Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA CORSA A PRODURLI VINCE IL FATTORE PREZZO
Tutti li vogliono, nessuno li vende. Il conflitto del Golfo ha posto ancora una volta in
evidenza il ruolo dei droni,protagonisti indiscussi della guerra contemporanea. Ma a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina che ha consacrato definitivamente la loro importanza, continua a esistere un gap profondo tra domanda e offerta. La ragione è semplice: i sistemi low cost non interessano ai Big statunitensi ed europei, che puntano su apparati con margini di profitto molto più alti e guardano ai caccia senza pilota o alle navi senza equipaggio del futuro prossimo.
Le prospettive sono favolose: si stima che il mercato degli armamenti autonomi che operano in cielo, terra e mare passerà da oltre 47 miliardi di dollari dello scorso anno — dovuti soprattutto alla spinta dell’amministrazione Trump — a 98 miliardi nel 2033. Nel mondo dei droni volanti — quelli più richiesti — esistono però il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Dal Predator in poi
A dominare la scena dal 2001 sono stati gli aerei senza equipaggio, grandi e costosi. Il capostipite è il Predator, icona della Guerra Globale al Terrorismo, poi sostituito dal Reaper: per oltre dieci anni la versione dotata di missili è stata monopolio americano. Li costruisce la General Atomics, leader nel settore per fatturato con 3,2 miliardi di dollari nel 2025. Sulla scia si sono inserite le aziende israeliane, con l’Hermes della Elbit e l’Heron della Iai. La concorrenza è sorta in Turchia con la Baykar fondata da Selciuk Bayraktar, genero di Erdogan: un miracolo tecnologico che con il TB2 si è imposto in 36 Paesi, ottenendo il primato per esemplari venduti. Le loro creature sono care: circa trenta milioni di euro per un Reaper; un terzo per il TB2 e l’Heron più le centrali satellitari di guida. E il passaggio dalle campagne contro formazioni di jihadisti ai conflitti su larga scala sta mettendo in crisi questi velivoli, lenti e facilmente visibili ai radar. Durante l’offensiva sull’Iran il Pentagono ne ha persi più di venti e gli israeliani altrettanti: sono prede troppo facili per i missili terra-aria.
Il Nuovo Testamento è nato sui campi di battaglia ucraini, dove sono state sviluppate categorie innovative. La prima sono i droni-kamikaze simili a bombe volanti. I russi hanno adottato e perfezionato lo Shahed iraniano: un capolavoro di efficienza, che percorre duemila chilometri, è difficilissimo da scoprire e arriva con precisione sui bersagli con una spesa inferiore a 25 mila euro. Persino gli americani lo hanno clonato: il loro Lucas ha esordito proprio nei raid contro i pasdaran. L’operazione è stata condotta da una piccola ditta, la SpektreWorks che li consegna per 35mila dollari: un centesimo del prezzo dei missili cruise Tomahawk.
Le alleanze
Gli ucraini hanno inventato dozzine di modelli, messi a punto da startup spuntate come funghi dall’estate 2022. Il loro segreto è la rapidità: progettano sulla base delle necessità della prima linea e aggiornano in continuazione i mezzi. Questi laboratori sono cresciuti e hanno intrecciato relazioni con società degli States, oggi fucine della nuova idea di industria della difesa che vuole scalzare il dominio di Lockheed Martin, Boeing e Raytheon. La più dinamica è Project Eagle, creatura dell’ex ceo di Google Erich Schmidt. La più nota è Anduril, come la spada del Signore degli anelli, finanziata e vicina a Palantir di Peter Thiel: il suo volto è Palmer Luckey, camicie hawaiane e ciabatte da spiaggia. Sono profeti della “Repubblica Tecnologica” — titolo del libro-manifesto di Alex Karp, amministratore delegato di Palantir — che propugna una visione politica scaturita dalla supremazia della Silicon Valley convertita agli ordigni hi-tech.
I pilastri della rivoluzione
La loro rivoluzione ha tre pilastri. Anzitutto, tempi brevi tra requisiti e operatività, spazzando via la lentezza delle gare federali. Poi i costi limitati, permessi pure dall’uso di componenti prese dal mercato dei generi di consumo elettronici. Infine tanta intelligenza artificiale. Questa new wave ha solide basi finanziarie: le compagnie non si quotano perché c’è la fila per investire. E stanno allestendo buone capacità industriali. In questi giorni gli emissari delle monarchie del Golfo hanno bussato a tutte le porte sui due lati dell’Atlantico, chiedendo in fretta la consegna di migliaia di droni anti-drone. Gli unici a poter soddisfare le loro esigenze sembrano
essere Anduril e Project Eagle, che ha già fatto arrivare in Medio Oriente 10mila Merops per fare scudo alle basi Usa.
«L’Europa non riesce ancora ad adeguarsi al ritmo che ha preso lo sviluppo del settore: i ministeri della Difesa sono ancorati a schemi pluriennali di investimento — spiega Giuseppe Lacerenza di Keen Venture Partners, il primo fondo del Continente che si occupa di startup militari — e tardano a prendere atto di quanto stiano cambiando i conflitti. Questo ostacola la crescita delle aziende, tutte giovani e piccole. Esistono comunque realtà che si stanno affermando, in particolare in Germania: la bavarese Tytan ha ottenuto finanziamenti dalla Nato e fatto un accordo per trasformare impianti dell’automotive nella catena di montaggio di droni anti-drone».
Gli intercettori a basso costo stanno facendo emergere pure l’estone Frankeburg e la britannica Cambridge Aerospace, che sei mesi fa ha raccolto cento milioni di dollari. Più strutturate le società che producono velivoli teleguidati da ricognizione come la tedesca Quantum System, che conta sulla partnership con l’ucraina Frontline; l’olandese DeltaQuad; la francese Harmattan Ai e la portoghese Tekever. A Kiev ci sono TAF Industries e UkrSpecSystems, che non possono esportare, mentre la Skyeton ha aperto una filiale in Slovacchia. Invece sugli apparati d’attacco senza pilota si stanno imponendo le tedesche Helsing e Stark.
Minuscoli quadricotteri-bomba
Neppure loro però confezionano i minuscoli quadricotteri-bomba, onnipresenti nei cieli del Donbass: sono assemblati con pezzi made in China o generati da stampanti 3D, e vengono venduti a mille-duemila euro l’uno. Perché? Al solito: i margini sono infimi. E c’è un altro fattore, sottolineato da Lacerenza: «L’Ucraina dimostra che ogni sei mesi l’innovazione rende superati questi droni e quindi c’è una sorta di Comma22: non si possono ordinare mezzi che diventeranno obsoleti prima di venire utilizzati e quindi non si producono. Per questo bisogna rivedere l’organizzazione del procurement e definire formule di contratti per ricevere quello che serve al momento giusto».
Cosa succede in Italia
E in Italia? Leonardo ha stretto un accordo con Baykar e presto sarà pronta a Ronchi dei Legionari la versione made in Italy con strumentazioni elettroniche nazionali del TB3 Akinci, un sistema di fascia alta che sorveglia il campo di battaglia ma può essere armato con missili e bombe. C’è poi la pisana Sky Eye System che offre il Rapier, un mini ricognitore, mentre a Terni la Siralab ha brevettato un aeroplanino simile, il Radon X, e i quadricotteri SR-X1 e SR-X4.
La componente italiana di Mbda, il gruppo europeo dei missili, sta mettendo a punto con queste due aziende un modello di drone d’attacco low cost. Si tratta di attività sostenute dallo Stato maggiore dell’Esercito, che punta a mantenere un’autonomia nazionale nelle forniture. Ma che finora non hanno trovato investimenti adeguati per misurarsi con la competizione internazionale.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
LUI “NON HA ALCUNA INTENZIONE DI DIMETTERSI” MA I LAVORATORI DEL SUO TEATRO, GLI SPETTATORI, TUTTA LA CITTÀ VOGLIONO CHE SE NE VADA
Pasqua di Resurrezione e anche di Dimissione. Ultimamente, l’Italia riscopre un istituto antico e desueto, la rinuncia alla poltrona.
E tuttavia, perfino alcuni noti inamovibili si sono dovuti rassegnare a rassegnare le dimissioni, vedi Daniela Santanchè o Gabriele Gravina, rispettivamente recordwoman e recordman di resistenza. Per le strade dei Palazzi dovrebbe comparire un nuovo cartello: attenzione, rotolano teste (che non siano sempre pienissime non fa differenza).
In tutto questo, è quindi da segnalare l’eccezione che conferma la regola, un caso di attaccamento alla carica contro ogni evidenza e decenza che diventerà sicuramente il luminoso riferimento futuro per tutti i poltronari d’Italia.
Si tratta del sovrintendente e direttore artistico della Fenice di Venezia, Nicola Colabianchi, in quota Fratelli d’Italia. Si sa che uno dei più recenti fardelli d’Italia è la vicenda che lo vede protagonista. È lui che, eseguendo ordini superiori, ha nominato Beatrice Venezi direttrice musicale del glorioso teatrone, una decisione formalmente legittima ma palesemente insensata nel merito e indecente nel metodo. La querelle è ben nota ai nostri lettori.
Da quando è iniziata, Colabianchi è stato sfiduciato dai lavoratori del suo teatro, biasimato da quattro ex sindaci della città, fischiato dai veneziani che sono scesi in piazza, abbandonato da uno dei consiglieri d’amministrazione con rimostranze pesantissime e implicitamente criticato perfino dalla stessa Venezi che ha dichiarato che «la Fenice è in mano ai sindacati». Eppure, resta dov’è.
L'”eroe”, come lo definì in una memorabile occasione il suo sponsor, l’ex sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, adotta una tecnica straordinaria, quella di fare finta di nulla. Per questo, in teatro l’hanno ribattezzato “Fentanyl”, come l’analgesico ottanta volte più potente della morfina. Non vede e non sente; in compenso, purtroppo ogni tanto parla. E se ne esce con surreali interviste come quella rilasciata proprio a La Stampa dove spiegava serafico che non è lui a doversene andare dalla Fenice, ma tutti gli altri. Del resto, ha 215 mila buone ragioni annue per restare.
Ovvio che, più ancora di Venezi che alla Fenice non si è ancora fatta vedere ed è improbabile che mai si vedrà, sia diventato Colabianchi il bersaglio di una contestazione continua. Non c’è recita o concerto in cui non venga sbeffeggiato. Però mai, a memoria di melomane di lungo corso, si è vista una scena come quella di venerdì (davvero santo) alla Fenice per un concerto di musica sacra.
Già quando sono saliti sul palco Orchestra e Coro con all’occhiello la spilletta gialla simbolo della resistenza (subito diventata l’accessorio più ricercato della stagione 25-26 in tutti i teatri italiani, ne sono già state distribuite 12 mila) si è scatenata un’ovazione del tutto irrituale. Poi, nell’attimo di silenzio che precede l’ingresso del direttore, una voce ha strillato (con proiezione notevole, fra l’altro): «Colabianchi, dimettiti!».
Al che è partito un applauso anche più lungo e intenso, mentre il pubblico, tutto, scandiva in coro ritmato «Di-mis-sio-ni, di-mis-sioni!» e dalle gallerie planavano i volantini del Comitato Fenice Viva. Poi la stessa voce ha urlato: «Viva l’Orchestra, viva il Coro!» ed è stata nuovamente apoteosi, fra grida di «Duri i banchi!» come sulle galee della Serenissima.
Sembrava, anzi sembra perché ovviamente il video c’è e impazza in rete, una scena di Senso di Visconti, con i veneziani di ieri che alla vigilia della guerra del 1866 riempiono la Fenice di volantini tricolori, mentre una donna grida: «Fuori lo straniero da Venezia!» centrando un ufficiale austriaco con un bouquet verde, bianco e rosso.
E non si può che ammirare questi veneziani di oggi che, matti e indomiti, difendono il teatro, la storia e la gloria della loro città dalla protervia del potere.
A questo punto, pensano gli ingenui, Colabianchi avrà lasciato. Macché. Si è fatto intervistare dal Gazzettino amico per dire che la manifestazione è «una manfrina», anzi «una pagliacciata», che si tratta di una manovra politica, che lui «non ha alcuna intenzione di dimettersi» e che è «sereno». Dimissioni sì, ma dalla realtà. I lavoratori del suo teatro, gli abbonati, gli spettatori, tutta la città vogliono che se ne vada? E lui resta incollato alla sua poltrona veneziana.
Più che sereno, serenissimo. A questo punto, non potendo cambiare sovrintendente, cambiategli almeno soprannome: da Fentanyl a Vinavil.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL SUO SILURAMENTO SAREBBE L’ENNESIMO COLPO AL PRESIDENTE NAZIONALE DEL PARTITO E MINISTRO DEGLI ESTERI (A SUA INSAPUTA) – DOPO LE DIMISSIONI DI GASPARRI DAL RUOLO DI CAPOGRUPPO AL SENATO, IN BILICO C’E’ ANCHE BARELLI, CONSUOCERO DI TAJANI
Una lunga lettera “riservata”, ma non troppo, inviata a Marina Berlusconi e al vice
capogruppo, Giorgio Mulè, che racconta la situazione del partito di Forza Italia in Puglia. È stata scritta da alcuni ex dirigenti ed ex simpatizzanti azzurri pronti a rientrare nel partito (e a loro dire sarebbero in tanti). A condizione che le cose cambino.
Tradotto: a condizione che sia commissariata l’attuale gestione regionale. Insomma si chiede la testa del segretario Mauro D’Attis, uomo vicinissimo al presidente nazionale Antonio Tajani. Una resa dei conti all’indomani del risultato in Puglia del referendum per la riforma sulla giustizia, tanto voluta da Silvio Berlusconi.
Per ora i dirigenti interni del partito pugliese restano in silenzio, nessuno attacca ma neanche difende. L’unico sceso in campo, sino a questo momento, in difesa di D’Attis è l’ex parlamentare ed ex coordinatore storico del partito, Guido Viceconte. Nessun altro si sbilancia, ma in molti dietro le quinte chiedono un partito più aperto, più liberale
Altri invece lanciano messaggi social, come il consigliere regionale, ex candidato presidente della Regione per il centrodestra, Luigi Lobuono. Che qualche ora fa per sgomberare il campo da ogni interpretazioni, dopo un’intervista rilasciata a Repubblica, ha pubblicato una foto che lo ritrae con Antonio Tajani. Lobuono un mese fa è stato nominato su volontà del ministro azzurro consulente di Palazzo Chigi per le Politiche e sviluppo industriale
Gli altri sono tutti in attesa di capire cosa accadrà a livello nazionale, e quali saranno le decisioni della famiglia Berlusconi, e se le dimissioni “indotte” del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri saranno replicate anche per dal capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, consuocero di Tajani.
Intanto la lettera in queste ore sta facendo il giro tra la Puglia e Roma. La missiva altro non è che “una relazione riservata” sullo stato dell’arte in Puglia, almeno nella visione dei dissidenti.
Si divide in dieci punti: «dal crollo del consenso elettorale» alle «fragilità della leadership», dal «collasso organizzativo» alla «perdita della classe dirigente». Per concludere poi con le condizioni per un possibile rilancio: «numerosi ex dirigenti e amministratori locali, anche protagonisti delle recenti battaglie garantiste insieme alle Camere Penali – si legge – si dichiarano pronti a rientrare nel partito.
Si registrano aperture di amministratori collocati in Fratelli d’Italia, attratti dalla possibilità di un ritorno a una linea politica liberale e garantista».
Ma «tale disponibilità è subordinata a condizioni precise: superamento dell’attuale gestione regionale – si legge ancora – apertura reale e non formale del partito, valorizzazione del merito e costruzione di una nuova classe dirigente credibile. In assenza di tali condizioni, il processo di rientro non potrà concretizzarsi».
Ma cosa si contesta? Prima di tutto il calo del consenso. «Alle elezioni politiche del 2018 Forza Italia in Puglia si attestava intorno al 20% – spiegano – mentre alle politiche del 2022 è sceso all’8%. Alle regionali il candidato dal partito si è fermato al 35% contro Decaro, risultato insufficiente per una regione storicamente favorevole al centrodestra.
A ciò si aggiunge il conferimento, all’indomani di tale risultato, di un incarico riconducibile all’area Tajani, percepito come un premio politico non coerente con l’esito elettorale, generando senso di imbarazzo e disorientamento tra dirigenti e base».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IN AMERICA LATINA SONO STATI SPESI 280.000 DOLLARI PER FINANZIARE LA PUBBLICAZIONE DI 250 ARTICOLI PRO CREMLINO IN 20 TESTATE
Nomi inventati, foto generate dall’intelligenza artificiale e articoli pagati. È quanto emerge dalle indagini che raccontano un sistema organizzato di disinformazione su scala internazionale, di una rete legata alla propaganda russa, nota come “The Company”, capace di operare contemporaneamente in Argentina e in Africa seguendo una strategia consolidata.
Parliamo di una strategia ben nota, documentata anche da Open Fact-checking: contro Zelensky e sua moglie Olena Zelenska, la propaganda russa ha sfruttato non solo la creazione di false identità o di personaggi “credibili” senza esserlo, ma hanno anche sfruttato siti africani, anche con articoli sponsorizzati, e falsi siti di news aperti da poco, citati successivamente da media internazionali.
Nel 2024 l’Argentina diventa uno dei principali bersagli della propaganda russa. Il contesto politico ed economico instabile offre terreno fertile per screditare il presidente Javier Milei, frenare il sostegno a Kiev e creare tensioni con il Cile.
Per farlo, secondo le indagini pubblicate da Forbidden Stories, vengono investiti circa 280mila dollari. Il denaro serve a finanziare la pubblicazione di circa 250 articoli in oltre 20 testate, tra cui Infobae e C5N. Alcuni pezzi arrivano a essere pagati fino a 3.100 dollari ciascuno, cifre fuori mercato.
Dietro le firme non ci sono giornalisti reali. Le inchieste individuano identità completamente inventate come “Gabriel di Taranto” e “Marcelo Lopreiatto”. Le immagini dei profili sono generate con l’IA o prese da archivi stock. Tra i contenuti diffusi anche una falsa operazione di sabotaggio contro un gasdotto cileno, attribuita a una inesistente “Fernanda Velázquez”.
Il caso africano e l’Intelligenza Artificiale
Nello stesso periodo un’operazione parallela colpisce diversi Paesi africani. Un’indagine di OpenAI e Code for Africa ha permesso di individiare una campagna chiamata “No Bell”. In questo caso l’Intelligenza artificiale viene utilizzata in modo sistematico per produrre articoli e contenuti social. OpenAI, individuata la minaccia, ha sospeso gli account coinvolti nell’operazione di propaganda russa.
Il volto principale è quello di “Dr. Manuel Godsin“, presunto analista geopolitico con titoli accademici attribuiti alle università di Bergen e Oslo. Entrambe smentiscono l’esistenza del personaggio, ma non è tutto: anche la foto attribuita a “Godsin” risulta falsa e riconducibile a uno studente di legge di San Pietroburgo di nome Mikhail Malyarov Yurievich.
La manina dietro “Godsin” è riuscita a pubblicare almeno 38 articoli su 27 siti in otto Paesi africani. Tutti contenuti che elogiano la presenza russa nel Sahel e accusano Ucraina, Stati Uniti e Regno Unito di destabilizzare la regione. Tra le
piattaforme coinvolte figura anche Independent Media, uno dei principali gruppi editoriali sudafricani.
Un’unica rete tra i due continenti
Il legame tra le due operazioni emerge proprio attraverso “Godsin”. Lo stesso nome compare anche tra gli autori di articoli pubblicati in Argentina sulla testata Realpolitik. Un dettaglio che suggerisce l’esistenza di una struttura coordinata e riutilizzata su più fronti.
Infatti, la strategia è quella del cosiddetto riciclaggio dell’informazione. I contenuti non vengono diffusi da siti riconducibili direttamente alla Russia, ma inseriti all’interno di media locali. In questo modo perdono l’apparente origine propagandistica e acquisiscono credibilità agli occhi del pubblico.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
CI VOGLIONO TRE MESI PER UNA SEMPLICE ANALISI? FACCIAMO RIDERE IL MONDO
In quella mansarda il ragazzo non poteva viverci e infatti la occupava abusivamente. Ma la
polvere che conservava in frigo, mista ad altro e ben sigillata con la pellicola non era quello che pensavano i carabinieri che lo hanno portato in carcere. La svolta dopo mesi, solo grazie alle analisi
Un 26enne di Torino era finito in carcere lo scorso 12 gennaio con due accuse, una oggettiva e l’altra di certo più controversa: una era l’occupazione abusiva di immobile, l’altra era spaccio di droga. A far scattare le manette era stato il ritrovamento, durante una perquisizione in una mansarda occupata abusivamente, di un tupperware nel frigorifero con dentro bustine sigillate con la pellicola da cucina. Nel verbale i carabinieri avevano scritto: «674 grammi di eroina e un bilancino di precisione».
Il proprietario dell’appartamento, residente al piano di sotto, aveva dato l’allarme dopo aver sentito rumori sospetti. I militari avevano trovato la porta forzata e il giovane all’interno. «Io – riporta La Stampa – lo avevo detto subito che non era droga», si era difeso il ragazzo, tossicodipendente e difeso dall’avvocata Francesca D’Urzo.
Come hanno scoperto che la polvere bianca non era eroin
Il pubblico ministero Francesco La Rosa aveva disposto l’analisi della sostanza sequestrata, affidandola ai carabinieri della scientifica. L’esito ha ribaltato uno scenario che ai militari sembrava fin troppo ovvio: in quelle bustine non c’era alcuno stupefacente, ma farina di grano mescolata ad altro, forse caffè. «Gli accertamenti tecnici hanno consentito di rilevare che la sostanza rinvenuta nella disponibilità dell’indagato non può essere ricondotta ad alcuna delle tabelle previste dal testo unico in materia di sostanze stupefacenti e psicotrope», ha spiegato il pm, chiedendo al gip la scarcerazione del ragazzo.
La svolta dopo tre mesi
Il gip Paolo Demaria ha accolto la richiesta, rilevando che «le risultanze sopra indicate fanno venire meno il presupposto dei gravi indizi di colpevolezza in relazione al reato ipotizzato». Venuta meno l’accusa di spaccio, la misura cautelare è stata revocata. Dopo tre mesi di detenzione, il 26enne è tornato in libertà. Resta a suo carico l’accusa di occupazione abusiva di immobile, quella ancora oggi indiscutibile.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI E’ TESTA A TESTA TRA LE DUE COALIZIONI
Il governo è ancora alle prese con gli scossoni post referendum, e il quadro politico resta incerto, con lo spettro delle elezioni anticipate che non si è allontanato del tutto, nonostante le rassicurazioni della premier Meloni e nonostante la nomina del successore di Santanchè al Turismo, Gianmarco Mazzi, che ha giurato al Quirinale venerdì.
Il calo di consensi registrato da Fratelli d’Italia continua a preoccupare la premier: il primo partito italiano da giorni è dato stabilmente sotto il 30%, soglia oltre la quale si era assestato per mesi. Lo certifica anche l’ultimo sondaggio realizzato da Emg per il Tg3 Linea notte, diretto da Pierluca Terzulli, con dati raccolti il 30 e 31 marzo. Dalla rilevazione, diffusa il 2 aprile, si certifica un avvicinamento tra centrosinistra e centrodestra. Pesa anche l’aumento dei prezzi legati alla guerra in Iran: il recente provvedimento varato dal Consiglio dei ministri, che prolunga il taglio delle accise fino al 1 maggio, non basta a contenere gli effetti della crisi dell’energia.
Chi vincerebbe se si votasse oggi alle Politiche
Il sondaggio fa registrare una perdita totale dello 0,6% per la maggioranza di governo, che si attesta al 45,2% dei potenziali consensi, contro il 44,9%, dovuti a una crescita dello 0,6%, del campo progressista.
In particolare, Fratelli d’Italia è data al 27%, Forza Italia all’8,7%, la Lega all’8% e Noi moderati all’1,5.
Il Partito democratico sarebbe la seconda forza in Italia, con il 22,7%. Terzo partito, secondo nella coalizione del campo largo, è il Movimento 5 stelle di Conte, che viaggia al 12%. Se si votasse oggi, Alleanza Verdi Sinistra prenderebbe il 6%, Italia viva di Renzi il 2,2%, mentre +Europa sarebbe al 2%.
Restano fuori dai due principali schieramenti: Azione, data al 2,7%, e il Partito Liberaldemocratico, all’1,2%, che come Centro perdono lo 0,8%; Futuro nazionale,
che cresce dell’1,6%, ed è ora al 3,6% e Democrazia sovrana e popolare che cede lo 0,2 ed è all’1,4%. Le altre liste, in calo dello 0,7%, sono date all’1%.
Quanto alla partecipazione e quindi la possibile affluenza, c’è una buona notizia: cresce del 4% rispetto all’ultima rilevazione ed è data al 62%.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
CI SONO UNA SERIE DI PROBLEMI INTERNI CON IL BLACKOUT DIGITALE E LA MISTERIOSA STRAGE DEL BESTIAME IN SIBERIA … AL QUINTO ANNO DI GUERRA, LO SCONTENTO ESPLODE PERFINO NELL’AULA DELLA DUMA, DOVE IL DEPUTATO COMUNISTA MIKHAIL MATVEEV HA DENUNCIATO IL “CAMPO DI CONCENTRAMENTO DIGITALE” COSTRUITO DAL REGIME, E HA AVVERTITO CHE IL SISTEMA RISCHIA DI “SGRETOLARSI”. INTANTO I DRONI UCRAINI METTONO FUORI USO LE RAFFINERIE RUSSE SUL BALTICO
Pyotr Polezhaev si era cosparso di benzina il suo giubbotto verde militare, ed era salito sul
tetto della stalla: «Se mi ammazzate le bestie resterò senza mezzi per campare, quindi tanto vale che mi dia fuoco», ha comunicato con voce piatta ai funzionari, veterinari e operai schierati fuori dalla sua casa nel villaggio Chernogorye.
«Le mucche non valgono la nostra vita», ha detto infine tra le lacrime la moglie di Pyotr, e Chernogorye ha subito lo stesso destino dei villaggi circostanti, dove le autorità avevano sterminato mucche, capre, pecore, e perfino qualche cammello
Una strage svolta con modalità quasi militari, senza spiegazioni, senza mostrare carte o fare analisi, senza risarcimenti, spesso in assenza dei proprietari, che avevano scoperto le stalle vuote.
Il mistero delle mucche siberiane è esploso sui social, tra le ipotesi più inquietanti, da una operazione intentata dai colossi agricoli legati al governo ai danni dei piccoli produttori, a un complotto per lasciare i contadini senza un rublo e spingerli così ad arruolarsi al fronte in Donbas.
Il 31 marzo, una delegazione di allevatori siberiani ha portato a Mosca una petizione con 31 mila firme, che chiedeva a Vladimir Putin di fermare la strage del bestiame. «Se non ci aiuta lui chi potrà aiutarci?», ha detto Svetlana Panina, 30 anni trascorsi nelle stalle: «Il nostro villaggio sembra morto, nessuno che bela e muggisce, i giovani si sono arruolati, gli altri bevono vodka».
Il 1 aprile il governatore della regione di Novosibirsk ha comunicato di aver concluso con successo l’operazione per la distruzione del focolaio di una infezione imprecisata. Il 2 aprile, la televisione ha mostrato un gruppo di “allevatori siberiani” – rapidamente identificati come burocrati locali – che ringraziavano il governo di aver ucciso le loro bestie con rapidità ed efficienza.
Il 3 aprile, il tribunale di Novosibirsk ha decretato che il processo sui risarcimenti intentato dai contadini si svolgerà a porte chiuse. Il 4 aprile, l’agenzia Reuters ha riferito che nel Nord della Cina è esplosa un’epidemia di afra epizootica, provocata dal contagio arrivato dalla Russia.
La triste vicenda delle mucche siberiane avrebbe potuto essere rimasta una delle tante storie di soprusi della Russia profonda, quella che uno stereotipo diffuso considera una riserva inesauribile di amore per Putin. Non si direbbe, a giudicare dai commenti sui social locali, pieni della stessa rabbia che si legge all’altro capo dell’impero, nelle chat della regione di Belgorod, dove dopo l’oscuramento di Internet ordinato dalle autorità moscovite i droni ucraini bombe arrivano prima delle sirene di allarme.
Perfino il governatore Vyacheslav Gladkov ha criticato il bando della messaggistica di Telegram da parte di Mosca. Dove intanto l’oscuramento del traffico dati, dopo la paralisi dei taxi e degli aeroporti, ha mandato ieri in tilt le grandi banche, e perfino la metropolitana. Un black out che l’esperta digitale Natalya Kasperskaya ha attribuito a un sistema sovraccaricato di blocchi di censura, per poi rimangiarsi le accuse in serata con un post pubblico di scuse all’ente di controllo Roskomnadzor.
Al quinto anno di guerra, in un Paese che sembrava ormai totalmente sottomesso al Cremlino, all’improvviso lo scontento esplode perfino nell’aula della Duma, dove il deputato comunista Mikhail Matveev ha denunciato il «campo di concentramento digitale» costruito dal regime, e ha avvertito che il sistema rischia di «sgretolarsi».§
Un segnale che è stato colto perfino dai sondaggisti governativi del centro Fom, che hanno registrato un brusco calo della fiducia verso il presidente: meno cinque punti in una sola settimana. È vero che Putin sarebbe passato dal 76 al 71%, ma il quotidiano Kommersant nota che i consensi ufficiali al dittatore russo non erano mai scesi così rapidamente in così poco tempo dal 2019, dai tempi della riforma delle pensioni.
Il bando di Telegram e WhatsApp ha fatto arrabbiare più della metà dei russi, o meglio, il 55% dei russi ha avuto il coraggio di esprimere la sua rabbia ai sondaggisti, e un altro dato appare ancora più eloquente: a marzo, il 10% degli acquirenti di case a Minsk sono stati cittadini russi, che a quanto pare ormai considerano la dittatura belarussa più vivibile di quella del Cremlino.
Uno “sgretolamento” che non riguarda più l’opposizione, ma i pilastri del consenso putiniano, come i contadini siberiani, la burocrazia moscovita o i blogger della propaganda militare, i più espliciti ormai a denunciare l’incapacità dei generali di russi di avanzare in Ucraina.
Nonostante una campagna pubblicitaria martellante, soltanto duemila studenti hanno firmato un contratto con l’esercito, e mentre i droni ucraini mettono fuori uso le raffinerie russe sul Baltico, e il governatore Gladkov registra i suoi messaggi con sullo sfondo il rumore delle esplosioni, anche l’élite moscovita non riesce più a fingere che la guerra sia altrove.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA C’E’ QUALCOSA CHE NON TORNA, VISTO CHE L’AZIENDA E’ STATA FONDATA SOLO NOVE MESI PRIMA
Mentre il caso Claudia Conte-Piantedosi continua ad alimentare polemiche istituzionali, emergono elementi nuovi che vanno ad aggiungersi alla ricostruzione del profilo pubblico della giornalista: un’interrogazione presentata da consiglieri comunali di Italia Viva a Firenze sulla sua nomina nel cda di una fondazione museale, gli incarichi da 79.300 euro affidati dalla Regione Campania alla sua società senza gara.
Fanpage.it ha ricostruito un capitolo fino ad ora rimasto in ombra: la Regione Campania, durante la gestione dell’ex vicepresidente Fulvio Bonavitacola, ha affidato alla Shallow srls — la società di Claudia Conte con sede a Roma, in Borgo Pio — due incarichi professionali per un totale di 79.300 euro IVA inclusa.
Il primo riguarda Ecomondo 2023, la fiera di Rimini svoltasi tra il 7 e il 10 novembre: alla Shallow viene affidata la comunicazione e la divulgazione stampa per la delegazione campana, per 36.600 euro. Il secondo incarico è per il Green Med Expo & Symposium di Napoli, nel giugno 2024: servizio di promozione territoriale da 42.700 euro, affidato tramite trattativa diretta sul MePA senza consultazione di altri operatori.
In entrambi i casi, la scelta fiduciaria viene giustificata negli atti regionali con la “maturata, specifica, pregressa e documentata esperienza” della società. Un dato però contrasta con questa motivazione: la visura camerale della Shallow srls indica come data ufficiale di inizio attività il 10 gennaio 2023. Il primo affidamento arriva appena nove mesi dopo. A ciò si aggiunge un’anomalia nei pagamenti per Ecomondo: 25.000 euro dei 30.000 pattuiti vengono liquidati prima ancora che la fiera apra i battenti, con scadenze contrattuali ancorate a date fisse piuttosto che al completamento delle prestazioni.
Dal 24 marzo 2025, Conte ha ceduto la carica di amministratrice unica della Shallow a Cristina Simona Dragut, indicata in varie fonti come sua assistente personale, pur mantenendo il 100% delle quote societarie.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
ALLE PRIMARIE DEL CAMPO LARGO SCHLEIN BATTE CONTE IN CASO DI UNA GARA A DUE. IL LEADER M5S È DAVANTI IN UNA CORSA CON PIÙ CANDIDATI… ELLY HA MAGGIORI CONSENSI TRASVERSALI FRA I PARTITI DELLA COALIZIONE. NON CONVINCE L’IPOTESI DEL FEDERATORE
Una buona maggioranza degli italiani, quasi 2 su 3 (61,9%), non desidera oggi elezioni
anticipate. Tra le file della maggioranza questa indicazione registra forti polarizzazioni, soprattutto in Forza Italia (90,2%) e Fratelli d’Italia (92,7%), dove la percentuale supera il tetto del 90%. Anche tra le opposizioni emerge una certa reticenza ad “andare alle urne”, come si dice in gergo, non così marcata come tra i partiti di governo ma comunque significativa.
Sulle barricate del centro sinistra è come se convivessero due spinte opposte: da un lato il desiderio di replicare al più presto il sapore della vittoria appena assaggiato con il risultato referendario, dall’altro il timore di cadere in un possibile tranello elettorale.
Solo il partito di Giuseppe Conte esce allo scoperto su possibili elezioni anticipate, differenziandosi dagli altri con 1 elettore su 2 (52%) che desidererebbe esprimere propria partecipazione politica al più presto. Un dato interessante riguarda anche coloro che vengono classificati tra gli “indecisi”, dove il 23,8% di chi oggi non
esprime un orientamento politico si dichiara pronto a tornare alle urne, forse galvanizzato proprio dal voto referendario e dalla sua capacità di mobilitazione.
A questo punto, il centrosinistra è chiamato a sciogliere il nodo della leadership. L’ipotesi di un “federatore” esterno ai partiti viene chiaramente accantonata (23%), mentre prevale nettamente – con il 62,6% delle preferenze – l’idea di individuare un leader interno alla coalizione.
Se oggi si votasse per le primarie, con tutti i leader in campo, gli elettori del centrosinistra indicherebbero Giuseppe Conte come candidato premier del “campo largo” con il 30,3% dei consensi, seguito da Elly Schlein al 28%.
Tuttavia, in un ipotetico ballottaggio tra i due, sarebbe Schlein a prevalere, ottenendo il 40% delle preferenze tra l’insieme degli elettori delle opposizioni.
Nel dettaglio, le scelte convergerebbero sulla segretaria del Partito democratico grazie al sostegno del 58% degli elettori del suo partito e di Italia Viva, a cui si aggiungerebbe circa un elettore su quattro di Alleanza Verdi e Sinistra.
Conte, invece, oltre al consenso del proprio partito, raccoglierebbe la quota maggioritaria proprio dell’elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra.
Si tratta, naturalmente, di una fotografia del momento, destinata a mutare rapidamente. Le variabili sono molte tra cui possiamo elencare l’errore – forse di tempistica – di aver aperto troppo presto il dibattito sulle primarie, quando ancora si consolidava la vittoria del No al referendum. A ciò si aggiungono la difficoltà di costruire un programma realmente condiviso tra gli alleati del cosiddetto “campo largo” e, soprattutto, la necessità di intercettare quel consenso fluido e trasversale rappresentato da chi ha votato No senza riconoscersi – almeno per ora – pienamente in un partito.
Alessandra Ghisleri
per la Stampa
argomento: Politica | Commenta »