Di qui la «premura» con cui Totò Riina decise di farlo fuori, giacchè «era d’ostacolo alla loro riuscita». L’attentato all’ex ministro democristiano Calogero Mannino fu rinviato, e accelerato quello contro il giudice.
Conclusione: «È possibile sia che la decisione di anticipare l’uccisione di Borsellino avesse, da parte di Cosa nostra, lo scopo di punire chi si opponeva alla trattativa, sia anche di riprendere la stessa da posizioni di maggiore vigore».
Dopo la strage di via D’Amelio si apre una nuova fase della trattativa, «in cui a poco a poco Riina da soggetto diventa oggetto della stessa».
E si arriva alla cattura del boss, nel gennaio 1993.
Da quel momento comincia un tira-e-molla sul 41 bis, inframmezzato dalle stragi sul continente: a Firenze e contro Maurizio Costanzo a maggio, a Roma e Milano a luglio. Proprio mentre i rinnovati vertici dell’amministrazione penitenziaria discutevano su come lanciare «segnali di distensione» sul «carcere duro».
Emergono «riserve» e prese di distanza che, accusano i procuratori, «offrono un quadro desolante del fronte antimafia a meno di un anno dalle stragi del ’92 e contemporaneamente alle nuove stragi continentali».
E ancora: «Rimane accertato un quadro certamente fosco di quel periodo della vita democratica di questo Paese… Che poi vi fosse una diffusa “stanchezza” della politica per le iniziative legislative antimafia adottate negli anni 1990-92, purtroppo è parimenti certo. Stanchezza che lambirà , nei mesi successivi, anche il ministero retto dal senatore Mancino». Senza che ciò comporti, ribadiscono i pm fin quasi alla noia, «alcun tipo di responsabilità  personale».
Il «frutto avvelenato» –
In questo quadro si arriva alla decisione dell’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, tra ottobre e novembre 1993, di non rinnovare oltre 300 decreti di «carcere duro». Decisione presa nel tentativo di «fermare le stragi», che il ministro dice di aver adottato «in assoluta solitudine»: affermazione «in contrasto con tutti gli altri elementi documentali acquisiti al procedimento», visti i documenti dell’amministrazione penitenziaria che da mesi suggerivano scelte di quel tipo.
«C’è da chiedersi se non sia stato il prezzo della trattativa pagato dallo Stato», sottolinea la Procura, e alla domanda «può rispondersi positivamente… La cosiddetta trattativa, iniziata nel 1992, trova compimento e dà  il suo frutto avvelenato nel 1993».
Ma tutto questo, con la strage di via D’Amelio, non c’entra più.
È solo l’estensione di un possibile movente, che continuerà  a produrre i suoi effetti anche nei mesi successivi.
Quando il giudice Borsellino è morto da tempo.
Celebrato e tradito al tempo stesso, accusano i magistrati che a vent’anni dall’eccidio ritengono di aver scoperto un altro pezzo di verità  nascosta.

Giovanni Bianconi

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“BORSELLINO ERA DI OSTACOLO PER LA TRATTATIVA STATO-MAFIA”: QUATTRO ARRESTI PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Marzo 8th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO I PM: “FU TRADITO DA UN CARABINIERE”… E AVANZANO LA DRAMMATICA IPOTESI PER IL MOVENTE DELLA STRAGE

Dopo aver svelato il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, la Procura di Caltanissetta prova a rimettere in ordine i tasselli della complicata indagine attorno alla morte del giudice Paolo Borsellino.
Determinante si è rivelata la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio che rubò la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo: nei mesi scorsi, le sue dichiarazioni hanno portato alla scarcerazione di sei innocenti; adesso, fanno scattare quattro ordinanze di custodia cautelare, che sono state firmate dal gip Alessandra Giunta.
Questa mattina, i provvedimenti sono stati notificati in carcere dalla Dia al capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista) e ai boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti).
Un quarto provvedimento riguarda il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà : è accusato di calunnia aggravata, perchè con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino.
La Procura aveva chiesto l’arresto di una quinta persona, il meccanico Maurizio Costa, a cui Spatuzza si rivolse per sistemare i freni della Fiat 126, ma il gip ha rigettato la misura.
Costa resta indagato a piede libero per favoreggiamentro aggravato.
Ecco, dunque, un primo importante passo avanti per fare luce sui misteri che vent’anni dopo ancora si addensano attorno a via d’Amelio.
La nuova inchiesta porta la firma del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, degli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, dei sostituti Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani.
Con i magistrati lavora ormai da anni una squadra della Dia di Caltanissetta, coordinata dal vice questore aggiunto Ferdinando Buceti.
L’ultimo atto d’accusa della Procura nissena si compone di 1670 pagine, riportate e analizzate nel provvedimento del gip: i magistrati ricostruiscono non solo la fase esecutiva della strage, ma affrontano anche i delicati capitoli del movente e dell’eventuale coinvolgimento di uomini delle istituzioni.
Ecco alcuni passaggi cruciali del documento, con le ricostruzioni e le testimonianze che finiscono per chiamare in causa pezzi dello Stato.
Chi azionò il telecomando
I pm escludono che i mafiosi fossero appostati al Castello Utveggio di Montepellegrino, che sovrasta via d’Amelio. Secondo il racconto del pentito Fabio Tranchina, “è quasi certamente Giuseppe Graviano che azionò il telecomando”, scrivono i magistrati. “Era dietro il muro che delimitava la fine della via D’Amelio ed un retrostante   giardino”. Graviano è stato già  condannato per la strage del 19 luglio.
L’uomo del mistero
Il pentito spiega di aver portato l’auto in un garage di via Villasevaglios, per essere caricata di esplosivo. Era il giorno prima della strage. Assieme ad altri mafiosi c’era un uomo che Spatuzza non aveva mai visto.
Scrivono i pm: “Non è allo stato possibile affermare che l’uomo notato da Spatuzza fosse un uomo appartenente ai servizi di sicurezza per il solo fatto che il collaboratore non ebbe a riconoscerlo come appartenente a Cosa nostra”.
I magistrati aggiungono però: “Non si può escludere allo stato l’ipotesi di un coinvolgimento nella fase preparatoria della strage di personaggi “riservati”, ignoti a Spatuzza”. Ecco il primo dei misteri ancora da risolvere, per cui le indagini proseguono.
La trattativa e il “traditore”
Il secondo mistero riguarda l’agenda rossa di Borsellino, scomparsa sul luogo della strage. In quelle pagine, probabilmente, il giudice aveva annotato la sua ultima scoperta dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone.
Non sappiamo con precisione cosa, però adesso le indagini di Caltanissetta dicono che Borsellino sapeva dei primi contatti intrapresi da alcuni carabinieri del Ros con l’ex sindaco Vito Ciancimino (contatti che poi si sarebbero trasformati in una trattativa Stato-mafia ancora oggi dai contorni poco chiari).
Lo riferisce ai pm il magistrato Liliana Ferraro, che qualche tempo prima era stata avvicinata proprio da un ufficiale del Ros: “Vidi Borsellino il 28 giugno e affrontai l’argomento”, precisa la Ferraro.
Il giorno dopo, Borsellino incontrò altri due colleghi magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo. “Si distese sul divanetto del suo ufficio   –   ha messo a verbale la Camassa   –   e mentre gli sgorgavano le lacrime dagli occhi, disse: “Non posso pensare che un amico mi abbia tradito”.
Massimo Russo ha aggiunto: “Qualche giorno prima era stato a Roma e aveva avuto un pranzo, forse una cena, con alti ufficiali dei carabinieri. Fu lo stesso Borsellino a parlarcene a un certo punto”.
Sia la Camassa che Russo pensarono che il traditore fosse a quella cena. E adesso lo pensano anche i magistrati di Caltanissetta: “E’ probabile   –   scrivono – che il traditore fosse tra le persone incontrate”.
Così, dopo i verbali di Camassa e Russo, i pm inseriscono nella loro ricostruzione le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese. “Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Ho visto la mafia in diretta, perchè mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu”.
Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.
“Punciutu”, vuole dire mafioso. I pm osservano: “Un’inquietante confidenza in relazione alla figura del generale Subranni, capo del Ros dei carabinieri, proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”.
Per questa ragione, Subranni è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Risentita nuovamente dai pm, la signora Borsellino ha aggiunto un ricordo: “Mio marito non mi parlò mai di trattativa, ma a metà  giugno mi fece cenno a un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.
Ancora “metà  giugno”, il periodo in cui Graviano avviò i preparativi per la strage, incaricando Spatuzza di rubare la 126.
Ecco il dilemma che si pongono i magistrati: “La trattativa fu tra i motivi aggiuntivi che hanno spinto Cosa nostra ad effettuare proprio nel luglio 1992 la strage di via d’Amelio per mera leggerezza di chi a quella trattativa ha partecipato? Ovvero (purtroppo) qualche ‘servitore dello stato infedele’ si spinse sino al punto di additare volontariamente il dottor Borsellino come ostacolo al buon fine della trattativa?”. Dopo aver riletto le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca i magistrati di Caltanissetta propendono per l’ipotesi più drammatica, “che qualcuno abbia riferito a Cosa Nostra che Borsellino era di ostacolo alla prosecuzione della trattativa”.
Così, il tentativo di bloccare le stragi si sarebbe trasformato nel più grande pasticcio (ovvero patto scellerato) della Repubblica.
La conclusione dei pm è amara: “Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti. Si è accertato che i provvedimenti di carcere duro, i cosiddetti 41 bis, sono scesi vertiginosamente, dai 1200 in vigore alla fine del 1992 ai circa 400 alla metà  del 1994”.
Chi decise? I pm non credono alla versione dell’ex Guardasigilli Conso, che si è assunto la totale responsabilità  di quella scelta.
Così, ancora una volta, l’indagine torna nel cuore dello Stato.
Il “supertestimone” Ciancimino
Un contributo importante per risolvere i misteri di quei mesi i pm di Caltanissetta si aspettavano dal figlio dell’ex sindaco di Palermo.
Ma Ciancimino junior ha deluso, e non poco.
I pm sono disposti a concedergli solo un merito: “Ha contribuito a risvegliare la memoria di persone che, pur non direttamente chiamate in causa da lui, forse temevano che fosse a conoscenza di vicende inerenti la trattativa di cui essi erano stati testimoni privilegiati e che in precedenza non avevano mai rivelato ad alcuno”.
Per il resto, i pm nisseni parlano di “un giudizio finale sostanzialmente negativo sull’attendibilità  intrinseca” di Massimo Ciancimino.
In un altro passaggio, i magistrati parlano addirittura di “pseudo collaborazione   di Ciancimino”, che “sembra essere più favorevole agli interessi di Cosa nostra che a quelli dello Stato”.
Ma perchè questo atteggiamento? I pm ipotizzano che Ciancimino voglia ancora “salvaguardare il proprio patrimonio”, ma ipotizzano pure che dietro di lui “si nasconda una occulta cabina di regia”.

Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)

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TAV, DA NAPOLI ALLA VAL DI SUSA: LE MANI DELLA MAFIA SUI CANTIERI

Marzo 6th, 2012 Riccardo Fucile

ROBERTO SAVIANO: “I CLAN SI PRESENTANO CON IMPRESE CHE VINCONO PERCHE’ FANNO OFFERTE PIU’ VANTAGGIOSE… IL TRACCIATO DELLA TORINO-LIONE SI SOVRAPPONE ALLA MAPPA DELLE FAMIGLIE MAFIOSE E DEI LORO AFFARI”

Tutti parlano di Tav, ma prima di ogni cosa bisognerebbe partire da un dato di fatto: negli ultimi trent’anni l’Alta velocità  è diventata uno strumento per la diffusione della corruzione e della criminalità  organizzata, un modello vincente di business perfezionatosi dai tempi dalla costruzione dell’Autostrada del Sole e della ricostruzione post-terremoto in Irpinia.
Questa è una certezza giudiziaria e storica più solida delle valutazioni ambientali e politiche (a favore o contro), più solida di ogni altra analisi sulla necessità  o sull’inutilità  di quest’opera. In questo momento ci si divide tra chi considera la Tav in Val di Susa come un balzo in avanti per l’economia, come un ponte per l’Europa, e chi invece un’aberrazione dello spreco e una violenza sulla natura.
Su un punto però ci si deve trovare uniti: bisogna avere il coraggio di comprendere che l’Italia al momento non è in grado di garantire che questo cantiere non diventi la più grande miniera per le mafie.
Il governo Monti deve comprendere che nascondere il problema è pericoloso.
Prima dei veleni, delle polveri, della fine del turismo, della spesa esorbitante, prima di tutte le analisi che in questi giorni vengono discusse bisognerebbe porsi un problema di sicurezza del sistema economico.
Che è un problema di democrazia.
Ci si può difendere dall’infiltrazione mafiosa solo fiaccando le imprese prima che entrino nel mercato, quando cioè è ancora possibile farlo.
Ma ormai l’economia mafiosa è assai aggressiva e l’Italia, invece, è disarmata.
Il Paese non può permettersi di tenere in vita con i fiumi di danaro della Tav le imprese illegali.
Se non vuole arrendersi alle cosche, e bloccare ogni grande opera, deve dotarsi di armi nuove, efficaci e appropriate.
La priorità  non può che essere la “messa in sicurezza dell’economia”, per sottrarla all’infiltrazione e al dominio mafioso, dotandola di anticorpi che individuino e premino la liceità  degli attori coinvolti e creino le condizioni per una concorrenzialità , vera, non inquinata dai fondi neri.
Oggi questa messa in sicurezza non è ancora stata fatta e il Paese, per ora, non ha gli strumenti preventivi per sorvegliare l’enorme giro degli appalti e subappalti, i cantieri, la manodopera, le materie prime, i trasporti, e lo smaltimento dei rifiuti, settori tradizionali in cui le mafie lavorano (inutile negarlo o usare toni prudenti) in regime di quasi monopolio.
Quando i cantieri sono giganti con fabbriche di movimenti umani e di pale non ci sono controlli che tengano.
Le mafie si presentano con imprese che vincono perchè fanno prezzi vantaggiosi che sbaragliano il mercato, hanno sedi al nord e curricula puliti, e il flusso di denaro destinato alla Tav rischia di diventare linfa per il loro potenziamento, aumentandone la capacità  di investimento, di controllo del territorio, accrescendone il potere economico e, di conseguenza, politico.
Non vincono puntando il fucile. Vincono perchè grazie ai soldi illeciti il loro agire lecito è più economico, migliore e veloce.
Lo schema finanziario utilizzato sino ad ora negli appalti Tav è il meccanismo noto per la ricostruzione post-terremoto del 1980: il meccanismo della concessione, che sostituisce la normale gara d’appalto in virtù della presunta urgenza dell’opera, e fa sì che la spesa finale sia determinata sulla base della fatturazione complessiva prodotta in corso d’opera, permettendo di fatto di gonfiare i costi e creare fondi neri per migliaia di miliardi.
La storia dell’alta velocità  in Italia è storia di accumulazione di capitali da parte dei cartelli mafiosi dell’edilizia e del cemento.
Il tracciato della Lione-Torino si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento.
Sono tutte pronte e già  si sono organizzate in questi anni.
Esagerazioni?
La Direzione nazionale Antimafia nella sua relazione annuale (2011) ha dato al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità  organizzata calabrese: “In Piemonte la ‘ndrangheta ha una sua consolidata roccaforte, che è seconda, dopo la Calabria, solo alla Lombardia”. Così come dimostra la sentenza n. 362 del 2009 della Corte di Cassazione che ha riconosciuto definitivamente “un’emanazione della ‘ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia”. L’infiltrazione a Bardonecchia (che arrivò a portare lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa nel 1995 primo caso nel Nord-Italia) è avvenuta nel periodo in cui si stava costruendo una nuova autostrada e il traforo del Frejus verso la Francia. Gli appalti del traforo portarono le imprese mafiose a vincere per la prima volta in Piemonte.
Credere che basti mettere sotto osservazione le imprese edili del sud per evitare l’infiltrazione è una ingenuità  colpevole.
Le aziende criminali non vengono dalle terre di mafie.
Nascono, crescono e vivono al Nord, si presentano in regola e tutte con perfetto certificato antimafia (di cui è imperativa una modifica dei parametri). È sempre dopo anni dall’appalto che le indagini si accorgono che il loro Dna era mafioso.
Qualche esempio.
La Guardia di Finanza individuò sui cantieri della Torino-Milano la Edilcostruzioni di Milano che era legata a Santo Maviglia narcotrafficante di Africo.
La sua ditta lavorava in subappalto alla Tav.
La Ls Strade, azienda milanese leader assoluta nel movimento terre era di Maurizio Luraghi imprenditore lombardo.
Secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Luraghi era il prestanome dei Barbaro e dei Papalia, famiglie ‘ndranghetiste.
Nel marzo 2009 l’indagine, denominata “Isola”, dimostrò la presenza a Cologno Monzese delle famiglie Nicoscia e Arena della ‘ndrangheta calabrese che riciclavano capitali e aggiravano la normativa antimafia usando il sistema della chiamata diretta per entrare nei cantieri Tav di Cassano d’Adda.
Partivano dagli appalti poi arrivavano ai subappalti e successivamente – e in netta violazione delle leggi – ad ulteriori subappalti gestendo tutto in nero.
Dagli appalti si approdava prima ai subappalti e successivamente – e in contrasto con le norme antimafia – ad ulteriori subappalti con affidamento dei lavori del tutto in nero. Nell’ottobre 2009 l’Operazione Pioneer arrestò 14 affiliati del clan di Antonio Spagnolo di Ciminà  (Reggio Calabria), proprietario della Ediltava sas di Rivoli, con la quale si aggiudicò subappalti sulla linea Tav.
Dalla Lombardia al Piemonte il meccanismo è sempre lo stesso: “Le proiezioni della criminalità  calabrese, attraverso prestanome, – scrive l’Antimafia – hanno orientato i propri interessi nel settore edile e del movimento terra, finanziando, con i proventi del traffico di droga e dell’usura, iniziative anche di rilevante entità . In tale settore le imprese mafiose sono clamorosamente favorite dal non dover rispettare alcuna regola, ed anzi dal poter fare dell’assenza delle regole il punto di forza per accaparrarsi commesse”.
A Reggio Emilia l’alta velocità  è stata il volano per far arrivare una sessantina di cosche che hanno iniziato a egemonizzare i subappalti nell’edilizia in Emilia Romagna.
Sulla Tav Torino-Milano si creò un business mafioso inusuale che generò molti profitti e che fu scoperto nel 2008.
Fu scoperta una montagna di rifiuti sotterrati illegalmente nei cantieri dell’Alta Velocità : centinaia di tonnellate di materiale non bonificato, cemento armato, plastica, mattoni, asfalto, gomme, ferro, intombato nel cuore del Parco lombardo del Ticino.
La Tav diventa ricchezza non solo per gli appalti ma anche perchè puoi nascondere sottoterra quel che vuoi.
Una buca di trenta metri di larghezza e dieci di profondità  è in grado accogliere 20mila metri cubi dì materiale.
Ci si arricchisce scavando e si arricchisce riempiendo: il business è doppio.
I cantieri Tav sulla Napoli-Roma, raccontano bene quello che potrebbe essere il futuro della Tav in Val di Susa.
Il clan dei Casalesi partecipa ai lavori con ditte proprie in subappalto e soltanto fino al 1995 la camorra intasca secondo la Criminalpol 10mila miliardi di lire.
Fin dall’inizio gli esponenti del clan dei Casalesi esercitarono una costante pressione per conseguire e conservare il controllo camorristico sulla Tav in due modi: o infiltrando le proprie imprese o imponendo tangenti alle ditte che concorrevano nella realizzazione della linea ferroviaria.
I cantieri aperti dal 1994 per oltre dieci anni, avevano un costo iniziale previsto di 26.000 miliardi, arrivato nel 2011 a 150.000 miliardi di lire per 204 chilometri di tratta; il costo per chilometro è stato di circa 44 milioni di euro, con punte che superano i 60 milioni.
Le indagini della Dda spiegarono alcuni di questi meccanismi scoprendo che molte delle società  appaltatrici erano legate a boss-imprenditori come Pasquale Zagaria, coinvolto nel processo Spartacus a carico del clan dei Casalesi (e fratello del boss Michele, il quale, ancora latitante, riceveva nella sua villa imprenditori edili dell’alta velocità ).
Il clan dei Casalesi partecipò ai lavori con ditte proprie, accaparrandosi inizialmente il monopolio del movimento terra attraverso la Edil Moter.
Nel novembre del 2008 le indagini della procura di Caltanissetta ruotarono intorno alla Calcestruzzi spa, società  bergamasca del Gruppo Italcementi (quinto produttore a livello mondiale), che forniva il cemento per realizzare importanti opere pubbliche tra cui alcune linee della Tav Milano-Bologna e Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre.
Le indagini (che aveva iniziato Paolo Borsellino) mostrarono: “Significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all’impresa appaltante”.
L’indagine voleva accertare se la Calcestruzzi avesse proceduto “a una illecita creazione di fondi neri da destinare in parte ai clan mafiosi dell’isola, nonchè l’eventuale esistenza di una strategia aziendale volta a tali fini”.
Ecco: questa è l’Italia che si appresta ad aprire i cantieri in Val di Susa.
Che la mafia non riguardi solo il sud ormai è accertato.
Di più: le organizzazioni criminali non solo in Italia, ma anche in Usa e in tutto il mondo, stanno approfittando enormemente della crisi, che è diventata per loro un’enorme occasione da sfruttare.
Bisogna mettere in sicurezza l’economia del paese e siamo, su questo terreno, in grande ritardo.
La giurisprudenza antimafia è declinata sulla caccia ai boss mafiosi. Giusto, ma non basta: serve un balzo in avanti, serve una giurisprudenza che dia la caccia agli enormi capitali, alle casseforti criminali che agiscono indisturbate nel mondo della finanza internazionale.
O ci si muove in questa direzione o l’alternativa è che ogni forma di ripresa economica sarà  a capitale di maggioranza mafioso.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)

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“RICICLAGGIO IN OLIMPIADI E TAV”: ‘NDRANGHETA IN PIEMONTE, CONFISCHE PER DIECI MILIONI

Marzo 3rd, 2012 Riccardo Fucile

LA DIA METTE I SIGILLI A IMMOBILI PER RICICLAGGIO DEI PROFITTI DEL NARCOTRAFFICO…OTTENUTE COMMESSE PER GRANDI OPERE: GIOCHI INVERNALI, TAV, PORTO DI IMPERIA

Sorveglianza speciale e confisca milionaria per la ‘ndrangheta imprenditrice in Piemonte, Lombardia e Calabria.
La Direzione investigativa antimafia di Torino ha posto i sigilli su terreni, ville, abitazioni, locali adibiti ad esercizi commerciali, fabbricati in provincia di Torino, Cuneo, Asti, Milano (Legnano) e in Calabria (Caulonia e Riace) e contanti (un tesoretto di 150 mila euro) per un valore superiore ai 10 milioni di euro.
I beni confiscati sono riconducibili a Ilario D’Agostino e Francesco Cardillo, secondo gli inquirenti esponenti della ‘ndrangheta incaricati di riciclare negli appalti e nel settore immobiliare i soldi sporchi del narcotrafficante calabrese Antonio Spagnolo, boss di Ciminà .
Nell’ottobre 2009, alla data del loro arresto nell’ambito dell’operazione Pioneer, in cui è stata sequestrata la società  Ediltava, “cassaforte” del gruppo, il Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli ha parlato della “più importante operazione antiriciclaggio mai realizzata in Piemonte”.
Secondo le ricostruzioni della Dia, il gruppo è riuscito a riciclare milioni di euro anche in importanti commesse pubbliche inserite tra le opere realizzate per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, la Tav e il porto di Imperia.
La “lavatrice” era azionata attraverso il lavoro nero e un sistema di false fatturazioni: gli operai, per la stragrande maggioranza calabresi legati alle famiglie della ‘ndrangheta, venivano prima assunti regolarmente e poi licenziati perchè continuassero a lavorare in nero, mentre le fatture “gonfiate” venivano emesse all’interno di un reticolo che metteva in relazione le società  paravento del gruppo con altre società  satellite.
Un modello complesso che richiedeva la consulenza di un colletto bianco, il commercialista Giuseppe Pontoriero, che imputato con Cardillo e D’Agostino nel processo Pioneer, per i fatti relativi alla confisca odierna, ha scelto la via del patteggiamento.
I beni confiscati sono riconducibili alle società  Ediltava srl, Italia costruzioni srl e Domus Immobiliare srl, tutte facenti capo a Ilario D’agostino e al nipote, Cardillo, considerato una “consapevole” spalla degli affari imprenditoriali e immobiliari dello zio.
Ma chi è l’imprenditore D’agostino, capace in Piemonte di penetrare gli appalti “blindati” delle Olimpiadi invernali?
Ilario D’agostino, attualmente in carcere con l’accusa di associazione mafiosa in seguito a Minotauro, la maxi operazione contro la ‘ndrangheta del giugno scorso, già  arrestato (e assolto) nel 1988 in Calabria per sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali e detenzione illegale di armi, indagato dalla Procura di Torino per narcotraffico nel 1994 (poi archiviato), ha intrattenuto comprovati rapporti con il boss calabrese Rocco Lopresti, deus ex machina dell’edilizia in Val di Susa e all’origine dello scioglimento del Comune di Bardonecchia nel 1995 per condizionamento mafioso.
Condannato nel 2002 dalla Corte d’Appello di Torino alla pena di tre anni e 4 mesi di reclusione per l’importazione di 250 chilogrammi di hashish dalla Spagna, è stato rinviato a giudizio per riciclaggio, aggravato dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta, insieme al nipote Francesco Cardillo e al commercialista Pontoriero.
Secondo gli inquirenti D’Agostino coltiva numerosi legami con esponenti dalla ‘ndrangheta, a partire da Antonio Spagnolo, boss di Ciminà , di cui secondo le ricostruzioni degli inquirenti è incaricato di riciclare il denaro. Ma anche con Bruno Polito, Pietro Guarnieri, Nicola Polito, Pasqualino Marando, Cosimo Salerno, Peppe Aquino e soprattutto Cosimo Barranca, uno dei capi riconosciuti della ‘ndrangheta milanese.
Secondo il pentito Rocco Varacalli «è il contabile di Antonio Spagnolo, è affiliato alla ‘ndrangheta di Ciminà  ed è un imprenditore edile». Le sue imprese servirebbero «per far girare e riciclare i soldi di Spagnolo e coprirne il lavoro sporco».
“Questa confisca arriva dopo un lungo dibattimento — spiega il procuratore aggiunto Alberto Perduca — dimostrazione che le misure di prevenzione hanno oggi valore ed efficacia come strumento per colpire i patrimoni di origine sospetta, posseduti da persone socialmente pericolose e fortemente sospettate di appartenere a sodalizi criminali. La Procura di Torino si è attrezzata con un pool apposito. Nel 2011″, continua Perduca, “sono state presentate 25 proposte di prevenzione, di cui la metà  per misure patrimoniali, con un sostanziale incremento rispetto al passato. Destinato ad aumentare ulteriormente”.

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COME LA MAFIA RIPULISCE IL DENARO SPORCO CON IL BUSINESS DEI GIOCHI LEGALI E ILLEGALI

Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTO-CONFESSIONE DI RENATO GRASSO, IMPRENDITORE CONDANNATO PER MAFIA, CHE PER VENTI ANNI HA GESTITO IL BUSINESS DEI GIOCHI

Le mafie ripuliscono il loro denaro sporco anche attraverso portafogli e tasse degli italiani.
Non è una semplificazione.
Soprattutto davanti ad un documento come quello che pubblichiamo: un manoscritto di Renato Grasso nel quale, l’imprenditore condannato per mafia che per vent’anni ha gestito in Italia buona parte del business dei giochi con il placet dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato – (Aams) l’organo del Ministero dell’Economia e delle Finanze addetto alla gestione del gioco pubblico -, conferma ai giudici di aver riciclato soldi per i clan.
E precisa: non solo ha avuto rapporti con i 22 gruppi mafiosi già  individuati dagli inquirenti, ma anche con altre 52 cosche della camorra.
La «lavanderia italiana» che le procure ancora non conoscono.
Il che significa che negli anni, ben 74 clan della camorra si sono rivolti a lui per organizzare la loro lavanderia di denaro sporco e che lo hanno fatto usando un meccanismo che riguarda direttamente le tasche dei contribuenti italiani e di quelli che affidano alla fortuna qualche risparmio: il sistema dei giochi legalizzato dal 2004 e gestito dai monopoli di Stato.
La lista è impressionante: almeno tre clan per quartiere o area geografica delle varie città  campane.
Non c’è faida che tenga: la lavanderia è unica anche per i più acerrimi nemici. Infatti nell’elenco ci sono clan che si sono combattuti per anni facendo decine di morti ammazzati e che invece sono uniti nello stesso elenco: affidavano le loro finanze al re dei giochi.
Sembra quasi un censimento noir.
Un elenco scritto a mano da un signore capace, nonostante una condanna per mafia di diventare socio (con due distinte imprese) della famiglia Mastella e anche della famiglia Iovine.
Si, proprio quelle dell’eurodeputato di Ceppaloni ed ex ministro della giustizia e dell’ex superlatitante Antonio Iovine detto ‘o ninno’, tra i capi dei casalesi, arrestato solo l’anno scorso dopo 14 anni di ricerche.
Ma soprattutto un signore capace, con quella condanna definitiva per 416 bis e per estorsione (5 più 4 anni), di ottenere con le società  di famiglia, favolosi contratti con i Monopoli di Stato e con due società  del calibro di Lottomatica e Sisal (come risulta dai provvedimenti giudiziari a carico di Grasso e anche da un suo memoriale nel quale scrive «I miei fratelli ebbero la grande opportunità  di ottenere dei contratti in esclusiva per la distribuzione delle New Slot in tutta Italia a favore di oltre 2.500 ricevitorie e agenzie»).
«Le concessioni per le slot – spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società  sequestrate a Renato Grasso – sono una decina e Grasso entrò nel business attraverso accordi commerciali di società  riconducibili alla sua famiglia con Lottomatica e Sisal».
I suoi affari ormai spaziavano dalle scommesse sportive ai giochi on line, dalle slot alle sale bingo. Ma il curriculum penale di Grasso evidentemente non è stato mai un problema.
Eppure quella dei giochi è la terza industria in Italia con 120 mila lavoratori e un fatturato che quest’anno sarà  vicino a 80 miliardi di euro, tra il 4 e il 5% del nostro Pil.
Renato Grasso è sempre stato il re dei giochi leciti e illeciti e dopo aver fatturato 300 milioni di euro all’anno, essere stato latitante e aver conosciuto a più riprese il carcere, forse sta smettendo i panni di «imprenditore testimone» come si era autodefinito per indossare quelli di pentito, anche se non c’è nulla ancora di ufficiale.
Uno dei suoi fratelli (ne ha 13) Luciano, non ha retto al peso delle indagini e dopo un periodo di depressione, pochi mesi fa si è tolto la vita con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato trovato sul terrazzo del palazzo dove viveva.
Renato Grasso, dopo un primo memoriale consegnato ai pm nel 2009 subito dopo aver bussato al portone del carcere per consegnarsi e mettere fine alla sua latitanza, aspetta due anni prima di vuotare del tutto il sacco.
Lo fa in maniera scarna con poche frasi e due elenchi. Innanzitutto spiega perchè è pronto a collaborare con la giustizia: «Dopo una lunga riflessione personale ho mutato la mia inutile convinzione, che per il solo fatto di essere stato anche vittima di alcuni clan della camorra, potessi giustificare o eludere le mie reali responsabilità  penali. Per tanto ho deciso di rivelare tutto quello che è necessario, di mia conoscenza dei fatti di dar modo alla giustizia di fare il suo corso, con maggiori riscontri (…) Soprattutto per avere la possibilità  di recidere definitivamente tutti i rapporti con la criminalità  organizzata anche per il futuro. Tanto premesso confermo e confesso di aver avuto rapporti di interessi economici, relativi alla mia attività  lavorativa per la distribuzione del mercato dei videopoker accordandomi con gli esponenti, di volta in volta, anche contemporaneamente egemoni, nei singoli quartieri di Napoli e provincia».
Ora arrivano i primi verbali «collaborativi» davanti ai pm Antonello Ardituro e Catello Maresca della dda di Napoli che con le loro inchieste hanno scoperchiato il sistema, datati 7 e 16 giugno e primo luglio 2011.
E così “o presidente” (questo il suo soprannome) comincia il suo racconto dettagliato sulle sue società , sui rapporti con tantissimi clan e con boss del calibro di Giuseppe Setola (‘o cecato’), su carabinieri, vigili e poliziotti che aveva assoldato per fargli da guardiaspalle e di tanto altro.
Negli anni ’80 erano flipper e juebox poi è stata la volta dei videopoker illegali ma una decina di anni fa tutto è cambiato.
Gli affari dei Grasso viaggiano su due filoni quello delle slot e quello delle sommesse sportive. Ciò che in Italia fino al 2004 era stato illegale e cioè videopoker e totonero, viene regolato e legalizzato.
Così si assegnano le concessioni per i giochi: poche, meno di una decina quelle per la gestione delle «macchinette», molte di più quelle per le scommesse sportive.
Viene anche stabilito che chi non ha una serie di requisiti di onorabilità  (ovviamente si prevede l’esclusione degli imprenditori coinvolti in indagini di mafia) non potrà  mai sperare di diventare concessionario di giochi pubblici.
Una regola che invece, come si legge nelle migliaia di carte dei processi che riguardano i Grasso, diventa facilmente carta straccia.
Tanto che il pm Antonello Ardituro auspica maggiori controlli e una modifica legislativa: «Le concessioni dei monopoli vengono assegnate senza che vi siano i necessari controlli antimafia e quindi ci capita di imbatterci in società  che sono concessionarie dell’ente pubblico o a partecipazione pubblica che non rispettano i requisiti e le certificazioni antimafia, come è successo per la famiglia Grasso. Nonostante Renato Grasso fosse stato condannato per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) con sentenza passata in giudicato, i fratelli riuscivano tranquillamente ad avere questo tipo di concessioni. Sarebbe auspicabile una modifica della normativa in materia».
Nel primo settore, quello delle macchinette, le aziende dei Grasso diventano leader grazie a contratti stipulati da società  di famiglia con concessionari dei Monopoli di Stato, Lottomatica e Sisal.
Un esempio su tutti potrebbe essere la Wozzup (ora sotto sequestro): in questa ditta che tra il 2006 e il 2008 ha raccolto circa 110 milioni di euro di giocate, Renato Grasso è direttamente socio insieme al fratello Massimo e quindi paradossalmente “’o presidente” accusato di mafia, non si preoccupa nemmeno di procurarsi un prestanome per diventare concessionario di Lottomatica.
Un’altra società  della famiglia entrata nello stesso affare è la King Slot (anche questa sotto sequestro)
I Grasso, invece, per entrare in affari con la Sisal, usano la DueGi sas, una società  anche questa finita più volte sotto sequestro.
Nel suo memoriale Grasso spiega che questi contratti diedero l’oportunità  alle società  di famiglia di distribuire in esclusiva le nuove macchine New Slot su tutto il territorio nazionale in oltre 2.500 ricevitorie estendendo il suo raggio d’azione non solo in Campania ma anche in Lombardia, Toscana, Puglia, Calabria, Abruzzo e Sicilia e riuscendo così a raccogliere fiumi di denaro in giocate pari alla metà  dell’intero business italiano dei giochi.
Quello delle slot è un affare che permette un po’ a tutti quelli che sono nel giro di guadagnare bene e in maniera facile: allo Stato, perchè parte delle giocate finisce nell’erario (circa il 12,5%); alle concessionarie e alle loro sub concessionarie in quanto intascano fette consistenti dell’affare; e anche ai singoli bar che installano le macchinette mangiasoldi.
Oltre a trattenere la percentuale prevista, i bar hanno a disposizione liquidi per alcune settimane perchè lo scassettamento delle slot (e cioè il prelievo) nella maggior parte dei casi avviene con scadenze piuttosto lunghe.
Le organizzazioni criminali, secondo le indagini, hanno buon gioco ad inserirsi in varie fasi dell’affare ma soprattutto, ciò che gli inquirenti intendono scoprire è se in qualche modo abbiano finanziato Grasso all’inizio del business e cioè nel momento in cui andavano acquistate e distribuite le slot.
Un investimento non da poco, anche per “o presidente” ma non certo per decine di clan della camorra. Anche la mafia fa capolino nelle indagini sui Grasso: per creare in dieci regioni italiane una delle più fiorenti reti di controllo e gestione di sale Bingo, società  e ditte individuali che operavano tutte nel settore delle scommesse pubbliche, “o’ presidente” si era affiancato un personaggio siciliano. Il suo nome è Antonio Padovano.
Gli inquirenti lo ritengono contiguo a esponenti della criminalità  organizzata catanese alcuni dei quali ai vertici della famiglia “Cosa Nostra Etnea”.
Fu arrestato alla fine del 2000 per 416 bis e successivamente raggiunto da un ordinanza di custodia cautelare nella quale il Gip di Caltanissetta sottolinea la contiguità  ai Santapaola di Catania ed il patto tra lo stesso Padovani e i Madonia per l’apertura di numerose sale scommesse tra Gela e Niscemi e l’assunzione quale responsabile dell’area siciliana del genero di Piddu Madonia.
Il nome di Padovani spunta anche in un’inchiesta che dimostra come i casalesi, quelli di Setola, Iovine e Zagaria, attraverso un sistema di scatole cinesi, cessioni di rami d’azienda e prestanomi, abbiano riciclato soldi. Grasso teneva i contatti con la cosca principalmente attraverso Mario Iovine, detto “Rififi”.
Come? Con l’acquisto di sale bingo, molte delle quali nel salotto buono milanese .
L’altro filone battuto da Grasso è quello delle concessioni per le scommesse sportive.
Qui “o’ presidente” la fa veramente da padrone riuscendo a raccogliere decine di contratti dai Monopoli.
Comincia con la Betting 2000, una società  attualmente in amministrazione giudiziaria. La Betting2000 strappa subito la concessione dai Monopoli di Stato e poi arrivano anche la Sistersbet e la Mediatelbet.
Insomma dalle tasche dei cassieri dei clan a quelle di Renato Grasso per poi rifluire in una cascata di società  che acquistano sale bingo nel nord Italia, piazzano migliaia di slot (praticamente in regime di monopolio) e gestiscono i flussi di scommesse sportive.
Tornando alla Betting 2000, spuntano i cognomi Mastella e Lonardo. Già  perchè la Betting come è possibile verificare da semplici visure camerali, è socia della società  Sgai betting nella cui compagine societaria figurano Italico e Carlo Lonardo, fratelli della ex presidente del consiglio regionale campano Sandra Lonardo e per un periodo anche Pellegrino Mastella, figlio della Lonardo e dell’ex guardasigilli ed attualeparlamentare europeo Clemente Mastella.
«Nel campo delle scommesse sportive — spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società  sequestrate a Grasso – le società  riconducibili a Renato Grasso, sono entrate acquisendo delle concessioni da una società  che ne deteneva una notevole quantità , la Sgai, che aveva tra i suoi proprietari la famiglia Mastella o Lonardo».
Che fine ha fatto la Sgai betting? Le concessioni risultano tutte vendute appena alcuni giorni prima del sequestro. Per il resto la società  è svuotata e messa in liquidazione.
La politica in senso lato si incrocia anche per altre vie con i destini dei Grasso: Massimo Grasso, fratello di Renato – anche lui accusato di vari reati -, è stato anni fa, il consigliere comunale del Pdl più votato a Napoli e in più convive con una delle gemelline De Vivo, aspiranti subrettine ma ormai più note per le serate del bunga-bunga ad Arcore (vengono citate e intercettate nel fascicolo della procura di Milano sul caso Ruby) che per la loro partecipazione all’”Isola dei famosi”.
La storia di Renato Grasso si arricchirà  di particolari se il suo protagonista continuerà  a svelare i retroscena della sua «lavanderia» italiana e se gli inquirenti riusciranno a capire se un nuovo re dei giochi si sta affacciando sul panorama italiano al posto di Grasso.
Per ora resta da raccontare ancora un paradosso: «Poichè le concessioni sono spesso legate alla personalità  dell’imprenditore – spiega il pm della dda Antonello Ardituro – molto spesso assistiamo a delle revoche quali le sospensioni delle concessioni nel momento in cui interviene il sequestro delle società  da parte dell’Autorità  giudiziaria con l’evidente paradosso che l’impresa mafiosa è stata concessionaria per tanto tempo e nel momento in cui interviene lo Stato con l’amministratore giudiziario, questa concessione viene revocata perchè non sussistono più i requisiti con l’effetto molto rilevante sul territorio di dare l’idea che finchè l’impresa mafiosa è libera e lavora da la possibilità  anche ai cittadini; quando interviene lo Stato con il sequestro, le imprese sono destinate miseramente a chiudere».

Amalia De Simone
(da “Il Corriere della Sera“)

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LE COMICHE: RISCHIO MAFIA NEL PDL? ALFANO NOMINA COMMISSARIO IL PLURI-INDAGATO VERDINI

Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile

A MODENA SONO EMERSE INFILTRAZIONI MAFIOSE NEL PARTITO DI BERLUSCONI…ISABELLA BERTOLINI CHE AVEVA DENUNCIATO LA VICENDA VIENE FATTA FUORI E AL SUO POSTO ARRIVA L’UOMO CON LE CARTE IN REGOLE PER PARLARE DI ETICA

Il tanto invocato intervento di Alfano alla fine è arrivato e ha tutta l’aria di un terremoto in casa Pdl.
Dopo le denunce della deputata Isabella Bertolini, che han gettato l’ombra della camorra sul tesseramento del Pdl modenese, l’ex guardasigilli ha deciso di nominare Denis Verdini commissario del coordinamento provinciale di Modena.
Uno smacco per la deputata modenese, che paga con qualche mese di ritardo il tardimento a Berlusconi: fu lei, infatti a pronunciare quel “Silvio fatti da arte” e a guidare i malpancisti che contribuirono alla caduta del governo Berlusconi.
Il commissariamento e l’incarico a Verdini sono stato decisi in accordo con l’avversario numero uno della Bartolini il senatore Carlo Giovanardi.
“Dopo aver parlato con il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano, abbiamo convenuto che la cosa piu’ opportuna per Modena, per troncare finalmente ogni polverone e speculazione sul tesseramento al Pdl, sia la nomina di un commissario — ha spiegato Giovanardi — che sia in grado rapidamente di fare e garantire la celebrazione del congresso il prima possibile”.
A pesare sul congresso dei pidiellini modenesi (inizialmente l’appuntamento era previsto per il 25 febbraio, ma ora è in attesa di conferma), il rischio di un’inchiesta della magistratura sull’esplosione di tessere.
Il boom infatti non ha insospettito solo una parte del partito, ma anche il procuratore aggiunto di Modena Lucia Musti, che senza, mezzi termini, l’ha definito “allarmante”, mettendo così in guardia rispetto ai rischi d’infiltrazioni mafiose.
“Sicuramente — ha dichiarato appena una settimana fa il magistrato — anche qui il tesseramento può essere un veicolo di infiltrazione. La volontà  di garantirsi amici nelle amministrazioni per ottenere favori utili all’organizzazione è un aspetto che emerge in tutto il Paese, non solo al Sud”.
Nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli di importanti esponenti di partito che si sono rivolti al segretario Alfano, perchè trovasse una soluzione all’inghippo. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello dell’ex ministro Franco Frattini, che ha detto di non voler sedere “accanto a un affiliato alla camorra”.
Detto fatto. Il plurindagato Verdini farà  luce sulle anomalie nel tesseramento, vigilando sulla legalità .
Al commissario spetta anche il non facile compito di sopire gli animi all’interno del partito.
A ridosso dei congressi provinciali, che nelle prossime settimane si svolgeranno in molte città  d’Italia, il Pdl appare lacerato da sospetti, fratture e guerre di correnti. Senza esclusione di colpi bassi.
A Modena lo scontro è tra l’area dei Popolari liberali di Giovanardi, che ha candidato il consigliere regionale, (ex An) Enrico Aimi, e quella della Bertolini, che invece ha schierato Claudia Severi. Il ruolo del terzo incomodo spetta invece al consigliere comunale Michele Barcaiuolo.
Ma chi è l’uomo che dovrebbe salvare il Pdl a Modena, ma non solo?
Si chiama Denis Verdini, banchiere e politico di lungo corso, fra i forzisti considerati fedelissimi di Silvio Berlusconi. Artefice della fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale nel Pdl, è rimasto in sella nonostante gli scandali che lo hanno coinvolto, come quello del Credito cooperativo fiorentino e della cosiddetta ‘P3′.
Originario di Fivizzano, ai tempi in cui Bondi era sindaco comunista, militava nelle fila del Partito Repubblicano.
Con la vittoria di Berlusconi è saltato sul carro di Forza Italia per non scendervi più. Economista uscito dall’università  Luiss di Roma, considera il conflitto d’interesse un non-problema.
Editore del Giornale della Toscana e socio al 15% della società  editrice de Il Foglio, nel 1997 sostenne Giuliano Ferrara nella campagna elettorale del Mugello che portò all’elezione dell’ex Pm Antonio Di Pietro.
Per anni presidente e consigliere del Cda del Credito Cooperativo fiorentino, si è dimesso solo nel luglio 2010 a causa dell’inchiesta sulla cricca che lo vede indagato per corruzione e violazione della legge Anselmi sulle società  segrete.
Mentre l’istituto cooperativo veniva commissariato, la Banca d’Italia contestò a Verdini un conflitto d’interessi da 60 milioni di euro.
La Procura di Firenze accusa il forzista toscano e Marcello Dell’Utri, i vertici della Btp di Riccarco Fusi e l’intero cda del Credito cooperativo fiorentino di finanziamenti e crediti milionari concessi senza le garanzie.
Ma i guai per il berlusconiano d’acciaio non sono finiti: oltre all’iscrizione sul registro degli indagati per concorso in corruzione circa gli appalti del G8 alla Maddalena, in primavera è coinvolto nell’inchiesta romana sulla cosiddetta P3 che porta all’arresto del faccendiere piduista Flavio Carboni e vede indagato il governatore Pdl della Sardegna Ugo Cappellacci per appalti nel settore eolico.
Fra l’altro nel settembre 2009 a casa di Verdini si sarebbe svolto un incontro con Carboni, Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il capo degli ispettori Arcibaldo Miller e Raffaele Lombardi.
Una loggia che secondo i Pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli avrebbe esercitato pressioni per indurre la Corte costituzionale ad approvare il Lodo Schifani sull’immunità  delle alte cariche dello Stato poi bocciato per palese incostituzionalità : la loggia segreta si sarebbe data da fare “per realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata, creando allo scopo una fitta rete di conoscenze nel mondo della magistratura, in quello politico e in quello imprenditoriale”.

Giulia Zaccariello e Stefano Santachiara
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LIGURIA: COME LA ‘NDRANGHETA INQUINA LA POLITICA

Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO LO SCIOGLIMENTO DEI COMUNI DI BORDIGHERA E VENTIMIGLIA, EMERGONO I RAPPORTI TRA MALAVITA E POLITICA…LE FAMIGLIE CHE GESTISCONO IL CONSENSO, I RETROSCENA DELLE CAMPAGNE ELETTORALI SVELATI DALLE INTERCETTAZIONI

Nel Ponente Ligure i voti “dei calabresi” contano. I politici li vanno a cercare. E alla fine si scottano.
“Al voto calabrese si sono rivolti tutti i candidati a tutte le elezioni, è un dato che vi posso dare per certo”, conferma Alessio Saso, consigliere regionale del Pdl eletto nel 2010 nella circoscrizione di Imperia.
Saso è attualmente indagato per promesse elettorali in una delle inchieste che hanno portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Ventimiglia, pochi mesi dopo che la stessa sorte era toccata alla vicina Bordighera.
Una doppietta senza precedenti nel Nord Italia.
E senza precedenti è il numero di politici locali citati nelle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta storicamente insediata nella fetta occidentale della Riviera Ligure, in particolare la “Maglio 3” del 2011.
Oltre a Saso, il parlamentare Eugenio Minasso, anche lui del Pdl, fotografato mentre festeggiava l’elezione a consigliere regionale nel 2005 con Michele Pellegrino, esponente della famiglia al centro dell’indagine che ha portato allo scioglimento di Bordighera, e Giovanni Ingrasciotta, già  luogotenente del boss trapanese Matteo Messina Denaro e recentemente rinviato a giudizio per tentata estorsione.
Poi l’ex vicesindaco di Ventimiglia Vincenzo Moio (Pdl), per il quale la Procura di Genova ha chiesto l’arresto per associazione mafiosa — non concesso dal gip — intercettato mentre chiedeva appoggio elettorale per sua figlia Fortunella, candidata per la lista Alleanza democratica-Pensionati alle regionali del 2010, a Domenico Gangemi, attualmente in carcere con l’accusa di essere il capo della “locale” di ‘ndrangheta a Genova.
Avrebbero ricevuto sostegno dalla crimnalità  calabrese anche Pietro Marano dell’Udc e Cinzia Damonte dell’Idv, già  assessore all’urbanistica del Comune di Arenzano.
Non sono casi isolati.
Una manciata di nomi “di rispetto” appaiono in grado di controllare un migliaio di preferenze, spesso determinanti.
Li elenca tutti insieme, in una telefonata intercettata, lo stesso Saso: “Ho altre persone sono riuscito a tenermi nel tempo e che ancora mi danno una mano: Michele Ciricosta, Nunzio Roldi, Peppino di Bordighera (Giuseppe Marcianò, annotano gli investigatori, ndr)”.
E ancora, Fortunato Barilaro e i fratelli Pellegrino”. Tutti, dal primo all’ultimo, coinvolti nell’inchiesta Maglio 3.
Roldi è stato arrestato per aver preso a fucilate la macchina di Piergiorgio Parodi, uno dei più importanti imprenditori edili del Ponente, dopo una discussione sui lavori per la costruzione del porto turistico di Ventimiglia.
I politici coinvolti non possono negare di aver chiesto quei voti.
Giurano però di non aver minimamente sospettato di legami con la criminalità  organizzata, in alcuni casi ancora da provare in tribunale.
“Sono stato ingenuo e superficiale”, afferma Alessio Saso, “ma almeno fino al 2009 la Liguria era presentata da tutti, investigatori compresi, come un’isola felice. I calabresi in Liguria sono migliaia, e le persone più conosciute tra loro possono dire ‘sostenete questo candidato’, ma senza forzare nessuno”.
Il primo dicembre 2009, Alessio Saso va a trovare Domenico Gangemi nel suo negozio di frutta e verdura in piazza Giusti a Genova, dopo alcune telefonate dove, in tono piuttosto confidenziale, i due discutevano dell’appoggio elettorale.
In una di queste, Gangemi spiega che può controllare molti voti nel capoluogo, ma di essere in grado di convogliare consensi anche nell’imperiese: “Ce li ho tutti sotto mano qui! anche lì c’ho tanti paesani, qualche parente, qualcosa penso che faremo anche lì, penso, la dobbiamo fare, non penso!”.
Il 13 luglio 2010 Gangemi sarà  arrestato nell’inchiesta Crimine-Infinito, con l’accusa di essere il numero uno della ‘ndrangheta in Liguria.
A inguaiarlo, tra l’altro, i suoi incontri a Rosarno, con Domenico Oppedisano, considerato il capo del “crimine”, cioè il sommo custode delle regole della ‘ndrangheta.
“Siamo tutti una cosa, pare che la Liguria è ‘ndranghetista”, gli spiega Gangemi, “quello che c’era qui lo abbiamo portato lì”.
E’ normale andare a cercare voti da un fruttivendolo?
“Gangemi è una persona che da anni organizzava la festa dei calabresi a Genova”, spiega Saso, “era uno conosciuto, che si muoveva. Non mi ha mai chiesto nulla di illecito, ma col senno di poi ho commesso un errore”.
Il politico del Pdl sarà  eletto con più di seimila voti, secondo soltanto a Marco Scajola, nipote dell’ex ministro Claudio, incontrastato re della politica imperiese.
A Domenico Gangemi si rivolge anche Vincenzo Moio, già  vicesindaco di Ventimiglia, per ottenere un sostegno elettorale in favore della figlia Fortunella.
Il padre di Vincenzo, Giuseppe, è stato condannato all’ergastolo perchè coinvolto in una sanguinosa faida calabrese.
“Vengo da una famiglia con certe problematiche e ho lottato una vita per uscire da queste situazioni”, dice Vincenzo Moio, nato a Taurianuova in provincia di Reggio Calabria,“ma in campagna elettorale i voti si vanno a cercare da tutti”.
Secondo l’ex vicesindaco del Comune poi sciolto per mafia, anche in Liguria “ci sono delle famiglie storiche meridionali che hanno mantenuto un certo tipo di gestione del consenso elettorale, ma non hanno nulla a che vedere con la malavita”.
Quanto al provvedimento del ministero dell’Interno che, su sollecitazione del Prefetto di Imperia Fiamma Spena, ha colpito la sua città , Moio pensa che faccia “male alla città ”, perchè non vede “alcuna forza criminale che possa incidere sull’amministrazione”.
Pacchetti di voti a disposizione dei politici più “affidabili”, equilibri di ‘ndrangheta che finiscono per influenzare l’esercizio della democrazia in Liguria.
In questo contesto matura lo scioglimento del Comune di Bordighera, il 10 marzo 2011, e del Comune di Ventimiglia, il 3 febbraio di quest’anno.
Perchè secondo le indagini, i signori del voto calabrese cercavano di ottenere in cambio la loro parte di affari e favori pubblici. Con le buone o con le cattive.
A Bordighera tre consiglieri comunali hanno denunciato minacce da esponenti del clan Pellegrino — al quale la Dia ha sequestrato beni per nove milioni di euro — seguite alla mancata autorizzazione per l’apertura di una sala giochi.
A Ventimiglia sono ancora in corso le indagini sulla costruzione del porto turistico, l’affare alla base delle fucilate all’imprenditore Parodi.
E sulla Mavron, la cooperativa sociale regina degli appalti comunali, che secondo i carabinieri di Imperia è controllata in modo occulto da Giuseppe Marcianò, proprietario di diversi locali nella zona, ora sotto inchiesta per associazione mafiosa.
Marcianò è uno dei “grandi elettori” citati da Alessio Saso, così come Fortunato Barilaro, sorpreso in due “summit” di ‘ndrangheta dove, secondo i carabinieri, si decidevano “doti” e affiliazioni.
Suo figlio Giuseppe — che respinge fermamente ogni coinvolgimento della famiglia in affari criminali — è funzionario del Settore commercio al Comune di Ventimiglia.

Lorenzo Galeazzi e Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DIANO MARINA: IL SINDACO E DEPUTATO LEGHISTA CHIAPPORI NOMINA PRESIDENTE DI UNA CONTROLLATA UN POLITICO SEGNALATO DALL’ANTIMAFIA

Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile

AL VERTICE DI GM CHIAPPORI HA CHIAMATO DOMENICO SURACE, IL CUI NOME COMPARE NEL DOSSIER CONSEGNATO IL 21 OTTOBRE ALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA…. LO AVRA’ SCELTO A SUA INSAPUTA, COME SCAJOLA CON LA CASA VICINA AL COLOSSEO?

Il ponente ligure sta ancora cercando di metabolizzare il clamoroso scioglimento del Comune di Ventimiglia per infiltrazioni e condizionamento da parte della criminalità  organizzata, e già  scoppia un nuovo caso legato ai rapporti tra ‘ndrangheta e politica.
Accade a Diano Marina, uno dei centri turistici più importanti dell’intera Liguria e della provincia di Imperia in particolare, feudo storico del partito di Bossi.
Il 31 gennaio, il sindaco leghista Giacomo Chiappori, che è anche deputato nonchè vicepresidente della Commissione Difesa, ha nominato il nuovo amministratore unico della Gestioni Municipali spa, una società  strategica per la “città  degli aranci” visto che deve gestire il porto e alcune spiagge del litorale.
La scelta di Chiappori è caduta su Domenico Surace, 41 anni, nato a Seminara in provincia di Reggio Calabria, in passato titolare di ristoranti e stabilimenti e volto molto noto del comprensorio anche per la sua ultradecennale militanza politica, da Forza Italia ad An passando per liste civiche e un incarico di assessore con la precedente giunta.
Ma il nome di Domenico Surace compare anche nel voluminoso dossier che il prefetto di Imperia Fiamma Spena invia il 10 ottobre del 2011 al prefetto di Genova che a sua volta lo consegna a Beppe Pisanu il 21 ottobre, giorno in cui la commissione antimafia che il senatore presiede arriva a Genova in missione.
A pagina 23 del primo faldone compare il disegno della provincia con una serie di rettangoli che contengono i nomi delle famiglie considerate referenti delle cosche.
Per la precisione ecco quanto scrive il prefetto: “La mappa desunta dal rapporto informativo del comando provinciale dei carabinieri di Imperia consente una visione d’insieme della presenza di soggetti riconducibili ad organizzazioni di stampo mafioso nel territorio provinciale e coincide nel suo complesso con la distinzione per comprensori delineata nel corso della relazione”.
Per Diano Marina vengono elencati tre nomi: famiglia De Marte (zona di provenienza Seminara); famiglia Papalia (Seminara); Surace Domenico (Seminara).
Al momento nei confronti di Surace non risultano indagini e neppure che sia pregiudicato.
Ciò detto resta il fatto che la sua nomina sta già  creando qualche imbarazzo all’interno del mondo politico del ponente, se non altro per ragioni di opportunità  e prudenza.
Ci si interroga poi sul fatto che nessun membro della Commissione antimafia abbia avvisato il “collega” Chiappori.
Specie i deputati Carolina Lussana e Luca Rodolfo Paolini che con il sindaco di Diano condividono gli stessi banchi.
Sicuramente avranno letto la relazione ma nessuno ha pensato di informare Chiappori che nel suo comune erano stati individuati ben tre gruppi di presunti soggetti legati alla criminalità  organizzata.
Oppure il sindaco fedelissimo del “senatur” sapeva ma ha ritenuto che la questione non rappresentasse un ostacolo.
Ipotesi quest’ultima che sembrerebbe in contrasto con i principi giustizialisti di Chiappori, che ebbe un momento di, seppur breve, notorietà  nazionale quando fu il primo firmatario di una proposta di legge per al castrazione chimica dei pedofili.
Va aggiunto che il ricambio al vertice della G. M. è stato oggetto di una forte polemica e l’ex presidente Francesco Zunino ha già  annunciato che chiederà  il rispetto del contratto e il pagamento del suo stipendio fino al 2013.
Inoltre, nel 2005, quando era assessore della giunta Pdl di Angelo Basso, Surace si dimise dall’incarico e abbandonò la maggioranza sempre per dissidi riguardanti la gestione di G. M.

Marco Preve
(da “La Repubblica“)

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‘NDRANGHETA, IMPRESA E POLITICA: LE AMNESIE DEL PREFETTO DI LODI, TRA I CASI CACI E MAMONE

Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile

A GENOVA DAL 2006 AL 2009, AVEVA FONDATO UN’ASSOCIAZIONE CON SOCI IN ODORE DI MAFIA… E NON SI ERA ACCORTO CHE UN BENE CONFISCATO ERA STATO RIOCCUPATO DA UOMINI DI COSA NOSTRA

“Prevenzione e grande attenzione agli appalti nel settore dei rifiuti”. Con queste parole il 10 gennaio scorso Pasquale Gioffrè, classe ’54, calabrese di Seminara, fa il suo esordio sulla poltrona di Prefetto di Lodi. Incarico di prestigio.
E ruolo delicato visto che l’area, una delle più ricche della Lombardia, da tempo è nel mirino della criminalità  organizzata.
Affari mafiosi che cuciono assieme gli interessi di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra.
Insomma, il lavoro non mancherà .
E Gioffrè ci mette la faccia: “La sicurezza non è una preoccupazione”. Parole che forse hanno lo scopo di rassicurare, ma in realtà  un po’ inquietano. Soprattutto dopo avere spulciato tra le sue esperienze precedenti.
Andando a ritroso: ultima tappa Lodi, prima vicario a Bologna e ancora indietro una lunga esperienza a Genova.
Ed è proprio all’ombra della Lanterna che Gioffrè macina diversi inciampi.
In Liguria ci arriva alla fine del 2006 e saluta nel 2009 con la fama “dell’ex vice prefetto che non vedeva la mafia”.
Tre anni e qualche ombra, dunque.
A partire dal pasticciaccio di vico Mele, centro storico della città , ma soprattutto centrale operativa del gelese Rosario Caci, rappresentante del clan Madonia in Riviera.
L’uomo di Cosa nostra da anni abita in vico Mele 4/1a.
Nel 2005, però, l’appartamento (due camere, cucina e servizi) su ordine della Dia di Caltanissetta viene sequestrato e poi confiscato.
Confisca che diventa definitiva nello stesso anno.
Che succede a questo punto?
La casa viene assegnata all’Agenzia del Demanio, e passa sotto il controllo della Prefettura, di cui, all’epoca, fa parte lo stesso Gioffrè che ha la delega alla sicurezza e ai beni sequestrati.
Per due anni, però, non succede quasi nulla. Sul portone i sigilli ingialliscono.
Nel frattempo la moglie di Caci scrive alla presidenza della Repubblica per bloccare la confisca. Atto solo formale che di per sè non ha il potere di frenare l’iter avviato nel 2005.
Eppure due anni dopo, l’appartamento è ancora vuoto. E tale resterà  fino all’ottobre 2007, quando ci si accorge che la famiglia Caci lo ha rioccupato.
La notizia viene pubblicizzata sui quotidiani locali.
L’associazione Casa della legalità  denuncia tutto. Scoppia lo scandalo.
Che si trascina fino al 2008, quando lo stesso Caci lascia la casa per migrare in una camera d’albergo pagata dallo stesso comune.
Uno scandalo nello scandalo che all’amministrazione costerà  oltre 20mila euro e che finisce nel 2009, anno in cui il referente dei clan tornerà  di nuovo in carcere. In tutto questo il ruolo di Pasquale Gioffrè viene messo sotto accusa: “Da oltre cinque anni — scrive in una denuncia l’associazione Casa della legalità  — segue per conto della Prefettura la questione di Vico Mele”.
Di più: l’esposto rileva come la presenza di Caci nella zona di Vico Mele veniva denunciata dai cittadini alla Prefettura.
“Gioffrè — si legge — replicava che non è assolutamente vero”.
Insomma la vicenda sembra consumarsi tutta all’insaputa dello stesso Gioffrè.
Non solo: il neo-prefetto di Lodi nel gennaio 2007 ricopre anche l’incarico di commissario nel comune di Arenzano sciolto nel novembre 2006.
La giunta, infatti, si spacca su una variante del piano regolatore fortemente voluta dal sindaco di centrosinistra Luigi Gambino.
La vicenda avrà  anche risvolti giudiziari. Nel frattempo Gioffrè si siede sulla poltrona dell’ex primo cittadino. E mentre lui governa, la Guardia di finanza indaga su quel cambiamento di Pgt.
E’ in questo momento che nella rete delle intercettazioni finisce la voce di Gambino (non indagato) al telefono con Gino Mamone, imprenditore calabrese in odore di mafia.
Nel 2002, infatti, una nota della Dia tratteggia i suoi collegamenti con la ‘ndrangheta e in particolare con la cosca Mammoliti di Oppido Mamertina.
Il 30 gennaio 2007 Mamone chiama l’ex sindaco che in quel frangente è un semplice cittadino senza incarichi pubblici.
Nonostante questo, Gambino promette all’imprenditore di intervenire a suo favore su un funzionario comunale per la questione dell’ex area Stoppani alla cui acquisizione è interessata la Eco.Ge srl dello stesso Mamone.
“Gambino — dice l’imprenditore — noi abbiamo mandato un fax al commissario di Arenzano (…) per fare già  un’infarinatura”. In programma c’è una riunione al comune di Cogoleto.
Mamone vorrebbe che partecipasse anche un rappresentante di Arenzano. Gambino ne parla direttamente con “Lazzarini, quello dell’Ambiente” perchè, spiega l’ex primo cittadino, “lui (Mamone, ndr) vorrebbe che ci fossi anche tu”.
Quindi rassicura l’imprenditore: “Io gli ho detto apertura massima”. Come sempre il tutto avviene all’insaputa del commissario Gioffrè.
Nella primavera 2007 Gambino vince di nuovo le elezioni.
Un anno dopo, il 3 giugno 2008, interrogato dall’opposizione, risponde in aula: “La telefonata intercettata riguarda il periodo in cui Gambino non aveva alcuna carica pubblica e con quella chiamata veniva richiesto un suo interessamento come cittadino presso le istituzioni competenti”.
Nel frattempo lo stesso Gambino fino al 2010 si tiene in giunta l’assessore Cinzia Damonte che nello stesso anno corre per le regionali tra le file dell’Idv e in parte ottiene (senza finire indagata) il supporto elettorale di Onofrio Garcea, uno dei capi della ‘ndrangheta genovese.
E l’ombra della mafia calabrese emerge anche dall’elenco dei soci dell’associazione Città  del sole tra i cui fondatori compare lo stesso Gioffrè. “Ma io vi presi parte — ha detto poco tempo fa lo stesso prefetto — solo per la presentazione di alcuni libri”. Lo statuto, invece, racconta altro.
L’associazione viene fondata il 28 ottobre 2005 in vico Salvaghi 36 a Genova.
E tra i soci fondatori, oltre a Gioffrè, compare Francescantonio Anastasio, figlio di Pietro morto nel 2010 e il cui nome, pur non indagato, compare nell’indagine Maglio del 2011 per i suoi “rapporti di ‘ndrangheta” con Domenico Gangemi capo della mafia calabrese in Liguria.
Non è finita.
Sulla poltrona di presidente dell’associazione siede, infatti, Salvatore Cosma, anche lui calabrese, ma da tempo protagonista della scena politica ligure.
Personaggio trasversale, negli anni ha cambiato otto volte formazione politica.
Il suo nome — pur non iscritto nel registro degli indagati — compare nelle informative della Finanza che indaga sui rapporti tra mafia e politica.
Annotano i militari: “Le indagini tecniche hanno consentito di accertare che Salvatore Cosma fosse effettivamente in contatto con esponenti della malavita”.
Si fanno i nomi di Gino Mamone e Onofrio Garcea.
L’elenco dell’associazione è lungo.
E dalla lista compare addirittura quel Giuseppe Profiti, già  condannato in appello per tubativa d’asta, già  presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma e spinto dal Vaticano nel cda dell’ospedale San Raffaele finito in bancarotta dopo la lunga gestione di don Luigi Verzè.
Insomma, nella carriera di Gioffrè molto è accaduto a sua insaputa.
Nulla di penalmente rilevante.
Eppure su questi episodi Giuseppe Lumia, senatore del Pd e membro della commissione parlamentare antimafia, ha annunciato un’interrogazione per valutare il caso.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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