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LA RIVOLUZIONE, L’ATTENTATO FALLITO, LA DITTATURA

CHI ERA L’AYATOLLAH KHAMENEI E COSA PUO’ SUCCEDERE IN IRAN DOPO LA SUA MORTE

Ali Khamenei è morto. Ad annunciare ufficialmente la fine dell’uomo che ha guidato l’Iran negli ultimi 37 anni è stato sabato sera il presidente americano Donald Trump, dopo che la notizia era stata anticipata da fonti israeliane. Il corpo dell’Ayatollah sarebbe stato recuperato sotto le macerie del palazzo presidenziale, colpito oggi da un maxi-raid congiunto con 30 bombe, dopo che il suo compund di sicurezza alle porte di Teheran è stato colpito da un raid massiccio nell’ambito dell’operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele dalle prime ore di sabato 28 febbraio. «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali», ha scritto Trump su Truth. Invitando ora gli iraniani a cogliere il momento per dare la spallata definitiva al regime. Nel Paese, di certo, la gente è già scesa in strada a festeggiare la morte del dittatore. Ma chi era e cosa ha rappresentato per l’Iran Ali Khamenei?
Gli studi, gli arresti, la Rivoluzione islamica
Ali Hoseyni Khamenei era nato a Mashhad, nel nord-est dell’Iran, il 19 aprile 1939. La famiglia per parte di padre ra azera, etnia che rappresenta circa il 16% della popolazione iraniana. Avviatosi fin da ragazzino agli studi religiosi, dai 19 anni si trasferì nella città santa di Qom, dove proseguì la sua formazione islamica, seguendo corsi anche del futuro Ayatollah supremo Ruhollah Khomeini. Negli anni ’60 cominciò lui stesso a insegnare nelle scuole religiose di Qom e prese parte a una serie di rivolte islamiche contro la dinastia allora regnante dello Scià di Persia. In quegli anni, secondo la sua “biografia” ufficiale, venne arrestato sei volte e mandato in esilio per tre volte. Quando nel 1979 Khomeini intercettò il vasto malcontento popolare e decolla la Rivoluzione islamica, così, Khamenei ne fu da
subito uno dei più fidi consiglieri. Nei mesi e anni successivi crebbero la sua reputazione e il suo peso all’interno del nuove regime a Teheran, tra incarichi di tipo politico e religioso: membro del Consiglio della Rivoluzione, viceministro della Difesa, poi Guida delle preghiere del venerdì a Teheran. Dopo essere scampato a un attentato, nel 1981 raggiunse i vertici politici del Paese, eletto presidente della Repubblica islamica a furor di popolo (97% dei voti). Carica in cui sarebbe stato riconfermato nel 1985 con l’87% delle preferenze.
L’elezione a Guida suprema e il potere «assoluto»
Il 4 giugno 1989, morto l’Ayatollah Khomeini, Khamenei ne prese il posto come da indicazioni per la successione della prima Guida suprema del regime. Khamenei aveva in quel momento 60 anni esatti. Nel corso del suo mandato – che dura dunque da 37 anni – Khamenei rafforzò la sua presa sul potere, estendendo la sua influenza su tutte le decisioni chiave per il Paese: nella politica interna come in quella estera, sulle operazioni militare e di intelligence, negli affari religiosi così come nel sistema giudiziario ispirato direttamente alla sharia. Con buona pace dei presidenti di diverso orientamento che si alternano negli anni, insomma, il cuore pulsante del potere in Iran era lui. E per questo era tanto amato dai fan della Rivoluzione islamica quanto odiato dagli oppositori, dentro e fuori il Paese («Morte a Khamenei», è il grido “oltraggioso” che risuonava nelle piazze dal 2009 al 2026 durante le proteste più massicce). Il suo ruolo di Guida Suprema (Velāyet-e faqīh), d’altronde, lo ammantava di uno status religioso simile a quello di un Papa, oltre che di leader politico. Ed era stato lui stesso a rivendicare in più di una occasione di avere un dialogo diretto con Dio. Anche se c’era chi metteva in discussione le sue credenziali nella scala gerarchica del clero sciita per potersi vantare del titolo di Ayatollah supremo.
La sfida a Usa e Israele e la svolta del 7 ottobre 2023
Conservatore sul piano interno, inflessibile verso le ondate di proteste contro il regime, Khamenei impostò la sua presa sull’Iran anche nel nome dell’opposizione «radicale» ai due grandi nemici, Stati Uniti e Israele, indicati rispettivamente come il “Grande Satana” e il “Piccolo Satana”. Sebbene il suo orientamento sullo sviluppo di armi nucleari sia stato dibattuto, fu lui dagli anni 2010 ad ispirare il rafforzamento di quell’«Asse della Resistenza» chiamato a moltiplicare le minacce tutt’attorno a Israele, ma anche ad altri rivali regionali come l’Arabia Saudita:
Hezbollah in Libano, con rifornimenti ingenti di armi attraverso la Siria dell’alleato Bashar al-Assad, Hamas nella Striscia di Gaza, le milizie Houthi in Yemen e ancora quelle in Iraq. Una strategia che culminò nell’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas nel sud di Israele. Il fattore scatenante di un rivolgimento completo in Medio Oriente che ha finito per indebolire pesantemente però quell’Asse, con un mattone rovinato dopo l’altro. Con la Russia grande alleata concentrata sulla guerra in Ucraina, l’Iran è restato più solo, piegato anche dalla crisi economica derivante dalle sanzioni internazionali. E dopo gli attacchi di giugno scorso ai siti di produzione nucleare e ai vertici militari, ora Usa e Israele scommettono sul collasso del regime, cogliendo il momento anche della rabbia popolare dopo le proteste di inizio anno represse nel sangue dagli Ayatollah.
Il nodo della successione
Sposato dal 1964 con Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, nata anche lei in una famiglia religiosa a Mashhad, Ali Khamenei aveva sei figli: Mustafa, nato nel 1965; Mujtaba (1969); Masoud (1974); Maitham (1978); Boshra (1980); Hoda (1981). Tra gli osservatori si ritiene che il successore designato dall’attuale Guida suprema possa essere proprio il secondo figlio Mujtaba, oggi a capo della milizia Basij. Anche se un altro possibile scenario, specialmente in un contesto di guerra aperta, è che il regime avesse previsto una sorta di “Consiglio di emergenza” a più teste per prendere la guida del Paese in caso di assassinio di Khamenei. Per lo meno in via transitoria. Per il regime che dal 1989 era guidato da Khamenei, comunque, trovare un’altra strada non sarà facile, sotto le bombe di Usa e Israele e con un popolo in festa per la morte del dittatore. Non a caso ufficialmente l’Iran continua a non confermare la morte del dittatore.
La speranza di Reza Pahlavi
Chi di certo si frega le mani per la morte di Khamanei è Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo Scià di Persia. Che da mesi fa campagna in tutto il mondo e nei confronti degli iraniani proponendosi come punto di riferimento possibile di un nuovo governo, per lo meno di transizione a elezioni democratiche. «Con la sua morte, la Repubblica islamica è di fatto giunta al termine e sarà presto relegata nella pattumiera della storia», ha detto Pahlavi dopo che la notizia è stata confermata anche da Trump. «Alle forze armate, di sicurezza e di polizia: qualsiasi tentativo di sostenere un regime al collasso è destinato alla sconfitta», ha aggiunto, invitando gli iraniani a «rimanere vigili» e chiamando dunque le forze di sicurezza ad abbandonare il regime ormai decapitato e unirsi a un percorso di transizione.
(da agenzie)

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