L’IMPERIALISMO CULTURALE RUSSO E I VOLENTEROSI COMPLICI CAMPANI DI PUTIN
MOSCA DA SECOLI USA LA CULTURA PER ANNIENTARE LE IDENTITA’ DEI POPOLI SOTTOMESSI… LA VERGOGNA DELL’INVITO ALL’ARTISTA PROPAGANDISTA GERGIEV DA PARTE DELLO ZAR DI TUTTE LE CAMPANIE
È incredibile come dopo tre anni dall’aggressione russa, dopo undici anni dall’occupazione illegale della Crimea e dell’Ucraina orientale, dopo secoli di imperialismo militare, culturale e linguistico capitanato da chiunque abbia governato Mosca, in Occidente e in particolare in italia si continui ancora a ignorare che la cultura, la sedicente Grande Cultura Russa, ha un ruolo ben preciso, barbarico, coloniale, nella storica strategia coloniale del Cremlino per conquistare, annettere e annientare territori, popolazioni e identità considerate interne all’Impero
zarista, all’Unione sovietica e alla Federazione Russa.
La russificazione delle nazioni definite sorelle in Asia centrale, nel Caucaso, sul Mar Baltico, nelle “province” europee, ai confini con la Cina, in nome della «fratellanza dei popoli» è storicamente una forma di imperialismo culturale ancora più spietato di quello occidentale, e non solo perché gli europei a loro modo, perdendo le guerre, più o meno da un secolo hanno fatto i conti con le proprie colpe del coloniali e hanno anche affrontato i processi di decolonizzazione, anche culturale, mentre la Russia non ci pensa nemmeno.
Come ha scritto Natalia Antelava su Linkiesta Magazine lo scorso anno, «nel corso dei secoli, mentre le potenze europee conquistavano territori d’oltremare, la Russia ha gestito un impero di terra che ha assorbito i suoi vicini. E, mentre gli europei sostenevano l’idea che i loro sudditi fossero “diversi” da loro, i russi li conquistavano usando un altro strumento: “l’identicità”, ovvero la pretesa che fossero la stessa cosa dei russi. Nel sistema coloniale russo, poi perfezionato dai sovietici, ai popoli sudditi era vietato parlare nella loro lingua o celebrare la loro cultura (al di fuori di una versione sterilizzata approvata e autorizzata da Mosca)».
Il concetto di “identicità” è stato spiegato alla perfezione dal filosofo Volodymyr Yermolenko, assiduo frequentatore di queste pagine, con un paragone esatto: il messaggio del colonialismo occidentale era “voi non siete capaci di essere come noi, per questo vi imponiamo le nostre leggi e i nostri costumi”; il messaggio del colonialismo russo, invece, era ed è ancora “a voi non è consentito essere diversi da noi, e quindi cancelliamo ogni traccia di tradizione, lingua, cultura, identità locale e le sostituiamo con le equivalenti russe”.
La cultura è stata, e lo è anche oggi, uno degli strumenti di coercizione piu micidiali utilizzati da Mosca per impedire forzosamente alle identità dei popoli sottomessi di mostrare di essere diverse da quelle russe.
La cultura russa, così come lo sport, è usata da Mosca anche per diffondere in Occidente l’idea della fratellanza dei popoli (sottinteso russificati), e dell’identicità tra russi e ucraini e georgiani e baltici e moldavi e crimeani e ceceni e kirghisi e azeri, grazie alla colonizzazione culturale del mondo russo.
Una forma di colonialismo assoluto, accompagnato da pulizia etnica, linguistica e culturale, brandito da chi ha pure la faccia tosta di vantarsi di imporlo ai sottomessi in nome della solidarietà tra i popoli e di una battaglia anti coloniale.
Le recenti prese di posizione, anche di sinceri amici dell’Ucraina, contro la meritoria campagna di Pina Picierno, Marco Taradash ed Europa Radicale per fermare l’esibizione del direttore d’orchestra e propagandista russo Valery Gergiev, inopinatamente invitato dallo zar di tutte le Campanie Vincenzo De Luca, non tengono conto di quanto sia strumentale, pericolosa e potente l’arma ibrida della cultura russa usata da Mosca nella guerra al sistema liberaldemocratico.
Non capire questo, dopo tutto questo tempo, non è più ignoranza o superficialità, è volenterosa complicità con i carnefici di Putin.
Olesya Khromeychuk, giovane e lucida intellettuale ucraina del tipo che qui da noi servirebbe come il pane per rivitalizzare un discorso pubblico grottesco, cinque giorni fa ad Amsterdam ha provato a ribadire il concetto, dal punto di vista ucraino, in modo semplice e chiaro: «Credo che tutte queste dichiarazioni secondo cui la cultura va tenuta al di sopra della sfera politica sono molto spesso una scusa per non leggere in modo critico la
cultura, e per giustificare le responsabilità che la creatività si porta dietro e le conseguenze che la cultura può avere nel progetto di distruggere un’altra cultura. In Ucraina non abbiamo il privilegio di una lunga tradizione di statualitá, quella che di solito garantisce credibilità e fiducia epistemica. Non abbiano neanche una tradizione di statisti da venerare, cosa che credo sia anche un aspetto positivo, ma nella nostra tradizione abbiamo figure culturali, scrittori, poeti, artisti che rappresentano un’àncora sulla nostra identità. Naturalmente quelli che negano la nostra soggettività e negano la nostra identità, e qui parlo ovviamente di quelli che stanno al Cremlino, sanno perfettamente che la cultura per noi è una questione profondamente politica, sanno che la cultura ci àncora alla nostra identità. Per questo attaccano anche la nostra cultura, per questo combattono una guerra genocidaria che non mira soltanto a distruggere il nostro Stato, ma anche a distruggere la nostra cultura».
(da Linkiesta)
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