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GIUSTIZIA, LA PM FRUSTACI: “SU GRATTERI POLEMICA COSTRUITA, IL VERO RISCHIO E’ DARE PIU’ POTERE ALLA POLITICA”

“IL POTERE DISCIPILNARE NON PUO’ DIVENTARE UNO STRUMENTO DI PRESSIONE SULLE INDAGINI”

La riforma costituzionale della giustizia torna al centro del confronto pubblico, in vista del referendum che propone di modificare l’assetto dell’autogoverno della magistratura e della sua responsabilità disciplinare. Tra i nodi più discussi c’è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare separata dal Csm, chiamata a giudicare i magistrati. Un cambiamento che, secondo una parte della magistratura associata, incide direttamente sugli equilibri tra poteri dello Stato. Fanpage.it ne ha parlato con Annamaria Frustaci, Sostituta Procuratrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro (UNICOST) e co-segretaria di Unità per la Costituzione. Per Frustaci, il punto centrale non è la polemica politica di questi giorni, ma la sostanza della riforma: “Il potere disciplinare è il cuore dell’indipendenza della
magistratura. Se viene sottratto all’autogoverno e reso più permeabile alla politica, la minaccia del procedimento disciplinare può trasformarsi in uno strumento di influenza sulle indagini più sensibili”. La pm calabrese, impegnata da anni nei processi contro la ‘ndrangheta, sottolinea come il rischio non sia astratto: “Quando le inchieste toccano centri di potere e interessi forti, autonomia e indipendenza non sono privilegi dei magistrati, ma garanzie per i cittadini”
Dottoressa Frustaci, in questi giorni il dibattito sul referendum sulla giustizia si è riacceso anche dopo alcune dichiarazioni del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Lei come ha letto quelle parole? E che effetto pensa possano avere in una fase così delicata?
Sono parole importanti, pronunciate da un magistrato che sta dedicando la sua vita al servizio delle istituzioni e al contrasto delle mafie. Come Unità per la Costituzione, di cui sono co-segretaria, riteniamo si sia costruita una polemica su frasi riprese in modo parziale e decontestualizzato. In una fase così delicata occorre restare nel merito. In un Paese come il nostro, è doveroso interrogarsi su eventuali interessi opachi che possono muoversi attorno a una riforma della giustizia. L’assetto costituzionale degli ultimi decenni ha consentito di contrastare terrorismo e criminalità organizzata anche grazie all’indipendenza della magistratura. Per questo il referendum merita un confronto serio e rispettoso, senza attacchi personali, a partire dal rispetto per chi è al servizio dello Stato.
Dopo quelle dichiarazioni è stata aperta una pratica al CSM? Questo episodio dimostra che gli strumenti per valutare eventuali eccessi o sconfinamenti esistono già e funzionano oppure rafforza l’idea che l’attuale sistema disciplinare sia inadeguato e debba essere cambiato?
I titoli di stampa sono stati fuorvianti. Un consigliere laico ha annunciato l’intenzione di chiedere l’apertura di una pratica, ma ciò è ben diverso dal dire che il CSM l’abbia aperta. Per avviarla serve una proposta della Commissione competente e il voto del plenum. Inoltre, i profili disciplinari spettano al Ministro o al Procuratore Generale presso la Cassazione. Il CSM giudica, non promuove l’azione. L’episodio non dimostra l’inadeguatezza del sistema. Al contrario, quello italiano è tra i più rigorosi in Europa: negli ultimi quindici anni il CSM ha deciso centinaia di procedimenti, con una media di 42 condanne disciplinari l’anno, più che in Francia e Spagna. Anche il vicepresidente del CSM, Fabio Pinelli (Consigliere laico eletto in quota Lega), ha recentemente difeso l’operato della Sezione disciplinare, ricordando che le impugnazioni del Ministro Nordio sono state pochissime rispetto alle decisioni adottate (6 su 159 al 31 dicembre 2025).
Entrando nel merito della riforma: il testo modifica le regole costituzionali che oggi disciplinano l’autogoverno e la responsabilità disciplinare dei magistrati, istituendo una nuova Alta Corte separata dal CSM. Per chi non è un tecnico del diritto, che cosa cambia concretamente rispetto al sistema attuale? E perché lei ritiene che questo passaggio incida sull’indipendenza della magistratura?
Il potere disciplinare nei confronti dei magistrati è il cuore della riforma: viene strappato al CSM e affidato all’Alta Corte. Tre parole ne rivelano e riassumono i rischi: “composizione” dei collegi, “rappresentatività” e “impugnazione” delle decisioni disciplinari. Termini che rischiano di spalancare le porte della magistratura alla politica. Il potere viene attribuito a un tribunale speciale – previsto solo per la magistratura ordinaria – di cui conosciamo soltanto la composizione: quindici membri, nove magistrati e sei laici. Anche qui ai magistrati è sottratto l’elettorato attivo e passivo. Nulla sappiamo, però, su collegi e funzionamento: una delega in bianco alla maggioranza politica del momento. Il potere disciplinare non serve solo a garantire il corretto esercizio della funzione giudiziaria, ma anche a tutelare l’autonomia e l’indipendenza da pressioni esterne. Con queste regole, la minaccia del procedimento disciplinare potrebbe diventare uno strumento di influenza sulle indagini più delicate.
Oggi il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica, figura di garanzia e super partes. Con la riforma, invece, il presidente dell’Alta Corte disciplinare sarebbe sempre un componente laico, cioè di nomina politica. Perché questo elemento, che può sembrare formale, è in realtà così delicato nel rapporto tra magistratura e potere politico?
Il nuovo testo dell’art. 105 della Costituzione prevede che il presidente dell’Alta Corte sia sempre un componente laico e mai un magistrato. Anche questo elemento, inciso direttamente nella norma costituzionale, sembra segnare una supremazia della componente politica su quella togata. Naturalmente sarà decisivo verificare, in concreto, chi verrà designato a ricoprire questo ruolo di garanzia e come lo interpreterà. Solo allora si potrà comprendere il peso dell’indirizzo che il presidente potrà esercitare.
Anche nei collegi disciplinari dell’Alta Corte la componente laica potrebbe essere maggioritaria. Che cosa comporta, in concreto, per un pubblico ministero sottoposto a procedimento disciplinare? Può incidere sul modo in cui un magistrato esercita le proprie funzioni, soprattutto nei casi più sensibili?
L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: tre laici nominati dal Presidente della Repubblica, tre laici sorteggiati da una lista preconfezionata dal Parlamento e nove togati (sei giudici e tre PM) estratti tra magistrati con funzioni di legittimità. Sulla composizione dei collegi disciplinari, però, la norma tace e rinvia a una legge ordinaria, limitandosi a parlare di “rappresentatività dei giudicanti o dei requirenti”. In concreto, sarà la maggioranza politica di turno a stabilire – e poter modificare – le regole, con il rischio che nei collegi prevalga la componente laica su quella togata. La congiunzione “o” apre inoltre due scenari, entrambi problematici: o giudici e PM siedono insieme nei procedimenti disciplinari, nonostante la separazione delle carriere; oppure si giudicano separatamente. In questo secondo caso, nei collegi sui giudici ci sarebbe parità (sei togati e sei laici), mentre in quelli sui PM i togati sarebbero in minoranza (tre contro sei laici). Se il PM fosse esposto a una pressione politica prevalente, il rischio sarebbe quello di condizionare a monte l’esercizio dell’azione penale, incidendo sull’avvio stesso delle indagini e dei processi più delicati.
Le decisioni dell’Alta Corte non sarebbero più impugnabili davanti alla Corte di Cassazione, ma solo davanti alla stessa Alta Corte in diversa composizione. Perché questo punto è così rilevante sotto il profilo delle garanzie? È corretto dire che si tratterebbe di un’eccezione rispetto al sistema di tutele riconosciute normalmente ai cittadini
Ai magistrati viene tolto anche il diritto di ricorrere in Cassazione contro le decisioni dell’Alta Corte per violazione di legge. Un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini viene così escluso proprio per chi esercita la funzione giudiziaria. L’unica impugnazione possibile sarà davanti alla stessa Alta Corte. Ed è difficile immaginare che lo stesso organo possa smentire sé stesso in appello. Paradossalmente, qualunque cittadino può ricorrere in Cassazione per una multa o per reati gravissimi; ai magistrati questo diritto viene negato.
Lei lavora da anni in Calabria occupandosi di processi contro la ‘ndrangheta. In un territorio in cui il rapporto tra poteri criminali, economia e istituzioni è particolarmente delicato, che cosa significa avere un pubblico ministero potenzialmente più esposto al potere disciplinare? Può avere effetti anche sulla libertà di avviare o portare avanti determinate indagini?
In Calabria le indagini sulla ‘ndrangheta hanno spesso coinvolto “colletti bianchi”, portando al commissariamento di aziende sanitarie e allo scioglimento di numerosi comuni per infiltrazioni mafiose – circa 130 dal 1991, soprattutto tra Reggio Calabria e Vibo Valentia. Si procede anche per concorso esterno contro esponenti della cosiddetta “zona grigia”, talvolta vicini al mondo politico. È evidente che indagini di questo tipo, che toccano centri di potere e interessi sensibili, richiedono piena autonomia e indipendenza. Un pubblico ministero più esposto alla minaccia disciplinare potrebbe incontrare maggiori difficoltà nell’avviare o proseguire procedimenti delicati. Già oggi non mancano pressioni sulle inchieste in corso. Con l’Alta Corte il rischio di un effetto condizionante sarebbe tutt’altro che teorico.
La scorsa estate lei ha scritto una lettera pubblica in cui diceva che questa non è una battaglia “dei magistrati”, ma dei cittadini. In che modo l’assetto dell’autogoverno e della disciplina può incidere concretamente sulla vita di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia contro poteri forti
Non è una battaglia dei magistrati, ma dei cittadini, si. Autonomia e indipendenza non sono privilegi corporativi. Un magistrato libero decide senza guardare al peso economico o politico delle parti. Questo vale nei processi penali con parti civili fragili, ma anche nei giudizi civili o del lavoro, quando un cittadino si trova contro un ministero o una grande amministrazione. Se si indebolisce l’autogoverno e si espone il magistrato a pressioni disciplinari, si indebolisce la tutela di chi denuncia, di chi si costituisce parte civile, di chi chiede giustizia.
Un’ultima domanda, di rito. Qual è secondo lei lo scenario peggiore se vincesse il Sì? E avesse davanti un cittadino indeciso, cosa gli direbbe per convincerlo a votare No?
Il rischio concreto è quello di avere un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato in cui la politica possa interferire nell’attività dei magistrati, con un arretramento delle garanzie per i cittadini e un aumento delle disuguaglianze. C’è poi un altro rischio: la frammentazione dell’attuale CSM in tre organi distinti comporterebbe maggiore spesa pubblica e sottrarrebbe risorse a priorità come personale della giustizia, forze dell’ordine, servizi e infrastrutture. Il referendum di marzo riguarda sette articoli della Costituzione. È un appuntamento con la storia del nostro Paese. Non è solo un passaggio tecnico. A un cittadino indeciso dico questo: quando si toccano le regole che garantiscono la libertà e l’uguaglianza davanti alla legge, la prudenza è un dovere. Se c’è il rischio di indebolire l’indipendenza della giustizia, il voto più sicuro per difendere i propri diritti è il No.
(da Fanpage)

This entry was posted on sabato, Febbraio 14th, 2026 at 14:36 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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