L’INFERNO IN TERRA VISSUTO DA ALBERTO TRENTINI. IL COOPERANTE HA RACCONTATO I SUOI 423 GIORNI DI PRIGIONIA AL DIRETTORE DELL’AISE, GIOVANNI CARAVELLI, SULL’AEREO DI RITORNO DA CARACAS
I GIORNI “PASSATI NELL’ACQUARIO”: UNA GRANDE STANZA CIRCONDATA DA VETRI, ATTRAVERSO I QUALI NON SI PUÒ GUARDARE ALL’ESTERNO, MA TUTTI GUARDAVANO DENTRO: “NON POTEVO PARLARE CON NESSUNO, NÉ GUARDARE. SI RESTAVA SEDUTI DALLE 5 ALLE 21” – LA CELLA DI QUATTRO METRI PER DUE, DA DIVIDERE CON UN COMPAGNO, I MATERASSI LERCI BUTTATI PER TERRA, GLI SCARAFAGGI E I TOPI CHE CAMMINAVANO ACCANTO E LA PAURA DELLE TORTURE
I giorni «passati nell’acquario»: una grande stanza circondata da vetri, attraverso i quali non si può guardare all’esterno. Ma tutti guardavano dentro. «Non potevo parlare con nessuno, né
guardare. Si restava seduti dalle 5 alle 21, quando ti davano la possibilità di sdraiarti».
La cella: quattro metri per due, forse anche più piccola. Da dividere con un compagno. «Nel mezzo c’era un bagno alla turca, sopra la doccia. Dovevi fare tutto davanti a tutti, se eri fortunato, perché l’acqua arrivava soltanto poche ore al giorno».
I materassi lerci buttati per terra, gli scarafaggi che camminavano accanto, le zanzare che costringevano a dormire bardati, con il caldo torrido d’estate e il freddo gelido d’inverno. La paura delle torture, quelle che si raccontava fossero perpetrate in un piano della struttura.
L’isolamento dall’esterno: aveva una Bibbia in spagnolo. All’ambasciatore non è stato nemmeno concesso di portare i libri che gli aveva preparato, sull’intelligenza artificiale e su San Francesco. Le lunghe partite a scacchi, con i pezzi costruiti con la carta igienica.
Alberto Trentini è seduto sul Gulfstream G600 in uso ai Servizi per tornare a casa. Ha dormito in ambasciata nelle ore trascorse ad aspettare la partenza: era arrivato nella tarda serata di Caracas di domenica ed è rimasto lì fino alle sei del pomeriggio di lunedì. E nelle dieci ore di volo si appisola soltanto un paio di volte.
Accanto a lui c’è Mario Burlò, il compagno di prigionia. Ma soprattutto c’è il direttore dell’Aise, Gianni Caravelli, e altri quattro agenti del nostro servizio estero che hanno lavorato in questi mesi per la sua liberazione. E che sono partiti per andarlo a riprendereHanno davanti un piatto di pollo al limone e carciofi alla romana, che Alberto gusta con calma, per non perdersi alcun sapore. Chiede del parmigiano. Aprono una bottiglia di vino rosso.
La procura di Roma, trattandosi ufficialmente di un arresto e non di un sequestro, non ha aperto alcun fascicolo. E si è deciso di non sentirli per il momento, come invece accadde — tra non poche polemiche — in un caso simile, quello di Cecilia Sala. Ma non è affatto escluso che ascoltarli diventi prima o poi necessario.
Quello che emerge dai loro racconti assomiglia a vere e proprie torture durante la prigionia. Non «un buon trattamento», come era stato fatto emergere nelle prime ore, forse anche per non irritare il governo venezuelano.
«Non ho subito alcuna violenza fisica», ripete Alberto agli uomini dell’Aise mentre sono in volo. Niente botte, quindi. Nessuna tortura. Ha sempre mangiato — focaccia di mais a colazione, pranzo e cena — non sempre sono riusciti a prendere le medicine. Ma a travolgerlo è stata la capacità di El Rodeo «di non ucciderti in un giorno, ma di cambiarti in silenzio».
È la paura, l’alienazione, il degrado a cui viene costretto un essere umano. Alberto Faceva fatica a vedere, perché non aveva gli occhiali. Ma non faceva fatica a sentire, sul corpo nella testa. Alberto ha confermato ai nostri agenti di essere passato per «La Pecera», l’Acquario appunto, un luogo dove vengono portati i detenuti politici prima di El Rodeo. Una stanza, «con i condotti dell’aria condizionata», in cui tutti possono guardare dentro. Ma non si riesce a stare fuori.
Bisogna stare seduti su una sedia, immobili. Quasi nudi. Al
freddo. Per più di sedici ore senza poter fare nulla. Né parlare, né guardare. È una tortura bianca. Così come lo era la minaccia costante di essere portati nel piano «delle torture fisiche», di cui tutti parlavano: una zona in cui i detenuti sarebbero stati picchiati.
Trentini non c’è mai stato. Ma bastava il racconto a terrorizzare. «Alle volte spargevano la voce che dall’esterno fosse arrivato l’ordine di farci passare a un regime ancora più duro». Hitler, Diavolo, Squalo: così si facevano chiamare i secondini che giravano per i corridoi della prigione.
Quelli che li incappucciavano ogni volta che dovevano portarli fuori dalle celle, che stringevano le manette ai polsi fino a farli sanguinare, che li interrogavano con domande ripetute e ossessive, nella paranoia di complotti anti Maduro. Si ha paura di non uscire vivi.
Non perché una di quelle pistole che i secondini puntavano alla tempia durante gli interrogatori potesse sparare. Ma perché non si riusciva più a resistere alla tortura bianca del «non fare nulla», alle luci sempre accese, al dormire tra gli scarafaggi, ai topi che passavano a pochi metri dal volto.
«Come sto?» ha chiesto agli agenti, toccandosi la testa. Gli hanno tagliato barba e capelli prima di liberarlo. Hanno capito che qualcosa stava per succedere quando li hanno portati fuori dalla cella senza cappuccio. Era una delle prime volte.
«Dentro il carcere non sapevamo nulla, nessuno ci aveva detto che fosse caduto Maduro». Non sapeva nemmeno che temperatura ci fosse fuori. In borsa, lui e Burlò avevano soltanto magliette a maniche corte e pantaloncini. «In Italia fa freddo?»
ha chiesto, mentre un agente gli passava un pile e un giubbotto. Meno che in un acquario. La nuova vita di Alberto Trentini è cominciata così.
(da Repubblica)
Leave a Reply