“IO, TORTURATO DA ALMASRI, CHIEDERO’ UN RISARCIMENTO AL GOVERNO ITALIANO”
DAVID YAMBIO E’ STATO NELLE CARCERI LIBICHE, DOVE E’ STATO VENDUTO COME SCHIAVO E PICCHIATO CON I TUBI, ORA VUOLE GIUSTIZIA ANCHE DALL’ITALIA
«Sono stato torturato da lui e dai suoi uomini. Mi ha preso a calci, mi ha chiamato schiavo e mi ha picchiato con i tubi. Ha anche sparato a delle persone davanti a me sia a Jadida che a Mitiga». A parlare così di Najem Osama Almasri è David Yambio, che lo ha conosciuto. Da vittima. Ieri 5 novembre Almasri è stato arrestato in Libia. Accusato dalla procura di Tripoli proprio di aver torturato e ucciso. Dopo che il governo italiano lo ha fatto tornare nel suo paese con un volo della presidenza del Consiglio dei ministri nonostante fosse ricercato dalla Corte Penale Internazionale. E oggi Yambio dice che per questo vuole chiedere un risarcimento all’esecutivo.
Yambio parla in un’intervista con Repubblica. L’arresto di ieri, spiega, «da una parte è una grande vittoria. È anche grazie e al lavoro instancabile, agli sforzi, ai sacrifici e alla perseveranza nel denunciare e informare anche di Refugees in Libya e dei suoi membri, vittime dei suoi crimini, che Almasri è diventato ingombrante. Dall’altra, fa ancora più rabbia quello che è successo in Italia». Dove «Almasri è stato arrestato e poi liberato e riportato a casa. Meloni e i suoi ministri, invece di proteggere e rispettare le istituzioni per cui sono stati eletti, hanno scelto di inchinarsi alle milizie che li ricattano. E hanno deciso che le
ragioni di “opportunità politica” pesano più del contrasto ai crimini contro l’umanità».
Il risarcimento
Per questo lui e la Ong chiederanno un risarcimento: «Naturalmente. Abbiamo sofferto molto, mentalmente e fisicamente, quando è stato rilasciato. In quanti posti ho dovuto nascondermi in tutta Italia, perché da quando è stato liberato e ho iniziato a parlare pubblicamente, la mia vita e la mia sicurezza non sono più state le stesse».
Anche se è difficile che l’uomo accusato di omicidio e tortura finisca davvero sotto processo alla Cpi: «I nostri contatti libici sono scettici riguardo a un possibile trasferimento».
(da agenzie)
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