IN PERENNE CONFLITTO D’INTERESSI
ATTIVITA’ COMMERCIALI, STUDI LEGALI, PARTECIPAZIONI: I MILLE SOTTERFUGI A CUI RICORRONO I GOVERNANTI
Dopo aver perso il ministero del Turismo Daniela Garnero Santanché non avrà certo il
problema di ammazzare il tempo. C’è da far decollare a Marina di Pietrasanta un nuovo lussuoso stabilimento balneare a un chilometro dal mitico Twiga, di cui l’ex ministra condivideva la proprietà insieme a Flavio Briatore. E dal quale era uscita all’atto di entrare al governo, cedendo le proprie quote allo stesso Briatore e al compagno Dimitri Kunz.
Quell’angolo di Versilia le è rimasto nel cuore: senza incombenze di governo potrà ripartire da dove aveva lasciato. «Ci aspettano tanti progetti da realizzare insieme», dice Kunz al Corriere della sera. A cominciare proprio dal “Tala beach”, che nascerà lì dove c’erano due bagni storici. Uno dei quali di Massimo Mallegni, già sindaco di Pietrasanta e senatore di Forza Italia passato a Fratelli d’Italia, partito di Daniela Santanché. L’affare è in capo a Kunz e al socio kazako Andrey Toporov. Ed è stato formalizzato una decina di giorni prima del referendum e del terremoto successivo, quando Santanché era ancora saldamente in sella nonostante i guai giudiziari che dopo la catastrofe referendaria del 22 e 23 marzo hanno indotto la premier a chiederle di farsi da parte. Tutto, peraltro, assolutamente legittimo. Non c’è, né potrebbe esistere, qualcosa che metta in discussione una iniziativa imprenditoriale del congiunto di un esponente di governo. Ma anche questo è sintomo di una mutazione genetica della politica che da tempo rende il confine fra sfera pubblica e interessi privati via via più labile.
Dice molto in proposito un altro fatto verificatosi nel medesimo ambito locale non più tardi di un paio d’anni fa. Nel gennaio 2024 Kunz acquista insieme a Laura De Cicco al prezzo di 2,45 milioni la villa del sociologo Francesco Alberoni per rivenderla subito dopo a un milione di più. La signora De Cicco è la moglie del presidente del Senato Ignazio La Russa, avvocato e grande amico di Daniela
Santanché, che non si è tirato indietro quando si è trattato di darle un aiuto professionale in un difficile momento.
La procura di Milano, innescata da una segnalazione della Banca d’Italia, ha escluso irregolarità. Ma tale giudizio va distinto da considerazioni che nulla c’entrano con i codici. E riguardano la credibilità della classe dirigente, messa a dura prova da azioni che al di là dei formalismi hanno spazzato via un principio base della buona politica: l’opportunità dei comportamenti. Pubblici e privati. Mai come adesso assistiamo al proliferare di società partecipate da politici o loro parenti, magari con responsabilità di governo. Lo spettro è ampissimo. C’è perfino l’auto: il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha il 17 per cento della E-co srl. E poi la finanza: la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti ha il 20 per cento della società Esa. Assai gettonata la ristorazione, ora costata il posto al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Una società l’aveva anche il suo collega dell’Ambiente Claudio Barbaro (Cacio e Pepe) e perfino Ignazio La Russa partecipa a un’enoteca con un operatore del settore e un ex parlamentare del suo partito: Massimo Corsaro. Per non parlare delle attività professionali e di consulenza. Quando diventa ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha il 51 per cento dello Studio Pichetto & associati, oltre al 20 per cento della società di revisione Revia e al 25 per cento della Solnos che poi andrà a sua moglie. Mentre l’avvocato Andrea Delmastro non si è fatto alcun problema a gennaio del 2023, quando da già tre mesi è al ministero, nel mettere su insieme alla sorella Francesca e a una legale di Biella la «Delmastro Vasta srl – società tra avvocati». Un sottosegretario alla Giustizia che fonda una società tra avvocati. Niente lo vieta. Però… Ora quella società figura in liquidazione.
L’andazzo ha radici profonde, e per paradosso è stato alimentato da leggi presentate come barriera al dilagare dell’affarismo. Prima fra tutte, la legge sul conflitto d’interessi del 2004, epoca di Silvio Berlusconi. Lì è stabilito che chi governa può fare solo quello. La legge prescrive per il governante imprenditore la nomina di un «istitore», cioè una persona che assuma pieni poteri sulla gestione della sua attività imprenditoriale e dunque delle sue partecipazioni azionarie. C’è però un buco. Niente si dice sui possibili conflitti a monte dell’incarico di governo riguardanti chi ha attività private in un settore e viene nominato ministro o sottosegretario con competenze sul medesimo settore. Casi simili, in questo governo, sono molteplici. Il più evidente è quello del ministro della Difesa Guido Crosetto, con La Russa e
Giorgia Meloni fondatore del partito di maggioranza relativa oggi al governo. Fino ad assumere l’incarico ministeriale, Crosetto è stato presidente dell’associazione che riunisce le industrie militari, iniziando dal gruppo pubblico Leonardo.
Nonché di Orizzonte sistemi navali, joint venture fra Leonardo e Fincantieri. Su un piano meno mediaticamente rilevante, ma non meno importante per i cittadini, c’è poi il caso del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Farmacista, ha una farmacia con i suoi fratelli e al ministero detiene la delega sulla spesa farmaceutica, capitolo del bilancio dello Stato che non è stato mortificato come tanti altri. Le farmacie hanno anzi assunto un ruolo ben più importante, alla stregua di veri presidi sanitari. Una coincidenza? Niente, però, rispetto a un buco ben più grosso in quel provvedimento di 22 anni fa targato Berlusconi: la legge sul conflitto d’interessi non prevede sanzioni. Quindi è totalmente inefficace. Nessuno viene punito se non la rispetta, e i famosi «istitori» chi li ha visti? Ma non esistono sanzioni neppure per chi evade l’obbligo di denunciare l’evoluzione dell’attività imprenditoriale. Tipo la costituzione della società di ristorazione con alcuni colleghi di partito e la giovane figlia appena maggiorenne di un prestanome di una cosca camorrista. Come ha fatto Delmastro senza notificarlo alla Camera.
Di più. Nove anni dopo ecco un decreto che impone ai consorti e ai parenti dei governanti entro il secondo grado di rendere pubblica la propria situazione patrimoniale. Ma l’obbligo è subordinato al consenso del consorte o del parente, e nessuno lo dà. Una presa in giro clamorosa. Esempi? Non risulta abbia dato il consenso il figlio del ministro delle Imprese Adolfo Urso, ora azionista della società di consulenza Italy world services fondata dal padre. Società che ha lavorato molto sui mercati esteri e in passato aveva anche una significativa presenza in Iran. Ma il consenso non l’ha dato neppure Rosario De Luca, il marito della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone che quando la moglie è entrata al governo ne ha rilevato il suo 50 per cento della società che avevano in comune CDL – Calderone & De Luca srl attiva nel campo della consulenza del lavoro. Una società il cui fatturato è passato da 183 mila euro nel 2022 a 616 mila euro nel 2023 e 484 mila nel 2024, con utili più che decuplicati nel giro di un paio d’anni. Ciò si può scoprire solo grazie ai dati della Camera di commercio. E a pagamento. Non sul sito del ministero del Lavoro, gratis e accessibile a tutti.
Un consiglio a Giorgia Meloni? Per risollevare l’immagine di questa politica servirebbe ben altro che il sacrificio di qualche capro espiatorio.
Sergio Rizzo
(da espresso.it)
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