Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
DA’ RAGIONE A SAVIANO, VUOL FAR RIENTRARE RENZI E BERSANI
A Modena, alla Festa dell’Unità , arriva quello che potrebbe essere considerato il padrone di casa.
Stefano Bonaccini si presenta con la consueta divisa d’ordinanza: Rayban da vista, giacca e camicia sbottonata fino al secondo bottone. Si siede per il suo dibattito e dice una cosa d’assoluto buon senso , rispondendo a Lucia Annunziata che lo intervista: “Se mi chiedi se devono rientrare Renzi e Bersani io dico rientrino pure. Noi dobbiamo riportare quelli che sono usciti e non ci votano più, non Renzi e Bersani in quanto tali. Perchè il Pd non può rimanere al 20% e se rimane al 20% nei prossimi anni vuol dire che, quando si voterà per le politiche, noi non vinceremo le elezioni”.
Insomma, il governatore di una grande Regione, una delle poche rimaste in mano al centrosinistra, spiega l’ovvio: un partito a vocazione maggioritaria deve essere tale, e dunque attrattivo anche per chi sta fuori, anche chi per un motivo o per un altro è sceso mesi o anni fa dalla barca, e quella gente che si è persa per strada va recuperata. Eppure nel giro di qualche ora una raffica di colpi gli cade sulla testa.
Parte Michele Bordo, vicecapogruppo del Pd alla Camera: “Sembra Tafazzi, dimentica che Renzi è uscito per distruggere il Pd”.
Tocca poi a Roberta Pinotti: “Fino qualche mese fa molti candidati avevano problemi a mettere il nostro simbolo nell’alleanza perchè simbolo di sconfitta. La politica è vincente quando guarda avanti, ed è vicina ai problemi, invece di tornare a formule del passato”.
Arturo Scotto attacca: “Se metti Renzi e Bersani sullo stesso piano significa che non hai chiaro cosa è successo”. Tutti messaggi fatti circolare tra le truppe zingarettiane e segnalati ai giornalisti.
Una dinamica poco leggibile, come spesso accade in casa Dem. Ma basta riavvolgere il nastro di qualche giorno per leggerlo sotto una luce diversa. A Palazzo gira da un po’ di tempo una storia. Una storia secondo la quale Renzi valuterebbe, con tempi e modi tutti da decidere, un riavvicinamento al Pd, se non un rientro, nel caso dopo le regionali la leadership di Zingaretti uscisse ammaccata e la successiva fase congressuale incoronasse proprio Bonaccini. “Chiediti perchè Renzi abbia fatto campagna elettorale per lui – la mette giù un dirigente del Nazareno – E perchè poi Matteo lo abbia invitato alla Leopolda”.
Il segretario ha delle belle gatte da pelare. La manifestazione del No riunirà domani a Roma un robusto pezzo di sinistra che contesta apertamente la sua linea sul referendum. E intorno a lui sono iniziate le grandi manovre, come se lo dessero già in bilico, come se fosse acquisito un risultato negativo prima ancora che si aprano le urne. E’ anche in questo contesto che oggi il segretario ha presentato un piano di riforme costituzionali, per uscire dall’accerchiamento, per dire che il taglio dei parlamentari è solo il primo giorno di “una stagione” di cambiamenti.
Bonaccini calibra al millimetro le sue parole. La sua non è una discesa in campo, nè una rottamazione dell’attuale leadership, ma un posizionamento in vista di un futuro imminente.
Tributa meriti al segretario di aver “rimesso in piedi il partito” e di aver dato “un contributo non banale al governo”, lo copre sul fronte del Sì al referendum, ne condivide il tentativo di arruolare Giuseppe Conte fra i leader possibili del centrosinistra, una figura che potrebbe allargare il campo a un pezzo del mondo 5 stelle.
Ma parla anche da leader in pectore: “Di Saviano non ho apprezzato i toni, non e’ giusta quella critica a Nicola e il Pd, ma c’e’ una cosa che condivido: non possiamo pensare di passare i prossimi anni in una situazione di un partito e di una coalizione che vive di anti, noi ci vogliamo far votare non per quanto fanno schifo gli altri, ma perchè dobbiamo essere attraenti noi. Come abbiamo fatto, vincendo, in Emilia-Romagna”. Sulla stessa linea del segretario, dunque, ma come possibile aggregatore più forte. Anzitutto delle scissioni, quella di Bersani subita da Renzi, quella di Renzi subita da Zingaretti.
“Non me ne frega niente di fare il segretario”, risponde a domanda secca. Oggi sicuramente, domani pure. Dal 21 sarà tutta un’altra storia.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 11th, 2020 Riccardo Fucile
“VINCIAMO IN EMILIA E POI CAMBIA TUTTO: APRO A SARDINE, SOCIETA’ CIVILE, ECOLOGISTI”
Nicola Zingaretti annuncia a Repubblica che vuole sciogliere il Partito Democratico dopo le elezioni in Emilia-Romagna. E intende fondare un nuovo partito, o un soggetto politico “vasto e plurale”, come abbiamo sentito in tante occasioni, che “accolga le istanze della società civile”, come abbiamo sentito in tante occasioni, ma “non un nuovo partito ma un partito nuovo”, come abbiamo sentito in tante occasioni.
L’annuncio arriva in una serie di virgolettati riportati da Repubblica in un articolo a firma di Massimo Giannini nel quale successivamente si precisa che qualunque sia l’esito delle elezioni in Emilia-Romagna l’intenzione è quella:
Comunque vada il voto alle regionali, dopo il 26 gennaio il Pd non sarà più lo stesso. Il segretario ha deciso, e spiega così la sua strategia: «Convoco il congresso, con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese…».
Detta altrimenti, e al di fuori del politichese: il Partito democratico si scioglie, e nasce un nuovo soggetto politico più vasto e plurale, con l’obiettivo di includere (non solo nella raccolta del consenso, ma anche nella ridefinizione delle strutture e degli organigrammi) la società civile, i movimenti, le sardine, tutte le forze democratiche, progressiste e ambientaliste. Magari cambiano anche simbolo e nome, benchè per adesso (a due settimane dalla madre di tutte le battaglie) l’argomento sia ancora e comprensibilmente un tabù.
L’annuncio arriva per una serie di buone ragioni. La prima, e la più visibile, è che, complice la scissione di Renzi e, soprattutto, il governo con il MoVimento 5 Stelle, la segreteria di Zingaretti finora non è riuscita in alcun modo a sovvertire il trend negativo inaugurato dalla sconfitta alle elezioni politiche del marzo 2018.
Nei sondaggi il partito annaspa a volte sopra a volte sotto il 20%, alle elezioni europee, nonostante la foto di Zingaretti e Gentiloni che festeggiano, il PD ha preso una percentuale superiore ma complessivamente meno voti rispetto alle politiche.
Dall’altra parte qualcosa a sinistra si muove, mentre il governo Conte è bloccato dai veti incrociati dei due maggiorenti e dai ricatti dei cespugli. Per questo, spiega Repubblica, Zingaretti vuole cambiare, per non morire insieme a un governo anomalo che non può reggere se a sua volta non cambia.
E il suo ragionamento parte proprio da qui, da un esecutivo che arranca senza progetto, da una maggioranza che galleggia senza identità , e da un Pd sospeso tra la paura di consegnare il Paese a Salvini e l’ansia di non declinare insieme a Di Maio, la tentazione di nascondersi dietro a Conte e l’ossessione di non farsi sabotare da Renzi.
C’è un problema politico “congiunturale”: «È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza…». Finora è stato così: non c’è un solo dossier che si sblocca, dalla prescrizione al voto sul caso Salvini-Gregoretti, da Alitalia alla concessione ad Autostrade.
«Purtroppo — ammette il segretario — questo è il risultato della cultura delle “bandierine”, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Ma io lo dico ogni giorno a Conte e a Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie. Non è il tempo di distruggere ma di costruire. E quella che va costruita subito è una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale».
Per Zingaretti «l’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare». Proprio per questo, adesso, alla sinistra serve il colpo d’ala. «Non dobbiamo essere pigri: io ho scommesso tutto su unità e apertura. Ho vinto il congresso dell’anno scorso nello spirito di “Piazza Grande”, lontano dagli schemini politici e vicino alle persone, nel nome dell’apertura e dell’allargamento, del noi e non dell’io, di una politica ragionata e non urlata. Dopo 12 anni ho voluto cambiare lo statuto proprio perchè nel Pd non c’era neanche più il congresso, ma solo la scelta del segretario. Ora non è più così. Ma ora dobbiamo portare fino in fondo quel processo di cambiamento…».
È la logica di “Piazza Grande”: un partito nuovo, che rinasce sulle ceneri del vecchio, e che apre le porte a tutti i progressisti. Non tanto ai fuoriusciti (in questo momento i nomi di Bersani e D’Alema restano impronunciabili). Quanto piuttosto a quelli che non sono mai entrati, come Mattia Santori e gli altri ragazzi delle 92 piazze anti-Salvini, come il movimento dei sindaci “civici” guidati da Beppe Sala e Antonio Decaro, come la galassia dei verdi.
Anche se di una “grande forza riformista” che vada “oltre” la sinistra sentiamo parlare inutilmente da una ventina d’anni, la nascita di un “nuovo soggetto politico” aperto inclusivo e contendibile resta sempre molto suggestiva. Ma a una sola condizione: Zingaretti deve essere disposto a mettere in discussione tutto, non solo “il nome”, ma anche e soprattutto “i nomi”. Deve cioè azzerare tutti gli organigrammi, cedendo sovranità , poteri e incarichi ai soggetti esterni e agli esponenti della società civile che dice di voler accogliere.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 28th, 2019 Riccardo Fucile
BETTINI: “SI STA AL GOVERNO PER CAMBIARE IL PAESE, LA PAZIENZA DEL PD NON E’ INFINITA”
O si cambia o si torna alle urne. Non usa mezzi termini Goffredo Bettini nel post con cui commenta la
sonora sconfitta dell’alleanza Pd-M5s in Umbria. E il senso delle sue parole è proprio questo: senza una svolta, meglio il voto. “Quindi o si cambia registro o saranno inevitabili le elezioni”, si legge sul profilo Facebook dell’esponente del partito democratico.
I dem, sostiene, non hanno subito flessioni rispetto alle Europee, ma non basta: “Lo spettacolo di questi mesi ha confermato che gli egoismi di partito prevalgono sempre sugli interessi generali. A quel punto i partiti potranno liberamente scegliere, anche quelli del campo democratico, con chi stare e contro chi starePerchè è ben triste che il primo commento di Renzi alla sconfitta in Umbria sia stato che esso spiana una autostrada a Italia Viva. Riflettiamo bene, perchè le condizioni per correggere ci sono, ma la pazienza del più grande partito della sinistra non è infinita”.
Poi il riferimento alle divisioni interne: “Il centro destra è sostanzialmente unito, agguerrito, motivato, concorde sulle strade da intraprendere. Il nostro campo è invece bombardato dalla conflittualità , dalla competizione interna, dalla irresponsabilità di molti. A una destra unita serve contrapporre un centro sinistra unito. È difficile pensare che i primi risultati del governo nazionale ottenuti, possano essere compresi e valorizzati dai cittadini quando su tutto prevalgono le polemiche politiche”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
IN UNA INTERVISTA AL MESSAGGERO L’EX MINISTRO PRONOSTICA ALTRI APPRODI: “NESSUNA CAMPAGNA ACQUISTI, ABBIAMO SCORAGGIATO QUALCUNO CHE VOLEVA VENIRE A TUTTI I COSTI”
In un’intervista rilasciata oggi al Messaggero, Maria Elena Boschi pronostica altri approdi
ad Italia Viva, il nuovo partito di Renzi, dal M5S, da Forza Italia e soprattutto dal Partito Democratico:
«Nessuna campagna acquisti. Anzi abbiamo scoraggiato qualcuno che voleva venire a tutti i costi. Certo: se devono andare nella Lega o in Forza Italia e votare contro il governo meglio che stiano con noi».
Dal Pd qualcun altro vi seguirà ?
«Credo proprio di sì. Ancora qualche deputato, ancora qualche senatore. E poi soprattutto tanti sindaci. Ma i più arriveranno nel 2020, quando faremo il Big bang degli amministratori, come nel 2012. Del resto il clima è lo stesso, noi lo sentiamo».
E colleghi di Forza Italia? Molti guardano a Italia Viva con grande interesse
«Vedremo. Che qualcuno sia a disagio con la svolta estremista di Salvini è vero. E tutto sommato comprensibile. I moderati non stanno con i sovranisti, questo è certo. Comunque è prematuro parlarne, abbiamo molti mesi davanti a noi».
I movimenti al centro dello schieramento politico sono la novità di questo inizio autunno. Quanto vale oggi un’area di centro distinta dalla destra e dalla coalizione rosso-gialla?
«Non so dire le percentuali. Vedo sondaggi che spaziano dal 3 al 7% per un partito ancora senza organizzazione, senza logo, senza iniziative. Ottimo, possiamo solo migliorare. Quello che forse non viene considerato è che Italia Viva sta raccogliendo migliaia di proposte, migliaia di contributi anche economici, migliaia di persone. Diciamo che la domanda c’è: a noi toccherà organizzare una proposta all’altezza di questa sfida. Io ci credo e sono molto ottimista, specie dopo questa prima settimana entusiasmante».
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2019 Riccardo Fucile
COMPRENDIAMO L’IGNORANZA MA SI INFORMASSERO ALMENO PER UNA VOLTA PRIMA DI SPARARE CAZZATE
È bastata l’intervista di oggi all’ex presidente della Camera Laura Boldrini su Repubblica per
alimentare una prima ondata di disinformazione sul suo annunciato ingresso nel Partito Democratico.
E dire che l’intervista è stata piuttosto chiara e contiene tutti gli elementi per spazzare via qualsiasi dubbio o fake news sul tema. Nonostante ciò, più di qualcuno si è fermato al titolo.
La memoria corta e l’immotivata scelta di seminare odio hanno fatto il resto. Laura Boldrini nel Pd è la notizia di oggi. Tutto il resto rappresenta una lettura approssimativa. Facciamo chiarezza.
Da qualche ora, subito dopo l’uscita dell’intervista, è circolato molto un tweet — e le successive risposte che questo ha generato — a partire dall’account Democratici Europei: Boldrini e compagni fecero una scissione “ad personam”. Contro Renzi. Ora rientrano. Ma usciranno molti elettori. Italia Viva non sprechi questa grande occasione!».
Al di là della sterile polemica contro le scissioni nel Partito Democratico alimentata dall’account che guarda con fiducia al nuovo soggetto politico di Matteo Renzi, Italia Viva (nato a sua volta da una scissione), occorre ricordare che Laura Boldrini non è mai stata nel Pd.
Lo ha detto lei stessa nell’intervista di questa mattina a Liana Milella di Repubblica.
Per rinfrescare la memoria al web, quindi, è necessario ripercorrere brevemente le tappe dell’esperienza politica di Laura Boldrini: è stata eletta in Parlamento nel 2013, nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà .
Successivamente, è diventata presidente della Camera. Alle scorse elezioni nel 2018, si è candidata con Liberi e Uguali. In occasione delle ultime elezioni europee, Laura Boldrini ha dichiarato di aver votato per il Partito Democratico, che nel frattempo aveva cambiato la segreteria.
Oggi, ha annunciato il suo passaggio ai dem, abbandonando definitivamente l’esperienza di Liberi e Uguali, con cui era stata critica già in passato. Laura Boldrini, dunque, non «torna nel Pd», perchè nel Pd non ci era mai stata.
Paragonare la sua situazione a quella di altri «compagni che hanno alimentato una scissione ad personam contro Renzi» è una fake news.
Secondo aspetto, Laura Boldrini non entra nel Pd per ricevere incarichi.
Non a caso, infatti, la comunicazione del suo ingresso nel partito è avvenuta dopo che si era già chiusa la partita per la formazione del governo, con l’assegnazione delle caselle per i ministri e per i sottosegretari.
Su questo tema non c’è una vera e propria viralità . Ma si sa che prevenire è sempre meglio che curare.
(da Open)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI MILANO: “LE RAGIONI POLITICHE SONO DIFFICILI DA COMPRENDERE”
“Le ragioni politiche della scissione di Italia Viva sono difficili da comprendere”. Inizia così il post con cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, commenta l’addio di Matteo Renzi al Pd: “Se l’obiettivo era quello di riorganizzare lo spazio politico in modo più coerente, temo che gli effetti, almeno al momento, siano diversi da quelli sperati. In quello stesso spazio “liberal-democratico” oggi c’è solo un soggetto in più. Credo che le ragioni vere di questa scelta risiedano invece altrove”, continua.
E i motivi, per Sala, risiedono nell’indole di Renzi: “Lo dico con rispetto per Matteo, ma credo che faccia molta fatica a stare in una comunità collaborativa, preferendo invece un sistema che risponda pienamente a lui. È questo quello che più ci distingue”.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA PIU’ GRANDE LO AVEVA DENTRO IL PARTITO, ORA HA ESPULSO IL CALCOLO SENZA SOTTOPORSI A INTERVENTO CHIRURGICO
È un uomo fortunato Nicola Zingaretti, perchè il problema più grande che aveva dentro il PD si è risolto da solo. Matteo Renzi se ne va, con una lunga intervista a Repubblica, due pagine, un bello scoop di Annalisa Cuzzocrea, ma leggendo questo lungo testo non si riesce a capire il vero motivo per cui se ne vada.
Le scissioni nel Novecento sono accadute per motivi grandi e drammatici. Prendere o no il Palazzo d’inverno, nella Russia pre-bolscevica. Fare o no come nel paese dei soviet, restare comunisti o diventare social-democratici nel 1989, per lo strappo fra rifondazione e Pds.
Baciare un meno il rospo, per la divisione fra i comunisti unitari e rifondazione. Sostenere o meno Romano Prodi, nel caso del PDCI e dell’addio di armando Cossutta nel 1999. E dunque, se è vero che Matteo Renzi ha sostenuto, o addirittura preconizzato la scelta di questo governo, perchè lascia il PD? Mistero incomprensibile.
Certo, c’è il gioco del potere: non comanda lui. Non è lui a decidere nella stanza dei bottoni, e questo come sappiamo gli costa molto. Ma basta come motivazione? Per un ceto politico forse, per un popolo di militanti sicuramente no.
E infatti, solo la settimana scorsa discutevo allo stand della friggitoria con Palmiro, un sessantenne che rappresenta il prototipo perfetto del militante affascinato dall’ex premier. Un ex comunista delle regioni rosse che ha sostituito la nostalgia del partito forte con la simpatia per l’uomo forte (Matteo).
Ebbene, in una bellissima sfida dialettica davanti ai suoi compagni in cui gli chiedevo cosa avrebbe fatto in caso di scissione, Palmiro arrivava a negare la realtà : “Non rispondo a questa domanda! Perchè Matteo non esce. Sta prendendo in giro voi giornalisti”.
Era l’impossibilità di accettare lo strappo, un sentimento che Matteo Orfini riassume con un motto: “Extra ecclesiale nulla salus”. Non c’è speranza fuori dalla Chiesa: era l’invettiva che i papi riservavano agli apostati.
Il Matteo Renzi di oggi esce senza popolo, dunque, e anche senza molti renziani. Non c’è il suo compagno più antico, Graziano Delrio. Non c’è il più giovane dei suoi compagni antichi, Matteo Richetti. Non c’è il più andreottiano dei renziani, Lorenzo Guerini. Non c’è il più intimo dei suoi spicciafaccende, Luca Lotti.
Matteo Renzi è solo, senza una motivazione forte di identità , e — con perfidia elegantissima — ieri Dario Franceschini ha inviato agli aspiranti scissionisti un messaggino con una sola immagine.
Era la riproduzione del simbolo dell’Api, il simbolo di una scissione dimenticata, quella con cui se ne andò Francesco Rutelli. Era una scissione molto simile a questa: nata per calcolo geometrico, con l’idea di resuscitare il centro, come un remake della Margherita. Alimentata con la diaspora di pochi parlamentari, è finita dimenticata, forse, persino dallo stesso Rutelli.
È un uomo fortunato, Nicola Zingaretti, perchè per ostinazione ha fatto di tutto pur di trattenere uno che le Pd non ci voleva stare. E che dentro protestava facendogli male. Adesso sta meglio, come quelle persone che soffrono terribilmente per un calcolo, e alla fine — una mattina — riescono ad evacuarlo senza doversi sottoporre ad un intervento chirurgico.
Adesso — è questa è l’unica cosa vera tra quelle che dice Renzi — può costruire il Pd come vuole.
Luca Telese
(da TPI)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LE SOLITE BEGHE INTERNE AL PD CON RENZI CHE SILURA GLI AVVERSARI INTERNI
“Non e’ detto che il Pd arrivi tutto unito alle elezioni”. Potrebbe essere questo il futuro punto
di caduta della gestione della crisi da parte dei dem, almeno stando allo spezzone di audio — reso noto da Huffington Post — di un intervento di Matteo Renzi alla sua scuola di politica.
Un vero e proprio ‘retroscena’ nel corso del quale l’ex presidente del Consiglio, sostanzialmente, imputa a Paolo Gentiloni di ‘remare contro’ la trattativa tra Pd e M5s per il nuovo governo.
Renzi attribuisce proprio al presidente Pd — che faceva parte della delegazione ricevuta al Quirinale da Sergio Mattarella — la diffusione di “uno spin finalizzato a far saltare tutto”, con la potenziale conseguenza di una nuova frattura nelle file dem quando sara’ il momento di tornare alle urne.
“E’ Paolo Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5 stelle”, chiarisce Renzi nel file audio. “Nel Pd, ove vi fosse la rottura, sara’ un caos. Se uno, contravvenendo alle regole interne, con un spin fa saltare tutto non e’ detto che il Pd arrivi tutto insieme alle elezioni”, e’ stata la riflessione dell’ex segretario.
L’attuale presidente del Pd avrebbe, secondo Renzi, fatto trapelare delle condizioni poste sul dialogo con i Cinque stelle -in realtà restandosene in silenzio al Colle- impostate in modo tale da rischiare di mandare a monte l’ipotesi del governo ‘giallorosso’. Di qui un vero e proprio rischio “caos”, con tanto di prospettiva di divisione traumatica dei dem.
(da agenzie)
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Agosto 10th, 2019 Riccardo Fucile
GRANDI PRESSIONI SUL LEADER PD PER LA SOLUZIONE CHE ALLONTANA IL VOTO
Deve aver pensato, il segretario del Pd, che ci vuole davvero una faccia di bronzo a brigare
affinchè nasca un qualche accrocco con i Cinque Stelle, dopo che per mesi gli stessi che oggi, nel Pd, si adoperano ad evitare il voto ululavano “mai con quelli”.
In modo più o meno colorito, minacciando di strappare la tessera nell’eventualità , perchè, in fondo, non c’è differenza con la Lega, e “sono due facce dello stesso populismo”.
E deve aver pensato che ci vuole altrettanto scarso senso del pudore a proporre, come ha fatto Grillo, un governo — chiamatelo come volete: di scopo, del presidente, insomma la classica soluzione della Casta italiana — per “fermare i barbari”. Ovvero Salvini.
Ovvero quello che, fino all’altro ieri era il padrone di un governo che, con la complicità del Movimento di Grillo, la barbarie l’ha prodotta, giorno dopo giorno, provvedimento dopo provvedimento, l’ultimo meno di una settimana fa, quel decreto sicurezza che consente di violare i più basilari principi umanitari e di accoglienza.
Ecco, Zingaretti deve aver pensato tutto questo. E infatti l’ha pensato.
C’è tutto un tramestio nel suo partito: il capogruppo al Senato Marcucci che propone un governo di transizione, quello alla Camera che dice “prima di tutto salviamo il paese”. Chi parla, chi cova, chi trama.
È, semplicemente, surreale la gigantesca rimozione di ciò che, in questi anni, si è sedimentato a livello profondo nel paese e la disinvoltura tattica giustificata dalla paura di andare al voto.
È tutto fin troppo chiaro: Renzi che, al netto delle smentite di circostanza, non dice più “mai con i Cinque Stelle”, perchè vuole che la legislatura duri, per avere il tempo di fare un suo partito. E, in ogni caso, alza il prezzo interno: il via libera alle elezioni da ricompensare quando si faranno le liste.
Grillo, il Prometeo che ha fatto divampare il fuoco dell’Antipolitica quando l’establishment si arroccò col governo Monti per sterilizzare il barbaro precedente (Berlusconi) che oggi propone un arrocco provvisorio che diventa definitivo: un governo che parte per fare la manovra su due o tre punti — un classico all’italiana — e poi dura tre anni, fino all’elezione del nuovo capo dello Stato, sperando che Salvini si sgonfi (magari con l’aiuto della magistratura) e varando una bella legge proporzionale che lo sterilizzi
Al netto della faccia di bronzo e dello scarso senso del pudore, siamo di fronte a una manovra politica. Su cui, nei prossimi giorni, è inevitabile che salirà il pressing e la classica retorica dell’emergenza: l’Europa, lo spread, la manovra.
Perchè solo in Italia ogni volta è un dramma ciò che in tutto in mondo è fisiologico quando cadono i governi: il voto.
A costo di tenere attaccato all’ossigeno un Parlamento che non è più specchio del paese e alimentare un populismo sempre peggiore.
Il Palazzo che stoppa Salvini non è un palazzo responsabile, ma la grande chiamata delle ruspe su piazza Montecitorio. Sono questi i ragionamenti che in parecchi, in queste ore, stanno facendo al segretario del Pd, trovando condivisione sulla necessità di seguire la via maestra del voto: “La deriva antidemocratica di Salvini — ha ripetuto il segretario del Pd in queste ore — non la risolve facendo la manovra di bilancio e poi consegnando a Salvini il paese a febbraio. A quel punto non lo fermi più”.
Ecco la posta in gioco: Salvini con le mani libere per mesi, che aizza il paese contro il governo degli abusivi e dei pavidi timorosi “della volontà degli italiani”, e il Pd che si carica sulle spalle il peso dei disastri di un governo che ha fallito.
E lo fa assieme ad un partito che in Parlamento, vale il doppio, rinunciando a intercettarne la sua fuga degli elettori disillusi. È tecnicamente un suicidio. Per il Pd. E per il neosegretario, la cui stagione rischia di essere azzoppata sul nascere in un gioco di cui non è il kingmaker ma che subisce.
Questa discussione, riflettono al Nazareno, è dannosa perchè sposta il problema.
La verità è che c’è un governo che ha fallito e, in tutto il mondo, quando i governi falliscono le opposizioni vogliono votare per sostituirli.
Invece, per come si sta mettendo, si parla poco di quel che è successo quest’anno e sembra che la scelta delle elezioni sia in capo al nuovo segretario, come se fosse un marziano, in un partito dove la parola “responsabilità verso il paese” cela in verità l’anelito alla conservazione di una nomenklatura.
Ed è dannosa perchè rischia di far apparire il Pd come una squadra di calcio che, per paura di perdere una partita, si mette a parlare della praticabilità del campo, del curriculum dell’arbitro e della temperatura esterna, quando invece c’è solo un modo per “fermare Salvini”: batterlo.
In un’intervista al Messaggero, l’infallibile Ghisleri ha ricordato che “il consenso è mutevole” e le rilevazioni attestano che c’è preoccupazione per i tanti dossier rimasti inevasi. Sotto gli ombrelloni, gli italiani stanno metabolizzando la notizia che il governo del “cambiamento” è saltato, ed è saltato per l’inconcludenza e i litigi dei due soci che, per mesi, si sono avvitati in un duello che non avere nulla a che fare con “gli interessi della gente”: “Gli italiani — spiega la Ghisleri – dicono: avevano promesso di realizzare un contratto, non lo hanno fatto e ora sono irritati e rivogliono la parola”.
È la democrazia, bellezza. La manovra è in atto, portata avanti oggi dagli sconfitti dentro il Pd e dentro i Cinque stelle, e da domani da un establishment che da almeno un decennio non ne azzecca una e ha creato il populismo.
Se dovesse nascere, sarebbe un governo all’opposizione del paese. Al momento, dicono al Nazareno, Zingaretti ne è consapevole: “Altre maggioranze — ha ripetuto ai suoi — non ce ne sono”. Sa che è una questione di sopravvivenza. Del Pd e anche sua.
(da “Huffingtonpost”)
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