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L’IRAN NON È IL VENEZUELA, E NEMMENO L’IRAQ. È UN PAESE STERMINATO CON 90 MILIONI DI ABITANTI. LE BOMBE SUI CAPOCCIONI NON BASTERANNO PER UNA NUOVA RIVOLUZIONE: LA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE NON È COMPOSTA DAI RAGAZZI CHE SCENDONO IN PIAZZA E SOGNANO DEMOCRAZIA E LIBERTÀ SESSUALE, MA È RELIGIOSA E TRADIZIONALISTA

LE QUESTIONI DA TENERE D’OCCHIO SONO TRE: 1) QUANTO CI VORRÀ PER NOMINARE LA NUOVA GUIDA SUPREMA? E CHI SARÀ?; 2) QUANTO POTRÀ RESISTERE L’IRAN? QUANTI MISSILI CI SONO ANCORA NELL’ARSENALE?; 3) QUANTO DURERANNO GLI EUROPEI CON IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ E UN’INFLAZIONE CHE SVUOTERÀ ANCORA DI PIÙ LE TASCHE DEI CITTADINI, GIÀ SVENATI DA QUATTRO ANNI DI GUERRA IN UCRAINA?

L’Iran non è il Venezuela, e non è nemmeno l’Iraq. È un Paese sterminato con 90 milioni di abitanti, e non basta ammazzare Khamenei per abbattere il regime teocratico nato dalla rivouzione del 1979.
Ci sono voluti solo due giorni a Trump per capirlo: costrettI da Netanyahu (con lo sventolìo di qualche Epstein file) a bombardare l’Iran, il tycoon e i suoi generali sanno bene che senza un intervento militare via terra, non ci sarà nessun regime change.
È improbabile che una dittatura religiosa così pervasiva e longeva come quella iraniana venga soppressa dalle bombe calate dall’alto
Lo ha scritto pure un neocon mai pentito come Giuliano Ferrara, non certo una vedova di Khamenei: “Una volta fissato e proclamato l’obiettivo del rovesciamento del potere rivoluzionario a Teheran, però, è evidente che o l’obiettivo viene acquisito con la più massiccia campagna aerea della nostra epoca oppure quel che resta del regime sarà in grado di esibire la sua sopravvivenza come una vittoria strategica sul piccolo e sul grande Satana”.
In questo caos di droni, contraeree, ambasciate colpite e minacce di terrorismo globale da parte dei pasdaran (non certo una novità: sono decenni che finanziano tutti i principali gruppi terroristi del mondo con la retorica della “resistenza”), sono tre i nodi principali che osservano analisti e osservatori.
1. La nomina della nuova Guida Suprema
Chi sarà il nuovo ayatollah-in-chief? Chiunque succeda a Khamenei, non potrà avere il carisma e l’aura del suo predecessore.
C’è poi un “problema” di tempi: il processo per eleggere un nuovo capo religioso sarà lungo, causa guerra. L’assemblea degli esperti che dovrà scegliere l’erede di Khamenei, infatti, è impossibilitata a riunirsi di persona, per via dei bombardamenti israelo-americani, e le prime consultazioni si starebbero tenendo da remoto (sotto il tiro degli hacker israeliani).
D’altro canto, finché non sarà nominata la Guida Suprema, non potrà essere intavolata alcuna trattativa con gli americani (trattativa che, peraltro, il ministro degli Esteri, Abbas Aragchi ha già smentito di voler aprire). Più dura l’impasse, più dura la guerra.
2. Quanto potrà resistere l’Iran?
La rappresaglia di Teheran ha sorpreso per la sua vastità: a differenza del giugno scorso, quando si concentrò su Israele e qualche base americana, infatti, l’Iran sta sparando tutti i suoi colpi contro tutte le monarchie del Golfo, alleate degli Stati Uniti.
Nell’arsenale dei pasdaran ci sarebbero più di 2000 missili capaci di raggiungere quei Paesi, a cui si aggiungono migliaia di droni kamikaze, di facile produzione e basso costo.
Almeno 1.500 tra missili terra-terra e droni kamikaze sono già stati lanciati. Quanti altri giorni potranno durare gli arsenali?
La scommessa di Tel Aviv e Washington, che conoscono bene l’Iran, è: pochi. Lo sperano anche nelle capitali del Golfo, dove invece non abbondano con i sistemi di difesa aerea Patriot e Thaad.
Scrive il “Wall Street Journal”: “Di solito, per abbattere un missile balistico servono due o ddirittura tre intercettori. Sebbene il numero esatto di intercettori schierati nella regione sia classificato, gli Emirati Arabi Uniti ne avrebbero ordinati meno di 1.000. Il Kuwait circa 500 e il Bahrein meno di 100
3. Hormuz
Come al solito, a pagare le conseguenze delle guerre saranno gli europei. Quanto potrà resistere il vecchio continente di fronte al blocco dello stretto di Hormuz, da dove passa il 20% del consumo mondiale di greggio?
Gli stati europei sono i più colpiti, essendo importatori netti di petrolio, mentre gli Usa se ne possono fregare, e approfittare: sono il primo produttore al mondo di olio nero
Italia, Francia, Germania, e gli altri, rischiano di vedere i prezzi dell’energia schizzare in alto (il gas ha già raggiunto 60 euro al Megawatt/ora, ai massimi dall’agosto 2022), con conseguenze nefaste sull’inflazione.
Questo non significa che non ci siano conseguenze interne negli Stati Uniti. Anzi: la guerra sta dilaniando il partito repubblicano, con gli esponenti “Maga” isolazionisti che ormai parlano apertamente di Trump come di un “traditore” al servizio di Israele. C’è una brutta aria in vista delle elezioni di midterm di novembre: solo il 27% degli americani approva la guerra all’Iran
Se la situazione per Trump si fa fosca, per Netanyahu, dietro le macerie dei palazzi sventrati dalle bombe israeliane, sta arrivando la luce: anche in Israele si vota a fine ottobre, e “Bibi” arriverà di volata, sull’onda lunga dell’eliminazione di Khamenei.
Netanyahu ha ottenuto la decapitazione dell’intera catena di comando iraniana, e, come Trump, si è appellato al “nobile” popolo dell’ex Persia per rovesciare il regime degli ayatollah.
E qui si torna alla vera questione, che Trump e il suo amico “Bibi” fingono di ignorare: un rovesciamento della teocrazia di Teheran è improbabile, quasi impossibile.
È vero che i giovani iraniani sognano un Paese dove le donne possano avere diritti e passeggiare in minigonna, dove poter bere, andare ai rave e dove gli omosessuali non vengano impiccati. Ma quanti sono questi sinceri democratici? Rappresentano il popolo o solo l’élite cittadina iraniana? È la solita “sineddoche” dell’Occidente, che confonde una parte con il tutto?
Le manifestazioni di piazza di dicembre e gennaio erano state le più partecipate di sempre anche perché, più dei ragazzi ansiosi di democrazia, sono scesi in corteo i commercianti dei bazar, tradizionalmente una delle colonne portanti del regime, e molto conservatori.
Ma quelli non erano interessati alla libertà, o alla caduta di Khamenei, piuttosto solo alla questione economica. E la maggior parte del popolo iraniano è religiosa, e in qualche modo fedele al regime.
Come nella Russia di Putin, non c’è un’opposizione strutturata, e un’eventuale colpo di stato, al massimo, lo potrebbero compiere solo le gerarchie militari, che però in Iran sono intrecciate con il fanatismo religioso (Pasdaran e Basij).
Ciò detto, sarebbe ingenuo pensare che le bombe sui capoccioni conturbanti degli ayatollah non siano state un colpo durissimo al regime. E lo è ancora di più, in prospettiva, la risposta degli stessi ayatollah, in versione “tutti contro uno”
Colpendo tutti i Paesi del Golfo, infatti, gli iraniani si stanno inimicando, per esempio, anche il Qatar, che insieme a Teheran ha finanziato e sostenuto i terroristi di Hamas negli ultimi anni, in funzione anti-israele.
Stanno facendo indispettire, soprattutto, l’Arabia Saudita, il nemico storico del regime iraniano, che negli ultimi tempi grazie alla mediazione della Cina si era riavvicinato a Teheran
Il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, potrebbe invece convincersi di nuovo a entrare negli Accordi di Abramo, che nel 2019 non aveva firmato, a differenza dei suoi “colleghi” emiratini e del Bahrein, e che erano stati accantonati
solo dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 a Israele e il conseguente massacro a Gaza. Lo stesso Bin Salman, come ha riportato il “Washington Post”, che pubblicamente invitava alla descalation ma in privato telefonava a Trump per fare pressione e convincerlo ad attaccare Teheran.
Scriveva ieri sul “Foglio” Micol Flammini: “L’attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo sancisce la nascita di una coalizione che fino a sabato non esisteva. Teheran l’ha creata, ha sparato su tutto il Golfo, attaccando simultaneamente paesi che non aveva mai etichettato come una minaccia al regime, ha tirato paesi neutrali al di fuori della loro neutralità, li ha messi tutti dalla stessa parte, contro se stesso. […] Ha reso infrangibili gli Accordi di Abramo già esistenti. Ha dato ragioni in più a chi continua a esplorare l’intesa da anni. Ha avvicinato chi non voleva sentirne neppure parlare”
Aggiunge Anna Momigliano sul “Corriere della Sera”: “Un piccolo miracolo diplomatico nel Golfo questa guerra l’ha già fatto: il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Emirati, che erano ai ferri corti e ora tornati alleati. Il collante è stata la rappresaglia degli iraniani che, attaccati da Usa e Israele, hanno risposto bombardando ogni Paese a portata del loro arsenale e percepito come amico dell’America. Lo choc non è arrivato dalla ritorsione in sé, ma dalla sua portata.
Nell’estate del 2025, Teheran aveva aspettato 18 ore prima di reagire e aveva concentrato i missili su Israele. A questo giro, ci ha messo 2 ore e hanno colpito dieci nazioni.
Non appena il primo missile è caduto su Dubai, Mbs ha telefonato al presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e i due hanno rilasciato un comunicato congiunto condannando ‘l’escalation’.
Il giorno dopo, i Paesi arabi colpiti diffondono un’altra nota — insieme agli Usa, il Paese in guerra al fianco di Israele — denunciando ‘le azioni sconsiderate dell’Iran’”.
A proposito di Emirati. Bin Zaued era convinti di essere al sicuro, intoccabili. Il motivo? Dubai, una città stato diventata un porto franco per criminali, escort, influencer borderline e latitanti, si è ritagliata un posto anche nel cuore di mullah
iraniani: è un punto nevralgico per evitare, o meglio, aggirare le sanzioni americane.
Lì operano decine di società “intermedie”, bandite dagli Usa e dalla comunità internazionale occidentale, che “mediano” affari per conto di Teheran. Aver colpito i grattacieli di Dubai, per i pasdaran, è una mossa anomala: colpiscono anche i loro interessi e i loro quattrini. Perché farlo? È solo disperazione, o c’è una strategia? Chi rimane dalla parte dell’Iran?
C’è la Cina, certo, che in questi anni ha garantito supporto economico con gli acquisti di petrolio, e ideale con la lotta all’imperialismo americano (a cui contrapporre un imperialismo uguale e contrario, fatto di ricatti chiamati via della Seta e dumping fiscale, con l’aggravante della dittatura); c’è la Russia di Putin, che ha carpito da Teheran i segreti per i droni iraniani salvo poi iniziare a produrli da soli; c’è, soprattutto, il Pakistan, un Paese-canaglia governato da una dittatura militare con la bomba atomica, seppure a maggioranza sunnita
(da Dagoreport)

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