I NUOVI SIGNORI DELLA GUERRA DEL DRONI LOW COAST
NELLA CORSA A PRODURLI VINCE IL FATTORE PREZZO
Tutti li vogliono, nessuno li vende. Il conflitto del Golfo ha posto ancora una volta in
evidenza il ruolo dei droni,protagonisti indiscussi della guerra contemporanea. Ma a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina che ha consacrato definitivamente la loro importanza, continua a esistere un gap profondo tra domanda e offerta. La ragione è semplice: i sistemi low cost non interessano ai Big statunitensi ed europei, che puntano su apparati con margini di profitto molto più alti e guardano ai caccia senza pilota o alle navi senza equipaggio del futuro prossimo.
Le prospettive sono favolose: si stima che il mercato degli armamenti autonomi che operano in cielo, terra e mare passerà da oltre 47 miliardi di dollari dello scorso anno — dovuti soprattutto alla spinta dell’amministrazione Trump — a 98 miliardi nel 2033. Nel mondo dei droni volanti — quelli più richiesti — esistono però il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Dal Predator in poi
A dominare la scena dal 2001 sono stati gli aerei senza equipaggio, grandi e costosi. Il capostipite è il Predator, icona della Guerra Globale al Terrorismo, poi sostituito dal Reaper: per oltre dieci anni la versione dotata di missili è stata monopolio americano. Li costruisce la General Atomics, leader nel settore per fatturato con 3,2 miliardi di dollari nel 2025. Sulla scia si sono inserite le aziende israeliane, con l’Hermes della Elbit e l’Heron della Iai. La concorrenza è sorta in Turchia con la Baykar fondata da Selciuk Bayraktar, genero di Erdogan: un miracolo tecnologico che con il TB2 si è imposto in 36 Paesi, ottenendo il primato per esemplari venduti. Le loro creature sono care: circa trenta milioni di euro per un Reaper; un terzo per il TB2 e l’Heron più le centrali satellitari di guida. E il passaggio dalle campagne contro formazioni di jihadisti ai conflitti su larga scala sta mettendo in crisi questi velivoli, lenti e facilmente visibili ai radar. Durante l’offensiva sull’Iran il Pentagono ne ha persi più di venti e gli israeliani altrettanti: sono prede troppo facili per i missili terra-aria.
Il Nuovo Testamento è nato sui campi di battaglia ucraini, dove sono state sviluppate categorie innovative. La prima sono i droni-kamikaze simili a bombe volanti. I russi hanno adottato e perfezionato lo Shahed iraniano: un capolavoro di efficienza, che percorre duemila chilometri, è difficilissimo da scoprire e arriva con precisione sui bersagli con una spesa inferiore a 25 mila euro. Persino gli americani lo hanno clonato: il loro Lucas ha esordito proprio nei raid contro i pasdaran. L’operazione è stata condotta da una piccola ditta, la SpektreWorks che li consegna per 35mila dollari: un centesimo del prezzo dei missili cruise Tomahawk.
Le alleanze
Gli ucraini hanno inventato dozzine di modelli, messi a punto da startup spuntate come funghi dall’estate 2022. Il loro segreto è la rapidità: progettano sulla base delle necessità della prima linea e aggiornano in continuazione i mezzi. Questi laboratori sono cresciuti e hanno intrecciato relazioni con società degli States, oggi fucine della nuova idea di industria della difesa che vuole scalzare il dominio di Lockheed Martin, Boeing e Raytheon. La più dinamica è Project Eagle, creatura dell’ex ceo di Google Erich Schmidt. La più nota è Anduril, come la spada del Signore degli anelli, finanziata e vicina a Palantir di Peter Thiel: il suo volto è Palmer Luckey, camicie hawaiane e ciabatte da spiaggia. Sono profeti della “Repubblica Tecnologica” — titolo del libro-manifesto di Alex Karp, amministratore delegato di Palantir — che propugna una visione politica scaturita dalla supremazia della Silicon Valley convertita agli ordigni hi-tech.
I pilastri della rivoluzione
La loro rivoluzione ha tre pilastri. Anzitutto, tempi brevi tra requisiti e operatività, spazzando via la lentezza delle gare federali. Poi i costi limitati, permessi pure dall’uso di componenti prese dal mercato dei generi di consumo elettronici. Infine tanta intelligenza artificiale. Questa new wave ha solide basi finanziarie: le compagnie non si quotano perché c’è la fila per investire. E stanno allestendo buone capacità industriali. In questi giorni gli emissari delle monarchie del Golfo hanno bussato a tutte le porte sui due lati dell’Atlantico, chiedendo in fretta la consegna di migliaia di droni anti-drone. Gli unici a poter soddisfare le loro esigenze sembrano
essere Anduril e Project Eagle, che ha già fatto arrivare in Medio Oriente 10mila Merops per fare scudo alle basi Usa.
«L’Europa non riesce ancora ad adeguarsi al ritmo che ha preso lo sviluppo del settore: i ministeri della Difesa sono ancorati a schemi pluriennali di investimento — spiega Giuseppe Lacerenza di Keen Venture Partners, il primo fondo del Continente che si occupa di startup militari — e tardano a prendere atto di quanto stiano cambiando i conflitti. Questo ostacola la crescita delle aziende, tutte giovani e piccole. Esistono comunque realtà che si stanno affermando, in particolare in Germania: la bavarese Tytan ha ottenuto finanziamenti dalla Nato e fatto un accordo per trasformare impianti dell’automotive nella catena di montaggio di droni anti-drone».
Gli intercettori a basso costo stanno facendo emergere pure l’estone Frankeburg e la britannica Cambridge Aerospace, che sei mesi fa ha raccolto cento milioni di dollari. Più strutturate le società che producono velivoli teleguidati da ricognizione come la tedesca Quantum System, che conta sulla partnership con l’ucraina Frontline; l’olandese DeltaQuad; la francese Harmattan Ai e la portoghese Tekever. A Kiev ci sono TAF Industries e UkrSpecSystems, che non possono esportare, mentre la Skyeton ha aperto una filiale in Slovacchia. Invece sugli apparati d’attacco senza pilota si stanno imponendo le tedesche Helsing e Stark.
Minuscoli quadricotteri-bomba
Neppure loro però confezionano i minuscoli quadricotteri-bomba, onnipresenti nei cieli del Donbass: sono assemblati con pezzi made in China o generati da stampanti 3D, e vengono venduti a mille-duemila euro l’uno. Perché? Al solito: i margini sono infimi. E c’è un altro fattore, sottolineato da Lacerenza: «L’Ucraina dimostra che ogni sei mesi l’innovazione rende superati questi droni e quindi c’è una sorta di Comma22: non si possono ordinare mezzi che diventeranno obsoleti prima di venire utilizzati e quindi non si producono. Per questo bisogna rivedere l’organizzazione del procurement e definire formule di contratti per ricevere quello che serve al momento giusto».
Cosa succede in Italia
E in Italia? Leonardo ha stretto un accordo con Baykar e presto sarà pronta a Ronchi dei Legionari la versione made in Italy con strumentazioni elettroniche nazionali del TB3 Akinci, un sistema di fascia alta che sorveglia il campo di battaglia ma può essere armato con missili e bombe. C’è poi la pisana Sky Eye System che offre il Rapier, un mini ricognitore, mentre a Terni la Siralab ha brevettato un aeroplanino simile, il Radon X, e i quadricotteri SR-X1 e SR-X4.
La componente italiana di Mbda, il gruppo europeo dei missili, sta mettendo a punto con queste due aziende un modello di drone d’attacco low cost. Si tratta di attività sostenute dallo Stato maggiore dell’Esercito, che punta a mantenere un’autonomia nazionale nelle forniture. Ma che finora non hanno trovato investimenti adeguati per misurarsi con la competizione internazionale.
(da La Repubblica)
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