“NEL CARCERE DI CARACAS IL BAGNO È UN BUCO PER TERRA, SPORCO DI FECI E INFESTATO DI SCARAFAGGI”: IVÁN COLMENARES GARCÍA, CHE E’ STATO IN PRIGIONE CON ALBERTO TRENTINI, RACCONTA LE CONDIZIONI PIETOSE IN CUI VENGONO LASCIATI I DETENUTI
“LE CELLE SONO BUIE, DI SOTTOMISSIONE. IN CIASCUNA METTONO DUE PERSONE. D’INVERNO SONO UN FREEZER, D’ESTATE SONO UN FORNO. VIENI DIVORATO DALLE ZANZARE” … “ALBERTO SA DI ESSERE UN PRIGIONIERO POLITICO, UNA PEDINA DI SCAMBIO. SIA IO CHE LUI AVEVAMO ATTACCHI D’ANSIA, CI DAVANO DEGLI ANTIDEPRESSIVI PER RIMANERE CALMI” – LE VIOLENZE DEI SECONDINI CONTRO I DETENUTI DURANTE GLI SPOSTAMENTI DI CELLA IN CELLA
«Alberto e io avevamo costruito gli scacchi usando dei pezzi di sapone e la carta igienica. Giocavamo attraverso le feritoie delle celle, la mia era davanti alla sua, a pochi metri. Avevamo fatto le torri, i pedoni, gli alfieri…Alfa 3, Charlie 5, comunicavamo così le mosse. Alberto ha imparato in carcere a giocare. Ma le guardie si innervosivano e ci portavano via anche gli scacchi, lasciandoci senza niente da fare, senza dignità».
Seduto nel giardino della sua casa di Villa del Rosario, a ridosso della frontiera col Venezuela, l’avvocato colombiano Iván Colmenares García, 35 anni, racconta di come anche lui è finito al Rodeo, penitenziario di Guatire a trenta chilometri da Caracas: il pozzo che lo ha inghiottito dal primo novembre del 2024 e fino allo scorso 24 ottobre. E dove ha avuto, per compagni di detenzione, il cooperante veneziano Alberto Trentini e l’imprenditore torinese Mario Burlò.
Com’è vivere dentro al Rodeo?
«Si sta sempre nella cella, tranne un’ora al giorno per andare al corridoio esterno dove si vede il cielo. Per portarti lì le guardie ti ammanettano e ti mettono un cappuccio sulla testa. Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo, ndr). Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo».
Eravate costretti a prenderle?
«Le chiedevamo noi».
Di cosa parlava con Trentini?
«Mi raccontava di Venezia, delle bellezze della sua città, dell’architettura. Era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana. È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto. Dopo sette mesi ti concedono una chiamata. Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono. Alberto sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio».
Come sono le celle?
«D’inverno un freezer, d’estate un forno. Vieni divorato dalle zanzare, di solito compaiono alle 18 e se ne vanno alle 2 di notte. Dormivo con le braccia infilate nella maglietta, e con i boxer sui piedi e sulla testa, per coprire il più possibile la pelle. Non so come ho fatto a non prendere la malaria».
Che vi davano da mangiare?
«Mangi arepa (focaccia di mais, ndr) a colazione, a pranzo e a cena. La mattina danno anche il caffé».
Quanto sono grandi le stanze?
«Ogni cella misura quattro metri per due, che diventano uno perché su un lato c’è la branda a castello. Tra la porta e il fondo ci sono sei passi, è tutto lo spazio che hai. Il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi. Sono celle buie, di sottomissione. In ciascuna mettono due persone».
Come stavano Trentini e Burlò l’ultima volta che li ha visti?
«Mario è dimagrito 30 chili. Anche Alberto è dimagrito, cammina su e giù lungo quei sei passi accanto al letto. Sono entrambi molto provati».
Vi hanno maltrattato?
«Le guardie spostano di continuo i detenuti da una cella all’altra, lo fanno apposta. Durante i trasferimenti diventano violente, buttano a terra o contro i muri, colpiscono col calcio del fucile. Ma la tortura bianca, che non lascia lividi, è anche peggio».
Cos’è?
«Trasmettono la propaganda chavista. Il martedì il programma di Maduro, il giovedì “El mazo dando”, la trasmissione del ministro Diosdado Cabello, quattro ore di sofferenza a sentir ridere Cabello, il venerdì ci facevano ascoltare “El turco alimaña” sabato ci finivano con “Aló Presidente” di Hugo Chavez».
Come sono le giornate?
«Vivi un giorno solo moltiplicato per i mesi di prigionia. Alle 5 l’appello, devi dire alle guardie come ti chiami e da dove vieni. Sempre così, ogni mattina. Poi delle braccia ti passano la colazione attraverso la feritoia, stessa modalità per il pranzo e la cena. L’unica possibilità di uscire e durante l’ora d’aria o quando vai in infermeria».
Il servizio medico funziona?
«Ti serve un miracolo di Dio per accedervi, devi stare proprio male. Mario soffre di diabete e pressione alta, prende un sacco di pastiglie che all’inizio non gli hanno dato, poi si sono accorti che rischiava di morire e allora le ha avute. Siamo merce di scambio, gli serviamo vivi».
Ha visto morire qualcuno?
«No. Però tre yemeniti hanno provato a impiccarsi con le lenzuola».
Lei come è stato arrestato?
«Ero alla frontiera di Arauca, già in territorio venezuelano, per un progetto umanitario con la mia ong. Mi hanno preso quelli del Dgcim, l’intelligence militare. Stavo per avere il timbro sul passaporto quando il funzionario mi ha detto di aspettare perché mi avrebbero dovuto fare delle domande. Così mi hanno catturato. In manette e con un cappuccio in testa, sono finito a Caracas nella pecera. Sa cos’è?».
No.
«L’acquario, lo chiamano così.E’ una piccola stanza dove le pareti sono vetri opachi. Dall’esterno invece ti vedono. Mi hanno tenuto lì 20 giorni di fila, seduto dalle 5 della mattina alle nove della sera, da solo. Non potevo parlare o muovermi, neppure girare la testa. Anche Alberto e Mario ci sono passati, credo».
(da Repubblica)
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