Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISULTATO SARÀ UN AUMENTO DEL PREZZO DEGLI SMARTPHONE – CHE C’AZZECCA IL CLOUD CON IL COPYRIGHT? QUELLO SPAZIO POTREBBE ESSERE USATO PER CARICARCI CONTENUTI PIRATATI . L’ITALIA È L’UNICO PAESE AL MONDO A INTRODURRE UNA TASSA DI QUESTO TIPO
Via alla “tassa” per la copia privata sul cloud nonostante la levata di scudi di molte associazioni
e stakeholder che per mesi hanno battagliato con l’obiettivo di convincere il ministero della Cultura a fare un passo indietro.
Eppure, il ministro Alessandro Giuli ha firmato il decreto (inviato agli organi di controllo per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) che aggiorna le tariffe relative all’equo compenso per le opere audio e video tutelate da diritto d’autore […] e, per la prima volta, include nel perimetro anche gli spazi di archiviazione in cloud. Insomma, un unicum a livello mondiale.
Stando a quanto si apprende, mentre siamo in attesa della pubblicazione del testo definitivo, il compenso mensile per utente calcolato per gigabyte (GB) di memoria equivale a 0,0003 euro fino alla soglia dei 500 gigabyte e di 0,0002 euro per ogni giga aggiuntivo oltre i 500. E in ogni caso il compenso mensile massimo è fissato a 2,4 euro. Mentre non è previsto alcun importo per archiviazioni fino a 1 GB.
Confindustria si spacca, Anitec-Assinform chiede un tavolo urgente
Ma la partita potrebbe non chiudersi qui. A poche ore dall’annuncio della firma del decreto da parte del ministro Giuli si è scatenato un vero e proprio putiferio.
Al netto dei favorevoli alla misura a partire dalla Federazione industria musicale italiana (Fimi), Nuovo Imaie e naturalmente la Siae, la Società italiana degli autori ed editori, nelle cui casse sono entrati circa 120 milioni di euro l’anno nell’ultimo triennio 2023-2025, a fronte di un picco di circa 150 milioni nel biennio precedente, sul piede di guerra le principali associazioni dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).
E in Confindustria si è addirittura creata una spaccatura totale sulla questione: se da un lato Confindustria Cultura (la federazione che riunisce le imprese produttrici di contenuti culturali) plaude al provvedimento, Anitec-Assinform (l’associazione che raggruppa le imprese Ict e dell’elettronica di consumo) considera le misure anacronistiche e pericolose
L’Associazione è preoccupata, oltre che dalla questione del cloud storage, anche per l’aumento generalizzato delle tariffe per la copia privata che dovrebbe essere di circa il 20%, “misure che rischiano di tradursi in nuovi costi per cittadini e imprese e di incidere sull’attrattività del mercato italiano per gli operatori tecnologici”.
Il primo dei rischi messi nero su bianco riguarda la doppia imposizione lungo la filiera: di fatto “chi ha già versato il compenso su supporti e dispositivi di storage rischia di subire un ulteriore prelievo, questa volta mensile e cumulativo, per la mera disponibilità di spazio cloud”.
Riguardo all’applicazione delle tariffe ai servizi cloud B2B “non è riconducibile alla copia privata di opere protette” e dunque sarebbe “indiscriminata” mettendo a rischio lo storage usato da imprese e pubbliche amministrazioni per backup, continuità, operativa, compliance, elaborazione dati e sicurezza.
E, ancora, “gli oneri di compliance e rendicontazione sono sproporzionati” e avranno “un impatto particolarmente gravoso per pmi e operatori nazionali”. Per non parlare delle “distorsioni concorrenziali” e del “rischio di penalizzazione degli operatori con sede operativa in Italia, a vantaggio di grandi piattaforme internazionali difficilmente raggiungibili dal meccanismo di controllo e prelievo”.
“Siamo sconcertati: le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranità digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli
investimenti digitali italiani”, commenta il presidente di Aiip Giuliano Claudio Peritore.
E la presidente di Assintel Paola Generali evidenzia che “colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitività e innovazione. È una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti”.
Sul fronte aziende è Google a lanciare per prima l’allarme: “Sembrava una proposta senza alcuna base invece l’hanno approvata davvero: il ministero della Cultura ha deciso che i cittadini italiani dovranno pagare la cosiddetta ‘copia privata’ anche sullo spazio cloud.
Anche quando quello spazio è gratuito. E persino quando quello spazio non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata.
L’Italia è il primo paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, commenta sul suo profilo Linkedin Diego Ciulli, head of Government affairs and Public policy di Google Italia.
“È una decisione contro tutte le evidenze che mostrano che le persone sul cloud caricano le proprie foto, i propri documenti, non i contenuti protetti da diritto d’autore che negli ultimi anni la fruizione di contenuti legali in streaming è cresciuta costantemente.
E soprattutto, che la copia privata viene già pagata quando si acquista un telefono o un computer. E non è possibile accedere al cloud senza un dispositivo”.
(da -wired.it)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAOS DEI BALLOTTAGGI “SEPARATI” PER CAMERA E SENATO: POTREBBE SUCCEDERE CHE AL SECONDO TURNO VINCONO DUE COALIZIONI DIVERSE NEI DUE RAMI DEL PARLAMENTO. OPPURE SI VA AL BALLOTTAGGIO IN UNA SOLA CAMERA, PERCHÉ NELL’ALTRA LE COALIZIONI SONO RIMASTE SOTTO IL 35%
«Chi ha proposto la nuova legge elettorale «non ha imparato la lezione della Corte costituzionale».
È il giudizio di Gaetano Azzariti, costituzionalista dell’università La Sapienza. Secondo i proponenti garantisce la stabilità, è così
«Nella sentenza numero 1 del 2014 la Consulta ha […] ricordato che prima della
stabilità c’è […] la rappresentanza politica. La governabilità non può comprimere eccessivamente la rappresentanza politica».
Con la nuova legge in che modo verrebbe compressa?
«Con l’abbandono di tutte le logiche di carattere proporzionale. La soglia fissata per un riparto proporzionale è del 35-40% ed è distorsiva. Perché poi tramite il ballottaggio, o peggio tramite un numero eccessivo di seggi premiali si persegue una maggioranza che può rivelarsi eccessiva».
Perché eccessiva?
«Si rischia di dare alla maggioranza la possibilità di eleggere autonomamente gli organi di garanzia, cioè il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri del Csm. In questo modo viene escluso il ruolo delle minoranze, e ciò dimostra una fortissima disattenzione per il ruolo del Parlamento a favore di una governabilità tutta incentrata nelle mani del governo».
Poteva essere l’occasione per rintrodurre le preferenze?
«È la dimostrazione della insensibilità dell’attuale classe politica rispetto all’opinione pubblica e alla giurisprudenza della Corte, che ha ricordato come i deputati non possono essere nominati dalle segreterie dei partiti. C’è un rischio evidente che anche questa legge elettorale sia dichiarata incostituzionale ove le liste bloccate risultassero essere troppo lunghe».
È stato stabilito un massimo di sei candidati. Con la legge attuale sono tre o quattro candidati per lista.
«Sei è un numero al limite di incostituzionalità. Più si allungano e più c’è il rischio di non rispettare la Corte».
1. La nuova legge elettorale garantisce effettivamente maggiore stabilità e governabilità di quella ora in vigore?
In un sistema politico come quello attuale il cosiddetto “Rosatellum” quasi certamente non produrrebbe una maggioranza solida in Parlamento. Ma risolvere il problema della stabilità con un premio che sfora il tetto del 55% dei seggi potrebbe mettere la legge a serio rischio bocciatura della Corte costituzionale.
2. Il premio di maggioranza previsto per la coalizione che vince le elezioni è eccessivo?
Bisogna partire dalla sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum (la legge elettorale voluta da Matteo Renzi): ha stabilito che, con almeno il 40% dei voti, si possa ottenere un premio pari al 55%. «Quel tetto non può essere sforato – avverte il costituzionalista Stefano Ceccanti –. Al di là di come lo si congegni, è un paletto dirimente».
3. Con la nuova legge il premio può andare oltre questo 15%?
Con il premio fisso (70 deputati e 35 senatori) è possibile. Si possono ottenere più di 230 seggi alla Camera, cioè il 57, 5% e arrivare a 114-115 al Senato, ossia il 57 per cento. In questo modo, peraltro, c’è il rischio di superare la soglia necessaria per eleggere il presidente della Repubblica o i giudici della Consulta, o ancora i membri del Consiglio superiore della magistratura.
«Avremmo una maggioranza “drogata”, in grado di eleggere autonomamente questi organi di garanzia», avverte il professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale all’università La Sapienza.
4. Se nessuno supera il 40% (ma due coalizioni vanno sopra il 35%) si andrà al ballottaggio: è una procedura corretta?
Una soluzione del genere era stata bocciata nell’Italicum, fondamentalmente perché non veniva indicata una soglia specifica da raggiungere. E perché non venivano ammessi ulteriori apparentamenti tra un turno e l’altro, possibilità che ora non viene esclusa, ma nemmeno chiarita esplicitamente
5. Il fatto che i ballottaggi possano essere due, uno alla Camera e uno al Senato, è un problema?
Visto che sono predisposti come indipendenti tra loro, «si possono verificare diversi casi irragionevoli», avverte Ceccanti. Esempio: al ballottaggio vincono due coalizioni diverse nei due rami del Parlamento, con «esito di paralisi istituzionale».
Oppure si va al ballottaggio in una sola Camera, perché nell’altra ha già vinto una coalizione, anche qui con la possibilità di una «divaricazione». O, ancora, si va al ballottaggio in una sola Camera, perché nell’altra entrambe le coalizioni sono rimaste sotto il 35% e, quindi, «il premio di maggioranza scatta in una sola Camera, mentre l’altra resta frammentata», sottolinea Ceccanti.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO NOTO SONDAGGI, IL 52% PROVIENE DALL’ASTENSIONE , UN ALTRO 10% DALL’ESTREMA DESTRA DI CASAPOUND E PARTITINI AFFINI. POI ROSICCHIA VOTI ANCHE A SALVINI (IL 10% DI CHI SCEGLIERÀ VANNACCI VIENE DALLA LEGA), AL MOVIMENTO 5 STELLE (STESSA PERCENTUALE DEL CARROCCIO) E ALLA MELONI: L’8% DEI SOSTENITORI DELL’EX GENERALE VIENE DA FRATELLI D’ITALIA
Nella simulazione di Noto, Azione viene data da sola al 3,5%, abbondantemente sopra la soglia
di sbarramento e con una decina di seggi accreditati alla Camera. Mentre il partito di Vannacci è stimato al 3%, in bilico sulla tagliola per entrare in Parlamento:
«Può valere dieci deputati come zero – ragiona Noto – e, se ce la fa, non li ruba solo a destra». In un’ulteriore analisi di Noto Sondaggi, dedicata proprio alla lista Futuro Nazionale, viene evidenziato che di questo ipotetico 3% solo l’1,6% può considerarsi acquisito per l’ex generale.
Il restante 1,4% è volatile, legato alla visibilità mediatica di Vannacci e al contesto politico: può consolidarsi oppure rientrare nell’astensione o nei partiti di provenienza. Sul piano dei flussi, infatti, più della metà dei consensi proviene
dall’area del non voto o dalla destra estrema extraparlamentare (Casapound e simili)
Solo una quota minoritaria arriva da Lega (0,3%) e Fratelli d’Italia (0,2%). Dettaglio interessante: c’è una percentuale analoga (0,3%) di votanti M5s attratta dalla proposta di Vannacci.
Comunque, l’impatto reale dell’ex generale sulla maggioranza viene ritenuto marginale: la perdita netta della coalizione è di circa un punto percentuale complessivo. La sintesi di Noto: «Futuro Nazionale rappresenta una micro-forza identitaria con un potenziale di crescita contenuto e uno slancio competitivo moderato nel centrodestra». Almeno nelle simulazioni, Giorgia Meloni e Matteo Salvini possono dormire sonni tranquilli».
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“UNA DONNA O UN UOMO SOLI AL COMANDO, CON SEMPRE MENO CONTRAPPESI PER LIMITARLI. CHE QUESTO CORRISPONDA ALLO SPIRITO DELLA COSTITUZIONE, È QUANTO MENO OPINABILE”
Cominciamo da quel che non c’è, cancellato nella lunga trattativa notturna tra i leader di maggioranza: non c’è il nome del candidato premier sulla scheda elettorale, come ai tempi di inizio secolo, «Berlusconi presidente» e «Prodi presidente».
Alla fine l’hanno avuta vinta gli alleati di Meloni, che se la sarebbero ritrovata seduta sulle loro teste e in cima alle liste di Forza Italia e Lega. […]
E poi non ci sono le preferenze.
Traduzione: gli eletti continueranno a essere scelti dai capipartito, in questo caso sottomessi alla capa della coalizione, o al massimo negoziati con i «cacicchi» locali. I quali resteranno quelli che sono, gli Zaia, i De Luca, gli Emiliano, oggi forse più Decaro, gli Occhiuto, governatori regionali ed ex che hanno la forza di trattare con i leader nazionali, forse un po’ meno forza dal momento che i collegi uninominali verranno aboliti.
In conclusione si tratta di un «Italicum», cioè del sistema elettorale proposto a suo tempo da Renzi e poi parzialmente bocciato dalla Consulta: proporzionale con premio di maggioranza, che cancella i collegi uninominali (strategici per il centrosinistra al Sud e parallelamente ostici per il centrodestra) nei quali, grazie al sistema successivo, il Rosatellum, si votavano un terzo degli eletti.
Meloni, se riuscirà a farlo approvare così com’è (e ci sono pochi dubbi, visti i numeri su cui può contare la maggioranza), si rafforzerà non poco. La vecchia partitocrazia è finita da tempo, l’età dei «partiti personali» s’è consumata, si può dire che anche in Italia – altrove, purtroppo è già accaduto – stiamo per entrare pienamente nell’era della «leadercrazia»: una donna o un uomo soli al comando, con sempre meno contrappesi per limitarli. Che questo corrisponda allo spirito della Costituzione, nell’anno dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, è quanto meno opinabile.
Sarebbe infatti la premier a nominare i nuovi senatori e deputati, non solo del suo partito ma anche di quelli alleati. E gli eletti, se non volessero rischiare di non essere ricandidati la volta successiva, per tutta la legislatura risponderebbero a lei.
Inoltre, nel gioco parlamentare, Meloni – se la sua coalizione vincesse nuovamente, com’è probabile, e se andasse oltre il 40 per cento dei voti – potrebbe contare su premi elettorali consistenti (70 deputati, 35 senatori), ai limiti di quelli previsti dalla Corte costituzionale e così suscettibili di una nuova bocciatura.
Ma se nessuna delle due coalizioni dovesse raggiungere il 40 per cento – eventualità improbabile ma non del tutto da escludere visto che è garantito l’accesso in Parlamento a partiti che non si coalizzeranno come quelli di Calenda e Vannacci – teoricamente si andrebbe a due distinti ballottaggi, uno per la Camera e uno per il Senato, con il rischio che ne escano due maggioranze diverse.
È dubbio insomma che la legge possa entrare in vigore senza ostacoli: ma se accadesse Meloni potrebbe anche provare ad eleggersi da sola il prossimo Presidente della Repubblica o a eleggere direttamente se stessa. Resta da capire perché la premier abbia scelto di caricare la già accesa campagna referendaria per il voto del 22 marzo di un ulteriore argomento di scontro, come lasciano capire le prime reazioni al deposito del testo, avvenuto ieri pomeriggio.
Forse ha voluto bruciare i tempi per non rischiare di dover varare la riforma elettorale nel clima politico difficile di una possibile sconfitta del «Sì». Senza considerare, o mettendola nel dovuto conto, com’è avvenuto per le prime uscite di Nordio, che quella che è stata definita «la caccia ai pieni poteri» potrebbe risultare mobilitante per l’elettorato dell’opposizione, pronta a rifiutare, anche a proprio danno, ogni tipo di confronto sulla legge elettorale.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DI FORENSIC ARCHITECTURE ED EARSHOT RICOSTRUISCE IL MASSACRO DEL MARZO 2025, QUANDO 15 OPERATORI UMANITARI VENNERO UCCISI DAL FUOCO ISRAELIANO… NON FU UN ERRORE MA UNA IMBOSCATA
Era l’alba del 23 marzo 2025 quando 15 operatori umanitari venivano uccisi a colpi di arma da
fuoco dall’esercito israeliano a Tal as-Sultan nella periferia di Rafah, a Gaza. I loro corpi furono nascosti, seppellendoli insieme alle autovetture distrutte in una fossa comune. Sembra la descrizione di un film horror, ma la realtà è ancora più spaventosa: l’esercito israeliano ha volontariamente giustiziato gli operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Protezione Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), in un’imboscata mirata e coordinata.
Secondo la più recente e più dettagliata inchiesta indipendente su quanto avvenuto quella mattina di un anno fa, condotta da Forensic Architecture e dal gruppo di indagini audio Earshot, non si è trattato di un “caotico scontro a fuoco”. Così hanno descritto quanto successo i vertici militari israeliani dopo che la loro versione iniziale secondo cui “il convoglio di ambulanze non era ben segnalato” era stata smentita da un video pubblicato dal New York Times qualche settimana dopo il massacro. Ma con l’ultima inchiesta emerge che quella compiuta dall’esercito israeliano è stata un’imboscata durata oltre due ore, culminata in quelle che sembrano vere e proprie esecuzioni a sangue freddo.
Dana Abu Koash, Coordinatrice dell’Unità di Diritto Internazionale Umanitario presso la Mezzaluna Rossa Palestinese ha parlato direttamente con Fanpage.it: “Il mio ruolo in questo rapporto è stato quello di verificare la corretta documentazione
delle prove in nostro possesso, dalle testimonianze alle biopsie, e riportare le testimonianze con i sopravvissuti”.
Il rapporto incrocia analisi balistiche, testimonianze e filmati, restituendo una dinamica che smentisce la versione ufficiale dell’IDF: quel mattino, tra le 5:09 e le 7:13, un convoglio di veicoli di emergenza, con i contrassegni umanitari ben visibili, è stato investito da una pioggia di fuoco. “Il materiale video utilizzato è stato di due tipi: uno rinvenuto nel telefono recuperato di uno dei paramedici martirizzati, e l’altro basato su testimonianze ambientate attraverso mappe interattive per ricostruire la scena”, continua la dottoressa Koash.
Secondo l’analisi acustica condotta da Earshot, di uno dei video girato da uno degli operatori uccisi e recuperato dai ricercatori, il 93% dei colpi presentava una “firma” inequivocabile: un’onda d’urto supersonica seguita dalla vampa di volata. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno a essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco, quindi i soccorritori erano il bersaglio diretto dei militari israeliani, non un “danno collaterale”. La densità del fuoco è stata definita nel report “senza precedenti”, in alcuni momenti sono stati esplosi oltre 900 colpi al minuto, con raffiche talmente ravvicinate (cinque colpi in appena 67 millisecondi) da confermare la presenza di almeno cinque tiratori scelti appostati simultaneamente su un terrapieno a soli 40 metri di distanza.
Dall’imboscata all’esecuzione
Ma l’aspetto più brutale dell’indagine riguarda ciò che è accaduto dopo la prima pioggia di proiettili. I ricercatori documentano come i soldati israeliani siano avanzati verso i mezzi ormai distrutti per finire i superstiti. Alcuni operatori sanitari, che cercavano riparo tra le lamiere delle ambulanze, sarebbero stati uccisi in “stile esecuzione”, colpiti a distanza ravvicinata mentre erano già feriti o impossibilitati a difendersi.
Il rapporto è chiaro: in quell’area non c’era alcuno scontro in corso, nessuna minaccia tangibile per la sicurezza dei soldati e nessun combattente di Hamas nelle vicinanze. Quella di Tal as-Sultan viene descritta nel rapporto come un’operazione pianificata per eliminare il personale medico presente sul campo. “Dall’ottobre del 2023”, continua Koash, “abbiamo registrato molteplici incidenti in cui i nostri team sono stati uccisi durante il loro servizio dall’esercito israeliano; gli attacchi sono stati sempre mirati, eseguiti con bombe di precisione”. Dall’inizio della guerra su Gaza la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha perso in totale 57 membri del suo team, di cui 2 in Cisgiordania: 32 sono stati uccisi mentre erano in servizio.
(da Fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
PER CAPIRE IL DISEGNO DI MELONI BASTA VEDERE COSA HA FATTO ORBAN IN UNGHERIA: DALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ALLA LEGGE ELETTORALE
Seriamente, cosa state aspettando ancora? Che vi facciano il disegnino? O che vi mandino una PEC con su scritto “Sì, vogliamo trasformare l’Italia nell’Ungheria. Firmato: Giorgia Meloni”?
Perché davvero non si capisce la timidezza, o l’acquiescenza delle opposizioni di fronte a un disegno del governo che ormai è talmente palese che non meriterebbe nemmeno di essere spiegato.
Tant’è, mettiamo in fila tutto per i duri d’orecchio.
Quando ha iniziato a trasformare il suo Paese da una democrazia a un’autocrazia, il premier ungherese Victor Orban ha fatto, in serie, cinque cose molto precise.
Primo: ha diminuito il potere del Parlamento, subordinandolo all’esecutivo.
Secondo: ha depotenziato tutti gli organismi indipendenti previsti dall’ordinamento ungherese, a partire dalla Corte dei Conti, assoggettandoli al governo o rendendoli ininfluenti.
Terzo: ha riformato la giustizia, prendendosi il controllo della Corte Costituzionale e assoggettandola anch’essa ai dettami e al controllo del governo.
Quarto: ha creato un ecosistema mediatico fatto di proprietari di giornali e televisioni amici del governo, che compravano e chiudevano i giornali “nemici” e mettevano soldi e pubblicità solo in quelli “amici” del governo.
Quinto: ha cambiato la legge elettorale mettendo un maxi premio di maggioranza che gli garantisse, a ogni giro, due terzi del Parlamento.
Con queste cinque semplici mosse, ha creato uno Stato in cui negli ultimi quindici anni ogni elezione era una formalità, in cui nessuno poteva mettere i bastoni tra le ruote del governo, in cui nessuno aveva interesse e possibilità di indagarne le malefatte, in cui nessuno aveva interesse e possibilità di parlarne male. E in cui anche oggi, con un Paese in crisi nera, la popolarità a picco, i fondi europei congelati e un rivale forte come il suo ex collaboratore Peter Magyar, sembra ancora potersela giocare.
Torniamo a noi.
Cosa sta facendo Giorgia Meloni, in questa sua prima legislatura?
Sta subordinando il Parlamento al volere dell’esecutivo? Sì, e basta vedere come vengono “discusse” riforme come i Decreti Sicurezza o le leggi di bilancio per rendersene conto.
Sta depotenziando tutti gli organismi indipendenti? Sì, e basta vedere la riforma della Corte dei Conti, che viene resa inefficace e inutile solo perché ha osato alzare un sopracciglio contro il ponte sullo Stretto.
Sta riformando la giustizia? Sì, affermando esplicitamente in ogni occasione pubblica che il problema è quello di una magistratura che “non marcia” con il governo, che “la polizia arresta e i giudici scarcerano” e che se vince il Sì al referendum non accadrà più.
Sta stringendo la presa sui media? Beh, basta vedere chi comanda in Rai e Mediaset e chi sono gli editori dei giornali, dal deputato leghista Angelucci, ai soci d’affari nella scalata Mps-Mediobanca Caltagirone e Delvecchio, per rendersene conto.
Mancava solo la legge elettorale con super premio di maggioranza, in effetti. E toh, è arrivata pure quella.
Davvero, di grazia: serve il disegnino o possiamo chiuderla qui, e ci svegliamo tutti?
(da Fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“MI DISSE CHE IL POLIZIOTTO VOLEVA SEMPRE PIU’ SOLDI”
“Carmelo Cinturrino diceva ai tossici di avere un sogno: prendere Abderrahim”. A raccontarlo
a Fanpage.it è il cugino del 28enne Abderrahim Mansouri, che lo scorso 26 gennaio ha perso la vita dopo che l’agente di polizia Carmelo Cinturrino gli ha sparato un colpo in testa durante un controllo antidroga vicino al bosco di Rogoredo, periferia sud di Milano.
Cinturrino, che in una prima fase aveva provato a inscenare la legittima difesa posizionando un’arma giocattolo accanto al corpo agonizzante di Mansouri, è ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario, mentre i colleghi che erano con lui sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso e sono stati trasferiti in altra sede rispetto al commissariato Mecenate dove la squadra operava. Sulla vicenda della morte di Mansouri gli investigatori stanno tentando di far luce e solo le indagini potranno ricostruire l’esatta dinamica in cui è maturato l’omicidio di Rogoredo.
Il cugino di Abderrahim, chiedendo di rimanere anonimo, ha deciso di raccontare a Fanpage.it la sua verità, come tutte le altre testimonianze ora al vaglio della Procura di Milano.
Quando hai visto per l’ultima volta Abderrahim?
“Ho visto mio cugino l’ultimo giorno prima che morisse, era domenica ed ero andato con lui a giocare una partita di calcio la sera tardi”.
Ti ricordi che cosa ti ha detto in quell’occasione?
“Quella sera, mentre camminavamo verso il campetto, mi ha spiegato di quel poliziotto che si chiama Carmelo, ma è detto Luca. Si conoscevano da credo due o tre anni. Abderrahim mi raccontava che Luca arrivava al bosco di Rogoredo e diceva alla gente di dire a Zack, cioè a lui, di dargli il suo ‘bite’, cioè il suo ‘pezzo’. Io avevo consigliato a mio cugino di accontentarlo, di dargli quello che voleva, ma Abderrahim diceva che Luca voleva sempre di più, non si accontentava mai”.
Come è iniziato tutto?
“Abderrahim mi ha raccontato che un tempo lasciava una persona con la carrozzina al mattino a vendere al bosco, perché lui non riusciva, diceva che era troppo pericoloso. Ogni giorno, diceva Abderrahim, Carmelo Luca arrivava a prendere i soldi da quell’uomo in carrozzina, lo picchiava e prendeva anche eroina e cocaina. Quel poliziotto andava sempre nel bosco e mandava i suoi colleghi in altri posti, per lasciar lavorare chi spacciava per mio cugino e prendersi poi i soldi della mattina, tanto che ormai Abderrahim diceva di non essere più interessato dai guadagni del mattino, perché sapeva che se li prendeva tutti Luca, lui lavorava la sera”.
E poi cosa è successo?
“Tre giorni, una settimana prima di quel racconto l’uomo che era sulla la carrozzina è finito in ospedale e quindi non poteva più vendere al bosco. Per questo è stato più difficile per Luca avere i soldi, perché la persona che mio cugino ha messo in sostituzione era più furba del ragazzo in carrozzina e quando luca si presentava al
mattino diceva di non aver venduto niente. Infatti il poliziotto continuava a dire ai tossici di riferire ad Abderrahim di dargli il suo bite”.
C’era un accordo tra loro?
“Erano arrivati all’accordo di 200 euro al giorno, ma Luca aveva iniziato a dire che non gli bastava e così mio cugino l’ha mandato a fare in cul*, gli ha detto che non gli avrebbe dato più niente. È stato in quel momento che Carmelo Luca l’ha minacciato di sparargli”.
Abderrahim aveva paura di quel poliziotto?
“Sì, lui sapeva quando Luca lavorava e andava al bosco dopo la fine dei suoi turni per non incontrarlo. Mi diceva che voleva tornare in Marocco e non lavorare più qui, perché Carmelo glielo impediva”.
Che tu sappia, Abderrahim aveva dei video, delle registrazioni, che potevano incastrare Luca?
“Forse sul suo cellulare, magari li poteva avere video in cui Luca stava picchiando la gente col martello. Anche l’altro ragazzo che lavorava insieme a lui dice che aveva qualche video, perché quando scappavano dalla polizia stavano nascosti da qualche parte e vedevano che cosa faceva Luca. E mi ha detto che qualche volta Luca potrebbe averli visti fare video”.
Come si comportava l’agente Cinturrino nel bosco?
“Ogni volta che entrava picchiava la gente, arrivava ogni mattina a prendere le cose: cocaina la vendeva, il resto lo metteva in tasca e non so…”
Era da solo?
“No, lo faceva davanti a uno che stava sempre insieme a lui, un altro poliziotto. Mi chiedo: come mai i suoi colleghi, gli altri agenti, non parlano di queste cose?”
(da fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
LE ACCUSE DEL MARITO E IL FIGLIO SUI VERI MOTIVI DELLA SANZIONI… LA RELATRICE ONU HA PERSO L’ACCESSO A CONTI BANCARI, RAPPORTI CON UNIVERSITA’ E POSSIBILITA’ DI VIAGGIARE NEGLI STATI UNITI
La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa a Donald Trump e ad alcuni alti funzionari dell’amministrazione statunitense. I familiari della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati contestano le sanzioni che il governo americano ha imposto ad Albanese per il suo sostegno al perseguimento giudiziario dei leader israeliani e delle aziende internazionali coinvolte nella guerra a Gaza.
Il ricorso civile, depositato presso il Tribunale distrettuale del distretto di Columbia, sostiene che l’amministrazione Trump abbia violato i diritti garantiti ad Albanese dal primo, quarto e quinto emendamento, sequestrando irragionevolmente i suoi beni senza che lei abbia avuto possibilità di difendersi in aula. Il ricorso chiede al tribunale di dichiarare le sanzioni incostituzionali.
Il ricorso presentato negli Usa dal marito e dal figlio
La causa è stata intentata dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, e dal figlio della coppia – il cui nome non è stato reso pubblico – poiché le regole delle Nazioni Unite impediscono a Francesca Albanese di presentare la denuncia a proprio nome.
Nel ricorso, la famiglia di Albanese denuncia la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento della relatrice Onu a Washington. «Se utilizzate in modo appropriato – si legge nel ricorso – le sanzioni sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce».
La Francia ci ripensa sulla richiesta di dimissioni
Nel frattempo, cominciano a rientrare le polemiche sulle parole pronunciate da Albanese in un intervento per Al Jazeera. Dopo le proteste iniziali, la Francia ha rinunciato a chiedere le sue dimissioni dal ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Una decisione che l’esperta italiana commenta così: «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea. Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile».
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
VISTI I SONDAGGI CHE DANNO I NO IN VANTAGGIO AL REFERENDUM, I SOVRANISTI PUNTANO ALLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE
Primum vivere, deinde philosophari. Tralasciando la filosofia, non è certo l’istinto di
sopravvivenza che manca a questo governo. Dopo l’autogol sulla vicenda Rogoredo, del resto, la macchina della propaganda si è rimessa subito in moto. E il bersaglio, in barba all’appello del Quirinale ad abbassare i toni, è sempre lo stesso: i magistrati. Si comincia dalle bordate contro la giudice Silvia Albano, rea di aver detto (intervistata dal Fatto Quotidiano) un’ovvietà sui Cpr in Albania: “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea…”.
Si prosegue con la Procura di Roma, che ieri, come annunciato dalla destinataria del provvedimento ha notificato l’avviso di conclusione indagini (l’atto che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio), alla capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, in relazione alla vicenda Almasri. Tra dichiarazioni di rinnovata fiducia e di stupore “per la tempistica”, cioè a poche settimane dal referendum, come se – a proposito di autonomia e indipendenza delle toghe – le inchieste giudiziarie dovessero sottostare all’agenda della politica, da destra è ripartito il fuoco di fila contro i magistrati e la giustizia a orologeria.
Insomma, il copione non cambia. Ma visti i sondaggi che danno ormai il No in vantaggio e il timore che il 22-23 marzo possa arrivare la prima vera spallata al governo, tra una polemica e l’altra, tramite i capigruppo di maggioranza, è arrivata in Parlamento (come anticipato da Giulio Cavalli su La Notizia) la riforma della
legge elettorale proporzionale, con sbarramento al 3%, premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40% ed eventuale ballottaggio tra gli schieramenti più votati purché abbiano ottenuto almeno il 35% dei consensi se nessuno ha raggiunto il 40.
Una legge bollata dalle opposizioni come “irricevibile”, ma che il governo Meloni aveva fretta di presentare: dovesse andar male il referendum, meglio avere un Piano B per evitare brutte sorprese alle prossime politiche. Riscrivendo le regole del gioco a proprio vantaggio. Con machiavellico philosophari.
(da lanotiziagiornale.it)
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