L’ENNESIMO PASTICCIO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI: DOPO LE PROTESTE DI CONFINDUSTRIA, CHE HA MINACCIATO CAUSE LEGALI ALLO STATO, IL GOVERNO HA RESTITUITO ALLE IMPRESE TUTTO IL FONDO STANZIATO IN MANOVRA DA 1,3 MILIARDI PER GLI INCENTIVI DI “TRANSIZIONE 5.0”, CHE ERA STATO TAGLIATO PER DUE TERZI UNA SETTIMANA FA. E HA AGGIUNTO ALTRI 200 MILIONI
LA RETROMARCIA, OLTRE A PLACARE LE IRE DEGLI IMPRENDITORI, È UNA CIAMBELLA DI SALVATAGGIO AL TRABALLANTE MINISTRO URSO – IL GELO DI CONFINDUSTRIA NEI CONFRONTI DI GIORGETTI “MANI DI FORBICE”, CHE AVEVA DECURTATO I BONUS
Un pasticcio che si chiude con una retromarcia. Quella del governo che restituisce alle imprese tutto il fondo stanziato in manovra da 1,3 miliardi per gli incentivi di Transizione 5.0 e poi tagliato per due terzi venerdì con il decreto fiscale. Aggiungendo pure altri 200 milioni, coperti con fondi del ministero delle Imprese. Si arriva così a un miliardo e mezzo. Associazioni soddisfatte.
A partire da Confindustria, andata in fibrillazione nei giorni scorsi fin quasi alle minacce legali di ricorsi agitate da alcune compagini territoriali per una misura «ingiusta, retroattiva, che lede la fiducia e crea esodati».
Il taglio di 763 milioni, arrivato a sorpresa nel primo Consiglio dei ministri dopo la sconfitta referendaria e senza la premier Meloni, evapora nel giro di appena cinque giorni, densi però di polemiche.
Che la tensione fosse alla stelle lo dimostra l’ingresso in anticipo di un’ora del presidente degli industriali Emanuele Orsini. Varca Palazzo Piacentini alle 10 spaccate, sale lo scalone e si infila in un confronto riservato con i due ministri Adolfo Urso, il padrone di casa appena rientrato dalla missione negli Usa, e Tommaso Foti, plenipotenziario del Pnrr.
Manca il terzo annunciato: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Un’assenza che pesa. Al suo posto, il viceministro Maurizio Leo.
Quando parte il tavolo tutto è già risolto. Il viceministro Leo annuncia il miliardo e mezzo. Il ministro Urso spiega che era pronto ad arrivare a 1,65 miliardi per coprire tutti gli investimenti delle imprese in efficientamento energetico arrivati in coda nel mese di dicembre.
Se l’avesse fatto, spiega, Eurostat avrebbe caricato quella cifra per intero sul 2025 facendo lievitare il deficit che già oscilla poco sopra il 3% e rischia di tenere l’Italia in procedura per disavanzo eccessivo. Invece così il miliardo e mezzo, «massimo sforzo», pesa sul 2026. Poi si vedrà. Orsini incassa la mediazione che per Confindustria sa di vittoria: «Non si arriva al 100% dei fondi, ma ci avviciniamo. Bene».
Uscendo ai cronisti consegna una perla: «Apprezzamento per il tavolo e, devo dire, anche per il ministro Urso per la difesa dell’industria». Neanche un accenno a Giorgetti, il grande assente. «Ha tagliato e tradito le promesse fatte il 20 novembre a tutti noi», dicono molti dei presenti parlando del ministro Mef.
E così i fondi aumentano di 1,4 miliardi che si sommano agli 8,4 miliardi già stanziati: quasi 10 miliardi nel triennio per l’iperammortamento. Sommati ai 4 del bonus 5.0, «parliamo di 14 miliardi e addirittura di 20 miliardi con Transizione 4.0».
Rivendica Urso, ministro in bilico secondo le cronache di palazzo. Ieri però appoggiato dalle imprese. Una piccola luna di miele che durerà poco. Il tempo di riparlare di bollette e costi dell’energia. «Fare presto» è uno slogan destinato a tornare.
(da agenzie)
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