GLI USA TORNANO A DESTABILIZZARE IL SUDAMERICA: CON LA SCUSA DELLA GUERRA AI NARCOS, TRUMP PUNTA A ROVESCIARE IL REGIME DI MADURO E METTERE AL SUO POSTO MARÍA CORINA MACHADO. SE IL PRESIDENTE USA RIUSCISSE NELLA SUA MISSIONE, IL VENEZUELA SI TRASFORMEREBBE IN UNA “COLONIA” DI WASHINGTON
LA STRATEGIA DI TRUMP È “CAOS”: PRIMA MINACCIA UN ATTACCO MISSILISTICO, POI NEGA DI VOLERE UNA GUERRA MA, AL TEMPO STESSO NON ESCLUDE UN INTERVENTO VIA TERRA… LA PRESSIONE MILITARE PER SUSCITARE UN GOLPE
Donald Trump nega di voler bombardare il Venezuela, però aggiunge che Maduro ha i giorni contati. Dichiarazioni parte della strategia della «confusione» adottata spesso dal presidente americano e un modo per lasciare la porta aperta a qualsiasi scelta. Nelle ultime settimane, infatti, sono stati prospettati diversi scenari.
Il Pentagono ha inviato nei Caraibi una task force potente con la
quale può colpire in profondità e per un lungo periodo una lunga lista di obiettivi. Gli strateghi del dispositivo hanno missili da crociera sulle unità navali, armi lanciabili dall’aviazione, marines e Special Forces.
La spallata — secondo una interpretazione — potrebbe segnare la sorte del leader nemico. Naturalmente questa opzione significa l’apertura di un vero conflitto, pone problemi di diritto internazionale e crea anche discussioni al Congresso sulla legittimità della campagna. La supremazia bellica degli Usa non è in discussione, tuttavia vale la regola della cautela: uno scontro totale nasconde sempre delle sorprese.
Un insieme di colpi portati da raid su target più ristretti, attività dell’intelligence (con manovre coperte, hackers, sabotaggi), incursioni sulle imbarcazioni accusate di portare droga. Non sono da escludere eliminazione di ufficiali. L’intento è di far implodere il regime di Maduro, creando condizioni favorevoli per un eventuale «pronunciamento» — ossia golpe — da parte di militari.
La minaccia dell’Armada al largo delle coste serve a convincere un ipotetico fronte interno a ribellarsi. Un messaggio diretto non solo agli oppositori venezuelani di Maduro ma a chi, in questo modo, potrebbe cercare di evitare il peggio e magari persino incassare la taglia da 50 milioni di dollari. Su queste fratture da creare ci sono però dubbi da parte di alcuni osservatori. Per contro l’idea di un salvacondotto per chi lascia il potere prospettata dai brasiliani forse è solo un test, tuttavia indica
anche un’intenzione di elaborare una via d’uscita diplomatica.
Washington, invece di puntare solo su una ribellione dei colonnelli, può corteggiare (e ammonire) l’establishment economico: sbarazzatevi del capo e troveremo un’intesa sul futuro. La Casa Bianca ha promesso di mettere fine a tutti i conflitti, teme di finire risucchiata in un pantano e ha già dimostrato di chiudere una crisi trovando formule momentanee.
I quattro dell’Apocalisse, lo zoccolo duro della rivoluzione bolivariana: Diosdado Cabello, Vladimiro Padrino López e i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez. Sono loro l’anello di acciaio creato al vertice del regime venezuelano per proteggere il grande capo Nicolás Maduro. Cresciuti in ambienti diversi ma tutti rivoluzionari della prima ora, hanno scalato il potere legandosi mani e piedi al successore di Hugo Chávez.
Chiuso a Palazzo Miraflores, Nicolás Maduro, 63 anni, presidente del Venezuela dal 2013, ex autista della metropolitana, ex dirigente sindacale, ex deputato, ex ministro degli Esteri ai tempi di Chávez, alterna roboanti appelli alla resistenza armata ad accorate richieste di pace.
Ha mobilitato le Forze Armate, schierato la contraerea ai confini con la Colombia (che teme essere base per un attacco via terra) e sulle coste settentrionali del Paese; ha chiamato a raccolta due milioni e mezzo di uomini e donne delle milizie popolari.
È considerato dagli Usa il “capo del narcotraffico”: una qualifica che gli è costata una taglia da 50 milioni di dollari e un mandato di cattura. La droga è una scusa: l’obiettivo di Trump è un
cambio di regime per nuove elezioni e consentire la probabile vittoria di María Corina Machado, fresca del Nobel per la Pace. È una sua stretta alleata. Il Venezuela cadrebbe nella braccia americane senza sparare un colpo.
Trump è convinto che Maduro sia alla guida del Tren de Aragua, una potente organizzazione criminale nata in Venezuela con tentacoli in quasi tutto il Sudamerica. Il presidente è arroccato al potere ma crede soprattutto nel ruolo di leader della rivoluzione bolivariana, il un lascito che gli è stato consegnato da Chávez poco prima di morire sorprendendo molti. I suoi discorsi sono carichi di enfasi quasi mistica. Si sente l’erede moderno del Libertador Simón Bolivar.
Il suo più fedele scudiero è Diosdado Cabello, 62 anni, ex militare, ex militante socialista, attuale ministro dell’Interno. È un duro, il più radicale dell’anello di acciaio, con alti e bassi nella sua lunga carriera politica. Molti pensavano fosse l’erede designato di Chávez. Per alcuni anni è rimasto ai margini e la sua lealtà è stata premiata.
Subito dopo l’esito contrastato delle ultime elezioni è stato nominato dallo stesso Maduro responsabile della Sicurezza interna. Controlla polizia e corpi speciali. Su di lui pendono una taglia di 20 milioni e un mandato di cattura per traffico di droga come esponente del Cartel de Los Soles, dai soli che fregiano le spalline degli ufficiali dell’esercito.
È affiancato da Vladimir Padrino López, 61 anni, generale dell’esercito e ministro della Difesa. Meno loquace degli altri,
opera nell’ombra a stretto contatto con l’intelligence cubana. È lui ad avere rapporti con i russi in campo militare. È il comandante strategico delle Forze Armate bolivariane.
Gli ultimi due dei quattro dell’Apocalisse sono i fratelli Delcy e Jorge Rodriguéz, 56 e 60 anni, La prima è un avvocato, militante socialista, più incline al dialogo e alla diplomazia. Maduro l’ha voluta vicino e l’ha nominata vicepresidente. Controlla il petrolio come ministra degli Idrocarburi ed evita truffe e ruberie degli anni scorsi da parte di alti funzionari del settore. I soldi dell’oro nero restano in cassaforte.
(da agenzie)
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