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IL VERO NODO RESTA LA CASSA INTEGRAZIONE, VERSO UN MILIARDO DI ORE ANCHE NEL 2011

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

DATI INPS: NEI PRIMI NOVE MESI, LE RICHIESTE SONO CALATE DEL 21%, MA IL LIVELLO E’ TRE VOLTE SUPERIORE A QUELLO DEL 2008.. AL SUD LE RICHIESTE DI CIG SONO IN FORTE AUMENTO: + 54% IN CALABRIA E + 71% IN SARDEGNA

Un miliardo di ore di cassa integrazione anche nel 2011.
Triste record che l’Italia potrebbe battere di nuovo. Per il terzo anno consecutivo. Crisi nera.
Altro che licenziamenti facili. Perchè se le aziende non ripartono, i licenziamenti saranno facilissimi.
Soprattutto al Sud.
Così, mentre l’Inps prova a rassicurare, comunicando che nei primi nove mesi le ore richieste di Cig sono diminuite del 21% rispetto a un anno fa e quelle effettivamente utilizzate nei primi sette superano di poco il 43% (otto punti in meno dello stesso periodo del 2010), i sindacati all’unisono lanciano l’allarme: «Non è un’inversione di tendenza».
Da gennaio, calcola la Cgil, oltre 930 mila lavoratori sono in cassa integrazione, con una perdita di reddito pari a 2,8 miliardi, quasi 6 mila euro a testa.
E altri 55 mila rischiano, in attesa di segnali dai 90 tavoli di crisi ancora aperti. «Il livello di Cig attuale è tre volte quello del 2008. Con questi numeri non si può essere soddisfatti per un rimbalzino, trainato per lo più dall’export», commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil.
«La crisi è profonda e una fetta sempre più grande di lavoratori sta passando dalla cassa al licenziamento. Nel 2012 o arriva la ripresa o la disoccupazione esploderà ».
«È vero che a settembre vi è stato un significativo calo», conferma Guglielmo Loy, segretario confederale Uil.
«Ma la quantità  di Cig rimane troppo elevata».
Soprattutto nelle regioni del Sud che, in controtendenza, nei primi tre trimestri fanno segnare un’impennata di richieste. Calabria (+54%) e Sardegna (+71%) su tutte.
Ma anche Liguria (+5%).
Tra i settori, spiccano edilizia e commercio che attingono a piene mani agli strumenti di sostegno per i lavoratori, quando industria e artigianato, nel complesso, sembrano tirare il fiato. In generale, un’Italia al solito duale, con il Nord messo meglio.
Il triste traguardo di un miliardo di ore sembrerebbe dunque non lontano.
Da gennaio a settembre già  chieste 732 milioni di ore di Cig, contro i 926 dello stesso periodo 2010.
Ma quello passato è stato un anno record nella storia industriale italiana: 1,2 miliardi di ore in 12 mesi.
I lavoratori che vanno in cassa – prima ordinaria, poi straordinaria, infine in deroga – poi tornano in azienda?
«E’ questo il punto. L’ultima spiaggia è la mobilità », risponde Fammoni. «Ma quando scatta, il rapporto è rescisso. Il lavoratore è a casa, i numeri della Cig calano, si impenna la disoccupazione. E il 52% dei senza lavoro lo è da più di un anno, dice l’Istat. Dunque fuori da ogni tutela, visto che l’indennità  di disoccupazione non va oltre i 12 mesi».
Le crisi aziendali in atto non confortano.
Fincantieri ha quasi 2 mila dipendenti in Cig su 8.200. Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica) 500 su 2.400. Per Alenia (sempre Finmeccanica) si trattano ben 9 anni di Cig e mobilità  per 1.118. Alla StMicroelectronics di Catania da giovedì 2.200 sono in cassa ordinaria. Alla Merloni rischiano in 1.500. Oltre un terzo dei dipendenti Fiat nei primi 9 mesi ha lavorato meno di 40 giorni. A Mirafiori, 35. Il resto, Cig.
Altro che licenziamenti facili.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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“TROPPI PARTY, IL PREMIER FACCIA UN PASSO INDIETRO”: L’ATTACCO DEI CATTOLICI A BERLUSCONI

Ottobre 30th, 2011 Riccardo Fucile

SUI GIORNALI DIOCESANI L’ECO DELLA SVOLTA DI TODI…IL VESCOVO DI ASSISI:”LA GENTE E’ NAUSEATA DAL LOSCO INTRECCIO TRA FESTINI EQUIVOCI E AFFARI SPORCHI”

«Dopo Todi! Dopo Silvio!». «Cambiare il presidente del Consiglio». “Alle spalle la stagione di Berlusconi”.
Serve «un nuovo governo» e «un passo indietro» di «un premier che passa più ore ad organizzare divertimenti serali e sessuali che a governare». Commenti al veleno, analisi ed editoriali quasi tutti orientati a chiedere al presidente del Consiglio di gettare la spugna.
Ma anche nuovi richiami per il «degrado morale delle istituzioni socio-politiche».
Ecco gli umori che – all’indomani del seminario di Todi del 17 ottobre scorso – hanno preso a circolare nelle parrocchie e nelle diocesi tra i 190 settimanali diocesani (oltre un milione di copie distribuite) che, liberi dalle prudenze vaticane e delle gerarchie episcopali, danno una severa spallata al premier e invitano i laici cattolici ad essere più attivi sulla scena politica.
«La Chiesa ha il dovere di parlare senza calcoli e senza intenti politici», scrive, infatti, su La Voce di Assisi il vescovo Sergio Goretti.
«La gente – ricorda – ha capito ed è nauseata del losco intreccio tra immoralità , festini equivoci e spregiudicati affari» e si chiede se «è proprio proprio vero che quello che avviene tra le mura domestiche non ha effetti sociali… quando si è sporchi dentro le maschere sono destinate a crollare! L’Italia è malata», e per salvarla «c’è urgente bisogno di persone preparate e serie». «In questi giorni caldi, dopo gli incidenti di Roma e l’incontro di Todi, ci si chiede se i cattolici si indignano, se si sono indignati e se si indigneranno», si interroga Frontiera (Rieti) nell’editoriale «Ma i cattolici si indignano?».
Non meno tenero L’Avvenire di Calabria che sostiene l’inutilità  di «andare avanti ad ogni costo dentro tali scenari», auspicando «un decisivo passo indietro» degli attuali governanti.
Amara l’analisi di Nuovo Cammino, diocesi sarda di Ales-Terralba, che si chiede “fino a quando sopporteremo Berlusconi e i suoi cortigiani” che «fingono che il premier sia vittima di una congiura mediatica, mentre invece è dedito alla beneficenza e all’assistenza delle fanciulle orfane e abbandonate… come è possibile continuare a conservare al governo un uomo che ha passato più ore ad organizzare i propri divertimenti serali e sessuali, mentre tanti cattolici continuano a sopportarlo pur avendo organizzato feste con ragazze vestite da suore erotiche, accompagnato a Roma Gheddafi che distribuiva il Corano, mentre i suoi alleati facevano battesimi padani?».
«Il paese ha bisogno di una nuova moralità » a partire dai politici, sentenzia La Vita del Popolo (Treviso); Vita Trentina nell’editoriale “Il dopo Todi, il dopo Silvio” traccia scenari futuri sui cattolici in politica in vista un governo senza Berlusconi, che viene bocciato anche da Gente Veneta nell’editoriale “Quando il leader perde il carisma”.
Il Nostro Tempo (Torino) nota con favore che a Todi i cattolici sono “tornati a parlare” tra di loro anche in vista di “un nuovo governo” orfano di Berlusconi; l’altro settimanale torinese, La Voce del Popolo, invita i cattolici ad assumersi responsabilità  politiche perchè nel Paese «ci vuole aria pulita»; di «stagione con Berlusconi alle spalle» si legge anche su L’Unione Monregalese (Mondovì) e su Difesa del popolo (Padova) che nell’editoriale «Parole chiare per tutti» argomenta che «cambiare ora premier può essere un inizio, ma non basta certo a considerare risolta la pratica” del rinnovamento politico-morale.
Da qui l’invito ai cattolici a prendere posizione, scrive Il Popolo (Pordenone), per ridare vita ad una «buona politica per il bene comune».
Tema ripreso da La Vita Cattolica (Udine), che nell’editoriale «Cristiani è tempo di scendere in campo» parla anche di «coerenza tra fede e vita privata». «C’è un tempo per la responsabilità » scrive Risveglio Duemila (Ravenna-Cervia), che nota come «la gente è disorientata, mentre chi governa fa i propri interessi personali, senza seguire gli interessi generali, o dà  sfogo alla propria insipienza e arroganza».
Il Corriere Apuano (Massa Carrara-Pontremoli) auspica «una nuova stagione di unità  politica dei cattolici» perchè «viviamo un momento di estrema gravità , il degrado avanza, soprattutto morale” anche per “quei governanti che si dichiarano cattolici sempre pronti a difendere i valori non negoziabili: ma quali sarebbero a questo punto i valori negoziabili?».
«Il Paese ha bisogno dei cattolici, è questa la vera novità  di Todi», sostiene Il Nuovo Amico (Pesaro-Fano), che fa risalire le cause della attuale «grave crisi non solo a problemi economici-finanziari, ma anche alla decadenza della classe dirigente e alla fragilità  della presenza cattolica» nelle istituzioni.

Orazio La Rocca
(da “La Repubblica”)

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ESPOSTI, LETTERE E ISPEZIONI: IL METODO ANTI WOODCOCK

Ottobre 30th, 2011 Riccardo Fucile

“COSI’ IL GRUPPO SEGRETO DI GIUDICI VOLEVA SCREDITARE I COLLEGHI”…GLI ATTI DELLA PRESUNTA ASSOCIAZIONE SEGRETA PER METTERE IN MOTO UNA MACCHINA DEL FANGO CONTRO LE TOGHE CHE INDAGAVANO SULLA P4

Esposti, interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali con un obiettivo preciso: «Provocare iniziative disciplinari tese alla delegittimazione dei magistrati e al loro allontanamento dagli uffici giudiziari di Potenza».
In cima alla lista c’era il pubblico ministero Henry John Woodcock, seguito dal gip Alberto Iannuzzi.
Ma l’attenzione si era concentrata anche su altri tre loro colleghi: Vincenzo Montemurro, Laura Triassi e Annagloria Piccininni.
Gli atti dell’inchiesta avviata dalla Procura di Catanzaro sulla presunta associazione segreta che sarebbe stata guidata dai sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca e composta, secondo l’accusa, da carabinieri e finanzieri in servizio in Basilicata, svelano il meccanismo utilizzato per spiare e annientare le toghe ritenute «nemiche».
Associazione a delinquere finalizzata alla calunnia, corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio e rivelazione di segreto sono i reati contestati a Bonomi che sarà  interrogato mercoledì prossimo dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.
Nel capo di imputazione sono elencate le contestazioni all’alto magistrato, sospettato di aver avviato e alimentato questa guerra interna ai palazzi giudiziari di Potenza.
In particolare gli viene contestato di aver «inciso sull’ordinario svolgimento delle attività  investigative attraverso una serie di iniziative calunniose e diffamatorie nei confronti di magistrati autori di iniziative o decisioni non gradite» seguendo uno schema che aveva modalità  perfettamente studiate: «Attraverso esposti anonimi ovvero la presentazione, da parte di esponenti politici coperti da immunità  parlamentare, di atti di sindacato ispettivo; attraverso la raccolta di informazioni riservate sugli stessi magistrati nonchè su esponenti politici locali, al fine di condizionarne l’attività , da parte di ufficiali di polizia giudiziaria; attraverso il diretto condizionamento dell’attività  investigativa in considerazione della appartenenza degli ufficiali di polizia giudiziaria al sodalizio e del conseguente sistematico sviamento funzionale dell’esercizio della loro funzione; attraverso la garanzia apprestata a soggetti legati da vincoli amicali di uno svolgimento parziale della funzione di pubblico ministero di udienza in grado di appello».
Per cercare di screditare Woodcock si sarebbero mossi su due fronti.
Il primo riguardava i suoi rapporti con Federica Sciarelli, conduttrice di «Chi l’ha visto».
Dopo aver fatto acquisire i tabulati telefonici dei due, il cancelliere Nicola Cervone, anche lui ora indagato, aveva preparato un esposto anonimo che dava conto dei contatti della giornalista con il magistrato, ma anche con Iannuzzi, entrambi accusati di averle passato notizie riservate.
Ma per Woodcock avevano «costruito» anche un’accusa ben più pesante, come è spiegato negli atti d’inchiesta: «Pur sapendoli innocenti, incolpavano l’ispettore Pasquale Di Tolla di aver fatto pervenire, previa intesa con il dottor Woodcock, atti relativi all’indagine che lo riguardava a tale Rocco Francesco Ferrara, attinto da ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Potenza, tra i quali brogliacci di alcune intercettazioni, attraverso la donna a lui sentimentalmente legata».
Una vera e propria macchinazione che mirava a distruggere carriere, visto che la Procura generale ha anche poteri disciplinari.
In realtà  Bonomi mirava a trasferirsi proprio all’Ispettorato del ministero della Giustizia e per questo avrebbe cercato di accreditarsi con politici, imprenditori e anche con altri magistrati.
Tra le centinaia di conversazioni intercettate, ce ne sono alcune con l’amico Gianfranco Mantelli che di quell’ufficio in via Arenula è uno dei vicecapi.
E adesso è stato incaricato dal Guardasigilli Francesco Nitto Palma di svolgere l’ispezione a Napoli proprio su Woodcock e sugli altri pubblici ministeri titolari delle inchieste sui pagamenti effettuati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi all’imprenditore Gianpaolo Tarantini e al faccendiere Valter Lavitola.
Uno dei capitoli dell’indagine di Catanzaro riguarda proprio il ruolo ispettivo di Bonomi e Roca che «con le loro iniziative disciplinari miravano all’allontanamento dei colleghi, ma anche alla loro intimidazione laddove non avessero seguito le indicazioni che trasparivano dalle richieste di informazioni che la Procura generale di Potenza avanzava nell’esercizio del suo potere di vigilanza, ma che evidenziavano il ben preciso intento di sanzionare i magistrati che ne erano destinatari qualora avessero insistito in attività  investigative sgradite».
Una guerra tra toghe andata avanti per oltre tre anni.

Fiorenza Sarzanini –
(da “Il Corriere della Sera“)

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FINI ATTACCA DURO BERLUSCONI “NO ALLA LIBERTA’ DI LICENZIARE” E STRONCA BOSSI “FEDERALISMO? UN INGANNO FALLIMENTARE”

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

A FIRENZE FINI PARLA DI “ESECUTIVO IRRESPONSABILE SUL LAVORO”, AUSPICA LA PATRIMONIALE, INVOCA IL CONFRONTO CON LE PARTI SOCIALI E LE CATEGORIE ECONOMICHE…”LA DESTRA NON DEVE RAPPRESENTARE I CLUB DEI MILIONARI, MA GARANTIRE GIUSTIZIA SOCIALE PER I CETI PIU’ DEBOLI”

Gianfranco Fini tira fendenti al governo, al Pdl e alla Lega.
Un discorso tutto politico, con toni da campagna elettorale, nel giorno in cui i riflettori mediatici sono puntati sulla convention dei “rottamatori” del Pd.
E in una fase nella quale le elezioni anticipate sono un’ipotesi concreta, dato lo scontento sempre meno sotterraneo che alberga nella compagine berlusconiana.
Il presidente della Camera, intervenuto a Firenze al congresso regionale di Fli, ha attaccato innanzitutto la “libertà  di licenziare”, cioè un punto di forza delle ultime proposte anticrisi dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
“Se si tende soltanto a favorire la possibilità  di licenziare, corriamo il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un’area del Paese”, ha affermato.
“Mi auguro che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e con le categorie economiche, per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e competere”.
In caso contrario, “si rischia un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro”.
Sempre in tema di economia, il presidente della Camera ha sostenuto l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, in modo molto polemico verso il partito di cui è stato cofondatore, e contro lo stesso Berlusconi: “Nel Pdl non si rendono conto di quanto sia ingiusto dire che non si può mettere una tassa patrimoniale, facendo salva la prima casa, come continua a dire il presidente del Consiglio, perchè questo colpirebbe i loro elettori di riferimento”.
E ancora: “”Il Pdl non è un club di milionari”.
In un momento di crisi così grave, ha continuato Fini, l’Italia “merita di più delle divisioni tra gli amici di Berlusconi e chi lo vuole abbattere”.
Ce n’è anche per l’altro ex alleato, la Lega di Umberto Bossi, toccata nel vivo sull’”inganno” del federalismo.
“Bossi non può presentare l’utopia fallimentare del federalismo, che si è rivelato un clamoroso inganno”, ha attaccato Fini.
“Il suo federalismo ha fatto moltiplicare le tasse: oggi i cittadini e gli imprenditori pagano le tasse come mai le hanno pagate prima”.
Non è tutto: “Se la Lega rilancia la bandiera stinta della secessione è solo perchè non può presentare un bilancio positivo ai suoi elettori. Rispolverare la bandiera inesistente dell’identità  padana altro non è che la manifestazione di un fallimento”.
La sintesi finale chiama in causa tutta la compagine di governo, e di nuovo l’ottimista a oltranza Berlusconi: ”Per mesi e mesi si è autocelebrato quotidianamente il rito dell’Italia che reggeva la crisi. Non era vero. L’Italia non è il paese dei balocchi. La crisi si è fronteggiata e si fronteggia tenendo i conti pubblici sotto controllo, cosa indispensabile, ma sarebbe stato meglio non aver negato per troppo tempo la necessità  di farlo”.
Il nuovo corso di Fini tutto all’attacco su legalità  e giustizia sociale, diritti civili e meritocrazia sta facendo salire ogni giorno i consensi di Futuro e Libertà  nei sondaggi, a fronte di un Pdl dilaniato da lotte intestine e senza una linea politica che non sia quella di rappresentare una becerodestra che sta ridicolizzando il nostro Paese nel mondo.
Un’altra destra è possibile.

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CHI RAPPRESENTA L’ITALIA BERLUSCONIANA ALL’ESTERO? IL “REVISORE DEI CONTI” ANTONIO RAZZI

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO “RESPONSABILE” CHE INSIEME A SCILIPOTI HA SALVATO IL GOVERNO BERLUSCONI UN ANNO FA E’ NELLA DELEGAZIONE CHE RAPPRESENTERA’ IL NOSTRO PAESE IN GIAPPONE… COLUI CHE PARLAVA DI DENTIERA E MUTUO DA PAGARE STA COLLEZIONANDO VIAGGI IN TUTTO IL MONDO

Chi rappresenta le istituzioni italiane all’estero? L’on. Antonio Razzi.
Il deputato di Popolo e territorio infatti — diventato “celebre” per l’uscita dall’Idv insieme a Domenico Scilipoti per votare la fiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre 2010 — è stato inserito nella delegazione di parlamentari che, con seguito di traduttrici e impiegati della Camera, trascorreranno alcuni giorni in Giappone incontrando autorità  istituzionali.
Quali siano gli obiettivi della delegazione dell’Unione interparlamentare, però non risulta dagli atti sul sito della prestigiosa istituzione.
Risulta invece una certa effervescenza diplomatica di Razzi che il 1 febbraio 2011 riceve a Montecitorio la delegazione del parlamento indiano, il 25 febbraio 2011 quella del Paraguay ed il 21 e 22 marzo 2011 quella della Corea oltre a essersi personalmente recato in missione a Panama dal 15 al 20 Aprile 2011.
Razzi risulta essere “revisore dei conti” dell’ufficio di Presidenza dell’Unione interparlamentare nonostante sia stato inserito nel gruppo di Presidenza dall’Idv, e quindi teoricamente decaduto poichè uscito dal partito in appoggio a Berlusconi.
Fino ad oggi Razzi ha collezionato viaggi in tutto il mondo.
Dal Qatar al Vietnam, dall’America Latina agli Stati Uniti.
Utilizzando le visite dell’Unione Interparlamentare, il deputato seguace di Scilipoti a volte si è infilato in sostituzione di rinunciatari, apparendo in foto, servizi giornalistici e resoconti.
Ma con quale ruolo e competenze effettive? Nessuno lo sa.
Sarebbe curioso sapere quali risultati sono stati conseguiti dal deputato e quanto è costata questa attività  allo Stato.
C’è da notare che, in occasione di questi viaggi, oltre ai traduttori, vi prendono parte funzionari della Camera che, in veste di accompagnatori, hanno una disponibilità  di denaro contante in loco per risolvere qualsiasi esigenza nasca all’onorevole in missione all’estero. Insomma, una bella spesa per le spremute tasche statali.
Cosa dirà  in questi giorni Razzi ai suoi colleghi giapponesi: “Sayonara”?
E pensare che due settimane fa il deputato di Popolo e territorio ha mostrato di non avere particolare familiarità  con la lingua italiana.
Ospite alla trasmissione radiofonica La Zanzara, Razzi, che nel curriculum vanata anche l’appartenenza alle commissioni “Cultura, scienze e istruzione” e “Politiche dell’Unione Europea”, è stato protagonista di una performance linguistica a dir poco audace.
Quindici minuti tra nonsense, legami fantasiosi, nomi e coniugazioni sbagliate.
Il suo maestro? “L’italiano me lo insegna Sgarbi”

Massimo Pillera
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA POLITICA COSTA 350 EURO A FAMIGLIA, POSSIBILI RISPARMI PER 3,3 MILIARDI

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

ANALISI CONFCOMMERCIO: GLI ORGANI ELETTIVI COSTANO 12.000 EURO A TESTA IN UNA VITA MEDIA… RIDUCENDO DI UN TERZO I PARLAMENTARI AVREBBERO BENEFICI CIRCA 30 MILIONI DI CONTRIBUENTI

Di “costi della politica” si parla tanto, spesso rimanendo nel vago.
A dipanare i dubbi arriva un’analisi di Confcommercio Imprese che rileva quanto costano gli organi elettivi a famiglie e individui.
E i numeri sono di tutto rispetto: oltre nove miliardi di euro l’anno, corrispondenti a poco più di 350 euro per nucleo familiare, circa 150 euro a testa.
Ovvero in una vita media di 80 anni, circa 12 mila euro.
L’organizzazione sottolinea che per contenere la spesa pubblica basterebbe ridurre di poco più di un terzo il numero dei parlamentari, per ottenere un risparmio di spesa di oltre 3,3 miliardi all’anno.
2.900 euro all’anno per i poveri.
Quello che si risparmierebbe, dice Confcommercio, è una “cifra sufficiente ad attuare una riduzione permanente di circa otto decimi di punto della prima aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di contribuenti o, in alternativa, a ottenere permanentemente una somma di 2.900 euro all’anno da destinare a tutte le famiglie in condizioni di povertà  assoluta”.
Stando così le cose, sottolinea Confcommercio, e immaginando una vita media di 80 anni sia per le donne che per gli uomini, e un’indicizzazione dei costi della politica pari al tasso d’inflazione a sua volta pari al tasso d’interesse nominale, al momento della nascita ogni cittadina e cittadino italiano dovrebbero considerare un debito vitale per costi della rappresentanza pari a poco più di 12 mila euro.
Quasi il 77% dei costi monetari sono costituiti dalle spese di funzionamento delle strutture di supporto alle assemblee legislative nazionali e locali. All’interno di queste, le sole spese denominate indirette, corrispondenti alla remunerazione dei dipendenti pubblici che operano in funzione di staff, valgono poco meno del 47% dei costi monetari totali.
Solo organi elettivi.
Nella definizione del perimetro dei costi adottato nello studio Confcommercio non vengono considerati i costi della Presidenza del Consiglio dei Ministri nè degli organi costituzionali diversi da quelli direttamente elettivi, nè delle giunte di Regioni ed Enti locali.
Inoltre, non vengono inserite nei costi della politica, la spesa delle pubbliche amministrazioni per trattamenti di quiescenza.
Nel complesso i costi monetari misurabili della rappresentanza politica calcolati per l’anno 2009, superano i 9,1 miliardi di euro e quindi, considerando i quasi 25 milioni di famiglie e gli oltre 60 milioni di abitanti, i costi della rappresentanza politica valgono circa 367 euro per nucleo familiare, pari a 152 euro a testa.
I dati.
I costi diretti, invece, che rappresentano il totale delle indennità  di funzione e di carica corrisposte ai rappresentanti politici, pesano per oltre il 19% del totale, una proporzione largamente inferiore a quella dell’insieme dei costi gestionali (il 30,1%, sostanzialmente gli acquisti di beni e servizi utilizzati nella ‘funzione di produzione della politica’).
Il costo complessivo vale in termini medi poco più di 59 mila euro per ciascun rappresentante eletto su base nazionale e locale (cioè 9.148,6 miliardi di euro diviso per gli oltre 154 mila membri di organi collegiali).
Stimando una proporzione di riduzione di eletti a qualsiasi livello pari a circa il 36,5%, valore che proviene dalla spesso ipotizzata operazione di passaggio dagli attuali 945 parlamentari a 600 rappresentanti, suddivisi in 400 deputati alla Camera e 200 senatori presso il costituendo Senato federale, si otterrebbe a regime un risparmio di oltre 3,3 miliardi di euro all’anno.
L’organizzazione ricorda che quei circa 3,3 miliardi di risparmi consentirebbero una riduzione permanente di circa 7-8 decimi di punto della prima aliquota dell’Irpef (quella al 23%), con un beneficio generalizzato per circa 31 milioni di contribuenti capienti.
In alternativa, per esempio, si disporrebbe di risorse pari a oltre 2.900 euro all’anno per ciascuna famiglia che in Italia versa in condizioni di povertà  assoluta (un milione e 156 mila famiglie nell’anno 2010, secondo l’ultima indagine Istat).
Probabilmente, osserva ancora Confcommercio, “la più grande ed efficace operazione di redistribuzione mirata mai effettuata in Italia. Ma probabilmente priva, a oggi, di condizioni politiche per essere effettuata. Allora, un’ipotesi più concretamente praticabile, potrebbe essere quella di considerare, come base per applicare un taglio del 36,5%, il totale dei costi al netto di quelli di funzionamento indiretti, realizzando un risparmio quantificabile in quasi 1,8 miliardi di euro”.
In altre parole, spiega l’organizzazione, “stiamo escludendo dal computo (della riduzione dei costi) tutti i costi relativi al personale dipendente (i costi di funzionamento indiretti, appunto), ipotizzando, in qualche modo, un trasferimento dei dipendenti pubblici connessi al funzionamento delle assemblee legislative ad altre funzioni. La cifra di 1,8 miliardi di euro è, comunque, ragguardevole, anche perchè di carattere permanente”.

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IL PIFFERAIO MAGICO ENRICO NAN STECCA ANCHE LA SECONDA PROVA: AVEVA ANNUNCIATO IL CONGRESSO REGIONALE DI FLI LIGURIA, MA FINI LO ANNULLA

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL COORDINATORE REGIONALE CHE AVEVA RICEVUTO ATTENZIONATI DALLA DIA NELLA SEDE DI PARTITO (MESSA A DISPOSIZIONE GRATIS DA UN ALTRO PLURINQUISITO), FATTO USCIRE DALLA FINESTRA, HA CERCATO DI RIENTRARE DALLA PORTA…MA QUALCUNO HA PROVVEDUTO A FARGLIELA TROVARE SBARRATA

Una volta passi: può accadere che i pifferi di montagna, andati per suonare, tornino suonati.
Ma questa volta il pifferaio magico è stato respinto, con definitiva perdita di immagine, al suono di note struggenti.
“Ecco, la musica è finita…Gli amici se ne vanno…Che inutile serata…Ho aspettato tanto per vederti (eletto)…Ma non è servito a niente.. Ecco, la musica è finita…Gli amici se ne vanno…E tu li lasci soli”…
Forse Mina e la Vanoni, quando interpretavano il bel testo del genovese Umberto Bindi, mai avrebbero pensato che potesse diventare la colonna sonora della Caporetto delle truppe cammellate di Enrico Nan da Pietra Ligure.
Località  da non confondere con Pietralcina: nella vicenda che narriamo   dell’incenso della Santità  non vi è traccia.
Altri tempi e altri uomini, ma con una sola cosa in comune: Padre Pio passava le notti nella sua cella, al lume di candela, per favorire la propria ascesi spirituale; Enrico Nan, chiudendo improvvisamente la sede di Fli per portarla in un locale provvisorio al terzo piano, ha indotto gli iscritti ad assumere l’abito mentale degli adepti che si riuniscono, tra mobili accatastati, al lume di candela, mancando in loco l’allaccio della luce.
Certo, altro rito rispetto a quelli dell’iniziazione massonica tanto cara agli imprenditori Mamone, con loggia chiusa   d’autorità  a Fegino, attenzionati dalla Dia e con diversi procedimenti in corso, noti a tutti a Genova, salvo che a Nan che li aveva ricevuti   questo inverno nella sede di Fli sostenendo che “non li conosceva”.
Non può neanche appellarsi al fatto che i locali fossero bui perchà  a quei tempi la sede aveva l’allaccio alla rete elettrica, anche perchè la sede era stata messa a disposizione gratuitamente da un altro imprenditore pluri-indagato con un contratto di comodato gratuito.
Il pifferaio magico ha accompagnato per mesi al fiume tanti iscritti e dirigenti di Fli che infatti poi scomparivano, come nella omonima fiaba di Hamelin.
Divenuto coordinatore musicale di Fli Liguria, Nan ha pensato di poter dettare legge e spartito anche all’orchestra locale dove non mancavano trombettieri e trombati, stonati e straniti, privilegiando da par suo l’uso degli strumenti a bocca e a bocchino.
Ma qui sono cominciate le stecche.
Ecco il primo comunicato stampa di Nan a settembre, subito dopo Mirabello:
“Enrico Nan, coordinatore regionale ligure, a Mirabello ha incontrato tutti i leader nazionali e in particolare Italo Bocchino e Gianfranco Fini, ricevendo una rinnovata fiducia. «Nei prossimi giorni penseremo al congresso di Genova, che si terrà  per ottobre»
Sarà  la sfiga dei pifferai ma passano pochi giorni ed ecco il comunicato nazionale di Fli:
“L’ufficio politico nazionale del partito ha deciso ieri di commissariare, limitatamente alla provincia di Genova, Enrico Nan che conserva la giurisdizione sulle altre province.Prende il suo posto la sen. Barbara Contini per “organizzare e strutturare”   il partito in vista delle prossime elezioni comunali genovesi di primavera”
Ma non finisce qua.
A ottobre Enrico Nan, fatto uscire dalla finestra, prova a rientrare con tutti gli onori dalla porta principale: cosa c’è di meglio che indire un congresso regionale di Fli che lo elegga e confermi direttore-pifferaio?
Ecco una parte dell’intervista del 21 ottobre concessa da Nan al “Il Giornale”:
domanda: Il 26 novembre allora fate il congresso regionale.. È arrivato il via libera da Roma?
risposta di Nan: «Sì, confermo. Tutto ufficiale. Il 26 sarà  una grande giornata, con il presidente Fini che viene a Genova da mattina a sera. La sua presenza è per confermare quanto tiene al congresso di Genova».
Sarà  una maledizione del piffero, ma ecco che da Roma arriva la ovvia decisione di Fini: congresso annullato.
Qualche mano provvida ha sbarrato la porta che il pifferaio pensava di aver individuato per riprendere in mano il potere sugli orchestrali.
Figuraccia da “sprofondo rosso” e ora qualche suo sodale comincia a prendere le distanze per riposizionarsi.
E mentre, come i bambini di Hamelin nella fiaba, il popolo di Fli sopravvissuto alla catastrofe esce dalle case per festeggiare un parziale e possibile ritorno alla normalità , corre voce che il pifferaio stia trattando per cambiare orchestra e palcoscenico.
Che si avvicini finalmente il ritorno alla coerente propaganda e diffusione delle tesi politiche di Futuro e Libertà , dove tutti lavorino per il partito e non per interessi personali?
Che sia giunto il momento di restituire il partito alle intelligenze e ai militanti, sottraendolo ai signori delle tessere, più o meno taroccate?
E’ innegabile che Fini abbia dato un segnale forte, ora occorre saperlo tradurre in realtà .

argomento: Fini, Futuro e Libertà, Politica, radici e valori | 1 Commento »

STUDIARE FUORI SEDE: IL SALASSO LEGALIZZATO

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

INDAGINE DEL MOVIMENTO CONSUMATORI: MANTENERE UN FIGLIO IN UN ATENEO DI UN’ALTRA CITTA’ COSTA OLTRE 11.000 EURO L’ANNO, CIRCA IL 34% DEL REDDITO MEDIO DI UNA FAMIGLIA…E BUONA PARTE DEGLI AFFITTI RESTANO IN NERO

Per studiare in un ateneo in un’altra città  ci vuole impegno, volontà  e tantissimi soldi.
E’ questo il risultato di un’indagine del Movimento Consumatori sui costi che deve affrontare uno studente fuori sede. In cima alla classifica troviamo Roma e Milano, dove mantenere un figlio all’università  può costare anche oltre 11mila euro l’anno. Ovviamente questo considerando le strutture pubbliche (circa 1000 euro l’anno di tasse), con l’iscrizione ai grandi istituti privati, la cifra può anche triplicare.
I dati parlano chiaro: 11.400 per una camera singola a Roma (tasse, libri e utenze incluse), 10.980 euro a Milano, 10.800 a Venezia, 10.200 a Torino.
I prezzi scendono un po’ se si va in doppia (7.620 a Roma, 8.360 a Milano, 7.100 a Venezia, 7.500 a Torino), ma mantenere un figlio all’università  in un’altra città  resta un salasso.
La spesa più grossa, manco a dirlo, è rappresentata dall’affitto.
Stanze in coabitazione, a volte veri e propri tuguri in edifici fatiscenti affittati a peso d’oro.
Una media di 310 euro (senza spese) al mese a Roma, 370 a Milano, 260 a Venezia, e bisogna essere fortunati.
A tutto questo vanno aggiunti i prezzi dei libri, stimati dal Movimento Consumatori in circa 500 euro annui negli atenei pubblici.
E poi bisogna pur mangiare qualcosa. Ecco altri 2400 euro annui di vitto, una stima al ribasso visto che dividendo questa cifra per 10 mesi (togliamone 2 l’anno dove magari si torna a casa) fanno appena 8 euro al giorno, perfetti per mantenere il peso forma.
La ricerca del Movimento Consumatori è stata effettuata partendo dal prezzo degli alloggi in diverse città  sedi di università  molto frequentate in Italia.
Per ogni città  è stata fatta la media tra il costo più basso e quello più alto relativo all’affitto mensile di un posto letto in camera doppia e di una camera singola.
I prezzi degli alloggi sono comprensivi anche delle cosiddette “spese aggiuntive” (condominio e utenze).
Ma quanto incide sul bilancio familiare un figlio che studia fuori sede?
Se si prende come esempio Milano (in cui un posto letto in camera doppia costa 372 euro al mese e una camera ad uso privato ne costa 590) si calcola che un nucleo familiare con reddito medio di 32.148 euro annui (dato Bankitalia riferito al biennio 2006-2008) può arrivare a pagare dagli 8.364 euro ai 10.980 euro all’anno.
La percentuale di incidenza sul reddito familiare è da capogiro:   dal 26 al 34% a Milano, dal 24% al 35%   a Roma, dal 23% al 32% a Torino e dal 22% al 28% a Firenze. E tutto questo, ovviamente, per un figlio solo.
“Lasciando i costi dello studio a carico delle famiglie, in difficoltà  per la crisi che le colpisce da dieci anni a questa parte, l’abbandono universitario, già  molto elevato e nocivo per la competitività  del sistema Italia, è decisamente favorito e non combattuto”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“Con i recenti tagli alle regioni si sono inoltre penalizzati gli enti per il diritto allo studio, tagliando così ulteriori servizi”.
Insomma Miozzi non ha dubbi, “In Italia, sembra ormai un triste dato di fatto, investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia e zero opportunità  per i rinomati “cervelli” nostrani usciti con merito da università  prestigiose, che spesso sono costretti ad emigrare all’estero”.
Senza contare il fatto che buona parte di questi affitti sono pagati in nero, con migliaia di studenti alla merce dei capricci dei padroni di casa e senza uno straccio di tutela legale. Un blitz della Guardia di Finanza di Padova a fine settembre ha portato al recupero di 2 milioni e 24mila euro di imposte di registro solo nella città  veneta, sede di una delle università  più antiche d’Italia.
“Ogni 100 verifiche nel settore delle locazioni, 80 si concludono con esito positivo”, ha riferito la GdF padovana.
Un passo avanti contro questo fenomeno lo si è fatto con l’approvazione del decreto legislativo 23/2011 che obbliga i proprietari che non hanno regolarizzato i propri inquilini a sottoscrivere un regolare contratto di locazione di 4+4 anni ad un canone mensile anche 10 volte più basso di quello attuale.
Si tratta della cosiddetta “cedolare secca” che dava ai padroni di casa tempo fino al 6 giugno scorso per registrare il contratto d’affitto. Adesso si aspettano le denunce.
Tuttavia regolarizzare i contratti di affitto darebbe più tutela agli inquilini e aumenterebbe le entrate nelle casse del Fisco, ma difficilmente diminuirebbe il costo degli affitti stessi, a meno che non si punti tutto sulla denuncia del proprio proprietario e sul relativo contratto scontato.
Ma allora quel è la soluzione?
Difficile a dirsi, per il momento non resta che aprire il portafogli.
“Purtroppo in Italia investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia” sintetizza   Miozzi.

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FELTRI DIFENDE LA MOGLIE DI BOSSI PER SOLIDARIETA’ DI CASTA: LUI E’ ANDATO IN PENSIONE A 53 ANNI E PRENDE 179.000 EURO ALL’ANNO

Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…

Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età  in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità  non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.

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