Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SE IL VIAGGIO ERA ISTITUZIONALE, PERCHÉ NON È STATA ATTIVATA LA SCORTA? CROSETTO SAREBBE GIÀ STATO A DUBAI ALL’INIZIO DELLA SCORSA SETTIMANA, MA NELLA SUA AGENDA NON RISULTANO INCONTRI UFFICIALI… È POSSIBILE CHE TAJANI NON SAPESSE NIENTE? QUANDO SI MUOVE UN MINISTRO, LE AMBASCIATE SI MOBILITANO SUBITO …IL “GIALLO” DELLO STATO WHATSAPP PUBBLICATO PER ERRORE: È COMPARSA LA MAPPA DI DUBAI CON LA LOCALIZZAZIONE DI UNA TALE “ANNA”
Nel caso Crosetto c’è un mistero nel mistero. Secondo quanto riporta Valerio Valentini sul “Post”, infatti, il ministro della Difesa sarebbe già stato a Dubai nei giorni precedenti, “molto probabilmente per accompagnare la famiglia”, e che “abbia poi fatto altri viaggi all’estero, e che sia infine tornato a Dubai venerdì”
Crosetto avrebbe quindi trascorso quasi tutta la scorsa settimana in viaggio, con una breve sosta tra mercoledì e giovedì. Nella sua agenda pubblica, però, non risultano incontri ufficiali o missioni istituzionali all’estero
Il caso imbarazza anche quel pasticcione di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha detto di non sapere del viaggio di Crosetto a Dubai. Fatto curioso: quando un ministro vola in un certo paese, si mobilitano subito le ambasciate e il corpo diplomatico.
Sarebbe piuttosto strano che Crosetto, rimasto alcuni giorni a Dubai, non abbia avuto alcun contatto con il personale della Farnesina. Secondo Valentini, però, “risulta che Crosetto abbia avuto vari contatti con l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, con cui ha anche mangiato in almeno un’occasione, la sera di venerdì. Gli ambasciatori dipendono dal ministero degli Esteri: come mai, dunque, Tajani non sapeva?”
Il viaggio a Dubai di Guido Crosetto più passano le ore e più diventa un caso politico. E non soltanto per l’immagine che è stata data: il ministro della Difesa bloccato nel cuore di uno scenario di guerra internazionale.
Il punto è diventato la coerenza delle versioni sul perché Crosetto si trovasse a Dubai. All’inizio la spiegazione è una: viaggio privato per «assicurarsi che la sua famiglia tornasse in sicurezza». Da qui il volo civile. Poi, nell’intervista esclusiva concessa a Repubblica, compare un elemento diverso: un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi» che avrebbe inciso perfino sull’orario della partenza.
Le domande sono lineari. Perché è andato a Dubai? Per ragioni familiari o per un impegno istituzionale? Se è andato per mettere in sicurezza la famiglia, significa che un rischio era stato percepito. E allora: perché non era stata valutata la minaccia di far muovere un ministro della Difesa in un territorio a rischio?
Da giorni diversi report internazionali avevano individuato il quadrante mediorientale come fortemente a rischio con un possibile attacco americano sull’Iran. E se, come sembra dall’intervista a Repubblica, lo scenario si è aggravato mentre era a Dubai perché nessuno allora ha condiviso le preoccupazioni e le informazioni con la nostra intelligence per capire quale fosse la cosa migliore da fare?
Se invece dietro il viaggio del ministro c’era un impegno istituzionale – “per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio” – perché viaggiare senza scorta? E di nuovo, perché non informare formalmente i Servizi?
Perché nel Governo nessuno, o forse in pochissimi, sapevano del fatto che il ministro della Difesa avesse un appuntamento a Dubai, una circostanza non esattamente neutra?
Non lo sapeva per esempio il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, con cui invece probabilmente avrebbe dovuto esserci una interlocuzione. Di più: di questo impegno si è saputo soltanto ora, nel pieno della tempesta, con il ministro della Difesa emiratino, Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, che ha twittato 48 ore dopo dell’incontro con Crosetto.
Ma davvero non sapeva nulla nessuno del viaggio del ministro? Crosetto in aula ieri ha spiegato di aver valutato “e neanche da solo” l’opportunità di quel viaggio. Qualcuno quindi sapeva ma non risultano protocolli di sicurezza attivati.
Di più: Crosetto è partito su un volo civile insieme ad altre 400 persone. Arrivato a Dubai ha parlato più volte con l’ambasciatore e l’addetto alla sicurezza dell’ambasciata sapeva della sua presenza.
“Era un viaggio familiare con parte istituzionale ma non segreto” fanno sapere a Repubblica, spiegando anche che il ministro aveva scelto la forma della trasferta privata perché voleva avere la libertà di stare con i suoi figli, circostanza che visto “il suo modo di agire” non avrebbe potuto fare in un viaggio istituzionale.
Secondo punto: perché la famiglia era a Dubai. A Repubblica risulta che gli Emirati non siano una destinazione occasionale. Dubai è un luogo che il ministro e il suo entourage frequentano spesso. Come ha scritto Domani, solo due mesi fa Crosetto era stato negli Emirati per una serata al 61esimo piano dell’hotel che ospita il Billionaire di Flavio Briatore. Dal ministero spiegano che si tratta di «un luogo sicurissimo», dove la famiglia — che in Italia vive sotto scorta — «si sente più protetta che in Europa».
A Dubai fanno base spesso anche amici della famiglia Crosetto. In quei giorni, secondo quanto risulta, sarebbe stato presente anche Giancarlo Innocenzi Botti, ex manager Mediaset ed ex deputato di Forza Italia, già in affari nella società Entheos Worldwide e oggi in rapporti professionali con la moglie del ministro. Anche Innocenzi è molto spesso a Dubai dove ha spostato un pezzo dei suoi affari.
C’è poi un ulteriore, piccolo, giallo. Lunedì scorso, per errore, il ministro ha pubblicato sul suo stato Whatsapp per qualche minuto una mappa di Dubai con la localizzazione di una persona: Anna. Si trattava – fanno sapere fonti a Repubblica – della mamma di un compagno di scuola del figlio del ministro che la moglie, che era già negli Emirati, doveva raggiungere in quel posto.
Infine: Crosetto ha annunciato di essere tornato con un volo, pagando tre volte la tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato, «in modo tale da togliere anche la possibilità di attaccarmi». Ma quella non è la tariffa del volo che è costato, secondo fonti di Repubblica, almeno quindici volte in più del biglietto pagato da Crosetto.
(da Dagoreport)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UN’ECONOMIA AL TAPPETO DOVE SI ARRICCHISCONO SOLO I MILIARDARI
A quest’ora potevamo essere in un mondo in cui le grandi potenze si univano siglando un
grande accordo multilaterale per combattere il cambiamento climatico, che per quanto ce lo siamo ormai dimenticati è ancora oggi la vera grande sfida della nostra epoca.
E invece siamo in un mondo in cui le grandi potenze, a partire dagli Usa di Donald Trump, hanno rotto ogni accordo di cooperazione e combattono per i combustibili fossili, dalla Russia al Venezuela, fino alla Iran.
A quest’ora, potevamo essere in un mondo in cui l’economia cresce grazie alla transizione verso tecnologie e stili di vita sostenibili e alla trasformazione delle città.
E invece siamo in un mondo che passa da una recessione all’altra, da una crisi energetica all’altra – buon ultima quella in corso ora – in cui gli unici che fanno palate di soldi sono i miliardari produttori di combustibili fossili, di armi, di tecnologie militari e di sorveglianza. Mentre i poveri devono fare i conti con bollette stellari ed eventi climatici estremi.
A quest’ora, potevamo essere in un mondo in pace, in cui gli Stati investono in scuola, salute, infrastrutture sostenibili, e in cui sono ancora in vigore i trattati contro la proliferazione di armi nucleari.
E invece ci ritroviamo in un mondo in cui l’unica spesa pubblica che cresce e continuerà a crescere è quella per armare gli Stati fino ai denti, nel nome della deterrenza. Come se non fosse abbastanza chiaro già oggi che armarsi porta dritti alla guerra, non alla pace.
A quest’ora è troppo tardi per i rimpianti.
Ma pensateci di nuovo: tutto quello che stiamo vivendo oggi è figlio della propaganda di chi vi diceva che la lotta al cambiamento climatico avrebbe distrutto l’economia, che avrebbe fatto la fortuna dei ricchi, che ci avrebbe regalato un futuro di miseria, che ci avrebbe fatto tornare indietro.
Abbiamo dato retta a questi pifferai magici che ci promettevano di tornare a chissà quale età dell’oro? E ora ci ritroviamo con l’economia distrutta, con i miliardari che dominano il mondo, con la guerra alle porte e un futuro che di sicuro non ci sorride.
Promemoria per il futuro: ricordiamocelo la prossima volta, se mai ci sarà una prossima volta.
(da Fanpage)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA SEMPRE LO STESSO RUOLO DI OSSERVATORE PAGANTE
Il copione si ripete. Nessuna condanna da parte del governo Meloni per l’attacco illegale a quattro mani Trump-Netanyahu contro l’Iran. Del resto, quando sono gli alleati privilegiati del governo italiano a violarlo platealmente, come aveva detto il ministro degli Esteri Tajani a suo tempo, il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
L’audizione nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato del titolare della Farnesina (protagonista di un durissimo scambio con il leader M5S Conte) insieme al collega Crosetto, rimasto bloccato a Dubai mentre gli alleati bombardavano l’Iran dimenticandosi di avvertire, tra gli altri, anche l’Italia della pontiera Meloni – che ieri ha ritrovato la parola per scaricare su Teheran (l’aggredito) la colpa della nuova crisi mediorientale aperta dai raid dei suoi amichetti (gli aggressori) – è
servita a certificare quello che era parso subito chiaro sin dall’inizio dell’offensiva contro il regime degli ayatollah.
L’irrilevanza del nostro Paese (e del nostro governo) agli occhi di Trump, cui ci siamo legati mani e piedi in una sorta di rapporto di vassallaggio, e persino del ricercato internazionale Netanyahu, nonostante l’incondizionato sostegno politico (e non solo) offerto dall’Italia durante la devastazione e lo sterminio indiscriminato a Gaza. Bel ringraziamento per il sostegno – o meglio, per la sudditanza – dimostrata. E neppure il tentativo di puntare sul fine, cioè l’eliminazione del leader (Khamenei) della sanguinaria teocrazia iraniana, sorvolando sui mezzi, l’assassinio pianificato del capo di uno Stato sovrano al di fuori di ogni regola del diritto internazionale (come a suo tempo avvenuto per il sequestro del presidente venezuelano Maduro) alleggerisce minimamente la débâcle diplomatica italiana.
Da cui, però, almeno una conclusione si può certamente trarre. Nella vicenda iraniana il nostro governo, più che alleato privilegiato, sembra relegato allo stesso ruolo di comprimario che si è ritagliato con imbarazzante riverenza nel Board of Peace della vergogna di Trump. Quello di mero osservatore pagante. Perché anche stavolta, c’è da scommetterci, il costo delle bombe finiremo per pagarlo caro.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PER ESSERE LIBERI OCCORRE ESSERE TEMUTI
Per essere liberi bisogna essere temuti. Non l’ha detto Gengis Khan, e nemmeno Gengis
Trump, ma il mite figlio dell’illuminismo Emmanuel Macron, il cui massimo afflato machista era consistito finora nell’indossare un paio di occhiali da sole. Lo ha detto proprio mentre la guerra infuria nel Vicino Oriente sempre più vicino, per spiegare la decisione di ampliare a dismisura il garage delle bombe atomiche francesi, nonché di varare un nuovo programma di difesa aerea che coinvolgerà tutti i più grandi Stati europei, tranne uno che comincia per I e non è l’Irlanda.
Per essere liberi bisogna essere temuti. Questa frase incarna lo spirito del tempo e piacerà a coloro che non si fanno troppe illusioni sulla natura umana. Tutti abbiamo avuto un padre, un amico, un collega o un editorialista di riferimento (prevalentemente maschio) che un giorno ci ha detto o scritto:«Nessuno ti rispetta finché sei gentile, simpatico, collaborativo. Quella che tu chiami mitezza viene percepita dagli altri come debolezza. Se cerchi il dialogo, riceverai uno schiaffo. Mentre se dai uno schiaffo, o minacci di darlo, otterrai il dialogo. O comunque un risultato. La psiche umana funziona così dai tempi delle caverne ed evolve assai lentamente. Perciò, se desideri che Trentini torni libero, non devi trattare con Maduro, ma rapirlo. E se desideri che le donne iraniane siano libere, non devi trattare con Khamenei, ma ammazzarlo».
Va bene, ho afferrato il senso. Ma potrò almeno dire che mi fa un po’ senso?
(da Corriere della Sera)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
TRA LINGUAGGI MALAVITOSI E COSCHE SU PIEDE DI GUERRA
“Vi bruceremo il cuore”, “Vi stiamo massacrando”: non sono un esperto di linguaggio bellico (esisterà una filologia della guerra?) ma questo sembrerebbe piuttosto un tipico linguaggio malavitoso. Da cosche sul piede di guerra. Da braccio carcerario nel quale i boss regolano i conti tra loro. E il fatto che siano i capi di Iran e Stati Uniti a pronunciarle, queste parole, non aiuta a sopportare l’angoscia della guerra. È uno sputo in più su una ferita aperta, ed è uno sputo infetto.
In attesa dell’ostensione della testa mozza del capotribù nemico infilzata in una picca (il tutto, beninteso, postato sui social), ci si domanda se dai tempi di Attila
fino al discorso di Churchill agli inglesi (“Non ho niente da offrire se non sangue, sudore e lacrime”) la cultura bellica avesse o non avesse fatto qualche timido passo in direzione di una attenuazione dei suoi aspetti tribali; se non altro per salvare la forma; e nel caso lo avesse fatto, se adesso non si stia tornando rapidamente ad Attila e più indietro ancora, giù giù lungo i secoli, quando nessuna legge valeva, al di fuori dalla tua tribù.
Curioso contrasto: lo scenario è ipertecnologico, tutto droni e intelligence, tutto algoritmi e AI, ma al centro della scena irrompe lo scimmione che si batte il petto con i pugni in segno di sfida, e brandisce l’osso spolpato come arma primigenia (sì, quello di “Odissea nello spazio”). Di certo c’è questo: se è la tecnologia, a farvi paura, state sbagliando. È molto più pericoloso lo scimmione che la brandisce.
(da repubblica.it)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
FRENA IL PIL, AUMENTA LA PRESSIONE FISCALE, IL DEFICIT RESTA IN ZONA INFRAZIONE: IL GOVERNO FA LO SCARICABARILE
Il disastro è servito. La realtà presenta il conto alla propaganda firmata Giorgetti-Meloni. E
così rischiano di saltare i piani elettorali, con misure acchiappa-voti in vista delle Politiche.
Una tempesta perfetta: il Pil arranca e la pressione fiscale continua a volare, mentre le bombe sganciate sull’Iran sono destinate a sbriciolare anche gli effetti del decreto Bollette che inizia il proprio iter alla Camera.
A far scattare il primo allarme è lo stop alla produzione di gas naturale liquefatto da parte del Qatar. Il lunedì nero del governo Meloni è iniziato con i dati Istat, ancora parziali ma comunque pesanti. Nel 2025 la crescita in termini reali è stata dello 0,5 per cento, inferiore rispetto allo 0,7 per cento stimato in precedenza.
Un’altra bocciatura delle politiche economiche. E soprattutto una frenata che allontana sempre più l’Italia dall’1 per cento, la soglia psicologica (e non solo) che vorrebbe raggiungere l’esecutivo. Peraltro nel 2026, nella migliore delle ipotesi, nessuno azzarda un balzo dell’economia italiana (le stime oscillano tra lo 0,7 e 0,8 per cento), che sarà tra le ultime in Europa.
Zona infrazione
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, questa volta non può nemmeno più sventolare la bandiera dell’abbattimento del deficit, su cui ha investito buona parte del suo mandato. Il calo è stato meno corposo rispetto alle attese: nel 2025 si è fermato al 3,1 per cento (dal 3,4) ancora al di sopra della fatidica soglia del 3 per cento che garantisce la fuoriuscita dalla procedura di infrazione, necessaria a riallargare i cordoni della spesa per la futura legge di Bilancio in ottica elettorale.
Un grosso guaio, visto che l’ordine di Meloni è quello di varare misure a elevato impatto e con effetti immediati per la crescita. Giorgetti ha preso tempo: «È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue». Per il resto, ha seguito la solita strategia: addossare le responsabilità a chi c’era prima. Fino a riesumare un suo vecchio pallino: il Superbonus. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi», ha detto.
Lo spartito è lo stesso: la colpa è degli altri. Anche dopo oltre tre anni al potere. Dalla Commissione europea, comunque, hanno confermato che le valutazioni avverranno sui dati consuntivi. Un’ulteriore batosta per Giorgetti, poi, arriva sulla pressione fiscale, che lo scorso anno ha superato il tetto del 43 per cento, attestandosi al 43,1.
La riforma fiscale meloniana non ha prodotto alcun effetto positivo. Anzi. «È la smentita definitiva della propaganda sulla cosiddetta riforma fiscale targata Meloni-Giorgetti-Leo: 19 decreti legislativi inutili che non hanno alleggerito il carico su famiglie e imprese», ha commentato il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. E si sgonfia la narrazione del governo che taglia le tasse. Per la maggioranza sarà ancora più complicato arrampicarsi sugli specchi della propaganda per elogiare l’impegno sul fisco.
«I dati rappresentano la certificazione del fallimento in politica economica: niente calo delle tasse, niente uscita anticipata dalla procedura di infrazione e soprattutto niente crescita», ha sintetizzato la senatrice del Pd, Cristina Tajani. L’immagine è quella di un paese retto solo da pensionati e dipendenti pubblici.
Il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, ha parlato di «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale». Risorse che, ha aggiunto il dirigente sindacale, non «sono state restituite».
Bolletta esplosiva
E se i numeri dello scorso anno creano malumori, le prospettive future non sono migliori. È ancora difficile prevedere l’esatto impatto sui prezzi dell’energia della guerra avviata da Israele e Usa contro l’Iran. Ma sicuramente non saranno positivi, come testimoniato dall’impennata dei costi del petrolio e del gas.
Nel governo cresce la preoccupazione per l’azzeramento dei benefici del decreto Bollette, decantato da Meloni come una misura rivoluzionaria, anche se i vantaggi erano già minimi. Basti pensare all’una tantum di 115 euro per una platea di cittadini con particolari requisiti.
Al ministero dell’Ambiente (Mase) stanno facendo i conti che diventeranno, di conseguenza, calcoli politici. «L’aumento dei prezzi dopo l’attacco rischia di mangiarsi tutto il decreto», è il ragionamento che rimbalza tra Palazzo Chigi e il dicastero. Nessuno, in pubblico, si azzarda a parlarne. Ma i timori ci sono.
«Il governo ci lega al gas, sostituendo una dipendenza (quella dalla Russia, ndr) con un’altra. Il prezzo viene pagato dai territori e scaricato sulle bollette», ha detto il deputato del M5s e vicepresidente della Camera, Sergio Costa. E così, dopo i dazi, Meloni deve fare i conti con un altro effetto collaterale delle decisioni dell’«amico» Donald Trump. Rendendo esplosive le bollette.
(da La Notizia)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO FINI: “I VERI TERRORISTI SONO GLI AMERICANI CHE DANNO LA PATENTE DI TERRORISMO A TUTTI COLORO CHE CONSIDERANO NEMICI”
Scrivevamo sul Fatto del 25.02.26 che i veri terroristi non sono quelli che vengono ufficialmente definiti tali, ma gli americani, che danno la patente di terrorismo a tutti coloro che considerano nemici, insieme agli israeliani che gli Usa proteggono, anche se non si capisce bene se non sia piuttosto vero il contrario e a Washington non comandi lo psicolabile pedofilo Donald Trump, ma piuttosto Netanyahu attraverso la potenza finanziaria della comunità ebraica internazionale che è più forte di Stati Uniti, Russia e Cina messi insieme, che detta di fatto le regole e che strangola tutti noi comuni mortali.
Avevamo avvertito da tempo che il pericolo veniva dai venti di guerra che soffiavano intorno all’Iran, ma come al solito non siamo stati ascoltati. La nostra previsione è stata, per così dire, certificata dall’attacco giudeo-americano all’Iran.
I governi occidentali, con la loro stampa al seguito, hanno approvato senza se e senza ma l’aggressione. Solo Putin ha condannato la violenza affermando che l’assassinio della Guida Suprema dell’Iran e della sua famiglia è stato commesso “in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. Sono le sole parole ragionevoli e umane che ho ascoltato in questi giorni. Alla condanna di Putin si è associata quella, sia pur espressa in maniera diversa, del premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, unico membro della Ue a farlo.
Ma Putin, a parte le disapprovazioni, può far ben poco per l’Iran. Ha già i cazzi suoi cui pensare con la guerra all’Ucraina che lo sta dissanguando, non tanto economicamente ma umanamente, se è vero che dopo aver ingaggiato soldati, peraltro impreparatissimi, della Corea del Nord, ora ricorre al reclutamento da Cuba, India, Nepal, Kenya, Uganda, Ghana.
Cioè anche i russi, che pur si batterono fino all’ultimo uomo e donna contro i nazisti, si sono evidentemente stufati di dare la vita per strategie che non comprendono e sorpassano.
Tutti i governi europei, con l’eccezione, come avevo detto, di Pedro Sánchez, hanno commentato in modo favorevole l’eliminazione fisica di Khamenei. A parte il fatto che l’assassinio del Capo di uno Stato aderente all’Onu, come l’Iran o la cattura e la prigione per un altro Capo di Stato, intendo Maduro, non fa propriamente parte del galateo diplomatico internazionale, io se fossi direttore di un giornale mi sarei piuttosto concentrato sull’assassinio di 148 studentesse iraniane e le 95 ferite.
Un assassinio premeditato e voluto perché come afferma un attivista italo-palestinese, Karem, “Israele quando uccide non lo fa mai a caso, ogni singolo bambino, civile o edificio colpito è bersagliato attraverso la tecnologia più precisa e letale al mondo”.
Non paghi i giudeo-americani hanno bombardato una manifestazione di cordoglio degli iraniani a favore di Khamenei. Il che significa che non tutti gli iraniani erano anti regime. Inoltre non si può sapere dove andrà a finire un Paese che ha perso tutti i suoi leader ed è sotto aggressione straniera. Dice sostanzialmente Fatemeh, un’iraniana che vive a Parma: sono felice per la caduta di Khamenei e del regime della Repubblica islamica, ma avrei preferito che gli iraniani si liberassero da soli, passare da un regime a un altro non mi fa felice, perché i vincitori chiederanno sicuramente un prezzo. Quel prezzo lo pagheremo noi iraniani. Non mi fa felice passare da un’oppressione all’altra e per soprammercato straniera.
L’aggressione all’Iran, definita un attacco “preventivo” da Trump, è stata motivata col fatto che era diventato pericoloso perché voleva farsi la Bomba. Un processo alle intenzioni basato su una falsità. L’Aiea ha sempre accertato che in Iran l’arricchimento dell’uranio non è mai andato oltre il 6% ed era quindi per usi civili e medici, per fare la Bomba l’arricchimento deve arrivare al 96%. Le reazioni dell’Iran, che non ha la Bomba e non possiede missili all’altezza, possono essere solo commerciali, chiudendo, come è stato fatto, lo Stretto di Hormuz attraverso il
quale transita oltre un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare e più del 30% del gas naturale liquefatto.
Ma le conseguenze dell’attacco immotivato all’Iran sono più profonde. In Pakistan, che ha la Bomba anche se nessuno gliel’ha mai contestata, alleato storico degli Usa (fornì le proprie basi ai B52 americani per bombardare il vicino Afghanistan talebano) una folla inferocita ha attaccato e distrutto l’ambasciata americana. E di questi attacchi, nel prossimo futuro, dobbiamo aspettarcene parecchi. “Pagherete caro, pagherete tutto” era uno slogan del Sessantotto. Anche per i giudeo-americani verrà il giorno del Giudizio, non di Dio, che non esiste, ma della Storia.
Massimo Fini
(da il Fatto Quotidiano)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA DOCENTE BELEN SOTERO: “NON CONCEPISCE CHE IL LAVORATORE POSSA AVERE UNA VITA OLTRE LE ORE DI PRODUZIONE”
Il parlamento argentino ha approvato definitivamente la riforma del mercato del lavoro
che Milei inquadra nella modernità e l’opposizione definisce di segno schiavista. Tra i principali capitoli della nuova legge ci sono l’allungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore, una nuova disciplina sui licenziamenti che li rende più convenienti, la riduzione delle libertà sindacali e le limitazioni al diritto di sciopero, la prevalenza del contratto aziendale su quello di categoria. Ne parliamo con Belén Sotelo, politologa e docente alla Universidad de Buenos Aires (UBA), segretaria aggiunta del Sindicato Trabajadores Docentes della UBA (FEDUBA) e segretaria aggiunta del sindacato CTA CABA (Ciudad Autónoma Buenos Aires).
Il parlamento argentino ha approvato la riforma del lavoro di Milei: che rappresenta questa legge per il mondo del lavoro e in generale per il sistema democratico argentino?
In termini generali è un arretramento di cento anni per quanto riguarda la normativa e i diritti del lavoro. La riforma cancella dal testo della legge concetti come quello della giustizia sociale. La legge che regolava il mercato del lavoro precedentemente diceva che per la sua interpretazione la giustizia doveva basarsi sul principio della giustizia sociale: questo ora si è eliminato. Perché ciò che è in discussione è l’equilibrio che si era riusciti a costruire tra lavoro e capitale in Argentina. La riforma ci fa retrocedere in termini storici a una situazione di vulnerabilità dei lavoratori com’era in Argentina prima degli anni quaranta. E’ una legge in cui il potere discrezionale dell’impresa nei confronti dei suoi dipendenti è molto accresciuto rispetto ad adesso.
Quello che la riforma sottende è che ci sia una parità di condizioni di forza tra lavoratori e imprenditori, è così?
Con il tema della libertà, questa riforma considera il lavoratore in condizioni di negoziare liberamente con l’imprenditore, al di fuori di qualunque regolamentazione, ma questo non è vero. Il diritto del lavoro e le organizzazioni
sindacali nacquero appunto per livellare la diseguaglianza di condizioni di forza tra lavoratori e imprese.
Milei parla di modernità, l’opposizione di legge schiavista, che ne pensa?
In Brasile Lula ha detto che discuteranno della giornata di lavoro per ridurla e in Argentina, invece, stiamo facendo il contrario: si vogliono basare i profitti del capitale sullo sfruttamento della manodopera, si permette infatti che la giornata di lavoro possa allungarsi fino a dodici ore. Prima delle scorse elezioni presidenziali si stava discutendo nel parlamento argentino di un progetto di legge di riduzione della giornata lavorativa e quello che adesso è ministro del Lavoro, Julio Cordero, ebbe a dire: “Perché vogliono ridurre l’orario di lavoro? Cosa ha da fare il lavoratore quando esce dalla fabbrica?”. Ossia, questa gente non concepisce che il lavoratore possa avere una vita oltre le ore che sono dedicate alla produzione: questa è una concezione schiavista del lavoro, significa considerare la persona solo come un fattore di produzione.
Andiamo al merito dei contenuti: lei ci ha appena parlato dell’allungamento della giornata lavorativa a 12 ore, vediamo ora la questione dei licenziamenti che la legge rende meno onerosi.
Quello è un aspetto particolarmente grave della riforma. Attualmente sia i lavoratori che le imprese contribuiscono per una quota al pagamento delle pensioni. Quello che succede con la nuova legge è che il contributo del 3% delle imprese destinato prima alle pensioni non va più alla previdenza, ma obbligatoriamente finisce in un Fondo di Assistenza Lavorativa (FAL) per pagare le indennità di licenziamento, che viene facilitato per l’esclusione di diverse voci dal calcolo dell’indennizzo. La cosa grave è che così si toglie parte del finanziamento alle pensioni che non si dice come venga rimpiazzato, mentre il FAL può essere amministrato dal settore privato come qualunque fondo di investimento, generando rendite finanziarie.
Parliamo delle limitazioni al diritto di sciopero che la riforma impone.
La legge distingue tra attività essenziali e attività trascendentali, nelle seconde i servizi minimi devono coprire il 50%, nelle prime il 75% del servizio. Amplia la categoria dei servizi essenziali, mentre nell’altra entrano quasi tutte le attività, rendendo molto difficile l’esercizio del diritto di sciopero. Inoltre, introduce molti ostacoli alle organizzazioni sindacali, come per esempio dover avere
l’autorizzazione del datore di lavoro per svolgere un’assemblea sindacale, senza alcuna remunerazione e con un taglio all’agibilità oraria dei delegati sindacali.
C’è una prevalenza del contratto di azienda su quello di settore, ma in più viene meno l’ultrattività dei contratti (la vigenza contrattuale tra la scadenza e il rinnovo di un contratto, ndr).
La riforma fa prevalere il contratto aziendale su quello di categoria e cancella l’ultrattività dei contratti. Normalmente il nucleo centrale di un contratto nazionale, la parte normativa che regola i diritti individuali e collettivi dei lavoratori, rimane più o meno lo stesso nel tempo. Adesso, invece, questa parte, in mancanza di accordo tra le parti, verrà meno e non è chiaro come i lavoratori possano recuperare anche la parte salariale. La riforma introduce anche il concetto di salario dinamico, ossia di un salario formato parte in danaro e parte in beni, un po’ com’era fino al 2003-2004 quando una quota del salario era riconosciuta in ticket per comprare beni alimentari.
Milei dice che con questa legge i datori di lavoro saranno incentivati ad assumere, è così?
Non c’è alcuna evidenza empirica che una riforma del mercato del lavoro generi più occupazione, quello che genera lavoro è il modello produttivo, il modello economico. E con Milei ci sono stati oltre 200.000 licenziamenti. Inoltre, la legge definisce il lavoro regolato dalle applicazioni come autonomo, credo che sia l’unico paese al mondo in cui si regola questo tipo di lavoro per definirla un’attività non dipendente.
Com’è ora la situazione economica in Argentina? E quella sociale? Pare che il tasso di mortalità infantile sia aumentato per la prima volta negli ultimi venti anni.
E’ aumentato il tasso di mortalità infantile, com’è aumentato il tasso di suicidi, specie tra gli adolescenti, in questo momento nella regione latino-americana siamo il paese con il tasso di suicidi più elevato. Stanno succedendo tutte queste cose, come l’approvazione di questa riforma, molto rapidamente, c’è come uno stato di calma apparente, di assenza di reazione…
Perché, secondo lei?
La discussione sulla riforma del lavoro è stata molto rapida, in piena estate quando l’attenzione comunque si abbassa, il testo si è conosciuto solo alla fine, noi del sindacato abbiamo promosso la mobilitazione, diverse azioni di informazione, ma tutto è stato molto difficile con i media e i social contro. La gente è sempre più
preoccupata per la propria sopravvivenza, si lavorano più ore perché non si arriva alla fine del mese con un solo lavoro e questo si nota perfino nella disponibilità alla militanza sindacale. E’ sempre più caro e difficile vivere, perché i salari sono rimasti fermi, con una loro svalutazione importante nel settore pubblico. Mentre il peso argentino in questo momento si apprezza rispetto al dollaro e questo rende più cari tutti i prodotti con tariffe che si riferiscono al dollaro, come quelli energetici e dei trasporti.
Il sindacato si è mobilitato in piazza contro questa riforma. L’opposizione politica sta costruendo un’alternativa a Milei per le presidenziali del 2027?
Il peronismo è immerso in una discussione interna attorno alla leadership del movimento e c’è una parte del peronismo che si accorda col governo, si tratta per lo più di settori che governano alcune province che hanno votato in parlamento per la riforma del mercato del lavoro. Giusto in questi giorni un paio di senatori peronisti hanno annunciato che romperanno il blocco peronista per sostenere il governo e sono senatori delle stesse province che hanno votato per la riforma.
Dopo la vittoria alle elezioni di mezzo mandato in Argentina grazie al riscatto concesso da Trump, Milei è diventato più pericoloso?
Certo, Milei è ora in un momento di forza, è il loro momento. Con condizioni che forse non avranno più, per andare a fondo e avanzare nel progetto, e ne stanno approfittando.
Trump affonda i governi che non gli piacciono, come quelli del Venezuela e Cuba e premia quelli che gli sono affini, come quello argentino: che significa per l’America Latina?
Credo che l’azione di Trump vada intesa in termini di riassestamento geopolitico. C’è un ritorno all’America Latina come al cortile di casa, con una politica estrattivista, si spiegano così l’intervento sul Venezuela e quello minacciato sul Messico. Come pure l’accordo di sottomissione che Milei ha firmato con Trump per il libero accesso delle imprese statunitensi alle risorse naturali argentine. E’ un ritorno degli Stati Uniti in America Latina, che altri governi americani avevano abbandonato. Si ritorna alla vecchia logica americana del bastone e la carota, Milei va felice dietro la carota, il bastone è stato utilizzato invece per il Venezuela.
(da Fanpage)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
GAETANO AZZARITI, PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA “SAPIENZA”: “LA CONSULTA HA RICHIAMATO L’ARTICOLO 57 E LA NECESSITÀ DI UN RIPARTO REGIONALE DEI SEGGI” … ALFONSO CELOTTO, RICORDA CHE “IL PRESIDENTE CIAMPI CHIESE DI MODIFICARE IL PORCELLUM, PROPRIO PERCHE’ PREVEDEVA UN PREMIO NAZIONALE PER IL SENATO”
I potenziali punti di frizione con la Costituzione non mancano. Ma ce n’è uno, nella nuova legge elettorale, che suscita qualche perplessità anche tra gli addetti ai lavori del centrodestra. Una questione tecnica che ha a che fare con il premio di maggioranza e la diversa modalità di elezione di deputati e senatori: su base nazionale in primi, mentre i secondi, come stabilisce l’articolo 57 della Costituzione, vengono scelti su base regionale.
In teoria, quindi, il premio di maggioranza dovrebbe scattare in due modi diversi: alla Camera sul risultato elettorale conseguito dalla coalizione in tutto il Paese, mentre per il Senato si dovrebbero considerare i numeri ottenuti in ciascuna regione. Con l’alta probabilità di veder assegnare il premio al centrodestra in alcune e al centrosinistra in altre, mettendo a rischio la costruzione di una maggioranza stabile a Palazzo Madama.
Un problema che gli ideatori della legge hanno pensato di risolvere con un escamotage, prevedendo cioè di suddividere il premio di 35 senatori (tetto massimo fissato dalla legge) in dei listini circoscrizionali in ogni regione. Ma, alla fine, tutti i singoli bonus regionali andranno a chi fa il risultato migliore a livello nazionale.
In questo modo, solo per fare un esempio, se pure il centrosinistra dovesse prevalere, in termini di voti, in Campania o in Puglia (dove ha vinto le elezioni regionali), ma il centrodestra ottenesse più voti complessivamente in Italia, il premio dei senatori campani e pugliesi lo incasserebbe Giorgia Meloni. […]
Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale dell’università La Sapienza di
Roma, non nasconde le sue perplessità e ricorda come la Consulta abbia «costantemente richiamato l’articolo 57 e la necessità di un riparto regionale dei seggi».
Con l’impostazione scelta si pone «un bel rompicapo» dal punto di vista giuridico e anche un ulteriore elemento di tensione all’interno degli schieramenti politici: «Se il listino è di coalizione, non potrà tenere conto dei risultati regionali dei singoli partiti – spiega – e, probabilmente, penalizzerà soprattutto la Lega al Nord e il M5s al Sud».
Secondo Michele Ainis, «il rischio di un vulnus costituzionale c’è, ma potrebbero provare ad aggirarlo – spiega il costituzionalista – spalmando il premio non in modo omogeneo, ma in base ai risultati ottenuti dalla coalizione nelle singole regioni».
Il collega Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, lo bolla invece come un «falso problema» e invita a rileggere la parte finale della sentenza della Consulta del 2017 sull’Italicum (la legge elettorale voluta da Matteo Renzi): «Lì c’era l’invito a rendere il più possibile simili i sistemi elettorali di Camera e Senato, per garantire maggioranze stabili», spiega.
A questa raccomandazione della Corte costituzionale rimanda anche Francesco Clementi, ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza, convinto che sia «legittimo un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, per mantenere una coerenza di attribuzione del premio tra i due rami del Parlamento».
Il punto è che «il Senato non va inteso come un Camera federale, l’articolo 57 non dice questo – sottolinea – poi il premio ha senso solo se garantisce la governabilità e per farlo deve essere omogeneo». Per Clementi il problema più serio è, semmai, l’entità del premio di maggioranza così congegnato, perché «se eccede il 55%, altera il bilanciamento tra rappresentanza e governabilità e rischia di essere incostituzionale».
Alla sentenza sull’Italicum, un altro costituzionalista, Alfonso Celotto, oppone un riferimento storico-politico: «Si ricorda che il presidente Ciampi chiese di modificare il Porcellum, proprio perché prevedeva un premio nazionale per il Senato? – domanda -. Capisco che ci sia l’esigenza di rendere omogenee le due Camere, ma non lo si può fare falsando i risultati a livello regionale. Ci sarebbe un effetto distorsivo e i dubbi di costituzionalità sono più che motivati».
Il consiglio di Celotto suona come una battuta, ma non lo è: «Già che ci sono, modifichino anche l’articolo 57 della Costituzione e via».
(da agenzie)
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