GLI “ALLEATI” RESTANO MUTI DI FRONTE ALLA DIPLOMAZIA DELLE BOMBE DI TRUMP: L’ATTACCO AL’IRAN CONFERMA CHE “THE DONALD” SE NE FOTTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “GLI EUROPEI SI GUARDANO DA QUALSIASI SPUNTO CRITICO DEGLI USA, SOLTANTO MACRON HA ALZATO LA VOCE CHIEDENDO LA CONVOCAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU. MAI VISTA UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE COSÌ PASSIVA”
La terza Guerra del Golfo è iniziata ieri mattina con l’attacco congiunto israeliano-americano all’Iran. Non importa chi abbia cominciato. L’azione è stata coordinata, operazioni e bersagli pianificati da tempo. L’obiettivo va oltre programma nucleare, capacità missilistiche, sostegno alle milizie pro-Teheran nella regione.
È di far cadere il regime degli Ayatollah. Eliminare la Guida Suprema fisicamente o costringerlo alla fuga – dove? Chi lo vuole? Senza sporcarsi le mani con fatiche e rischi del “regime change”. Ci pensino gli iraniani liberati dal giogo teocratico.
Non ci saranno truppe americane di terra nel post-Khamenei. Trump può cambiare idea, lo fa continuamente, ma ha l’America ha imparato la lezione in decenni d’interventi, spesso ben intenzionati: il suo strapotere militare si ferma all’indomani dell’intervento militare.
E Donald ha un interesse a malapena superficiale alle sorti di chi vuole la democrazia, Venezuela docet. Di guerre in quella parte del mondo, ma questa è la terza guerra “americana”.
Come le due precedenti contro l’Iraq, cambia gli equilibri regionali ed internazionali. Donald Trump non ha fatto alcun tentativo di giustificarla né al Congresso, cui teoricamente è riservato il potere di dichiararla, né sul piano del diritto internazionale. Non rispetta le prerogative costituzionali del primo e non si cura del secondo.
La “difesa degli americani dalla minacce dell’Iran” non è surrogata da alcuna recente mossa di Teheran. O è una minaccia dichiarata, quel “morte all’America” che dura da 47 anni. Ma allora il discorso è diverso.
La teocrazia iraniana è certamente nemica degli Stati Uniti a parole e a fatti. Non lo nasconde. La lista dei misfatti è lunga. Trump è partito dagli attentati di Beirut del
1983, costati la vita a 241 militari americani (e 58 francesi) della forza di pace multinazionale (Mfn) in Libano – l’Italia che pure ne faceva parte fu risparmiata (come illustra Oriana Fallaci nel suo libro Inshallah) – dietro i quali la mano iraniana è sempre stata un segreto di Pulcinella.
Del resto, non fu Khomeini che, dall’esordio, fece del confronto con gli Usa la ragion d’essere del regime? Umiliando l’America con la presa in ostaggio di tutto il personale dell’ambasciata americana a Teheran, in barba a tutte le regole delle relazioni internazionali?
Benjamin Netanyahu è andato a nozze. Era l’opportunità che attendeva da anni. Tutti i predecessori di Trump gliel’avevano negata, persino George W. Bush all’apice dell’interventismo neoconservatore.
Questa è la guerra americana contro l’Iran. È la guerra di Donald. Non a caso ha ribattezzato il Pentagono Dipartimento della Guerra.Adesso lo mette all’opera.
Quando una guerra comincia non si sa né come né quando finisce. Chiedere a Vladimir Putin. Gli esperti militari concordano che non si possono vincere solo dall’aria. Ma dall’aria si può far crollare un regime.
Questo è quanto vuole Trump. Siamo appena al secondo giorno e se ne prospettano molti altri. Con tre considerazioni.
Uno, per evitare la guerra gli iraniani avrebbero dovuto alzare bandiera bianca nel negoziato.
La capitolazione era un lusso che la teocrazia iraniana, barbaramente repressiva con la sua popolazione, non poteva permettersi. Ne andava della sopravvivenza dall’interno. Così può sperare di resistere. Non ha bisogno di grandi successi militari, non alla portata, per mettere in difficoltà Trump.
Gli basta infliggere qualche perdita, abbattere un aereo Usa, affondare una nave….
Trump ha infatti messo subito le mani avanti: in guerra ci sono perdite. Teheran ha inoltre l’arma della chiusura di Hormuz, dove passa il 20% del petrolio. Vedremo stasera dove sarà il prezzo.
Due, le reazioni internazionali sono finora state straordinariamente sottotono. Gli europei, impotenti nel loro vicinato – non è una novità – si guardano da qualsiasi spunto critico degli Usa e invocano l’allentamento delle tensioni mentre su Teheran e Gerusalemme cadono i missili e, persino nelle strade di Dubai, si raccolgono detriti di droni.
Soltanto il presidente francese Emmanuel Macron ha alzato la voce chiedendo la convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ognuno gioca con le carte che ha, la Francia col seggio permanente.
Da Mosca e Pechino dichiarazioni da minimo sindacale – la solidarietà Brics e Shanghai (Sco) evapora come nebbia al sole. Mai vista una comunità internazionale così passiva.
Tre, è la seconda volta che Donald Trump passa all’azione militare nel bel mezzo di negoziati. Lasciamo perdere se a torto a ragione. Contro ogni regola d buona condotta internazionale. Come minacciò più volte di fare nelle trattative commerciali con i partner. Per fortuna la Corte Suprema gliene ha tolto il potere in materia dazi, ma siamo tutti avvertiti sul modus operandi di Washington.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
Leave a Reply