Aprile 19th, 2018 Riccardo Fucile
PORRA’ UNA SERIE DI CONDIZIONI CHE IL M5S NON POTRA’ ACCETTARE SENZA PERDERE LA FACCIA … RENZI PUNTA ALLA TERZA SOLUZIONE, IL GOVERNO DEL PRESIDENTE
“Le mattinate di primavera a Firenze sono una delle cose più belle del mondo”. Matteo Renzi consegna questo imprescindibile pensiero a Facebook, mentre le trattative per un nuovo governo si infittiscono e non risolvono.
Facendo notare la sua assenza, il senatore di Scandicci, ricorda che il disgelo primaverile dipende da lui. Che pare ben intenzionato a rientrare in gioco, per sparigliare ancora le carte.
“Quando il mandato della Casellati fallirà , se il presidente della Repubblica darà il mandato esplorativo a Roberto Fico, il Pd andrà a dirsi disponibile a un governo con i Cinque Stelle, con la benedizione di Renzi”.
A raccontarlo è un alto dirigente dem. Ma nei palazzi della politica, ieri, lo scenario va per la maggiore. Si racconta che l’ex segretario avrebbe fatto arrivare per interposta persona qualche segnale a Sergio Mattarella in questo senso.
Da qui a lunedì, quando dovrebbero iniziare le consultazioni di Fico, il tempo è lungo e le incognite tante.
Davvero l’ex premier sarebbe pronto a un cambio di strategia così forte? Quel che è certo è che a questo punto il pressing su di lui — dentro e fuori il partito — sta diventando insostenibile.
L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è ormai convinto che il Movimento sia diventato il minore dei mali. Andrea Orlando, Dario Franceschini, Francesco Boccia, ma anche Maurizio Martina, stanno lavorando per costruire un terreno di dialogo con il Movimento ormai da settimane.
Ma a pensare che sarebbe il caso di andare almeno a scoprire le carte sono ormai in molti, anche tra i più vicini all’ex premier.
Ieri sul Foglio c’era un’interessante riflessione di Alfredo Bazoli: “È un rischio enorme per il Pd, perchè rischiamo di essere il vaso di coccio: se le cose vanno bene è merito loro, se le cose vanno male è colpa nostra. Però riflettendo su questo stallo, mi sono chiesto se esista un’alternativa migliore per il Pd e per il Paese, e no, non c’è”. Ora Bazoli, per quanto atipico, perchè autonomo, è un renziano della prima ora. L’intervista non è fatta sotto impulso del quartier generale dell’ex premier, ma è comunque un segnale.
Renzi il Pd sulla linea del no a priori non lo tiene più.
Tanto è vero che nella minoranza stanno pensando di chiedere una direzione per discutere. E dunque l’ex segretario — che mantiene un potere di veto — non può stare fermo. Quello che sta maturando è di mettere una tale serie di “se” e di “ma” da farla fallire un’eventuale intesa tra Cinque Stelle e Pd. Attribuendo il fallimento agli altri. Primo: niente premiership a Di Maio.
E Fico? È il nome su cui sta lavorando la minoranza, difficile che lui dia l’assenso. Secondo: il programma.
Ieri Dario Parrini ricordava la distanza abissale tra Pd e M5S, tacciando di propaganda il reddito di cittadinanza e l’abolizione della Fornero. E per i renziani il Jobs act non andrebbe rimesso in discussione.
Insomma, questa volta una disponibilità Renzi la darebbe pure, ma alzando il prezzo in maniera insostenibile.
Tanto è vero che ieri i suoi continuavano a smentire l’apertura: “Io sono particolarmente divertito da queste ricostruzioni che ci vedono al governo. Sono cose di straordinaria fantasia”, nella versione di Ettore Rosato.
Quel che è vero, però, è che i giochi si faranno tutti in una terza fase, dopo il fallimento dell’esplorazione di Fico.
Se continua la rottura tra Lega e Cinque Stelle, l’ipotesi di un terzo nome e di un governo istituzionale, con i voti di Cinque Stelle e di tutto il Pd (compreso Renzi), diventa concreto, basato su una serie di punti programmatici e con una durata di partenza di un anno.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 13th, 2018 Riccardo Fucile
CONVINTI ANCHE MARTINA E FRANCESCHINI
Il colloquio di stamattina tra Matteo Renzi e Maurizio Martina è finito male.
Il reggente non ci sta: se l’assemblea nazionale convocata per il 21 aprile deve eleggerlo segretario, l’incarico sia pieno e non solo per qualche mese.
Respinta insomma al mittente la proposta renziana di eleggerlo segretario ma solo fino al massimo a febbraio, in tempo poi per celebrare congresso e primarie per le europee del maggio 2019.
Sono questi i termini sui quali è saltata tutta la trattativa nel Pd, all’ombra di un secondo giro di consultazioni al Quirinale che non ha dato alcuna certezza sul governo che verrà , anzi.
E allora Renzi rilancia. L’ex segretario chiede di rinviare l’assemblea del 21 perchè con le trattative sul governo ancora in corso il Pd non si può permettere di riunire un’assemblea che si annuncia molto divisiva.
Apriti cielo: tutte le altre aree del partito non ci stanno, insieme a Martina. Ma poi dopo una lunga trattativa con Lorenzo Guerini, sia il reggente del Pd che Dario Franceschini si convincono: assemblea da rinviare.
A sera Martina dice: “Ho chiesto al Presidente Matteo Orfini di posticipare l’Assemblea nazionale prevista per il 21 aprile, stante la nuova fase istituzionale determinata dall’incapacità delle forze che hanno prevalso il 4 marzo di dare al Paese una concreta ipotesi di Governo. A questo punto il Pd deve continuare a concentrare unitariamente tutte le proprie energie su questa situazione, nell’interesse generale del Paese, seguendo l’impegnativo lavoro del Presidente Mattarella”.
All’orizzonte c’è un cambio di linea, la possibile apertura di Renzi e del Pd a un governo di tutti, dall’opposizione alla disponibilità verso Sergio Mattarella se il presidente dovesse mettere in campo ipotesi di governi istituzionali, visto che al momento sembrano saltare le ipotesi di governo politico.
Nel Pd si aspettano un pre-incarico da parte del capo dello Stato ad una carica istituzionale (Casellati o Fico). Si preparano a partecipare dunque a queste nuove consultazioni, con una posizione iniziale: il Pd è alternativo alla Lega e al M5s.
Ma poi chissà cosa esce dall’iniziativa del Quirinale. La svolta di oggi dice di una flessibilità alle opzioni che verranno messe sul campo, in risposta ad un’eventuale richiesta di responsabilità da parte del Colle.
Ma c’è anche altro. C’è che Renzi non ci sta a mollare il partito a Martina, c’è un’insicurezza di fondo sui numeri in assemblea.
Se fino a ieri i renziani erano convinti di poter imporre il congresso entro le europee anche di fronte a un no delle altre aree, con l’affidamento temporaneo dei poteri al presidente Matteo Orfini, oggi ad una più attenta riflessione la granitica certezza di avere la maggioranza in assemblea non c’è più.
I delegati sono 600, ma bisognerebbe garantire che ci siano tutti e con un partito sconfitto e in crisi di identità non è facile.
Il punto però è che non è semplice nemmeno per i non-renziani: da Franceschini a Orlando tutti inizialmente si schierano con Martina, sono contrari al rinvio dell’assemblea ma nemmeno loro hanno la certezza di poter vincere un’eventuale sfida in assemblea.
Ecco perchè alla fine almeno Martina e Franceschini si convincono dell’idea di rinviare a quando il caos sul governo verrà ricomposto. Chissà quando.
Ma il caos è anche nel Pd. Su Facebook tocca al renziano Dario Parrini lanciare la richiesta di rinvio: “Il Paese è in stallo a causa dei poco decorosi balletti messi in atto dai vincitori delle elezioni – scrive – All’orizzonte si stagliano complicate sfide internazionali. Il capo dello Stato al termine del secondo giro di consultazioni ha sottolineato accoratamente la delicatezza di questo momento politico. In una situazione del genere la discussione se fare o no il congresso del Pd, e se sì quando, è del tutto fuori luogo. Per questo penso che dobbiamo rinviare l’assemblea in programma la prossima settimana. E che non farlo sarebbe poco responsabile”.
Dalla minoranza di Andrea Orlando e quella di Michele Emiliano fanno sapere di essere contrari. “Sono contrario al rinvio dell’assemblea. Non ha senso rinviare ancora. Serve l’assemblea proprio per rafforzare il partito in una fase così complessa”, dice Francesco Boccia dell’area Emiliano.
La prodiana Sandra Zampa pure si dice contraria: “I rinvii non sono utili a nessuno. Ma soprattutto che non sono necessari — dice all’Agenzia Dire – Non credo che l’assemblea confligga con il percorso di formazione del nuovo governo. O decidiamo se vogliamo avviare un percorso congressuale subito, oppure decidiamo di confermare Martina, per tempi che ovviamente non sono gli anni previsti per la durata del segretario. Una terza ipotesi da verificare sempre in assemblea è se ci sono quelli che vogliono avanzare una propria candidatura. Una cosa è certa: l’assemblea è il luogo più importante che noi abbiamo”.
Ma i renziani insistono. Per tutto il pomeriggio Guerini tiene le trattative con Martina e gli altri.
Il ragionamento è che non si può andare ad una conta interna devastante per il partito nel momento in cui la pentola a pressione del ‘governo post-elettorale’ ancora bolle.
E che se c’è da mettere in campo una mediazione proprio sul governo che verrà , lo deve fare l’attuale gestione collegiale: non solo Martina se dovesse essere eletto segretario da una parte del partito.
Dal canto loro, le minoranze rivendicano invece di aver detto per primi che la linea di opposizione “non deve essere un Aventino”.
Queste sono le parole usate da Franceschini, che fino alle elezioni era in maggioranza Pd con Renzi, ma è critico della linea renziana di opposizione. In lui i non-renziani hanno trovato il capofila della loro battaglia per liberarsi da Renzi. E ora rivendicano la scelta del dialogo chiedendo a maggior ragione: perchè si deve rinviare l’assemblea? Ma non è passata.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 12th, 2018 Riccardo Fucile
UGO DI TULLIO, DOCENTE ALL’UNIV. DI PISA, SOSTIENE CHE L’EX SEGRETARIO POTREBBE TORNARE IN GIOCO
Ugo Di Tullio, docente all’università di Pisa, si definisce renzista e non renziano perchè “sostengo con ogni briciolo di muscolo del mio corpo la politica di Matteo, ma non faccio parte del suo giro”.
In un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano oggi consiglia all’ex segretario di non muoversi e di aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere del nemico.
Grillini e leghisti insieme?
Il coach si chiama Mattarella. Le combinazioni sono tante, lasciamo che il vento alzi la polvere
E teniamoci stretto Renzi.
È lì. Ora non deve muoversi. Fa il senatore semplice, e benissimo sta. Questo è l’esito elettorale a cui deve inchinarsi. Vedrà che senza di lui nulla si potrà combinare. Si chiama capacità inerziale.
Senza di lui il Pd non esiste?
Il partito non esiste e forse, ma questa è una considerazione personalissima, neanche un governo esisterà .
La tesi del professor Di Tullio è che se i grillini e i leghisti non trovano un accordo Renzi possa tornare in gioco:
Dovremo aspettare che Renzi si convinca, dunque
Per adesso sta all’opposizione. Lo schema di governo è di là da venire. È possibile che il Pd stia all’opposizione ma è anche ipotizzabile che le maggioranze più gettonate non trovino l’accordo. E a quel punto, zac, ecco Renzi . A quel punto, se davvero giungeremo lì, il capo dello Stato dovrà percorrere altre strade e ciascuna di esse attraverserà l’accampamento del Pd.
Si scrive Pd ma si dice Renzi
Bravo, esattissimo. Il leader. Lui e nessun altro. Matematico
Peccato che la “realtà seconda ”lo abbia fregato.
Un gran peccato, da mordersi le mani.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
ADDIO A OPEN CHE FINANZIAVA LA LEOPOLDA
Matteo Renzi chiude la Fondazione Open. 
Claudio Bozza sul Corriere della Sera racconta che l’ex segretario del Partito Democratico ha deciso di far calare il sipario sull’ente che ha organizzato le edizioni della Leopolda:
La svolta sarà ufficializzata a breve dal consiglio di amministrazione, presieduto dall’avvocato Alberto Bianchi e composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai. Il forziere e braccio operativo di Renzi era stato costruito nel 2012 sotto il nome di Big bang, per avere a disposizione un contenitore che, giuridicamente, potesse ricevere le donazioni dei finanziatori privati.
In questi sei anni, la parabola politica dell’ex premier è stata un fulmine: dalla rapida ascesa, all’incredibile discesa dopo la batosta al referendum costituzionale.
Specie nella fase della scalata non è mancato il sostegno di economico di imprenditori più o meno potenti, ma anche di semplici cittadini.
Dalle maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro), assieme ai microbonifici via Paypal, la fondazione Open ha raccolto in sei anni circa 6,7 milioni di euro.
Una cifra ingente, investita soprattutto per organizzare sette edizioni della Leopolda e la fase iniziale della rottamazione, quando l’interesse di molti importanti finanziatori aveva bruscamente virato verso l’allora sindaco di Firenze.
Per il quotidiano c’è la possibilità che adesso Renzi possa pensare di fondare un nuovo partito:
Ma perchè l’ex premier ha deciso di chiudere la cassaforte? Le dimissioni da segretario del Pd hanno fatto calare il sipario. E adesso? Renzi rimarrà davvero dietro le quinte con i galloni di semplice senatore? Oppure, come si sussurra da più parti, ha chiuso una pagina per aprirne un’altra, magari con un nuovo partito a tempo debito?
(da “NextQuotidiano“)
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Aprile 3rd, 2018 Riccardo Fucile
“E’ IL MOMENTO IN CUI DOVREBBE RIMETTERSI IN GIOCO INVECE CHE CHIUDERSI IN UN RANCOROSO SILENZIO”
Nell’editoriale pubblicato oggi sul Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia prende spunto dalla situazione di stallo alla messicana della politica italiana per chiedere a Matteo Renzi di “uscire dalla tenda”.
Non per allearsi con il MoVimento 5 Stelle e fare un governo, visto che secondo EGDL questo equivarrebbe a diventare i loro junior partner di governo: come se nel 1976 i socialisti sconfitti avessero deciso di allearsi immediatamente con la Dc.
Matteo Renzi appare oggi chiuso in un rancoroso silenzio, intento quasi, si direbbe, a pregustare il sapore della sua futura vendetta contro i nemici interni ed esterni. Ma così ancora una volta egli sbaglia i tempi: ritirandosi sotto la tenda fa oggi quello che semmai avrebbe dovuto fare – ma per sua disgrazia non ha fatto – dopo la sconfitta referendaria. Sbaglia, io penso, perchè il suo momento di parlare è proprio ora.
Ora è il momento di mettersi totalmente in gioco. Ora è il momento di mostrare di aver capito dagli errori commessi, di mostrare di voler cambiar strada, di indicare con l’energia e il temperamento che egli possiede verso quali nuovi modi d’essere e di pensare il Partito democratico deve muoversi. Ora è il momento di dire se esso vuole o no tornare nuovamente a presidiare i territori sociali e geografici del Paese che ha abbandonato a se stessi e ai più screditati notabili.
Per Renzi il finale di partita non è per domani, è per oggi: prima che in un modo o nell’altro, sotto l’incalzare degli eventi e per la pochezza dei vertici del Nazareno, avvenga lo scompaginamento definitivo del suo partito, il virtuale rompete le righe della Sinistra italiana.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 30th, 2018 Riccardo Fucile
LA LINEA: OPPOSIZIONE… IPOTESI ASSEMBLEA NAZIONALE A GIUGNO
E’ un venerdì di passione nel Pd anche per i non cattolici. 
All’indomani dell’infuocata assemblea dei deputati in cui Dario Franceschini e Andrea Orlando hanno ‘osato’ interrogare la linea di opposizione decisa dopo il 4 marzo, Matteo Renzi scatena i suoi.
Sono i più attivi sui social e sulle agenzie a ribadire che “la linea che porteremo la prossima settimana al Colle è di opposizione”, per usare le parole di Andrea Marcucci.
Tanto per iniziare, alle consultazioni con Sergio Mattarella sul governo per il Pd saliranno in quattro: il reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini e i due capigruppo, Graziano Delrio per la Camera, Marcucci per il Senato.
Segno che il partito è attraversato da reciproci sospetti. Si apre una fase confusa. Nebbia anche sulla data di convocazione dell’assemblea nazionale che dovrebbe eleggere il nuovo segretario.
Fonti renziane ipotizzano che l’assemblea possa riunirsi solo a fine giugno. Vale a dire dopo i ballottaggi nei comuni che andranno al voto a metà giugno. Perchè entro aprile ci sono le regionali in Molise e Friuli e poi inizia la campagna elettorale per le amministrative. Difficile convocare un’assemblea così delicata in fase pre-voto.
Anche se la pazienza di Renzi con il reggente Martina è agli sgoccioli.
Nel partito si è aperta la guerra interna ed è tempo di schierare le truppe: con me o contro di me.
E’ il motivo per cui giorni fa, dopo un pranzo con Renzi, Matteo Richetti ha dato un’intervista per candidarsi alle prossime primarie per la segreteria. Nessuno in questo caos sa dire quando si terranno, ma la candidatura di Richetti serve a Renzi per lanciare un segnale ai non-renziani, compreso Martina: alle brutte, io il candidato ce l’ho.
Già , i non-renziani. Dopo aver detto la sua ieri in assemblea, Franceschini aspetta il primo giro di consultazioni al Colle per tirare un po’ di somme.
Il ministro ha provato a scalfire la linea renziana dell’opposizione per tentare di evitare quello che pensa sia un danno all’Italia: un governo Lega-M5s.
Con quali numeri non è chiaro, visto che la maggioranza dei gruppi parlamentari sembra stare con Renzi, che invece spera in un governo giallo-verde, così il Pd resta all’opposizione sicuro.
Ma la battaglia è solo iniziata, dicono in area Franceschini. Oggi sul Mattino il sottosegretario Antonello Giacomelli, origini in AreaDem poi entrato in area Lotti, dice che è un bene che “gli eletti dem tornino a discutere”, pur ribadendo la linea di “opposizione ma non rinunciataria o di Aventino”.
Per i non-renziani sono piccoli segnali di crepe nello schieramento renziano. “Stare all’opposizione non può essere uno slogan ‘rifugio'”, dice Anna Rossomando, senatrice orlandiana eletta vicepresidente di Palazzo Madama. E poi c’è Francesco Boccia, area Emiliano, fin dall’inizio schierato per il dialogo con il M5s, oggi nel mirino di Carlo Calenda su Twitter.
“Ribadisco che i 5 stelle non sono nemici da abbattere ma solo avversari da rispettare, provando nel tempo a superare con proposte alternative”, risponde Boccia.
Il Pd è in ebollizione. I non-renziani sospettano che alla fine della fiera Renzi voglia aiutare il centrodestra a mettere su un governo, magari con un’astensione tecnica del Pd. I renziani sospettano che il gioco dei posizionamenti sul governo sia strumentale a precise contropartite.
Per esempio, una frase attribuita a Orfini e riportata da ‘La Stampa’ ha mandato su tutte le furie i luogotenenti di Franceschini e anche di Walter Veltroni, che al Corriere aveva detto sì ad un “dialogo con il M5s sotto la regìa di Mattarella”. La frase incriminata è questa: “Non vorrei che questa apertura al Cinquestelle da qualcuno dei nostri venga scambiata con un qualche improbabile accordo futuro per la presidenza della Repubblica…”.
Il fatto è che sulle consultazioni al Colle, si apre il congresso nel Pd. Si è già aperto. “Il Pd in questa legislatura starà all’opposizione. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente – scrive su Facebook Marcucci – Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio-Salvini. Loro hanno il diritto dovere di governare, noi non gli faremo sconti”.
E invece Martina, sempre su Facebook: “Stiamo attenti a un dibattito sterile tra isolamento e apertura. La Direzione nazionale ha stabilito unitariamente come dobbiamo muoverci. Le grandi discriminanti sono tutte di merito: rinnovamento delle istituzioni e della democrazia rappresentativa, nuova scelta europeista contro ripiegamenti sovranisti, lotta alle diseguaglianze, questione sociale, equità . Ricordiamoci sempre che il nostro primo vero tema è il ricongiungimento dell’impegno dei democratici con gli italiani. Penso che faremmo bene a spendere tutte le energie che abbiamo a partire da qui…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
INTESA RENZI-MARTINA… “NESSUN QUESTORE ALL’OPPOSIZIONE, FATTO GRAVE”
“I numeri sono quelli…”. Il ragionamento che fa Matteo Renzi prima di lasciare il Senato dopo la votazione su questori e vicepresidenti è fatto di numeri, appunto, più che di parole.
Ed è questo: “Serve il 90 per cento dei gruppi parlamentari del Pd per fare un governo con il M5S. Se anche qualcuno nel Pd facesse un accordo, vuoi che il senatore di Rignano non riuscirebbe a tenere con sè almeno 7 dei suoi?”.
Insomma, 7 renziani sarebbero sufficienti a bloccare qualsiasi eventuale tentazione di intesa con tra i dem e il M5S.
Tentazione che oggi non trapela, nemmeno tra i non-renziani. Domani all’incontro dei capigruppo convocato da Di Maio il Pd non andrà .
I segnali del M5S verso i Dem (“Delrio interlocutore”, dicevano stamane riferendosi al capogruppo appena eletto alla Camera) finiscono nella rete di Renzi e si trasformano in fumo. Anche perchè la mossa pentastellata di non offrire ai democratici nemmeno un posto da questore in uno dei due rami del Parlamento ha fatto perdere la pazienza anche ai non-renziani.
“Significa che a una forza di opposizione non viene garantito un occhio sui conti del Parlamento: è grave, mai successo nella storia della Repubblica”, ci dice in Transatlantico l’ex capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda, uno che certo renziano non è, eppure oggi anche lui non vede alcun segnale di dialogo da parte del Movimento. “Noi cinque anni fa lo abbiamo eletto un questore pentastellato in Senato…”.
Il fatto che oggi M5S non abbia contraccambiato con il Pd (se non con l’offerta scontata di una vicepresidenza al Senato) viene letto dai dem come un altro segnale di mancanza di interlocuzione.
“Del resto – ci dice una fonte Dem – noi non abbiamo nulla da offrire perchè siamo all’opposizione. Dunque perchè dovrebbero offrirci delle cariche e trattare con noi?”.
“Una cosa molto grave, mai successa: la maggioranza che ha già eletto i presidenti ha deciso di non dare possibilità di accesso all’opposizione” nei ruoli dell’ufficio di presidenza al Senato, dice il neo-capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci. E’ “un rapporto basato sulla spartizione e sull’assenza di trasparenza tra M5S e Lega”.
C’è anche il ragionamento che fa Renzi con i giornalisti alla buvette. I 5 Stelle fano l’asso-pigliatutto per “dinamiche loro, interne. Essendo tanti dovranno dare un qualcosa a ciascuno. Solo che quando lo facevamo noi era una ‘spartizione di potere’, ora che lo fanno loro è ‘libera espressione della democrazia’. Ecco: l’espressione della volontà popolare ‘is the new’ spartizione di poltrone”.
A differenza dei primi giorni in Senato, oggi Renzi è più incline a lasciarsi andare a qualche commento politico.
Segno di sicurezza sulla linea: ne ha parlato con Maurizio Martina in una delle salette del gruppo Pd, il fronte dell’opposizione è compatto per ora.
E così nelle chiacchiere coi cronisti oggi c’è meno spazio per battute sui film visti al cinema, il jogging mattutino o le partite di tennis.
Riaffiora la politica perchè l’ex segretario è riuscito a sgominare i tentativi dei non-renziani del Pd di fare da sponda ai 5 Stelle. “Hanno sbagliato i calcoli – dice ai suoi – io non avrei consigliato a Di Maio di far sponda con chi nel Pd pensava di far fuori me per poi fare un accordo con il M5S…”.
In effetti, così non è andata, al di là delle “processioni” che qualche esponente dem non-renziano racconta sotto anonimato: “Processioni di 5 Stelle ci vengono a chiedere di salvarli da Salvini…”.
Ecco: ora M5S agita la favola di un dialogo con una parte del Pd per gridare aiuto, “ci usano”, dice Renzi. E’ la lettura anche di Lorenzo Guerini, il quasi-capogruppo alla Camera che ieri ha fatto un passo indietro in nome dell’unità . “Ho capito che fare i passi indietro è popolare: mi stanno arrivando complimenti da ogni dove”, ci dice alla Camera. Poco dopo Delrio lo chiama sul cellulare.
Il Pd si rannicchia all’opposizione e chi nel partito ha altre idee non ha una exit strategy. Ma certo nessuno ha interesse a consumare ora la resa dei conti interna che prima o poi arriverà . “Aspettiamo il terzo giro di consultazioni e vediamo cosa mette in campo Mattarella”, ci dice un renziano.
“Credo che le consultazioni debbano essere sempre fatte, credo che i partiti che hanno vinto le elezioni debbano avere l’incarico e poi valuteremo”, dice Marcucci. Sarà lunga.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA DIMOSTRAZIONE CHE CHI VORRA’ I VOTI DEL PD DOVRA’ PARLARE CON LUI, NON CON MARTINA… RENZI CONTROLLA L’80% DEI DEPUTATI E SENATORI
Dimissionario, sì, ma con stile. 
La giornata di ieri è stata caratterizzata dall’elezione all’unanimità (!) dei capigruppo del Partito Democratico e ha dimostrato platealmente che il partito è ancora in mano a Matteo Renzi.
Il quale ha ottenuto l’elezione del suo fedelissimo Andrea Marcucci a capo dei senatori e quella di un uomo non ostile come Graziano Delrio, considerato prima renziano e poi progressivamente allontanatosi ma comunque anche oggi considerato non ostile.
Tommaso Ciriaco di Repubblica nella cronaca della giornata di ieri fa i numeri e spiega che non c’è spazio per le discussioni:
Sono le 14.30, manca un’ora alla conta. Renzi lancia un’idea che per tutti è però soltanto una provocazione: «Se volete, mettiamo Teresa Bellanova a Palazzo Madama». È forse l’unica senatrice più renziana del renzianissimo Marcucci. Nessuno è d’accordo. «Contiamoci», fanno sapere dalla minoranza. «Contiamoci», risponde il senatore di Rignano.
I calcoli dei renziani sono impietosi. Dicono: 84 deputati su 113, 40 senatori su 55. Martina telefona ai big dem, poi si incontrano al Nazareno.
«Non posso far altro che lasciare, questa è una sfiducia al mio lavoro». Per Renzi va bene così. «Faccia quel che vuole».
In realtà non conviene neanche a lui spaccare adesso il partito, quando la legislatura è appena cominciata.
Ecco quindi che le varie conte sui renziani e i non più renziani cominciate sui giornali subito dopo le elezioni (con qualche errore madornale visto che Zingaretti non è mai stato renziano) oggi vanno definitivamente a farsi benedire.
Così come diventa quasi “accademico” il (finto) dibattito sulle possibilità di un avvicinamento del Partito Democratico al MoVimento 5 Stelle in chiave governo: Renzi ha il coltello dalla parte del manico, questa partita lo dimostra e chiunque abbia necessità dei voti del PD dovrà parlare con Renzi, non con Martina.
Di Maio e Salvini sono avvisati.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 23rd, 2018 Riccardo Fucile
TRA CAFFE’, BATTUTE, CANZONCINE E CONSEGNA DEL SILENZIO… MA POI SI CHIUDE IN RIUNIONE CON I SUOI
“Io sono un debuttante. E un debuttante che fa?”. Una scrollata di spalle e Matteo Renzi lascia i
giornalisti a bocca asciutta alla buvette del Senato.
Se non fosse per la scena, che in sè parla molto: l’ex segretario del Pd è l’uomo più ricercato oggi da stampa e senatori. “Ora sto zitto per due anni”.
Esce dall’aula e ci mette 5 minuti per percorrere il breve Transatlantico fino alla buvette, saluti, resse, abbracci.
“Caffè? Caffè per tutti”, paga Renzi ai renziani Francesco Bonifazi e Andrea Marcucci e anche agli orlandiani Antonio Misiani e Anna Rossomando.
“Dov’è Anna?”, l’aveva persa di vista un minuto, dettaglio importante. Rossomando è candidata alla vicepresidenza del Senato, la carta dell’unità interna con la minoranza mentre intorno – secondo le informazioni che arrivano ai renziani dal centrodestra – si andrebbe scomponendo il puzzle intorno al nome di Paolo Romani per la presidenza del Senato.
Questo hanno captato i radar dei dem nei contatti col centrodestra. Ecco la trama che arriva al quartier generale dell’ex segretario quando manca poco alla prima chiama. Dunque: la Lega minaccia di affossare Romani nel voto segreto per non far torto al M5S.
Berlusconi lo ha intuito e potrebbe addirittura cambiare nome prima della terza votazione, prevista domani. A quel punto la candidata potrebbe essere Elisabetta Alberti Casellati, sempre di Forza Italia.
Su di lei Luigi Di Maio potrebbe convergere o almeno non dichiarare guerra. E Berlusconi potrebbe comunque intestarsi tutta l’operazione: che salva l’intesa con la Lega e abbraccia anche il M5s.
Abbraccio mortale? Chissà . Ma questo è quanto arriva al Pd renziano, il più attivo nei contatti diretti col centrodestra. Anche su Casellati il Pd si asterrebbe: nessuna guerra. Perchè poi ci sarà da trattare sulla Camera, dove i voti dem potrebbero far gola. “E lì – ci dice una fonte renzianissima – noi porremo come condizione due vicepresidenze, Camera e Senato”. Per la Camera: Ettore Rosato. Per il Senato: Rossomando, appunto.
“Lei è una tosta”, alla buvette Renzi abbraccia la nuova capogruppo delle Autonomie: è tutto merito loro se Maria Elena Boschi è stata eletta in Trentino.
Un saluto con la neo-nominata senatrice a vita Liliana Segre, una chiacchierata con il senatore a vita e premio Nobel Carlo Rubbia. “Hai visto Cerno come ci si sente a stare dall’altra parte?”, Renzi guarda il neoeletto senatore ed ex condirettore di Repubblica Tommaso Cerno.
Poi si incammina verso gli uffici del Pd, quelli che per metà sono stati conquistati dai 5 Stelle in questa nuova legislatura. “Ma i giornalisti possono stare anche qui?”, guarda il gruppo della stampa incredulo.
Poi con Richetti, Bonifazi, Marcucci e qualcun altro si chiude nella stanza accanto al busto di Don Sturzo per una riunione occasionale. Non c’è tutto il gruppo Pd del Senato, non c’è l’ex capogruppo Luigi Zanda, in questa fase uno dei più accaniti critici dell’ex segretario.
Ci sono solo i suoi in questa riunione a porte chiuse. E’ qui che Renzi detta la linea, in questa riunione in cui entra canticchiando Alan Sorrenti con l’aria del vincitore: “Dammi il tuo amore non chiedermi niente…”.
A fine riunione, le aspettative renziane restano salde sull’auspicio che Berlusconi riesca a tenere a bada il M5s.
E’ la garanzia per bloccare eventuali accordi tra la parte non-renziana del Pd e i pentastellati su un nome diverso dal candidato di Forza Italia.
Non a caso, da ieri gira il nome di Emma Bonino, che piace alla parte non renziana del Pd e ai cinquestelle. Uscendo dagli uffici dei Dem, Renzi la incontra, la Bonino. E’ seduta in un angolo del corridoio dei busti, che collega i locali del Pd al Transatlantico. Rapida stretta di mano con la Radicale, freddezza: Renzi passa avanti. E’ più caloroso con un gruppo di senatori di Fratelli d’Italia, persino.
In Senato, accompagnato dal fedelissimo Andrea Marcucci (probabile prossimo capogruppo), gira come un neofita: gli piace far credere che sia così. “La differenza tra il lavoro di un primo cittadino e quello di un senatore…”, la riflessione confessata ai giornalisti resta appesa così.
Lavorano meno dei sindaci? “E’ diverso: un sindaco, ma anche un premier, non stacca mai, 24 ore su 24…”. Qui al Senato, il neoeletto senatore di Rignano che punta a entrare in “commissione Difesa”, avrà molto tempo libero.
Già ce l’ha, a quanto racconta alla stampa. “Vado a correre, faccio il babbo e ho visto tanti film. Come si chiama quello sul Missouri? I tre cartelli…”. ‘Tre manifesti a Ebbing’. “Ecco, sì bellissimo. Ma mi è piaciuto moltissimo anche Churchill”, ‘L’ora più buia’. “E poi quello su Borg-McEnroe…”, visto che tra le altre cose dice che gioca “a tennis, ci provo…”.
Ostenta distanza con la politica e le trattative in corso sulle presidenze. Anche se ne parla dentro con i suoi, laddove si lascia andare in sfottò su Liberi e Uguali: “Quanti senatori hanno? Quattro. Beh un bel risultato…”.
Risate, si sentono dal corridoio. Prende le misure del gruppo Dem, anche se nei locali rimpiccioliti dopo la debacle elettorale c’è poco da prendere. “Fin dove è nostro?”, si informa.
Qui una volta era tutto Pd, ora per più della metà è cinquestelle.
(da “Huffingtonpost”)
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