FENOMENOLOGIA DI DONALD TRUMP: COSI’ IL POTENTE BURATTINO DELLA FINANZA INCARNA IL POPULISMO MODERNO
AL SERVIZIO DEI POTERI FINANZIARI, CON UNA GRETTEZZA E UN BULLISMO IN CUI SI POSSA RICONOSCERE UN’OPINIONE PUBBLICA DEGRADATA
Per comprendere il fenomeno apparentemente assurdo di un uomo come Donald
Trump assurto sulla poltrona più potente dello scenario mondiale, occorre operare
quella che in filosofia si chiama “fenomenologia”. Ossia risalire ai presupposti nascosti e al senso profondo per cui si è ritenuto di svilire la democrazia al punto da farla governare da un burattino della finanza, tanto incapace, dispotico ed eterodiretto nella sua amministrazione economica e politica, quanto sguaiato e violento nella sua azione socio-culturale. Un po’ quello che Umberto Eco aveva fatto, nel 1961, volendo spiegare il retroterra culturale che sottendeva il fenomeno appena nato della televisione, quando scrisse il fortunato pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Operare una fenomenologia di Donald Trump è fondamentale per non restare impigliati nelle maglie strette dei due atteggiamenti predominanti fra le persone di buon senso: da una parte, incredulità, sconcerto e pena per come si è ridotta la “più grande democrazia dell’Occidente”, arrivando ad avere come presidente un soggetto oscillante fra azioni fasciste e imperialiste; dall’altra, condanna e rifiuto netti col rischio di scivolare, però, nella sterilità, dal momento che trattasi di persona democraticamente eletta da un popolo a cui non è bastato il primo mandato e che, evidentemente, sente di rifiutare l’alternativa liberal e democratica.
Occorre, allora, risalire a un fatto di cui ricadeva il 50esimo anniversario nel 2025 e che oggi è stato completamente ignorato. Mi riferisco al Rapporto sulla governabilità delle democrazie, curato da Samuel P. Huntingrton (per i dati sull’America), Michel Crozier (Europa) e Joji Watanuki (Giappone e Oriente). Già il titolo principale era eloquente: “La crisi della democrazia”. Ma non una crisi come potrebbero intenderla oggi dei sinceri democratici, osservando per esempio gli scempi che ne sta facendo il presidente americano. No, con il termine “crisi” la Commissione Trilaterale (un’élite finanziaria e politica fondata dal banchiere statunitense David Rockfeller, fondatore anche del Gruppo Bilderberg) intendeva questo: le società democratiche di quel tempo (post Sessantotto) erano in “crisi” perché troppe persone studiavano e si impegnavano a ragionare di questioni politiche. Cioè troppe persone si istruivano ed erano in grado di mobilitarsi, in seguito all’esercizio del pensiero critico, per contestare la “finanziarizzazione” della vita politica e quotidiana che le elite neo-liberiste intendevano imporre. Insomma: troppa istruzione e troppa democrazia erano individuati come fattori di pericolo per chi desiderava una società governata dai mercati.
Il Rapporto della Trilaterale suggeriva misure capillari al fine di ottenere una popolazione con pochi strumenti per criticare e contestare il potere economico, sulla base appunto della difesa della democrazia. Si trattava di erodere gradualmente il “pensiero complesso”, di distruggere la capacità logica delle persone e di affermare una “psicologia di massa della sottomissione”, per riprendere le espressioni del situazionista Guy Debord (l’autore de La società dello spettacolo). Insomma, per recuperare l’analisi chirurgica, stavolta del sociologo americano Charles Wright Mills, si trattava di costruire un’umanità fornita di razionalità economica ma sprovvista della ragione.
Quella stessa umanità che oggi – stando ai rilevamenti degli studi di settore – risulta in larga parte incapace di un pensiero autonomo e critico, inetta nell’operare un pensiero logico in grado di collegare cause ed effetti di un fenomeno, inadeguata a cogliere il significato profondo di un testo scritto o di un discorso verbale.
Esattamente come nel caso della fenomenologia di Mike Bongiorno si trattava di costruire un personaggio in cui il pubblico potesse riconoscersi (ottenendo il successo mediatico e quindi commerciale), nel caso della fenomenologia di Donald Trump si è trattato di affermare un personaggio – anche lui al servizio dei poteri finanziari – nella cui grettezza, superficialità, dispotismo e bullismo si potesse riconoscere un’opinione pubblica degradata. Ma anche un’opinione pubblica, quella che si riconosceva nell’area liberal e progressista, che ha dovuto assistere impotente alla distruzione del sistema di giustizia sociale e alla privatizzazione dei beni pubblici operate a cavallo del millennio proprio da governi sedicenti di sinistra (Clinton, Schroeder, Blair, Prodi).
Perché l’onestà intellettuale impone di riconoscere questo dato sostanziale: il fenomeno Trump negli Usa, come anche l’affermazione di tutte le altre destre più o meno becere e revansciste all’interno della galassia occidentale, sono figlie tanto di un pensiero reazionario, razzista e imperialista duro a morire, quanto di un mondo progressista che risulta privo di un pensiero almeno dal 1989.
Paolo Ercolani, Filosofo, Università di Urbino “Carlo Bo”
(da ilfattoquotidiano.it)
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