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ELON MUSK E LE DEMOCRAZIE APPESE AI SUOI SATELLITI E AI SOCIAL NETWORK

RISCHIO REALE DI MANIPOLAZIONE DI MASSA… LE MANCATE CENSURE AI SUPREMATISTI E IL LICENZIAMENTO DELL’80% DEI DIPENDENTI

Elon Musk ha saputo creare dal nulla imprese automobilistiche e missilistiche che hanno costretto tutte le industrie americane del trasporto e dello spazio a cambiare rotta e a seguirlo.
Fino a quando è rimasto nelle praterie dell’industria manifatturiera e digitale – auto, astronavi, pannelli solari, tunnel sotterranei, Intelligenza artificiale – Musk era solo un imprenditore geniale e visionario.
Le cose sono profondamente cambiate col suo sbarco nel mondo della comunicazione e dell’informazione, a partire dalla creazione della rete di satelliti Starlink coi quali un privato può dare o togliere la connessione digitale a intere aree del Pianeta prive, in genere a causa di conflitti, di altre reti di telecomunicazione. Così l’uomo più ricco del mondo è diventato anche quello più potente
La copertura su Ucraina e Gaza
A fine febbraio del 2022, dopo l’invasione russa e la distruzione dell’intera rete ucraina di telecomunicazioni, Musk, con la rete dei suoi satelliti (Starlink), ha consentito a Kiev di ripristinale i collegamenti civili e militari. Mesi dopo, spaventato dalle reazioni furibonde del Cremlino, ha disattivato senza preavviso le comunicazioni sulla Crimea rendendo cieche le forze ucraine che stavano operando in quell’area. Dopo l’attacco terroristico di Hamas, quando gli israeliani hanno spento la rete su Gaza per impedire ad Hamas di comunicare durante l’attacco, Musk ha offerto ai palestinesi connessioni via satellite, provocando minacce di rappresaglia israeliane.
Twitter (X) non è un affare
Dopo mesi di tira e molla, il 27 ottobre 2022 compra Twitter, una rete sociale essenziale per il giornalismo e la politica. E la stravolge. Il social che da molti anni era il perno del sistema d’informazione degli Usa e anche di molti altri Paesi, capace di filtrare, attraverso il lavoro di migliaia di moderatori, molti dei contenuti violenti o falsi immessi in rete, esce a pezzi.
Le analisi pubblicate dai media americani sul primo anno della gestione Elon Musk di Twitter (ora X.com) concordano: il bilancio della nuova gestione del social è fallimentare. Musk ha ritirato l’azienda dalla Borsa e, quindi, non è più tenuto a fornire informazioni dettagliate agli azionisti. Ma è lui stesso ad ammettere che Twitter/X potrebbe aver perso gran parte del suo valore (in un caso ha ipotizzato addirittura il 90 per cento) rispetto ai 44 miliardi di dollari da lui pagati per rilevarla.
In estate ha anche denunciato un calo delle entrate pubblicitarie del 60 per cento, ma qualche giorno fa ad Atreju ha sostenuto che gli inserzionisti stanno tornando.
Per quanto riguarda la diffusione, rispetto ai 260 milioni di utenti attivi al giorno indicati dall’azienda l’anno scorso, gli analisti indipendenti di Sensor Tower, che misurano gli utenti attivi via app mobile, hanno indicato di recente 183 milioni per X, a fronte dei 2 miliardi di utenti di YouTube, 1,4 di Facebook, 1,1 di Instagram, i 683 milioni di TikTok.
Fuori i moderatori, dentro le fake news
Il nuovo padrone ha messo alla porta l’80 per cento degli addetti: 6.000 licenziamenti in pochi mesi. Lo dichiara lui stesso in una intervista alla BBC. Il taglio più grosso: i moderatori che gestiscono il sistema di filtraggio dei contenuti. Lui l’ha smantellato quasi del tutto considerandolo uno strumento illiberale e politicamente orientato poiché il 98 per cento delle donazioni elettorali dei dipendenti di Twitter va al partito democratico.
Scavando negli archivi della società, poi, il neoproprietario scopre che fino ad allora Twitter aveva offerto all’FBI e ai servizi segreti Usa la possibilità di indicare preventivamente i post considerati pericolosi, dei quali veniva suggerita l’eliminazione.
Ma, privata dei suoi filtri, la rete si riempie rapidamente di messaggi d’odio, invettive dei suprematisti bianchi, fake news e teorie cospirative. Elon peggiora le cose trasformando la «spunta blu», un sistema di certificazione dell’identità del titolare di un account che Twitter offriva agli utenti più influenti, in una corsia preferenziale a disposizione di chiunque, se disposto a pagare: 9,76 euro al mese con iscrizione via web, oppure da 102,40 a 114,99 all’anno a seconda del dispositivo con cui ci si abbona; 1.159 euro al mese per tutte le organizzazioni.
Le proteste Ue
A ottobre scorso il commissario europeo Thierry Breton accusa X di essere diventata una piazza digitale aperta all’antisemitismo e un megafono della propaganda terrorista di Hamas. La Commissione europea contesta alla piattaforma di Musk di non aver agito tempestivamente e con responsabilità alle segnalazioni sui contenuti illegali come previsto dal Digital Service Act per i gestori di piattaforme social. Lunedì 18 dicembre la Commissione ha aperto la procedura formale di infrazione contro la piattaforma perché ritiene non soddisfacenti le risposte fornite da Musk.
Usa: «è ripugnante», ma dipende da Musk
Il 19 Novembre il NyT scrive: «la Casa Bianca ha denunciato Elon Musk per “ripugnante promozione dell’odio antisemita e razzista”». Tutto ciò potrebbe far pensare che l’amministrazione Biden smetterà di fare affari con la persona più ricca del mondo.
Ma non può: i missili di Musk mettono in orbita anche i segretissimi satelliti di spionaggio, comando e controllo del Pentagono, le sue astronavi sono l’unico veicolo (insieme alle vecchie Soyuz russe) per mandare astronauti sulla Stazione spaziale internazionale. Il modulo di allunaggio della prossima missione verso la Luna sarà di SpaceX. I satelliti di Starlink sono un business, ma hanno anche grande valore geostrategico. Una dipendenza così elevata del governo degli Stati Uniti da un unico produttore di tecnologia non ha precedenti: bisogna tollerare il «ripugnante» Musk. Fastidi della democrazia: in Cina Xi l’avrebbe mandato per un paio d’anni in rieducazione, come ha fatto col re dell’e-commerce Jack Ma. Musk giustifica i contenuti infami su X con la sua idea dell’assoluta libertà di parola. Poi è andato in visita a Tel Aviv e ha detto che X censurerà non l’antisemitismo ma slogan filopalestinesi come «dal fiume al mare» e la parola «decolonizzazione».
Alla faccia dell’assoluta libertà d’espressione. In compenso, dopo un sondaggio tra i suoi utenti, ha riammesso Alex Jones: un cospirazionista pluricondannato, in particolare, per aver sostenuto che la strage di Sandy Hook, dove furono uccisi 20 bambini, è un’invenzione. E per aver criminalizzato i genitori delle vittime. Un anno fa Musk dichiarò che non avrebbe mai riammesso Jones usando parole che sembravano inappellabili: «Il mio primogenito è morto tra le mie braccia. Ho sentito l’ultimo battito del suo cuore. Non ho nessuna pietà per chi usa la morte di bambini per guadagnare celebrità o fare politica». Alla faccia della coerenza.
L’influenza dei social sulla politica
Se X è diventata in questo ultimo anno più permeabile alla disinformazione e a teorie cospirative che seducono parti rilevanti dell’opinione pubblica, anche le altre reti sociali, che complessivamente raggiungono oltre 4 miliardi di persone, hanno pesato molto sui cambiamenti in atto: modifica dei rapporti sociali, i modi di apprendere e anche la percezione della violenza verbale e fisica. Tutto ciò ha indebolito le democrazie: la rivoluzione di Bolsonaro in Brasile (molti dei 26 stati della federazione sono controllati da seguaci dell’ex presidente) è figlia di un uso spregiudicato e capillare di YouTube. Così come Twitter, dove Trump era arrivato ad avere 88 milioni di follower, è stato essenziale per la sua ascesa. Per non parlare dell’uso «sottobanco» nel 2016 dei dati personali di 80 milioni di cittadini Usa ottenuti attraverso Facebook per mandare messaggi elettorali personalizzati, tarati su specifici gruppi di votanti, o anche su singoli individui. Il 10 ottobre 2023 il commissario europeo ha messo in guardia Meta (Facebook, Instagram) sull’aumento delle informazioni false sulle sue piattaforme e ha concesso a Mark Zuckerberg 24 ore per comunicare le sue misure per porvi rimedio. Scoperte in ritardo, le attività di disinformazione e di alimentazione del risentimento per generare caos e minare la coesione sociale, sono state comunque denunciate e analizzate in questi ultimi anni dalla stampa anglosassone. Ma, lontano dai riflettori della stampa occidentale si sono consumati veri e propri massacri, come quelli della minoranza musulmana rohingya, criminalizzata in Birmania da una campagna d’odio su Facebook, che è stato anche il veicolo di campagne d’odio nei confronti di minoranze etniche o di genere e sfociate in massacri in India e altrove.
2024: pericolo disinformazione di massa
A differenza di tutte le altre rivoluzioni tecniche degli ultimi secoli, questa si è sviluppata nella totale assenza di regole e controlli. Sondaggi accurati come quello svolto alla fine del 2022, a livello mondiale, dal Pew Research Center mostrano, in estrema sintesi, che i cittadini del mondo si dicono convinti che la maggiore connettività, oltre a consentire una migliore informazione, è anche veicolo di manipolazione delle opinioni pubbliche. E ovunque la larga maggioranza (dal 79 per cento degli Usa al 61 dell’Italia, al 65 di Germania e Spagna, al 71 dell’Australia) sostiene che i social tendono ad aumentare le divisioni politiche e, quindi, sono fattori di polarizzazione.
Il tema, ricorrente e insoluto, della regolamentazione delle reti sociali è diventato ancora più urgente nell’ultimo anno con la diffusione di ChatGPT e di altri strumenti di intelligenza artificiale generativa come quello di Stable Diffusion, in grado di creare immagini realistiche partendo da un testo scritto. Finora non c’è stato il temuto e massiccio uso dell’intelligenza artificiale per diffondere deep fake (dove è impossibile distinguere una dichiarazione video-audio falsa da una vera) e interferire nei processi politici, ma il 2024 sarà un anno cruciale: dalle elezioni europee alle presidenziali americane passando per India, Indonesia, Taiwan, Corea del Sud e molti altri Paesi, andranno alle urne miliardi di cittadini. Come si stanno organizzando questi Paesi per proteggersi da una possibile disinformazione di massa?
Come difendersi
Taiwan, il primo a votare, il prossimo 13 gennaio: qui c’è un ministero specificamente dedicato agli affari digitali ed è attiva una comunità di volontari civic hacking che individua e contrasta la disinformazione alimentata da Pechino. Gli Usa, oltre agli strumenti di intelligence, hanno creato un Cyber Command che prima era una divisione della NSA, ora è un dipartimento autonomo del Pentagono. È una struttura che lavora tanto sulla difesa quanto sull’attacco informatico, e l’intercettazione delle interferenze politiche di Mosca Teheran o Pechino. I social però restano scoperti.
Le leggi UE
La UE ha messo in campo il Digital Service Act: entro febbraio 2024 ogni stato membro deve avere un organismo regolatore che segnali i contenuti illegali alle piattaforme, che devono rimuoverli entro 24 ore altrimenti rischiano sanzioni fino al 6 per cento del fatturato annuo globale. L’Agcom è stata nominata coordinatore dei servizi digitali per l’Italia e diventerà parte del comitato per i servizi digitali, che verrà istituito entro febbraio 2024. A fine ottobre l’agenzia europea per la sicurezza informatica ha avvertito: rischio concreto di manipolazione dell’informazione attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale da parte di attori ostili. Ma l’Artificial Intelligence Act che con una norma imporrà alle piattaforme di individuare contenuti illegali come i deep fake e segnalarli all’utente come video falsi, non sarà ancora in vigore per le elezioni europee. Va detto che la Ue ha già attivato una task force che si occupa di disinformazione e debunking. Si chiama East StratCom, ed è stata rafforzata dopo la guerra in Ucraina: i casi di disinformazione raccolti e confutati sono stati finora 16.268 (qui il sito ufficiale). Quanto agli Usa che non hanno mai regolato le reti sociali, stanno provando ora a farlo con l’intelligenza artificiale. Ma, così come le regole Ue, anche l’ordine esecutivo della Casa Bianca di Biden non entrerà in vigore prima delle presidenziali del prossimo novembre.
La democrazia è complessa
Il problema dei moderatori delle grandi piattaforme, però, resta: in Europa sono pochi e non coprono tutte le lingue parlate dall’Unione. Per esempio X, scrive la rivista specializzata Wired, ha due persone per controllare i contenuti in italiano a fronte di 9,1 milioni di utenti. E zero per greco, romeno o finlandese, pur contando oltre 2 milioni di iscritti in ciascun Paese. E questo potrebbe essere un grande problema in vista delle elezioni UE. Come pure quello dei gruppi WhatsApp: c’è un’attività di intelligence per contrastare le loro campagne di disinformazione, ma l’ingresso in questi gruppi passa dall’oscuramento dei contenuti, e fare questo in una democrazia è molto complesso. E le piattaforme ci sguazzano.
Milena Gabanelli e Massimo Gaggi
(da il corriere.it)

This entry was posted on mercoledì, Dicembre 20th, 2023 at 17:50 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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