“MELONI NON RIESCE A CAMBIARE LA SUA POSTURA POPULISTA IN UN MIX DI PROPAGANDA, VITTIMISMO E AGGRESSIONE ALLA STAMPA” : EMILIANO FITTIPALDI, DIRETTORE DI “DOMANI”, FA PELO E CONTROPELO ALLA DUCETTA CHE DURANTE LA CONFERENZA AVEVA ATTACCATO LA GIORNALISTA DEL QUOTIDIANO FRANCESCA DE BENEDETTI, CHE LE AVEVA CHIESTO UN COMMENTO SULLO SPIONAGGIO EFFETTUATO DAGLI EX VERTICI DEI SERVIZI SEGRETI AL SUO CAPO DI GABINETTO GAETANO CAPUTI
“INVECE DI RISPONDERE, HA DECISO DI INCALZARE LA COLLEGA (CHE NON AVEVA POSSIBILITA’ DI REPLICA):… BUGIE E AUTOCOMMISERAZIONE NON DEGNE DI UNA VERA LEADER
Anche all’inizio del 2026 Giorgia Meloni resta, ahinoi, Giorgia Meloni, e nonostante
tre anni e rotti di governo non riesce a (o non vuole) cambiare la sua postura populista e sovranista, in un mix di propaganda un tanto al chilo e solito, pericoloso, vittimismo. Uno stile di comando che ha confermato anche durante la conferenza stampa di inizio anno.
Lo spartito della premier è poi passato dal vittimismo all’aggressione alla stampa, altro tic che da presidente postfascista non riesce a guarire.
L’attacco è partito quando la nostra giornalista, Francesca De Benedetti, le ha posto una domanda sui suoi rapporti con Trump, e chiesto un commento sullo spionaggio effettuato dagli ex vertici dei servizi segreti – che lei stessa aveva promosso e da lei stessa dipendono – al suo capo di gabinetto Gaetano Caputi.
Invece di rispondere, ha preferito invertire i ruoli e deciso di incalzare la collega (che non aveva, naturalmente, possibilità di replicare a causa di un format codardo che protegge
l’intervistato): «Perché non mi ha chiesto del vostro “scoop” secondo cui io avrei brigato con l’Agenzia delle entrate per far accatastare casa mia in una classe catastale diversa? È una menzogna infamante».
Poi, sulla torbida vicenda Caputi (che ha appena perso la querela contro Domani), invece di chiarire ha nuovamente biasimato il giornale: «Le informazioni sensibili su Caputi sono state pubblicate da voi. Secondo lui non sono reperibili su fonti aperte: forse vuole dire lei a me qualcosa su questa vicenda?»
Ora, come spesso le capita, a mentire è solo la premier: non solo tutte le informazioni sugli affari e i conflitti di interessi del suo fedelissimo sono su fonti pubbliche (e pure se fossero segrete sarebbe stato nostro dovere pubblicarle: si chiama giornalismo), ma, sul merito della sua magione, Domani ha solo evidenziato che la casa è stata accatastata nella categoria A7 (semplice villino) e non A8 (villa di lusso con giardino e piscina). Evidenza grazie alla quale ha pagato circa 70mila euro di tasse in meno di quanto avrebbe dovuto se la sua casa fosse stata accatastata, come sarebbe stato giusto secondo esperti indipendenti, a un livello superiore.
Mai scritto e nemmeno pensato che Meloni «abbia brigato» con chicchessia: tanto che nell’articolo si segnalava come «i proprietari» dei villini non sono affatto «evasori fiscali. La colpa non è loro. Ma dei governi, che dovrebbero mettere mano alla riforma del catasto». Ovviamente la destra, amica dei ricchi, non ci pensa nemmeno: la storia di casa Meloni serviva solo a segnalare in maniera palese l’iniquità del sistema.
Il fastidio di Meloni verso la (poca) libera stampa rimasta in Italia si è palesato anche dopo alcune domande sullo scandalo Paragon. Invece di fare luce sullo spionaggio ad attivisti e cronisti, ha replicato che la sua «vita», e non quella dei giornalisti, sarebbe stata «scandagliata, i conti correnti spiati», e poi spiattellata sui media, comprese le vicende economiche e giudiziarie dei genitori.
Autocommiserazione non degna di una vera leader: Meloni finge di non sapere che per legge la privacy della figura più potente del paese non è uguale a quella di un giornalista intercettato, e che nelle democrazie sane è sacrosanto che la stampa racconti ai lettori (ed elettori) chi sono coloro che paghiamo per amministrare la nazione. Banalità, ma nell’Italia malata in cui viviamo è bene ricordarle.
Emiliano Fittipaldi
per Domani
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